martedì, 21 Settembre 2021
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La presa di Delhi da parte di Nadir Shah nel 1739: una conquista inutile e anacronistica

La presa di Delhi da parte di Nadir Shah nel 1739: una conquista inutile e anacronistica. Fu un episodio spettacolare per certi aspetti romantico che non spostò gli equilibri geopolitici in quella vasta regione dell’Asia di Francesco Lamendola  

La spedizione in India di Nadir-Shah, il generale turkmeno che si era proclamato re di Persia, avvenuta nel 1738-39, e il conseguente sacco di Delhi, la capitale del declinante Impero moghul, costituiscono un episodio spettacolare e, per certi aspetti, quasi romantico, nel senso che si può attribuire a questa parola per descrivere le spedizioni in Oriente di un conquistatore del genere di un Alessandro Magno; ma, benché abbia fortemente colpito l’immaginazione dei contemporanei, che ne colsero il significato simbolico, esso rimase, nondimeno, un fatto episodico e sostanzialmente isolato, che non spostò durevolmente gli equilibri geopolitici in quella vasta regione dell’Asia, ma rimase circoscritto e non ebbe importanti conseguenze.

In questo senso, si può cogliere in esso un valore emblematico: nel corso del XVIII secolo si era ormai esaurita la possibilità di creare imperi “oceanici”, come quelli di Gengis Khan e Tamerlano, i due grandi modelli di Nadir-Shah; non solo e non tanto perché i popoli delle steppe si fossero stabilizzati – l’economia delle varie stirpi turco-mongole dell’Asia centrale non era cambiata di molto nel corso degli ultimi secoli, come era cambiata poco la loro maniera di concepire e praticare l’arte della politica, sia interna che estera – ma perché era cambiato, e stava continuando a cambiare con ritmo sempre più veloce, lo scenario mondiale nel quale anch’essi erano inseriti.

Detto in altre parole: la storia, dopo i grandi viaggi di scoperta degli Europei fra il XV e il XVI secolo, e dopo la nascita del sistema mercantile e capitalistico nell’Europa occidentale, era divenuta, per la prima volta, storia mondiale; e tutti i popoli e tutte le civiltà, anche i più lontani da quel centro propulsore, ne sarebbero stati, via, via, sempre più coinvolti: già le basi commerciali portoghesi, spagnole, olandesi, inglesi e francesi, stabilite lungo le rotte marittime fra l’Europa e l’Asia orientale, funzionavano come le avanguardie di questa nuova realtà globale, che investiva, contemporaneamente, tutti i campi del lavoro, della produzione, del modo di vivere, dalla finanza alla manifattura, dalla tecnologia alla scienza, dalla politica alla religione, dal diritto alla filosofia. Il mondo si stava integrando e trasformando; e già si poteva intravvedere il momento in cui nessun popolo e nessuno stato avrebbero potuto rimanere estranei o indifferenti a tale gigantesco fenomeno di ristrutturazione planetaria, comprese la Cina, il Giappone e l’Abissinia.

Nel caso dell’India, della Persia e dell’Afghanistan, ma anche dell’Impero Ottomano – che pure era uno stato euroasiatico, almeno in senso geografico – stavano venendo al pettine le differenze strutturali fra il modello politico ed economico asiatico, basato sulla tradizione e sullo sfruttamento del lavoro altrui, e il modello europeo, specialmente nord-europeo, basato sul rapido progresso e sulla continua messa a punto di nuove tecniche e di nuove strategie finanziarie, imprenditoriali, politiche e militari, nonché sulla organizzazione e sulla ottimizzazione del lavoro. Il caso limite di quel che abbiamo ora chiamato il modello asiatico era quello – geograficamente situato nel Nord Africa, ma entro l’orbita ottomana – degli stati rivieraschi maghrebini, Algeri, Tunisi e Tripoli, la cui economia era incentrata sulla pirateria e cioè sullo sfruttamento sistematico e strutturale del lavoro altrui, nel senso più rozzo e primitivo di tale concetto; ma anche l’economia delle società del Medio e Vicino Oriente, Turchia e Persia comprese, si basava in misura notevole sulla tratta degli schiavi, in quel caso catturati non sulle navi e nelle città europee, ma nei villaggi dell’Africa Orientale, donde le colonne dei negrieri arabi li conducevano fino agli empori di vendita e, da lì – da Mombasa, da Zanzibar, da Sofala – li distribuivano alle loro destinazioni finali, negli harem e nelle proprietà di Mascate, Hormuz, Bandar Abbas. E le differenze, dunque, fra i due grandi modelli politici ed economici, stavano venendo al pettine per il sorgere di nuovo astro politico: la Russia degli Zar, concorrente quanto mai agguerrito e temibile.

