venerdì, 18 Giugno 2021
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Renzo De Felice e la persecuzione antifascista

Renzo De Felice e la “Persecuzione antifascista”. Il suo obiettivo storiografico era quello di “comprendere” il fascismo e non di “condannarlo” ma questo fu sufficiente per attizzargli contro tutta “l’ira ideologica” dei faziosi di Roberto Bonuglia

Benedetto Croce scrisse che la storiografia non dovesse assumere le fattezze di un “tribunale” volto a processare gli uomini del passato: le aule di giustizia servono per i vivi. Chi non lo è ha già sostenuto il giudizio del proprio tempo e non può essere assolto o condannato due volte [1]. Osservazione acuta, ma spesso disattesa dalle pagine scritte entro gli italici confini del Regno di Clio: terreno aspro, impervio e piuttosto incline a rovinosi scivoloni se consideriamo il genere a cui si riferiva Croce: la biografia politica.

Apprezzata nella cultura storica dei paesi anglo-sassoni e franco-tedeschi, essa ha trovato scarso favore tra gli italiani, sempre divisi per scelte ideologiche e valori civili tanto da storpiare – facendone apologia o condanna pregiudiziale – il genere biografico. Due le felici eccezioni: il Cavour di Rosario Romeo e il Mussolini di Renzo De Felice. La prima apprezzata e dimenticata, la seconda ben più nota. Quest’ultima sia per l’oggetto di studio – la Buonanima come lo storico amava chiamarlo in privato –  sia per gli anni in cui fu pubblicata, era predestinata a suscitare un certo clamore che non risparmiò lo stesso autore delle 7.000 pagine più strumentalizzate d’Italia. La vita dello storico, nel bene e soprattutto nel male, non fu più la stessa.

De Felice era nato a Rieti nel 1929 e pur zoppicando negli studi liceali – a causa di un mai semplice rapporto col padre e della traumatica perdita della madre – si iscrisse comunque a Giurisprudenza per poi passare a Filosofia e laurearsi a Roma nel 1954 in Storia Moderna con lo storico liberale Federico Chabod. Ma già prima di discutere la tesi De Felice aveva conosciuto e subìto il fascino dello storico Delio Cantimori (all’epoca marxista): lo confermano i toni confidenziali di alcune lettere [2] ed i suoi primi contributi pubblicati dall’Istituto Gramsci e Mondo Operaio. In entrambi assunse la linea cantimoriana che considerava il Risorgimento diretta filiazione della Rivoluzione Francese attraverso l’esperienza dei giacobini italiani. Furono anni “non di solo studio” per De Felice, ma anche di impegno politico – nelle fila del Pci, da cui uscirà nel 1956 – come attestano i due “fermi” rimediati dall’Ufficio politico della Questura di Roma nel 1950 nel corso di una manifestazione contro l’impiego dell’atomica e dall’Ufficio di P.S. “Viminale” nel 1952 per aver tentato di contestare «la venuta in Italia del generale americano Ridgway» [3].

Ma l’influsso del «patriarca della storiografia marxista» [4] Cantimori su De Felice fu soprattutto metodologico. É la “ricerca” il terreno su cui si consolidò il rapporto tra l’allievo e il «maestro fiorentino» [5]: Cantimori trasmise il principio etico-metodologico che ispirò il defeliciano “senso della storia” come affermazione dell’autonomia dell’intendere storico dalle tendenze irrazionalistiche, reazionarie o di vario conformismo. Ed il dominio dei propri sentimenti politici e l’autocontrollo ideologico divennero i presupposti delle pagine dello storico reatino.

Nel 1961 sarà la Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo a segnare l’inizio dell’esposizione di De Felice. Non era certo un tema facile che lo studioso affrontò, però, in modo impeccabile, facendo «parlare i documenti» [6] allo scopo di tutelare la realtà documentaria utilizzata contro ogni tipo di possibile pregiudizio storiografico. Incipit metodologico ben riassunto dalla prefazione di Cantimori che apprezzava i tratti principali del volume come storia qua talis: il distacco ideologico, l’impiego di documenti originali, la minuziosità dell’indagine, l’oggettività dell’esposizione.

