martedì, 15 Giugno 2021
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Invidia più che ideologia: l’epurazione strumentale di Gioacchino Volpe

Invidia più che ideologia: “l’epurazione strumentale di Gioacchino Volpe”. Fu tra le vittime di Don Benedetto Croce che, indossate le vesti dell’eminenza grigia trasformò «la ricostituzione dei Lincei in un’epurazione severissima» di Roberto Bonuglia

Da Francesco Guicciardini a Indro Montanelli sono molti gli intellettuali, i giornalisti e gli storici nostrani che, nel corso degli anni, si sono misurati nella narrazione più o meno monumentale della “Storia d’Italia”. Uno di questi, Benedetto Croce – quando a Meana di Susa cominciò la stesura della Storia d’Italia dal 1871 al 1915 –, scrisse: «Mi costa uno sforzo penoso attendere alla storia che mi sono proposto di scrivere come dovere da adempiere verso i miei connazionali» [1]. Quello provato dal filosofo abruzzese fu, dunque, una sorta di «“dovere” di carattere civile e lontano da ogni retorica» [2] che lo portò ad addentrarsi nei meandri della nostra storia.

Tra coloro i quali intrapresero questa scelta provando ad assolvere questo “gravoso compito”, uno su tutti, lo fece con rara capacità narrativa trascinando il lettore dagli abissi dell’umanità agli orizzonti delle passioni umane che agitano il Regno di Clio e in modo impeccabile dal punto di vista metodologico. Ad oggi, è il più ignorato di tutti: Gioacchino Volpe.

Nato a distanza di pochi anni e pochi km dal ben più famoso e celebrato Croce, Volpe insegnò Storia moderna presso le Università di Milano (dal 1906) e Roma (1924-40). Tra le sue opere più rilevanti vanno ricordate Il Medioevo (1927), L’Italia in cammino (1927), Italia moderna (1943-52). Fu uno studioso il cui genio non si esaurì nella pura e semplice “compilazione”: fu Accademico d’Italia e Segretario dell’Accademia (1929-34); socio nazionale dei Lincei (1935-46); direttore della Rivista storica italiana (1935-42) e della sezione di Storia medievale e moderna dell’Enciclopedia Italiana.

Gli studi volpiani seguirono un preciso criterio cronologico dimostrando una devota ortodossia al servizio di Clio: iniziò dal Medioevo con originalità. Fu il primo a studiare le eresie medievali come espressione dei conflitti sociali dell’epoca e non più come «un capitolo della storia del dogma e delle religioni […] ma come un capitolo della comune storia» [3]. Non esitò a considerare la «contaminazione di uomini e diritti e usi» [4] avvenuta tra Lambardi e Romani a partire dal XI secolo come l’origine del popolo italiano. Riservò particolare attenzione alla descrizione delle classi sociali e della vita quotidiana degli uomini comuni. Altresì felici furono le intuizioni storiografiche evidenziate nelle sue pagine sulla rinascita demografica ed economica dopo l’Anno Mille. Introdusse infine nella storiografia italiana la propensione a elaborare “grandi quadri d’insieme” come quando sostenne la necessità di ricercare il profilo autentico del Rinascimento in un “fatto sociale”.

Proseguendo la sua attività si misurò con la storia più prossima a sé e alla sua generazione, proprio come fece Croce. Ma rispetto al ben più famoso filosofo, Volpe non avvertì il “peso” di misurarsi con la storia italica. La sua era piuttosto una “passione” che ben descrisse nella prolusione al suo Corso di storia politica moderna (1925) presso l’Università di Roma: «Pochi Paesi hanno una storia così irregolare e varia, così piena di contrasti, così piena di luci e di ombre nel tempo e nello spazio, così mescolata con la storia degli altri, condizionata dagli altri e pur capace di condizionare gli altri, come il nostro Paese e le genti che lo hanno popolato». Le differenze con Croce sarebbero emerse due anni dopo nelle pagine de L’Italia in cammino nelle quali Volpe ribaltò la priorità attribuita dall’approccio crociano alla storia delle idee ponendo altresì al centro dell’analisi la protesta sociale del Mezzogiorno e i connessi problemi dell’emigrazione. 

