venerdì, 24 Settembre 2021
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Lungo un sentiero alpino, d’estate

Lungo un sentiero alpino, d’estate. Spesso ci dimentichiamo di piccole, impagabili cose che avremmo a nostra disposizione, quasi sulla porta di casa, mentre ci adattiamo a vivere immersi in una dimensione puramente artificiale di Francesco Lamendola  

Una passeggiata in montagna, lungo le rive di un fiume, guardando i monti illuminati dal sole, nella verde casa della natura, silenziosa, pacifica, intatta, con il profumo dell’erba bagnata dalla rugiada nelle narici e con la carezza del venticello mattutino sulla pelle, in una serena giornata estiva: anche questa è una forma di preghiera, di raccoglimento, e soprattutto di ringraziamento a Colui che ha creato simili meraviglie, e che ci ha posto nel petto un cuore capace di apprezzarle e di gioirne – a patto che non ci lasciamo catturare dal malvagio stile di vita del consumismo, che ci getta fuori di noi stessi e ci rende schiavi dell’effimero e del superfluo.

Sono momenti paradisiaci, vissuti in piena e felice intimità con il mondo intorno a noi e con la voce dentro di noi, durante i quali il nostro Maestro interiore ne approfitta per sussurrarci all’orecchio, attraverso lo stupore e la lode per le bellezze della natura, parole ineffabili, dolcissime, e per ispirarci nell’anima sentimenti di pace, di gioia, emozioni prive di attaccamento egoistico, anzi, caratterizzate da un distacco progressivo dal nostro piccolo Io e da una crescente immedesimazione con la realtà cosmica di cui siamo parte. Momenti preziosi, irripetibili, che non costano, parlando in senso materiale, quasi nulla. Non c’è bisogno di costose attrezzature, né di corsi specialistici: e, spesso, almeno per chi ha la fortuna di abitare vicino alle montagne, che richiedono appena mezz’ora o un’ora di macchina, una guida illustrata dei fiori e degli alberi, un atlante del cielo per le notti stellate, e, soprattutto, una grande capacità di godere delle piccole, immense gioie che solo l’incanto della natura sa regalarci, tanto più intense se accompagnate ad un minimo di conoscenza botanica, geologica e naturalistica, che permette di apprezzare ancora di più l’incontro fortunato con una specie di fiori particolarmente rara, o quello con un animale che avevamo visto soltanto nei libri illustrati. Fra parentesi, l’abbandono delle colline e delle montagne e lo spopolamento delle campagne ha creato, da qualche anno a questa parte, un fenomeno di cui si parla poco, ma assai interessante per l’amante della natura: il ritorno nelle nostre zone, e specialmente nell’are alpina, di specie animali che erano scomparse da molto tempo, perfino da un secolo, a causa della caccia e dalla antropizzazione; anche di animali di grossa taglia, come caprioli, cervi, cinghiali, lupi, orsi, i quali si spingono alla ricerca di cibo fin dentro le vigne, o i campi di grano, e, in certi casi, addirittura nei pressi delle case e delle periferie urbane, rovistando magari fra i bidoni delle immondizie, o saccheggiando alveari, pollai e i recinti degli ovini.

Ma i fiori e le piante, soprattutto. Un viaggiatore deve essere un botanico, era il motto di Darwin: ed è un motto azzeccato, perché sono le piante, attraverso le varietà del manto vegetale, a conferire la sua caratteristica fondamentale a un determinato ambiente, e a delineare un determinato paesaggio naturale. Conoscere, almeno a grandi linee, le specie vegetali di un certo territorio permette di familiarizzare prima con esso, di coglierne i tratti essenziali, anche da un punto di vista estetico: il tremolio delle foglie dei pioppi, determinato dal loro lungo picciolo; il tronco snello ed elegantissimo delle betulle, con la corteccia bianca venata di strisce scure; i colori caldi, rosso, arancione, degli aceri in autunno: tutte queste cose, se poste in un quadro d’insieme sufficientemente consapevole, permettono di godere maggiormente gli spettacoli naturali, le ore del giorno in cui sono più affascinanti, oppure i momenti più adatti per scattare delle fotografie artistiche, o le stagioni più propizie a carpire certe particolari tonalità.

Riportiamo uno stralcio da un articolo della operatrice naturalistica e culturale Daniela Mangiola, della sezione di Belluno del Club Alpino Italiano, in cui racconta una escursione nel Parco naturale delle Dolomiti Bellunesi, ai piedi del Monte Schiara, e lungo le rive del torrente Ardo, che da questo nasce, per gettarsi poi nel Piave  (da: D. Mangiola, La lenta conquista di un rifugio montano, sul settimanale diocesano La vita del popolo, Treviso, 14 agosto 2016, pp. 10-11):

… Si fa notare abbarbicato sulle rocce calcaree il rododendro irsuto (Rhododendron Hirsutum), riconoscibile per i peli sottili che decorano le foglie, presene a quote così basse solo nelle Alpi orientali se esposto al sole. Gli antichi l’hanno definita “pianta delle rose”: “rhodon” = rosa e “dendron” = albero.