Tratti che saranno rinvenibili anche nell’opera monumentale di De Felice dedicata a Mussolini e che Cantimori incoraggiò convinto com’era che fossero maturi i tempi per favorire un approccio intellettuale al fascismo diverso dal consueto anatema storico-ideologico che lo storico romagnolo considerava il più repellente dei moralismi. E così, nel 1965, De Felice pubblicò il primo volume della biografia di Mussolini che avrebbe cambiato per sempre la storiografia italiana e segnato altrettanto irrimediabilmente la sua vita. Se infatti da una parte sono ben noti i riconoscimenti ricevuti, molto meno lo sono i problemi che tale opera provocò allo storico.           

All’epoca, avvicinarsi soltanto allo studio del fascismo “facendo parlare i documenti” e non utilizzandoli in modo fazioso per dimostrare tesi pregiudiziali, rappresentò una vera e propria rivoluzione. Lo fu anche in seno alla stessa casa editrice Einaudi, dove De Felice trovò non poca indifferenza come evidenziano i verbali “dei mercoledì di Via Biancamano” [7]: nessuna considerazione per il lavori del giovane storico “modernista” e – solo dopo il fatidico 1956 – l’affidamento di un tema da “contemporaneista” certo non semplice. Nell’imboccare le «improvvise e pericolose strade» [8] di ricerca affidategli, gli “anticorpi” marxisti maturati da De Felice non bastarono a ripararlo dalle condanne personali, dalle invidie accademiche, dalle censure editoriali e dalle recensioni negative di chi invece aveva orientato la propria azione ad «una facile popolarità e al furbesco tornaconto politico e/o personale che hanno determinato, dal ’68 in poi, la conversione filocomunista di tanta parte del ceto intellettuale italiano» [9]. E qui iniziano i problemi.

Già in una nota del volume del 1961 la segnalazione della partecipazione a Vienna dell’allora segretario del Partito Radicale Leopoldo Pacciardi ad un convegno su Razza e Diritto nel 1939 suscitò un vespaio di polemiche e l’inizio della campagna di «rappresaglia politica» contro De Felice che nel 1962 fu immeritatamente bocciato al concorso per la libera docenza in Storia Moderna: registi dell’operazione, non a caso, Giorgio Spini e Armando Saitta, entrambi accademici della tradizione azionista – cioè vicino ai “radicali” – e comunista.

Nel 1964 a De Felice fu commissionata la voce “Fascismo” in un’importante enciclopedia tedesca: quando l’Autore ricevette le bozze corrette, ben 14 delle 37 pagine – dattilografate con cura con la sua Olivetti portatile – erano state censurate. De Felice si rifiutò di firmare quel testo la cui versione integrale vide luce solo nel 1997. Nel 1969 un triste deja vu: la voce “Arturo Bocchini” – redatta da un assistente di De Felice per il Dizionario Biografico degli Italiani – viene emendata dai contenuti ritenuti politicamente scorretti dai redattori della Treccani coordinati da Alberto Maria Ghisalberti [10]. Il motivo? Aver riportato, per dovizia storiografica, alcuni giudizi di esuli antifascisti sulla correttezza amministrativa del Bocchini, responsabile apicale dell’apparato poliziesco del regime dal 1926 al 1940.

Nel 1968 – venuto a mancare Cantimori due anni prima – fu solo grazie a Romeo che De Felice ottenne l’incarico di ordinario presso il Magistero di Salerno. Nel 1972, pur ottenendo il trasferimento a Roma, De Felice trovò la resistenza di Guido Quazza e Mario Bendiscioli tanto che la relazione della commissione pur riconoscendo «l’importanza dei risultati raggiunti nell’ampia biografia di Mussolini» rilevò tuttavia «una certa sproporzione fra la ricostruzione biografica e l’analisi dei processi strutturali». L’altro membro, Nicola Matteucci, ricordò che la promozione – in genere semplice da conseguire – fu contrastata e decisa solo «dopo una lunga ed estenuante battaglia» e «a maggioranza. Il che fu per molti un vero scandalo».

Nel 1974 fu pubblicato Mussolini il duce. Vol. I: Gli anni del consenso, 1929-1936. In esso De Felice ribadiva il suo netto rifiuto di qualsiasi accomodamento in cambio della propria tranquillità. La sua intransigenza nello studio non lo fece vacillare e con ferma consapevolezza della propria missione di storico non ebbe paura di affrontare anatemi storiografici e processi ideologici pur di affermare una verità storica fin lì volutamente ignorata e/o censurata: «l’essere stati il fascismo e Mussolini anzitutto assai popolari tra gli italiani del Ventennio» [11].