Differenze sostanziali, certo, ma che in quegli anni assumevano i contorni della novità e del coraggio storiografico: lo stesso Croce aveva già riconosciuto, anni prima, al giovane Volpe un’insolita volontà di rinnovamento dei canoni interpretativi allora invalsi negli studi storici e un invidiabile «fine realismo». Erano entrambi tratti distintivi dello storico di Paganica fin dai suoi esordi come dimostra la sua recensione al volume di Carl Neumann Byzantinische Kultur Und Renaissancekultur – pubblicata in Germania nel 1903 – che Croce accolse molto favorevolmente tanto da ripubblicarla due anni dopo nella sua rivista «La Critica».  

Di fronte ad un acume storiografico così invidiabile, come mai oggi pochi sanno dell’esistenza di uno storico di tal fatta per il quale anche Gaetano Salvemini ebbe giudizi più che lusinghieri? Quale il motivo del suo ingiusto oblio?

Non sarà certo sfuggito al lettore più attento che l’ultima delle cariche ricoperte dall’instancabile organizzatore di cultura quale fu Volpe, non supera la metà degli anni ’40. Morte lo colse? Niente affatto: lo storico morì “solo” nel 1971. Che successe in questi trent’anni di vuoto apparente?

Volpe fu vittima di un’epurazione di cui pochi parlano e ancor meno scrivono: quella antifascista che nell’Accademia assunse contorni ben diversi da quelli ideologici e fu messa al servizio delle dipendenze, delle invidie e delle appartenenze cattedratiche. La colpa “ufficiale” di Volpe era stata quella di essere stato eletto nel cosiddetto listone fascista al Parlamento della XXVII legislatura.

Meritava l’oblio lo storico abruzzese? Di quali reati si macchiò da “accademico fascista”? Paradossalmente il reato di Volpe fu quello di essere, anche nel Ventennio, un intellettuale riservatosi fino all’ultimo il diritto di critica: un galantuomo lontano da mezzucci ideologici; un candido, a suo modo, a proprio agio lontano dai corridoi del potere e solo fra le “sudate carte” dove non c’era posto per faziosità ideologiche e pregiudizi di parte come impone il più rigoroso metodo di indagine storica. La colpa di Volpe fu quella di mettere l’ardore accademico prima di tutto, anche di quello politico: come quando si adoperò nei confronti di Mussolini per la liberazione dal confino e la concessione del passaporto a Nello Rosselli, suo vecchio allievo, e ad alcuni amici dei Rosselli, tra cui Piero Calamandrei.

Bastava tutto ciò per meritarsi un castigo di tal fatta? Certamente no. Volpe dimostrò con la sua bibliografia e la sua biografia di essere uno storico di prim’ordine. Che ebbe, a differenza di Croce, non seguaci ma allievi e tutti più che validi come dimostra l’elenco dei giovani rampolli formatisi alla sua Scuola di storia moderna e contemporanea di Roma: Federico Chabod, Walter Maturi, Carlo Morandi, Ernesto Sestan, Delio Cantimori, Ruggero Moscati, Franco Valsecchi, Aldo Romano, e molti altri [5].

Allievi e non seguaci perché Volpe negli anni in cui gli fu permesso di esercitare il suo magistero lo fece intendendo la propria missione non come quella di un accademico volto a creare il proprio feudo di collaboratori fedeli nelle beghe accademiche e negli orti oricellari di machiavellica memoria, ma come un intellettuale che proponeva «un momento comune di indagine, che si limitava nel più dei casi non a fornire risposte ma a suscitare domande» [6]. Quesiti storiografici che i giovani studiosi avrebbero avuto il compito di rilanciare in grande autonomia, per aprire nuovi campi di indagine storica nei quali discente e docente avrebbero potuto e dovuto ritrovarsi per riconoscersi in un organico percorso di ricerca come impone il mestiere dello storico inteso in senso ortodosso evitando ogni propaggine ideologica, partitica e, soprattutto, partigiana.