Nel corso del XVIII e del XIX secolo la Russia avrebbe proseguito, con eccezionale vigore, la sua spinta espansionistica verso Est e verso Sud; sia l’Impero ottomano – premuto anche dagli Asburgo d’Austria: 1683, sconfitta decisiva nella battaglia di Vienna -, sia il Regno persiano, entrati in competizione con essa, avrebbero imboccato la strada di un irreparabile declino, perdendo province su province e subendo il peso di un confronto sempre più impari. Per quanto arretrata sul metro delle potenze europee, la Russia, nondimeno, stava attuando un processo di modernizzazione delle sue strutture interne, per la ferrea volontà di Pietro il Grande; inoltre essa vedeva l’opportunità di inserirsi nel gioco dei khanati dell’Asia centrale – Khiva, Bukhara, Samarcanda – sempre più deboli e divisi, per spingersi, da lì, anche in chiave di crociata religiosa anti-islamica, verso i passi dell’Afghanistan da cui si domina l’accesso all’India, altra potenza in crisi sotto la moribonda dinastia Moghul. E la spinta della Russia verso l’India sarebbe stata certamente coronata da successo, se non fosse avvenuto che, tra lo scorcio del XVIII e la metà del XIX secolo, l’Impero moghul si estinse definitivamente e il suo posto venne preso da un’altra potenza europea, la più moderna, la più dinamica, quella dotata delle strutture finanziarie e capitalistiche più avanzate: la Gran Bretagna; la quale, prendendo il subcontinente indiano sotto il suo controllo, riuscì a sbarrare la strada, quasi all’ultimo momento, alla marcia fatale dei Romanov verso le agognate spiagge e i ricchi mercati sulla costa dell’Oceano Indiano.

Tale, dunque, era il contesto mondiale nel quale si verificò la campagna di Nadir-Shah del 1738; una campagna che avrebbe potuto avere un senso e delle conseguenze di ampio respiro, se fosse nata da motivazioni geopolitiche ed economiche diverse, cioè allo scopo di creare un blocco centro-asiatico di potere capace di resistere, in prospettiva, alla competizione globale scatenata dalle potenze europee, e, nel caso specifico, particolarmente da due di esse: la Russia, da nord, per la via di terra, e l’Inghilterra, da sud, per la via marittima; la prima con la minaccia di una invasione e di una conquista territoriale, di tipo classico, la seconda con la possibilità di realizzare una penetrazione di nuovo genere, finanziaria ed economica prima ancora che politica e militare: sfide, entrambe, che i regni e gli imperi asiatici non erano, al momento, in grado di reggere. Invece Nadir-Shah ragionava come un Tamerlano in ritardo di tre secoli e mezzo: i suoi disegni politici non andavano oltre la concezione territoriale classica, per giunta in una strategia di corto respiro. Egli non voleva realizzare una conquista permanente – tranne che per le regioni occidentali, fino all’Indo – ma principalmente sfruttare il cuore dell’Impero moghul per saccheggiare le città ed imporre taglie e tributi alla popolazione, specialmente alla classe dei mercanti. In altre parole, voleva semplicemente finanziare la sua politica interna, di rafforzamento del proprio potere in Persia, mediante lo sfruttamento rapido e brutale delle ricchezze indiane: tipico esempio della mentalità arretrata e parassitaria che avrebbe condotto le nazioni e le società dell’Asia a perdere il confronto, per almeno due secoli, con quelle dell’Europa.

