venerdì, 24 Settembre 2021
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Cosa è stata la Diaspora ebraica?

Cosa è stata la Diaspora ebraica ? la “strana ritrosia” a chiamare “diaspora” la deportazione di “altri popoli”: come a voler dare l’impressione, che il solo popolo ad aver conosciuto “la dispersione”, sia stato il popolo ebreo di Francesco Lamendola  

Che cosa si intende esattamente, quando si parla della Diaspora ebraica? Ammesso che sia necessario specificare “ebraica”, perché, generalmente, basta dire: la Diaspora e subito si pensa a quella del popolo ebreo. Riportiamo da Wikipedia:

Diaspora è un termine di origine greca (deriva dal verbo greco διασπείρω, letteralmente disseminare). Il significato originario è quello della “dispersione di un popolo nel mondo dopo l’abbandono delle sedi di origine” (Garzanti) o della “dispersione in varie parti del mondo di un popolo costretto ad abbandonare la sua sede di origine” (Treccani)  e per via estensiva “Dispersione di individui in precedenza riuniti in un gruppo”.

La diaspora per antonomasia è quella degli ebrei nel mondo antico (diaspora ebraica), dopo le successive deportazioni in Assiria (721 a.C.) e a Babilonia (586 a.C., esilio babilonese) e soprattutto a seguito della fine di un’entità politica ebraica in Palestina dopo le conquiste militari dei romani e la duplice distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 e nel 1355 d. C.. Il tema del ritorno in Palestina degli ebrei dispersi divenne uno dei più comuni della letteratura apocalittica e del messianismo giudaico.

Si noti che c’è una bella differenza fra la definizione del vocabolario Garzanti e quello Treccani: nel primo si parla della dispersione di un popolo nel mondo dalle sue sedi di origine, nel secondo di una dispersione che ha la sua origine in una costrizione: ossia di un popolo che è stato costretto, evidentemente con la forza e contro la sua volontà, ad abbandonare la propria sede d’origine. In effetti, “dispersione” può indicare sia l’una che l’altra circostanza: la dispersione è l’effetto; la causa può risiedere sia in una migrazione volontaria, sia in una migrazione forzata, ossia in una vera e propria deportazione. La Diaspora ebraica, che, come ci viene detto, e come sappiano per esperienza, è la Diaspora per antonomasia (tutte e altre vengono adoperate in un senso minore, quasi in un senso improprio, compresa la diaspora dei nostri connazionali da Fiume, Zara e Istria dopo la Seconda guerra mondiale), in quale delle due categorie si inscrive: nella migrazione volontaria o in quella forzata?

Per rispondere, proviamo ad aiutarci con la Storia delle Religioni diretta da Giovanni Filoramo (Laterza, 2005; e Gruppo Edit. L’Espresso, La Biblioteca di Repubblica, vol. 5, Ebraismo, p. 230):

DIASPORA. Termine greco che significa “dispersione” usati per designare gli Ebrei residenti in terre straniere in seguito a deportazioni, bandi o emigrazioni volontarie. Il termine ebraico corrispondente è “galut”, “esilio”.

La diaspora iniziò storicamente con la deportazione degli abitanti del regno settentrionale d’Israele (Samaria) da parte del re d’Assiria Sargon II nell’anno 732 a. C. Dal 603 al 581 a. C. avvennero le deportazioni della popolazione del regno di Giuda e della sua capitale Gerusalemme da parte del sovrano di Babilonia, Nabucodonosor II. Queste deportazioni riguardarono i ceti più elevati e produttivi della società – corte, sacerdoti, militari, notabili, artigiani -, non la popolazione minuta. Il nucleo più importante dei deportati fu concentrato lungo le rive del fiume Kebar. Essi si dedicarono alla coltivazione della terra e al commercio, riuscendo a costituire fiorenti colonie, per cui molto rifiutarono di lasciare l’esilio e di tornare in Giudea per ricostruire Gerusalemme e il Tempio quando, nel 539, il re persiano Ciro, che aveva conquistato Babilonia, ridiede ai deportati la libertà. Fra i discendenti di questi deportati rimasti in Mesopotamia fiorirono fra i secoli IV-VI d. C. le scuole da cui uscì il Talmud babilonese. Una colonia giudaica assai ben documentata è quella di Elefantina, in Egitto. Alcuni fanno risalire la sua origine all’invasione della Giudea da parte di Necao II, nel 603 a. C., e alla deportazione del re di Gerusalemme Ioacaz e dei suoi cortigiani. A questo nucleo si aggiunsero quelli che fuggirono in Egitto, portandosi dietro il profeta Geremia, nel 586, quando alcuni Giudei estremisti assassinarono il loro connazionale Godolia, che i babilonesi avevano nominato governatore dell’ex regno di Giuda. Dopo la conquista da parte di Alessandro Magno, le colonie giudaiche si moltiplicarono sotto le monarchie dei Lagidi in Egitto e dei Seleucidi in Siria, con i rispettivi centri di Alessandria e di Antiochia. Queste colonie nacquero liberamente favorite dalla benevolenza dei sovrani e dalla vivacità degli scambi commerciali e culturali prodotti dall’ellenismo.