Ma non solo questo modo di intendere la propria missione di storico fu scomodo per Volpe. Era il suo acume storiografico ad essere mal tollerato dai più modesti storici di partito del primo dopoguerra – questi sì, ortodossi nel senso peggiore del termine – che arrivarono a proporre e ottenere la sua epurazione dall’insegnamento universitario e, dal 31 luglio 1944, il suo accantonamento «dalla vita culturale del Paese, grazie a una ben orchestrata campagna di persecuzione» [7]. L’artefice di questa decisione fu il Ministro azionista Guido De Ruggiero che – campione di coerenza – aveva lui stesso giurato, in ossequio al Regio Decreto n. 1227 del 28 agosto 1931, fedeltà al Regime.

Volpe tra il 1944 e il 1948 dovette vendere i libri della sua libreria per sbarcare il lunario il che, per uno storico, «vale quanto vendere la propria moglie e forse di più» [8]. Una punizione resa ben più severa dal fatto che la cattedra di Storia non la ottenne certo coi favori del Regime, ma la vinse regolarmente ben prima, in età giolittiana, grazie ai titoli che già poteva vantare. Ciò nonostante venne prima “sospeso” e poi “dispensato dal servizio” da una Commissione presieduta da Luigi Salvatorelli: storico anch’egli che mai riuscì a competere con l’ars historica volpiana tanto da aver già abbandonato l’insegnamento in tempi non sospetti (febbraio 1922) per un incarico molto meno impegnativo dal punto di vista storiografico ma ben più redditizio: la vicedirezione de «La Stampa» di Torino.

Anche il profilo del regista dell’operazione che portò all’espulsione di Volpe dal Regio Istituto Lombardo di Scienze e Lettere di Milano il 29 dicembre 1945 presta il fianco a qualche perplessità sui reali motivi di accanimento, in quegli anni, nei confronti dello storico di Paganica. Ci si riferisce ad Antonio Banfi, la cui coerenza è ben riassunta dalla sua biografia: adesione al Manifesto degli intellettuali antifascisti, insegnante presso la Scuola di Mistica fascista, allievo – tra i meno eccelsi – di Volpe nel suddetto Istituto, deputato all’Assemblea Costituente e, infine, dirigente del PCI.

Ma fu l’epurazione di Volpe all’Accademia dei Lincei la vicenda forse più triste e dolorosa poiché, in questo caso, il fautore del provvedimento fu proprio Croce che lodò sì, nel 1903, il giovane storico ma, quarant’anni dopo, non esitò a snobbare l’ordine alfabetico nel redigere la lista dei proscritti iniziando, guarda caso, proprio dalla V di Volpe.

Era un’occasione troppo ghiotta per Don Benedetto che – indossate le vesti dell’eminenza grigia – trasformò «la ricostituzione dei Lincei in un’epurazione severissima» [9] inaugurando la damnatio memoriae di Volpe, colpevole ai suoi occhi di aver riscosso con l’Italia in cammino – non da intellettuali in “camicia nera”, ma da giovani fuoriusciti come Giorgio Amendola – più stimati apprezzamenti della crociana Storia d’Italia dal 1871 al 1915.

Per questo e non per motivi politici Volpe divenne un nemico giurato reo – secondo Croce – di aver fornito l’immagine di un’Italia che «cammina, ma non pensa, non sogna, non medita, non si critica, non soffre, né gioisce: cammina» [10]. Ma altro che camminare, ne L’Italia in cammino Volpe correva e doppiava le pagine di Croce sia per applicazione del metodo storico sia per talento narrativo. E lo faceva incassando lusinghieri giudizi che non venivano – come fu per Don Benedetto – dai protagonisti politici delle vicende ricostruite, ma da lettori ben più qualificati del suo tempo e non certo vicini al suo salotto o al Regime.

