lunedì, 21 Giugno 2021
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Pier Paolo Vergerio: quando il male viene dal Nord

Pier Paolo Vergerio (Capodistria 1498-Tubinga 1565): quando il male viene dal Nord. E’ il titolo di un romanzo dello scrittore Tomizza nel quale si rievoca la clamorosa conversione di un vescovo cattolico al protestantesimo di Francesco Lamendola  

«Il male viene dal Nord» è il titolo di un romanzo dello scrittore istriano (ma triestino d’adozione) Fulvio Tomizza, apparso nel 1984, nel quale si rievocano le vicende che accompagnarono la clamorosa conversione di un vescovo cattolico istriano, Pier Paolo Vergerio, al protestantesimo, nella seconda metà del XVI secolo. Ora, i vescovi, nella Chiesa cattolica, sono considerati come i legittimi successori degli apostoli, vale a dire i pastori del gregge, i fedeli custodi della sacra dottrina; ma che fare se i pastori diventano lupi e si mettono a seminare la confusione in mezzo alle pecorelle loro affidate?

All’indomani della cosiddetta Riforma protestante – che è stata, in effetti, una vera Rivoluzione, dal momento che non si propose di riformare il cristianesimo e tanto meno la Chiesa, ma di modificare profondamente l’uno e di distruggere, puramente e semplicemente, l’altra – sono stati tre i vescovi italiani che hanno fatto parlare di sé, per le simpatie da loro mostrate nei confronti delle posizioni luterane. Tutti e tre erano vescovi le cui diocesi si trovavano nel territorio della Repubblica di Venezia, a dimostrazione del fatto che quello era lo Stato italiano più esposto alla infiltrazione delle dottrine protestanti: vuoi per la sua posizione geografica, vuoi, soprattutto, per l’intensità delle relazioni commerciali esistenti fra la Serenissima e i Paesi tedeschi e per la presenza, a Venezia, di numerosi mercanti e di altre figure professionali provenienti dall’Impero, o dalla Svizzera, o dai Paesi Bassi, o, ancora, dall’Inghilterra e dai regni scandinavi.

Il primo è stato il vescovo di Bergamo, Vittore Soranzo (Venezia, 1500- Venezia, 1558), che subì due processi per eresia da parte dell’Inquisizione: il primo, nel 1551, conclusosi con una abiura segreta e con una assoluzione imposta al Sant’Uffizio direttamente da papa Giulio III, per scongiurare un gravissimo scandalo pubblico; il secondo, nel 1557, per volontà di papa Paolo IV, che si concluse con una condanna in contumacia, poche settimane prima della sua morte: in questo caso, tuttavia, le autorità della Serenissima negarono alla Santa Sede l’estradizione di Soranzo, che era un patrizio veneto e che godeva di altissime protezioni internazionali. In pratica, e per quanto la situazione fosse assai complicata, anche per l’intrecciarsi di rivalità personali alle controversie disciplinari e dogmatiche, ci sono pochi dubbi che Soranzo sia stato un attivo sostenitore di alcune idee luterane: fra le altre cose, aveva vietato a un frate francescano di predicare intorno al valore delle opere nella salvezza dell’anima, accanto a quello della fede (con l’astuto espediente di accusare costui di diffondere dottrine semi-pelagiane); aveva mostrato fastidio per il culto delle immagini, dei santi e della Madonna; e aveva espresso alcuni giudizi eterodossi in materia di transustanziazione. Inoltre, nel corso dei lavori del concilio di Trento, ai quali aveva partecipato, il Soranzo aveva mostrato di non ritenere che la Tradizione cattolica abbia lo stesso peso delle Scritture, anche se aveva espresso tali convinzioni – a differenza di Jacopo Nacchianti – in forma abilmente sfumata.