Nel II secolo a. C. comunità ebraiche erano presenti in tutte le regioni dell’Oriente non ancora sottomesse a Roma, come attesta la circolare inviata dal console romano Lucio a nome del senato romano a vari re e città riportata nel primo libro dei Maccabei (13, 16-23). Al tempo di Silla (85 a. C.), secondo Strabone, non c’era quasi luogo della terra dove gli Ebrei non fossero giunti. Una colonia tra le più importanti e numerose era quella di Roma. Un aumento della Diaspora in Occidente fu certamente dovuto anche ai prigionieri catturati durante la guerra della Giudea e della Galilea, che ebbe il suo epilogo nell’espugnazione di Gerusalemme nel 70 d. C. Secondo fonti ebraiche altomedievali, Tito relegò 5.000 superstiti dell’eccidio di Gerusalemme in Taranto, Otranto e altre città della Puglia.

Le vicende storiche portarono nei secoli alla diffusione in ogni parte del mondo. Sarà opera del Messia, secondo la fede ebraica, raccoglierli e riportarli tutti nella terra d’Israele.

Da questa ricostruzione, molto obiettiva ed equilibrata, risulta, pertanto, che la Diaspora del popolo ebreo fu dovuta solo in parte a deportazioni, e per l’altra parte, la maggiore, o da migrazioni volontarie a scopo di commercio, oppure da una volontaria permanenza nei luoghi in cui le generazioni precedenti erano state deportate, prima dagli assiri e poi dai neobabilonesi: anche in presenza di una offerta di poter tornare alla terra dei padri. Non solo. Risulta che neppure le deportazioni forzate, attuate da Sargon II e da Nabucodonosor, furono deportazioni totali, ma che esse riguardarono solo una piccola parte della popolazione ebrea, e precisamente la classe dirigente. Nessun sovrano e nessun potere, quindi, deportarono la totalità del popolo ebreo né dalla Giudea, né dalla Galilea: neppure i romani dopo la terribile guerra del 66-67, conclusa con l’espugnazione di Gerusalemme e il saccheggio e la distruzione del Tempio (di cui resta traccia, fra l’altro, nei bassorilievi dell’Arco di Tito, a Roma, ove sono raffigurati i legionari che portano il tesoro del Tempio durante il trionfo, dopo il loro ritorno vittorioso nella capitale dell’impero). In nessun testo storico, infatti, si parla di una deportazione del popolo ebreo per ordine di Tito o Vespasiano, anche se i prigionieri di guerra, come consuetudine, vennero trascinati a Roma e anche se agli abitanti di Gerusalemme venne proibito di fare ritorno alle loro case, e la città fu poi ricostruita con il nome di Aelia Capitolina. L’espulsione degli ebrei da Gerusalemme, peraltro, non avvenne dopo la conquista del 70, ma dopo la nuova, sanguinosissima rivolta ebraica guidata da Bar Kochba, che infuriò dal 132 al 135 e che provocò un tale risentimento nell’imperatore Adriano, che questi, dopo averla repressa, emanò l’ordine di espulsione, avente lo scopo di cancellare per sempre Gerusalemme come centro religioso e nazionale ebraico. Nemmeno allora, tuttavia, si parla di una deportazione degli ebrei dalla Palestina. Per cui risulta che, a parte i prigionieri di guerra, ridotti in schiavitù, gli ebrei che si trasferirono in varie città dell’Impero Romano lo fecero spontaneamente, andando ad ingrossarle fiorenti comunità giudaiche che esistevano da secoli sia in Occidente, sia, ancor più, in Oriente: tanto che Alessandria d’Egitto, per esempio, si poteva considerare fin dall’epoca ellenistica una città più ebraica (e greca) che egiziana.

Riassumendo.

1) Le deportazioni storicamente certe e documentate sono due: quella del 732 da pare egli assiri e quella del 603-581 da parte dei neobabilonesi; una terza, nel 603, da parte degli egiziani, è incerta.

2) Nessuna di esse ebbe carattere radicale, ma riguardò solo i sovrani, i loro cortigiani e la parte più significativa della classe dirigente e produttiva, mentre la massa del popolo, formata da agricoltori e pastori, poté rimanere nelle proprie sedi.

3) Sia prima che dopo di queste, vi furono numerosi trasferimenti volontari di famiglie e gruppi ebraici, per ragioni economiche legate al commercio e al prestito di denaro: ebbero carattere pacifico e portarono alla fondazione di numerose e prospere colonie in tutto il Medio Oriente e nel bacino mediterraneo.