Ha scritto in proposito lo storico britannico Ainsle T. Embree, già professore associato di storia dell’India presso la Columbia University di New York (in: Embree-Wilhelm,  India. Dalla civiltà dell’Indo fino all’inizio del dominio inglese; titolo originale: Indien. Geschichte des Subkontinents von der Induskultur bis zum Beginn der englischen Herrschaft, Frankfurt am Main, Fischer Verlag, 1967; traduzione italiana di Maria Attardo Magrini, Milano, Feltrinelli Editore, 1968, vol. 17 della Enciclopedia Feltrinelli-Fischer, pp. 294-296):

La ribellione di Nizam-ul-Mulk segnò l’inizio di un processo nel corso del quale altri numerosi governatori di provincia si resero indipendenti. Ma ancor più durante l’impero fu colpito dalle invasioni straniere che scendevano in India dai valichi delle catene nord-occidentali. La prima di queste invasioni avvenne nel 1738, quando Nadir-Shah, un generale che in Persia aveva detronizzato la dinastia dei Safavidi, penetrò con le sue truppe in India. Come pretesto per giustificare la sua invasione, egli si lagnava che i Moghul avessero consentito ad alcuni suoi nemici personali di rifugiarsi nel paese; ma in realtà, come già prima di lui Mahmud di Gazna, sperava di metter le mani sull’India per finanziare la sua politica espansionistica. Secondo fonti del tempo, agiva d’accordo con Nizam-ul-Mulk e con Sa’adat Khan, governatore della provincia moghul di Oudh. La cosa appare verosimile, poiché essi erano i capi di due potenti partiti, che con un energico aiuto esterno avrebbero potuto imporsi. Sicuramente nessuno di essi avrebbe considerato una tale azione un tradimento nel senso moderno. Sa’adat Khan erra persiano, il Nizam-ul-Mulk apparteneva, come  Nadir-Shah, al mondo internazionale dei Turchi, che per secoli aveva fornito ai re persiani e indiani i loro generali e i loro governatori.

L’invasione di Nadir-Shah può anche essere considerata un episodio nella lotta dei partiti, poiché ebbe come conseguenza un ulteriore indebolimento del prestigio e della potenza dell’impero moghul. Nadir attraversò rapidamente il Panjab e nel 1739 sconfisse presso Karnal l’esercito improvvisato che i Moghul avevano frettolosamente messo insieme per fronteggiarlo. Egli sottolineò il suo trionfo ordinando che in tutte le moschee di Delhi si pregasse per lui.

Pochi giorni dopo la sua entrata a Delhi, Nadir, come rappresaglia per gli attacchi degli abitanti contro i suoi uomini, fece saccheggiare il grande quartiere dei bazar. La città aveva visto molti cambiamenti dinastici e molto spargimento di sangue: ma dai giorni del saccheggio compiuto nel 1398 da Tamerlano nessun conquistatore straniero l’aveva più saccheggiata. Un testimone oculare ci riferisce che gli edifici furono dati alle fiamme e gli uomini sterminati per le strade. “A poco a poco la violenza del fuoco diminuì, ma lo spargimento di sangue, le devastazioni e le sofferenze delle famiglie erano ormai senza rimedio. Per lungo tempo le strade rimasero disseminate di morti, come viali di un giardino cosparsi di fiori e foglie morte. Enormi somme di denaro furono confiscate ai più ragguardevoli cittadini e ai mercanti, e il tesoro imperiale fu spogliato del suo patrimonio d’oro e gioielli: anche il trono del pavone, di Shah Giahan, fu portato via. “Fra le prede di guerra si notavano elefanti, cavalli, oggetti preziosi, tutto quello che colpiva l’occhio del conquistatore: ed era più di quanto si possa enumerare. In una parola, le ricchezze accumulate in 348 anni di regno cambiarono proprietario in un momento.” (Anand Ram Muklis).