Il secondo era stato il vescovo di Chioggia, Jacopo Nacchianti (Firenze, 1502- Chioggia, 1569), il quale, come teologo, durante i lavori del Concilio di Trento aveva sostenuto la netta superiorità delle Scritture rispetto alla Tradizione (un tema che, significativamente, avrebbe rifatto capolino, anche se in forma non ufficiale, durante i lavori del Concilio Vaticano II e, più ancora, negli scritti di alcuni teologi e nella prassi di alcuni vescovi, durante gli anni post-conciliari) e che, in qualità di vescovo, si era frequentemente espresso contro una serie di manifestazioni della devozione popolare, come la devozione alle immagini e alle reliquie, assumendo, a volte anche in maniera irruente, delle posizioni le quali, piuttosto che eretiche in senso stretto, si potrebbero definire come “progressiste”, intendendo, con ciò, non solo molto aperte in ambito disciplinare e liturgico, ma anche, per taluni aspetti, in ambito dogmatico, nel senso di un ecumenismo e di una “spiritualità” assai vicina a quella sostenuta da uomini come i cardinali Giovanni Morone, che finì incarcerato, e Reginald Pole, protetto da Maria Tudor, ma richiamati a Roma dall’Inghilterra. Ricordiamo che esisteva un circolo, o un “partito”, degli spirituali, che contava anche personalità di altissimo livello nella gerarchia cattolica, propugnatore silenzioso di riforme alquanto audaci. Nacchianti fu processato ne 1548-49; non si sa esattamente come si sia concluso il procedimento a suo carico, comunque non vennero presi provvedimenti punitivi nei suoi confronti ed egli rientrò nei ranghi, continuando ad occupare la propria sede vescovile fino alla morte.

Il terzo personaggio è stato il vescovo di Capodistria, Pier Paolo Vergerio (Capodistria, 1498- Tubinga, 1565), il quale, a differenza degli altri due, dopo aver predicato apertamente dottrine molto simili a quelle di Lutero, finì per compiere il gran salto e fuggì dall’Italia, aderendo apertamente alla Riforma protestante, in Svizzera e in Germania. Vergerio (che non va confuso con il suo omonimo concittadino, umanista e pedagogista, nato a Capodistria nel 1370 e morto a Budapest nel 1444, noto anche come Pier Paolo Vergerio il Vecchio) subì due processi per eresia da parte dell’Inquisizione, il primo nel 1546, dal quale uscì assolto, il secondo nel 1549, in contumacia, essendo egli fuggito nei Grigioni, che si concluse con la sua condanna e, naturalmente, con la deposizione dalla carica vescovile, oltre che con la vana emissione di un mandato d’arresto nei suoi confronti.

La vicenda di Pier Paolo Vergerio è molto significativa di quel particolare momento storico in cui il clero italiano fu attraversato da un vento d’inquietudine, che non risparmiò le gerarchie vescovili e cardinalizie, e in cui le dottrine riformate, o talune dottrine ad esse molto vicine, iniziarono a diffondersi anche fra circoli ristretti, ma non insignificanti, di fedeli laici, mettendo in forse, sia pure per una brevissima stagione, la solidità dell’edificio gerarchico e dottrinale realizzato dalla Chiesa cattolica mediante il Concilio di Trento.

Essa è stata ben sintetizzata in una delle opere più importanti in lingua italiana sulle vicende della Riforma cattolica e/o Controriforma: «L’Inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo» di Andrea Del Col (Milano, Mondadori, 2066, pp.  306-308):

«… Il primo dei vescovi “spirituali” a essere colpito fu Pier Paolo Vergerio: fu accusato di eresia da una doppia denuncia presentata nel dicembre del 1544 al nunzio di Venezia e al Consiglio dei dieci dai superiori dei conventi di Capodistria, che erano contrari al rinnovamento religioso che egli aveva intrapreso nella diocesi.  Il processo formale iniziato a Venezia fu avocato a sé dal papa il 24 marzo 1546 e poi fu espressamente delegato al nunzio Giovanni Della Casa e al patriarca di Aquileia Giovanni Grimani, che evitò di farsi coinvolgere direttamente, data la sua vicinanza  ad alcune dottrine fondamentali della Riforma,  e nominò al proprio posto il vicario patriarcale di Venezia.