L’obiettivo storiografico di De Felice era quello di “comprendere” il fascismo e non “condannarlo”. Ma questo fu sufficiente per attizzargli contro l’ira ideologica dei faziosi, il rifiuto culturale dei conformisti, l’indifferenza dei mentalmente pigri secondo i quali gli italiani non avevano espresso alcun consenso verso il Duce che si era impossessato del potere con la forza e con l’inganno. Ma i documenti dicevano il contrario e i problemi per De Felice continuavano.

Nel 1975 con l’Intervista sul fascismo, rilasciata a Michael Ledeen deflagrò l’invidia di coloro che non sopportarono di leggerlo intervistato da un giornalista americano: Franco Ferrarotti su Paese Sera gli imputò di considerare il fascismo un capitolo chiuso del ’900; Leo Valiani sul Corriere della Sera parlò di «insensibilità morale»; Paolo Alatri su Il Messaggero di «incompetenza storiografica»; Nicola Tranfaglia su Il Giorno di una «completa riabilitazione del fascismo compiuta da uno storico». Altri lo accusarono di «storiografia afascista» e «qualunquismo storiografico». Autorevole, ma isolata fu invece la reazione di Romeo il quale trovò il coraggio di denunciare ciò che De Felice stava subendo: «una reazione isterica, che in più casi ha sfiorato i toni della denuncia e del linciaggio» e nel cui rumore lasciava udire «echi di rituali vergognosi nella violenza con la quale si è indicato lo studioso alla pubblica esecrazione» [12].

Una nota della Stasi del novembre 1977 rivelava che l’organizzazione per la sicurezza e lo spionaggio della Germania dell’Est ben conosceva De Felice. Non era passata inosservata una consulenza – svolta per il Tribunale internazionale sulla violazione dei diritti dell’uomo nell’URSS, voluto dal Premio Nobel per la Pace Andrej Sacharov – che aveva accusato proprio la RDT di violazione dei diritti umani: «il breve rapporto della Stasi fa riferimento alle attività di De Felice nella “fase preparatoria”, dunque non pubblica, dei lavori» [13].

Dieci anni dopo furono due interviste [14] a scatenare il putiferio e un nuovo tiro al piccione. Lo storico era incolpato di aver affermato che il sistema pregiudiziale di cui si nutriva il «quasi-established antifascism that had undergirded Italian political life since World War II» [15] stesse perdendo «significato e valore anche di fronte all’opinione pubblica». Era una verità scomoda ma sacrosanta, soprattutto negli ultimi anni della Prima Repubblica visto che «un discorso d’innovazione del sistema politico incontra naturalmente il problema del revisionismo storico: se si deve passare ad una nuova Repubblica, è ovvio che ci si debba liberare dei pregiudizi su cui è fondata la vecchia». Sappiamo bene com’è andata e come sta andando, purtroppo. 

Nel frattempo l’attività accademica dello storico reatino si svolgeva tra scorribande di “autonomi” durante le sue lezioni sovente interrotte o impedite del tutto senza che ciò suscitasse reazione alcuna nei colleghi di facoltà. Era solo l’anticipo.

De Felice dovette convivere con questo clima ostile. E più andava avanti con la sua ricerca più le truppe ostili a lui, al suo metodo e ai campi di osservazione scelti si infoltivano. Nel 1979 fu costretto a lasciare la Facoltà di Lettere trasferendosi a quella di Scienze Politiche. Nel 1988 venne attaccato dalla rifondata Lotta Continua che propose l’esclusione fisica del docente dalla Sapienza. Fu l’allora poco onorevole Paolo Cento che nel pieno dei suoi anni poco verdi e molto bianconeri – come la kefiah che indossava quel 15 marzo – fu portavoce dei contestatori. De Felice li ricevette e poi, senza paura, fece lezione. E che lezione! Come ricorda un suo allievo Giuseppe Parlato: «L’aula era strapiena e i primi banchi erano occupati da finti studenti vestiti con un improbabile e ormai desueto eskimo […] Ovviamente, nessun professore, tanto meno il preside della facoltà era venuto a portare un minimo di solidarietà al collega minacciato»[16].