Epurato dai Lincei, Volpe dovette persino presentarsi «dinnanzi alla Corte d’Assise di Roma per rispondere dell’accusa di aver commesso “atti rilevanti antecedenti al 1943”» [11]. Un procedimento assurdo, inevitabilmente archiviato poi nel 1947. Ma ormai a Volpe tutte le porte erano state chiuse e la sua epurazione, anche dopo la morte di Croce, fu definitiva. E le motivazioni dell’archiviazione, più che una riabilitazione, suonarono come una beffa: «L’attività del prof. Volpe, sia come deputato sia come accademico d’Italia, fu diretta allo sviluppo della cultura e delle scienze, e non ebbe se non pallidi riflessi politici nel campo intellettuale, dove soltanto poté far sentire la sua influenza» [12].

Un esilio in patria, quello di Volpe, che «mette a nudo le miserie consuete di gente attruppatasi in corporazione» [13] e continuò fino alla sua morte. E che oggi come ieri impone, in virtù della qualità dell’opera volpiana, una sua lettura che consigliamo a chi non ha paura di perdersela in nome – per dirla paradossalmente proprio con Croce – di un «“dovere”, di carattere civile, lontano da ogni tipo di retorica» [14].

Clio ve ne renderebbe sicuramente merito.

Note:

[1] Cfr., B. Croce, Taccuini di lavoro, vol. I-VI, Napoli, Arte Tipografica per l’Istituto italiano di Studi Storici, 1987.

[2] R. Ruggiero, Benedetto Croce: Storia d’Italia dal 1871 al 1915 e Storia d’Europa nel secolo decimo nonoL’incipit e la tradizione letteraria italiana, vol. 4, Il Novecento, Lecce, PensaMultimedia, 2013, p. 261.

[3] G. Volpe, Prefazione alla prima edizione di Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medievale italiana, Firenze, Vallecchi, 1922, ora in Id., Storici e Maestri, Firenze, Sansoni, 1967 p. 232.

[4] G. Volpe, Prefazione a Toscana medioevale: Massa Marittima, Volterra, Sarzana, Firenze, Sansoni, 1964, ora in ivi, p. 253.

[5] G. Volpe, Una Scuola di Storia moderna e contemporanea. Roma, 1927-1943, in ivi, pp. 457 e ss.

[6] E. Di Rienzo, Storici e maestro. L’eredità di Gioacchino Volpe tra continuità e innovazione (1945-1962), in AA.VV. Gioacchino Volpe tra passato e presente, a cura di R. Bonuglia, Roma, Aracne, 2005, pp. 78-79.

[7] Cfr. la voce «Gioacchino Volpe» in E. Di Rienzo, Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Storia e Politica, in Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti, ottava appendice, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2013, pp. 537-543.

[8] G. Aliberti, Il riposo di Clio, Roma, E-Doxa, 2005, p. 304.

[9] R. Bonuglia, Lo strano caso della strumentale epurazione antifascista all’Accademia dei Lincei, in «Quaderni Culturali delle Venezie» dell’Accademia Adriatica di Filosofia “Nuova Italia”, del 30 marzo 2020.

[10] B. Croce, Intorno alle condizioni presenti della storiografia in Italia, in Id., Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono, vol. II, Bari, Laterza, 1964, p. 239.

[11] E. Di Rienzo, Un dopoguerra storiografico. Storici italiani tra guerra civile e Repubblica, Firenze, le Lettere, 2004, p. 223.

[12] Decisione della Corte di Appello di Roma, Sezione Istruttoria, 30 luglio 1947, in Archivio Centrale dello Stato, Ministero Pubblica Istruzione-Direzione Generale Istruzione Universitariafascicoli personali professori ordinari, III versamento, b. 485, f. “G. Volpe”.

[13] G. Aliberti, I conti con Volpe, in «Elite&Storia», a. IV, n. 2, aprile 2004, p. 16.

[14] R. Ruggiero, cit.

Del 07 Maggio 2020

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