È in questo punto che transitando da sola ho avuto l’emozionante esperienza di disturbare una martora e di poterci “guardare negli occhi” mentre fuggiva con il suo piccolo afferrato al collo.

Numerose sono le specie animali che vivono in questo ambiente nel periodo estivo, ma difficile è incontrarle: le sole che nessuno gradisce incontrare sono le vipere. […]

In alcuni punti esposti lo sguardo può ammirare il versante opposto e scoprire che l’oro del sole colora il verde di questa valle all’inizio di luglio quando fiorisce il maggiociondolo (“Laburnum Anagyroides”). È un piccolo albero che offre fiori di colore giallo, molto profumati, riuniti in lunghi racemi penduli anche più di venti centimetri che crea delle pareti dorate se lo incontri lungo il sentiero o dei colpi di luce nel manto vere del versante opposto. Anche in questo bosco è presente il tasso, una conifera senza pigne.

Si sale con fatica ma in questo tratto all’attenzione  del camminatore curioso si offrono in tutta la loro bellezza e magia le orchidee. Incontro la “Dattilorizza maculata” che propone nell’infiorescenza fiori bianchi decorati da eleganti linee rosse che sembrano dipinte con incertezza. Sarà la più comune, ma possiede il fascino della più rara ovunque la incontri. Il linguaggio dei fiori prevede che tu regali l’orchidea a chi ti concede l’amore; nei nostri monti sono le orchidee che regalano a noi la gioia dello stupore suscitato dalla loro fantasia e bellezza. Auguro al lettore di incontrare l’”Orchis militaris” per restare a bocca aperta. A me piace ammirare a lato del sentiero anche l’orchidea priva di clorofilla di colore bruno, detta “Neottia nidus-avis” per il suo apparato radicale composto da radici che formano come un nido d’uccello, completamente diverso dalle altre che dispongono di due bulbi ovati da cui il nome alla famiglia più vasta del mondo vegetale.

Finora gli scorci sulla valle consentono di vedere il bosco esprimesi in tutto il suo rigoglio, ma l’avvicinarsi al secondo ponte apre lo sguardo sulle prime visibili cascate, ma la mia attenzione va al Giglio di San Giovanni che si protende solitario e aereo sul burrone. È visibile grazie al suo colore e ad un fusto eretto la cui capacità di riproduzione lo ha considerato simbolo della fertilità.

Nell’antichità per scoprire il sesso del nascituro, veniva chiesto alla futura madre se voleva una rosa od un giglio: la scelta del rosso fiore assicurava l’arrivo di un maschio,  […]

Nel tratto che segue, l’acqua scende di frequente dalle pareti del versante sinistro che ospitano altri esempi unici della flora di montagna.  Da anni ritrovo sempre nella stessa parete esemplari di “Primula auricula”, una primula gialla dalle foglie carnose con una forma particolare che le regala il nome di orecchie d’orso che anche i bambini imparano subito.

Come facilmente riconoscono una piccola pianta carnivora, la “Pinguicula leptoceras”, che si abbellisce di un piccolo fiore bianco, difficile da fotografare, ma che si rende indimenticabile con le sue foglie ovali arrotolate ai margini che grazie ad una superficie viscida catturano i piccoli insetti che su di essa si posano. La loro digestione le consente di integrare la sua dieta vegetariana!

Un endemismo delle Alpi orientali, cioè un fiore che possiamo ammirare solo sulle nostre rocce e che valle dell’Ardo regala con il suo colore intenso azzurro simile ad un opale da cui deriva il nome del genere, è la “Paederota bonarota”. Questa si insedia nelle piccole cavità della roccia e si protende aerea verso il passante.

L’acqua che scorre in forma di cascata continua lungo la parete crea nel sentiero delle piccole vasche che ospitano degli insetti alo stadio di larva, che si possono definire dei veri e propri artisti. Infatti le larve di tricotteri si costruiscono la casa: degli astucci creati con il materiale disponibile, in questo caso delle foglie cementate intorno al corpo con una secrezione sericea. Li cerco sempre nei torrenti in montagna per ammirarne l’abilità incredibile.

Ma è giunta l’ora di ammirare i fiochi creati dalle acque:  all’escursionista si offrono cascate, scivoli d’acqua e catini detti “boioni”. Il correre dell’acqua produce una musica assordante e nello stesso tempo distraente e rilassante. La fatica e il caldo estivo consiglierebbero di fermarsi per esplorare da vicino le conche che l’acqua, portando con sé frammenti di roccia, ha eroso formando delle invitanti ma pericolose vasche. L’acqua accolta dai calcari grigi, che caratterizzano il versante ovest della gola, varia il suo colore: bianca spumeggiante o vere smeraldo.