Non era amato De Felice dai suoi colleghi. E di ciò poco pare gli importasse. Giovanni Aliberti, erede della sua Cattedra, ricorda: «Robustello, appena claudicante, una lieve balbuzie a intopparne la naturale facondia, salace e burlone, nulla in lui del “barone” accademico: né sussiego, né spocchia, né seriosità […] Amava intrattenersi coi giovani leoni della facoltà che ambivano alla storiografia e alla carriera accademica, preferiti ai suoi colleghi […] Lui si rifugiava con noi in modeste pizzerie e trattorie cittadine, dove teneva banco gareggiando nel cibo ed altresì motteggiando» [17].

Anche a Paolo Mieli non sfuggì il suo insolito modo di intendere l’Accademia: «Al contrario di tutti o quasi i docenti che avevo incontrato, non aveva una “scuola” fatta unicamente di giovani che la pensavano come lui […] Per gli assistenti e per i collaboratori di un professore di sinistra, poteva al massimo variare la gamma dell’impegno in quella parte politica: si poteva essere comunisti ortodossi, psiuppini, extraparlamentari e via dicendo, ma sempre entro un certo ambito culturale. De Felice, no» [18].

Nel 1993 gli venne chiesto di curare l’edizione di un libro postumo: Alla guida del Clnai di Alfredo Pizzoni. Non era certo colpa di De Felice se l’autore suggeriva giudizi pesanti sulla «moralità della Resistenza, su Merzagora, peggio su Pertini» [19]. L’Einaudi, forte del finanziamento ricevuto dal Credito Italiano – di cui Pizzoni era stato dirigente –, stampò il libro ma non lo distribuì.

Nel febbraio 1996 due molotov furono lanciate contro il balcone della sua abitazione romana a Monteverde. Lo storico era in ospedale poiché già malato e aveva bisogno di cure. Una settimana prima il Collettivo studentesco della Facoltà di Scienze Politiche aveva distribuito un volantino contro il suo libro-intervista Rosso e nero definito come «l’ultima pallottola sparata alle spalle della nostra memoria storica, un prolungamento delle torture che i comunisti e i partigiani subivano dai boia fascisti di via Tasso» [20]. A nessuno venne in mente di dare una scorta al più grande storico che avevamo. Il motivo di tanto odio lo espresse bene François Furet: «De Felice ha subito forti critiche da parte degli storici antifascisti perché non era comunista. E poiché l’antifascismo è stato manipolato dal movimento comunista per nascondere la natura totalitaria del regime sovietico, De Felice è stato perseguitato per aver osato alzare quel velo» [21]. E ci riuscì bene, animato da un «profondo spirito laico e terreno» che gli ha garantito «non solo l’autonomia storiografica della propria ricerca, ma anche l’onestà intellettuale e l’intransigenza morale necessarie per affermarla» [22].

Nemmeno la sua morte (25 maggio 1996) calmò il livore degli invidiosi: nel 2005 l’allora Sindaco di Roma Walter Veltroni propose di intitolare una via alla sua memoria. Il Corriere della Sera lodò la proposta come «una sorta d’indennizzo morale rispetto alla lunga stagione di “linciaggio” da parte della sinistra». Pronta arrivò l’immancabile e piccata condanna di Tranfaglia che bollò come “favola” e “leggenda mediatica” l’elenco dei torti subiti da De Felice [23]. Ai limiti del paradosso, poi, la mistificazione di Gustavo Corni il quale fornì, nel 2011 [24], «come prova del legame di De Felice con i movimenti neofascisti, il fatto che il funerale dello storico aveva dato luogo a una manifestazione di giovani del Msi, con esibizione di saluti romani, gladi sguainati e gagliardetti» [25]. Peccato che ciò fosse accaduto durante le onoranze funebri di un altro storico epurato oltre che perseguitato per decenni, Gioacchino Volpe.

Furono questi gli ennesimi attacchi, stavolta persino postumi, di quei «sacrestani della cultura» [26] accecati dall’acredine personale e dall’invidia accademico-scientifica i quali gli rimproveravano «di aver iniziato, con la sua biografia di Mussolini e con altri scritti, una revisione storiografica che, a loro avviso, si inserirebbe in una corrente internazionale di rivalutazione del fascismo e del nazismo. […] Ma questa affermazione è calunniosa. De Felice è un grande storico» [27].