Pier Paolo Vergerio era nato nel 1498 a Capodistria da una famiglia illustre, ma non nobile né ricca.  Laureatosi in legge a Padova, era stato al servizio della Repubblica di Venezia come procuratore e giudice, nel 1533 era stato nominato nunzio apostolico  presso l’imperatore Ferdinando e si era adoperato per convincere i principi tedeschi  a partecipare al futuro concilio, premendo sulla Curia romana per una veloce convocazione. Eletto vescovo di Capodistria nel 1536, aveva continuato a irritare gli ambienti della Curia romana cercando insistentemente di farsi togliere l’obbligo di pagare ogni anno una discreta cifra a un ecclesiastico, favorito dal papa, togliendola dagli scarsi redditi del beneficio vescovile, e inoltre partecipando alle diete di Worms e Ratisbona nel 1540-41come inviato ufficioso di Francesco I. Stabilitosi in diocesi nel 1541, aveva avviato un’opera di riforma dei conventi e del culto dei santi, insegnando in privato dottrine vicine a quelle degli “spirituali” italiani, attorniandosi di predicatori eterodossi e consigliando la lettura di testi che più tardi sarebbero stati proibiti, quali il “Beneficio di Cristo” e il “Sommario della Sacra Scrittura”.

Le molte testimonianze raccolte dall’auditore del nunzio e dal vicario patriarcale di Venezia non contenevano prove cogenti dell’eresia di Vergerio e non ci è pervenuto il testo di ujn interrogatorio che egli subì. All’inizio il vescovo venne protetto dal governo veneziano, che nel gennaio-febbraio del 1546 fece sequestrare tutti i documenti della sua attività pastorale, così come richiesto dal nunzio, ma non li consegnò mai. Vergerio cercò anche di perorare la sua causa di persona durante il concilio di Trento nel gennaio del 1546, ma fu respinto dai legati pontifici. Il processo contro il vescovo si trascinò per alcuni anni senza costrutto, anzi Vegerio, allontanato dalla diocesi, si dedicò indisturbato a una vasta propaganda delle nuove dottrine in molte città e paesi importanti della Repubblica, in contatto con persone e gruppi che si proponevano una realizzazione pubblica della Riforma. Questa intensa attività si concluse soltanto in seguito all’intervento risolutore di un commissario speciale dell’Inquisizione inviato appositamente in Istria da Roma.

Il commissario Annibale Grisonio dimostrò infatti con una nutrita serie di processi dal 7 dicembre 1548 al 25 aprile 1549 a Capodistria, Pirano, Pola e con un ulteriore soggiorno nel giugno dello stesso anno, che le idee della Riforma erano molto diffuse e che la responsabilità ricadeva in buona parte sul vescovo capodistriano. Contemporaneamente  il papa, con due brevi dell’11 dicembre 1548, decise di ordinare al nunzio l’arresto di Vergerio e la sua consegna al legato di Bologna e intimò al vescovo di presentarsi a Roma entro un mese.  Il Consiglio dei dieci, convinto della pericolosità di Vergerio, dall’azione di Grisonio, cambiò opinione e il 19 gennaio 1549, contrariamente alle proprie abitudini, decise segretamente di fare arrestare il vescovo che pure era suddito della Repubblica veneziana e il 18 febbraio di estradarlo eventualmente a Roma. Pier paolo aveva già assistito a Padova nel dicembre del 1548 agli ultimi giorni di Francesco Spiera, morto disperato dopo aver abiurato le idee della Riforma, episodio che lo impressionò molto. Secondo quanto scrisse, fu questa esperienza a fargli decidere di lasciare l’Italia. Ma in realtà la sua fuga avvenne soltanto il 1° maggio 1549, dopo le decisioni gravissime prese dal Consiglio dei dieci, che quindi risultarono molto più efficaci del dramma interiore vissuto al capezzale di Spiera.

Vergerio dedicò il resto della vita a scrivere e diffondere libretti di aspra propaganda anticattolica ed ecletticamente riformata, quasi duecento, rimanendo alcuni anni nella Val Bregaglia [a cavallo fra Svizzera e Lombardia, a nord del Lago di Como] come pastore e ricoprendo nel 1554 l’incarico di cappellano alla corte del duca Cristoforo del Württemberg a Tübingen. Cercò anche di mediare nelle dispute religiose degli italiani esuli in Svizzera  e Germania e svolse una limitata attività diplomatica.  Collaborò inoltre alla gestione di una stamperia protestante a Urach, nella quale operò principalmente Primož Trubar,, il grande riformatore sloveno, traduttore della Bibbia  e padre della lingua scritta slovena e croata. Pier Paolo non si inserì mai del tutto in una Chiesa protestante e morì nel 1565.»