4) Con la fondazione dell’Impero achemenide, il re persiano Dario offrì a tutti i deportati ebrei la massima libertà di movimento, inclusa la possibilità di tornare nella loro terra d’origine, ma una gran parte di essi, ormai bene inseriti nelle loro nuove sedi della Mesopotamia, declinò l’offerta, e solo una minoranza decise d’intraprendere la via del ritorno, per ricostruire Gerusalemme e il suo Tempio e ripopolare le sedi originarie.

5) Durante questo periodo vi fu un notevole rimescolamento di popolazioni negli ex regni di Giudea e Israele, specialmente in quest’ultimo, che portò alla formazione di una popolazione mista in Samaria, nella quale vi fu anche una contaminazione religiosa fra l’ebraismo e i culti delle altre religioni orientali. Ciò spiega il forte contrasto esistente fra ebrei e samaritani al tempo di Gesù Cristo, testimoniato da alcune pagine dei Vangeli.

6) Un ulteriore trasferimento di popolazione ebraica dalla Palestina ad altri centri dell’Impero romano ebbe luogo come conseguenza delle tre dure guerre giudaiche, terminate con altrettante sconfitte disastrose, nel 66-70, durante il regno di Vespasiano; nel 117, durante il regno di Tito (e questa fu combattuta non in Palestina, ma proprio nei luoghi della Diaspora); e nel 132-135, durante il regno di Adriano. Al termine di quest’ultima il nome della regione, che era Iudaea, venne cambiato dai vincitori in Syria Palaestina.

7) Neppure dopo queste tre guerre, che impegnarono duramente le forze militari di Roma, vi fu una deportazione organizzata della popolazione ebraica, ma solo un divieto di residenza nella città che era stata Gerusalemme. Tanto è vero che scoppiarono poi altre due guerre antiromane (e antibizantine): una nel 351-352, sotto il regno di Costanzo II e suo cugino Costanzo Gallo; e una nel 613, durante il regno dell’imperatore Eraclio, che permise agli ebrei di riprendere Gerusalemme e di restarne padroni per ben cinque anni. Vale la pena di ricordare che in quella occasione gli ebrei, sostenuti dagli eserciti persiani, dopo aver espugnato la città vi massacrarono tutta la popolazione cristiana; indi ottennero dai persiani di governare per conto loro fino al 617, quando il loro comportamento sdegnò a tal punto i loro alleati, da indurli a togliere loro il governo (cosa che li spinse a cambiar fronte e a schierarsi al fianco dei bizantini).

Eppure, se non andiamo errati, fin dai banchi del liceo, anzi, delle medie, o meglio ancora, fin dai banchi della scuola elementare, ci è stato detto e ripetuto che la Diaspora è stata il frutto della cacciata degli ebrei dalla loro terra, la Terra Promessa loro da Yahweh. Libri di storia e professori ci hanno ripetuto che gli ebrei sono stati deportati, o meglio, che hanno subito tutta una serie di deportazioni; e che il loro più vivo desiderio, nutrito nei lunghi secoli dell’esilio, era quello di poter tornare nella terra dei loro padri. Una terra che, nei primi decenni del XX secolo, essi avevano lasciato da qualcosa come… duemila anni o duemilasettecento anni, e che pure era rimasta loro nel cuore (!). Anche se poi risulta che a loro era stata offerta la possibilità di tornarci fin dal tempo di Dario il persiano, e che nessuno, tanto meno i romani, li aveva costretti ad andarsene, o deportati. Sorge perciò il sospetto, più che giustificato, che si sia voluta prefigurare una specie di profezia post eventum: cioè che dopo la nascita del movimento sionista (inizialmente appoggiato solo da una piccola minoranza di ebrei della Diaspora), e soprattutto dopo la nascita dello stato d’Israele, nel 1948, si sia voluto presentare il “ritorno” degli ebrei in Palestina come una riappropriazione della terra dalla quale erano stati violentemente e ingiustamente cacciati. E questo a dispetto dell’evidenza che, durante il bimillenario periodo della Diaspora, una minoranza di ebrei aveva potuto restare indisturbata nelle sedi originarie, anche dopo la guerra di Eraclio e la conquista islamica, convivendo pacificamente con i nuovi abitanti arabi. Sulla stesa linea si pone la ritrosia a chiamare “diaspora” la dispersione o la deportazione di altri popoli, come a voler dare l’impressione che il solo popolo ad aver conosciuto la dispersione sia stato il popolo ebreo. Per la dispersione del popolo armeno, ad esempio, sia prima che dopo il genocidio del 1915-16, gli storici non usano, abitualmente, il termine diaspora; e nelle scuole, i libri e i professori fanno altrettanto. Strano, vero?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 09 Febbraio 2019

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 01 Gennaio 2020

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