L’importanza di quest’’avvenimento non sfuggì ai contemporanei. Gli agenti dei Maratti a Delhi riferivano al sud: “È in vista un cambiamento importante”, e consigliavano ai loro signori di sfruttare la buona occasione offerta loro dall’anarchia che regnava al nord. Il Peshwa, il capo della confederazione maratta, rispose che i Maratti non avevano alcuna intenzione di marciare contro l’imperatore, ma consideravano piuttosto loro dovere “restaurare il crollante impero moghul”. Tutto quello ch’essi desideravano era il controllo dell’amministrazione del sud, per avere il diritto di riscuotere le entrate fiscali. Nell’Oudh, nel Bengala e nelle altre province periferiche le nuove possibilità offerte da questa catastrofe vennero considerate dallo stesso punto di vista: nulla si doveva fare per appoggiare Nadir Shah nel suo attacco contro l’impero, ma ora sembrava giunto senza dubbio il momento opportuno per rivendicare le autonomie locali. Inoltre l’impero dovette ora subire notevoli perdite territoriali, poiché Nadir Shah riuscì a imporre all’imperatore un trattato in forza del quale tutti i territori a occidente dell’Indo venivano ceduti alla Persia. Andarono così perduti l’Afghanistan e tutti i valichi montani nord-occidentali che erano stati parte integrante dell’impero moghul. In gran parte la politica estera del governo dell’India nel XIX secolo fu impegnata a riaffermare il dominio su questi territori, che dai più antichi tempi erano stati sotto l’egemonia politica e culturale indiana.

È difficile stabilire quali effetti quest’invasione abbia avuto sulla vita economica dell’India settentrionale. I mercanti europei che si trovavano nella grande città portuale di Surat, sulla costa occidentale, riferivano che il commercio a Delhi era entrato in un periodo di stasi. Nell’invasione era andata distrutta a Delhi tanta ricchezza, e la vita era stata così sconvolta che la città non poté più tornare al suo antico splendore. Mancano dati precisi, ma si può ritenere che l’invasione contribuì in modo decisivo a spostare l’attività commerciale dal nord alle regioni costiere, soprattutto al Bengala.

Negli anni che seguirono l’invasione di Nadir l’’amministrazione imperiale andò sempre più indebolendosi. I governatori di provincia e i capi maratti e rajputi, che restavano sempre, nominalmente, alti funzionari dell’impero, erano impegnati in continue lotte fra loro per rafforzare il loro potere, quando un nuovo invasore entrò in India dal nord-ovest. Il grande impero che Nadir Shah aveva fondato in Persia crollò col suo assassinio nell’anno 1747 e nelle regioni afghane il potere passò nelle mani del generale Khan Abdali, il fondatore della dinastia Durrani.

Nadir Shah era giunto al potere, in Persia, al termine di una complicata lotta interna determinatasi con la crisi della dinastia dei Safavidi, e subito si era impegnato nell’opera di restaurazione della potenza iranica. Dopo aver piegato gli Afghani, che erano divenuti una grave minaccia, e averli sottomessi, si proclamò a sua volta re (Shah) nel 1736, lo stesso anno in cui negoziò con la corte ottomana il trattato di Costantinopoli, che riconosceva la sovranità persiana sulla Georgia e sull’Armenia. Restava un grosso pericolo alle frontiere: quello della Russia, che, per impulso di Pietro il Grande, si era fatta estremamente attiva nella regione caspica e ambiva a espandersi verso l’Afghanistan e l’India, da una parte, e direttamente verso il Golfo Persico, attraverso la Mesopotamia o l’Iran, dall’altro.