Lo scrisse Leo Valiani, uno dei pochi a comprendere che lo storico, se vuole essere degno della benevolenza di Clio, «non ha il compito di infierire sui nemici del passato. Deve comprenderli».

Note:

[1] Cfr., B. Croce, La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1966, p. 36.

[2] Cfr., le lettere di Renzo De Felice a Delio Cantimori del 29 ottobre e del 17 novembre 1954, in Archivio della Scuola Normale Superiore di Pisa.

[3] Archivio Centrale dello Stato, Ministero degli Interni, Gabinetto, b. 356, fasc. 17031/69T, lettera del 1958 del capo della Polizia al Gabinetto del Ministro.

[4] R. De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M.A. Ledeen, Bari, Laterza, 1975, pp. 1-2.

[5] P. Simoncelli, Renzo De Felice. La formazione intellettuale, Firenze, Le Lettere, 2001, p. 16.

[6] R. De Felice, Introduzione a Id., Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1961, pp. III-IV.

[7] Cfr., T. Munari (Ed.), I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi. 1953-1963, Torino, Einaudi, 2013.

[8] P. Simoncelli, Il caso. De Felice e i silenzi dell’Einaudi, in «Avvenire», del 5 dicembre 2013.

[9] G. Aliberti, Introduzione: la storiografia di Renzo De Felice, in Renzo De Felice. Il lavoro dello storico tra ricerca e didattica, Milano, Led, 1999, p. 17.

[10] “Certo che ricordo bene quella storia”- racconta Piero Melograni, in «Corriere della Sera», dell’8 febbraio 2005.

[11] G. Aliberti, Il riposo di Clio, Roma, e-doxa, 2005, p. 44.

[12] R. Romeo, No al linciaggio, in «Il Giornale», del 19 luglio 1975.

[13] P. Simoncelli, E la Stasi spiò De Felice, in «Avvenire», del 13 dicembre 2012.

[14] R. De Felice, Le norme contro il fascismo? Sono grottesche, aboliamole, in «Corriere della Sera», del 27 dicembre 1987 e Id., Renzo De Felice: “La costituzione non è certo il Colosseo”. Lo storico risponde alle polemiche sulla sua intervista, in «Corriere della Sera», del 7 gennaio 1988.

[15] B.W. Painter Jr., Renzo De Felice and the Historiography of Italian Fascism, in «The American Historical Review», vol. 95, n. 2, aprile 1990, p. 391.

[16] G. Pansa, La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti, Milano, Sperling&Kupfer, 2006, p. 407. 

[17] G. Aliberti, Il riposo di Clio, cit., p. 43.

[18] P. Mieli, Un docente negli anni della “contestazione”, in Renzo De Felice. Studi e testimonianze, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2002p. 111.

[19] P. Simoncelli, De Felice-Saitta censurati dall’ideologia, in «Avvenire», del 22 maggio 2016.

[20] Cfr., F. Peronaci, Due molotov, De Felice nel mirino, in «Corriere della Sera» e M. Lugli, Attentato alla casa di Renzo De Felice, in «Repubblica», entrambi del 16 febbraio 1996.

[21] F. Furet, De Felice perseguitato perché non comunista, in «Corriere della Sera», del 29 giugno 1996.

[22] G. Aliberti, Introduzione: la storiografia di Renzo De Felice, cit., p. 17.

[23] N. Tranfaglia, Il “Corriere” e la favola del “povero accademico”, in «l’Unità», del 12 novembre 2005.

[24] Cfr., G. Corni, Introduzione a Fascismo: condanne e revisioni, Roma, Salerno Editrice, 2011.

[25] E. Di Rienzo, Renzo De Felice: una vita difficile. Nel ventennale della scomparsa, in «Nuova Rivista Storica», vol. C, f. III, del settembre-dicembre 2016, p. 1035.

[26] G. Degli Esposti, I sacrestani della cultura, intervista a Renzo De Felice, in «La Nazione», del 22 febbraio 1976.

[27] L. Valiani, Non toccate De Felice!, in «Corriere della Sera», del 23 novembre 1992.

Roberto Bonuglia

Del 04 Maggio 2020

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