Senza voler entrare più di tanto nel merito della questione dogmatica, non possiamo non notare che l’attività di personaggi come i tre vescovi sopra citati, e i miti provvedimenti presi nei loro confronti (a eccezione di quelli riguardanti Vergerio, che però aveva rotto ufficialmente con la Chiesa ed era divenuto un pastore protestante a tutti gli effetti) inducono a qualche riflessione in controtendenza, rispetto all’immagine, ancor oggi prevalente, di una repressione durissima e di una sospettosa, estrema intolleranza, da parte della gerarchia cattolica, nei confronti di ogni sia pur minino accenno di simpatie per l’eresia luterana, nelle diocesi della Penisola italiana.

In particolare, non si può fare a meno di chiedersi quanto fosse tollerabile, da parte della Chiesa, il fatto che alcuni vescovi – i pastori del gregge – si adoperassero, dall’alto della loro posizione, dotata di autorità e prestigio, per diffondere, ora larvatamente, ora in maniera quassi aperta, dottrine e comportamenti che erano gravemente in contrasto con la Tradizione e che, richiamandosi principalmente all’autorità della Bibbia, presentavano oggettive convergenze con la Riforma protestante, vale a dire con un complesso di forze il cui scopo era, fin dall’inizio, la totale distruzione della Chiesa stessa, stante la negazione luterana di una distinzione fra clero e laicato e le sue ripetute affermazioni circa la natura diabolica del cattolicesimo (affermazione che non furono certo estranee alla barbarica violenza mostrata dalle soldatesche tedesche durante il sacco di Roma del 1527 ed al loro crudelissimo accanimento contro preti, frati e suore).

Una certa mentalità “progressista”, tuttora ben viva nell’ambito del cattolicesimo, e già venuta allo scoperto in diverse occasioni – prima con il movimento modernista, all’inizio del XX secolo, poi con certe prassi post-conciliari degli anni Sessanta e Settanta del ‘900, accompagnate dall’opera di certi teologi che si definiscono cattolici, ma che di cattolico hanno poco o niente – vorrebbe vedere in uomini come Soranzo, Nacchianti e Vergerio dei coraggiosi antesignani di una doverosa opera di rinnovamento e quasi come degli eroi, se non come dei martiri mancati: in ogni caso, come la testimonianza della chiusura, ottusa e retriva, del papato post-tridentino.

Ora, la domanda che ci poniamo è molto semplice. Uomini come Jacopo Nacchianti, il quale – come ci viene riportato da fonti documentarie – sorrideva con aria di superiorità, quando vedeva le vecchine inginocchiate a pregare davanti all’altare di qualche santo, nella loro chiesa, e commentavano la scena con parole sprezzanti, rivolgendosi ai propri sacerdoti, si consideravano, evidentemente, gli esponenti di una religione “illuminata”, di contro a una religiosità popolare intrisa di elementi oscurantisti e superstiziosi.

Ma è questo il tipo di atteggiamento che si richiede al pastore di una diocesi: di schernire la religiosità delle vecchine e di portarla ad esempio di come NON si dovrebbe adorare Dio? Le parole sprezzanti, o quanto meno cariche di sufficienza e di alterigia, adoperate da quei vescovi nei confronti delle immagini sacre, del culto dei santi e della stessa devozione mariana, rientrano nei doveri di un vescovo, o non sono, piuttosto, un tradimento della sua missione? Più in generale: pur se esistono, indubbiamente, forme di religiosità popolare sconfinanti nella superstizione e nella magia, il compito dei vescovi è quello di illuminare i fedeli, insegnando loro la giusta distinzione fra vere e false dottrine, oppure quello di ergersi a giudici di forme devozionali che essi guardano dall’alto in basso, e per le quali non mostrano la minima forma di comprensione, la più pallida sensibilità, quasi che esistessero due religioni cattoliche: quella delle persone colte e quella delle masse ignoranti?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28 Aprile 2015

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 01 Gennaio 2020

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