Ma il cammino è ancora lungo per cui conviene procedere, la pendenza cresce, ma i giochi acqua offerti dalla gola regalano sensazioni di freschezza…

Con uno stile semplice e fresco, l’Autrice è riuscita a trasmettere, insieme ad alcune nozioni di botanica e zoologia, e anche di geologia, un sentimento vivo e immediato della natura, coinvolgendo il lettore e invogliandolo a cimentarsi egli stesso in un rapporto diretto con il mondo affascinante della natura intorno a noi. Abituati all’aria condizionata, al navigatore satellitare, al computer, al telefonino cellulare, insomma ad un uso continuo, incessante della tecnologia, perfino quando avremmo la natura a portata di mano, abbiamo finito per dimenticarci l’emozione irripetibile che può offrirci una semplicissima passeggiata fra i boschi o lungo le rive di un torrente di montagna, cullati dallo scoscio delle sue acque sui sassi, e accompagnati dal riverbero delle scaglie di sole sulle onde che guizzano veloci verso valle.

Troppo spesso ci dimentichiamo di queste piccole, impagabili cose, che avremmo a nostra disposizione, quasi sulla porta di casa, mentre ci adattiamo a vivere immersi in una dimensione puramente artificiale, scandita da ritmi febbrili, nella quale non troviamo mai un attimo di respiro per fermarci, per riflettere, per ammirare e per godere le bellezze della natura. Siamo prigionieri della nostra stessa tecnica e del nostro stesso benessere, o meglio, di questo stile di vita che ci ostiniamo a chiamare “benessere”, ma solo per abitudine, mentre la nostra esperienza quotidiana e i nostri sentimenti più profondi ci rendono consapevoli che non di benessere si tratta, ma, al contrario, di un sistematico, rassegnato, sordo malessere, che ci rode interiormente e non trova mai il modo di esprimersi, di venire alla luce e di richiamare la nostra attenzione sul necessario cambiamento di rotta che pure, forse solo inconsciamente, desideriamo.

Il fatto è che, per poter apprezzare gli spettacoli sereni della natura, bisogna avere anche l’anima in pace con se stessi e con il mondo. Colui che è tormentato da brame, frustrazioni, amarezze, invidie, gelosie, rancori, desiderio smodato di apparire e di essere apprezzato, colui insomma che dipende dal capriccio delle passioni e dal giudizio altrui, non possiede la necessaria pace interiore per rendersi conto di quanto è meravigliosa la casa della natura che un Dio amorevole ci ha dato come dimora; per cui sentiamo il bisogno di stordirci con ritmi di vita del tutto artificiali, e, quando siamo liberi dal lavorio e dalle cure familiari, invece di riposarci e rilassarci, ci lasciamo irretire ancor più nei perversi meccanismi di una vita inautentica: e allora facciamo abbondantemente ricorso ai superalcolici, alla musica assordante, ci rendiamo schiavi della lussuria e dell’ambizione, mendichiamo o pretendiamo dagli altri qualche cosa che non ci potranno mai dare, perché sta unicamente in noi darcela, e cioè la calma e la pace dell’anima. Questo avviene perché conduciamo una vita innaturale, che ci proietta di continuo fuori di noi stessi e ci allontana da ciò che è essenziale, disperdendoci in mille cose secondarie, se non addirittura inutili o dannose.

Sono riflessioni molto semplici, perfino elementari: il problema è che la vita moderna ha creato in noi tutta una serie di aspettative esagerate, di nevrosi gratuite, di conflitti interiori e disperanti vicoli ciechi, di tensioni permanenti; e, cosa più grave di tutte, un generale disincanto del mondo, per cui abbiamo rinunciato ad aspettarci dalla vita qualcosa di bello che sia anche gratuito, e diamo per scontato che, per avere un po’ di bene, dobbiamo mettere mano al portafogli, oppure dobbiamo rubare agli altri qualcosa che essi possiedono, ma di cui abbiamo bisogno noi, come se non ci fosse abbastanza bene a disposizione di ciascuno, e fosse inevitabile combattersi come facevano gli antichi gladiatori nell’anfiteatro.

Questa visione cupa e tragica dell’esistenza non è a misura d’uomo: e già da ciò si vede come siano profondamente sbagliate, oltre che immorali, tutte quelle filosofie che innalzano al di sopra di tutto il principio del piacere. Esso, infatti, non è mai premio a se stesso; al contrario, genera sazietà, poi dipendenza, in un’altalena senza fine. Solo l’amore e il timor di Dio generano la pace del cuore…

Già pubblicato e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Agosto 2016

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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