La spedizione contro l’India parve a Nadir un ottimo strumento per procurarsi i mezzi finanziari con i quali rafforzare ulteriormente il suo potere e fronteggiare la minaccia esterna. La sua posizione all’interno si era indebolita da quando aveva cercato di attuare una riforma religiosa, proclamando l’ortodossia sunnita religione di Stato. Tale mossa aveva lo scopo di calmare l’irrequietezza degli afghani, ormai stabilmente incorporati nel suo regno, e stabilizzare l’ordine interno; invece aveva suscitato la comprensibile reazione degli sciiti, che gli avevano giurato odio eterno. Per queste ragioni, ed alte ancora, egli accentuò progressivamente gli aspetti autoritari del suo regime, trasformandosi in un tiranno, detestato da molti e non più sostenuto da alcuno, tranne l’esercito, dopo che perfino i suoi più stretti collaboratori erano stati allontanati dal suo atteggiamento di crescente diffidenza e sospettosità. Un grande successo militare in India avrebbe potuto rialzare il suo prestigio e ricompattare i suoi sudditi: così, almeno, egli sperava; ma i risultati della spedizione, pur soddisfacenti su piano militare e, a breve termine, anche su quello economico, poiché gli fruttarono, effettivamente, un bottino enorme, non migliorarono la sua posizione e non indebolirono le trame dei suoi nemici e oppositori interni, i quali, nel 1747, lo assassinarono. Subito dopo la sua morte, l’edificio politico da lui costruito si disgregò miseramente e seguirono quarant’anni di lotte interne, mentre l’Afghanistan riconquistava la sua indipendenza.

Nemmeno per l’India il sacco di Delhi del 1739 rappresentò un evento decisivo. I potentati che riconoscevano la sovranità degli imperatori Moghul, e specialmente i Maratti, non avevano alcun interesse ad accentuare o accelerare la sua dissoluzione, anzi, desideravano tenerla in piedi, sia pure formalmente, perché un potere centrale debole e inefficace era, per essi, meno temibile di una assenza di potere, che avrebbe richiamato fatalmente un nuovo potere, assai più forte, magari dall’esterno; e, in questo senso, l’irruzione di Nadir Shah, con i massacri e le atrocità che l’avevano accompagnata, era stata un monito da non trascurare. Era evidente che, dopo la more di Aurangzeb, nel 1707, l’Impero moghul aveva imboccato la china discendente, dalla quale non sarebbe mai più risalito; ma non era altrettanto chiaro chi ne avrebbe preso il posto. Fino all’ultimo, i sultanati e i principi del’India, sia musulmani che indù, si cullarono nell’illusione che quella situazione sospesa potesse durare all’infinito, e quando si affacciò il triplice pericolo europeo – della Francia, dell’Inghilterra e della Russia – era ormai troppo tardi. Pure, essi si ostinarono a sperare di poter giocare le rivalità delle potenze europee una contro l’altra; quel che accadde, invece, fu che la Compagnia inglese delle Indie orientali, e, dal 1858, lo stesso governo britannico, presero piede nel subcontinente con sicurezza sempre maggiore, inglobando uno stato dopo l’altro o imponendo ad essi la propria protezione – erano, in tutto, quasi settecento: cinquecento dei quali, i meno importanti, conservarono una certa sovranità  teorica -, fino ad impadronirsi dell’intera India. E questo dopo aver estromesso il concorrente francese dal Bengala e dal Deccan, e dopo aver bloccato il concorrente russo alle frontiere afghane.

C’è un’altra considerazione che si può ricavare dall’impresa di Nadir Shah contro Delhi. Gli Imperi – e questo vale per l’India Moguhl, ma anche per la stessa Persia dei Safavidi, sebbene formalmente fosse un regno – recano in se stessi l’ideologia dell’espansione: un impero perfettamente pacificato e pacifico è una contraddizione in termini; nati dalle conquiste, essi devono continuare a crescere, pena un inesorabile processo d’indebolimento. In fondo, essi non sono altro che un grande sistema di sfruttamento delle risorse di un vasto territorio; il quale, per finanziarsi e dotarsi di una efficace organizzazione, anche di tipo amministrativo, è condannato ad acquisire sempre nuovi territori: in pratica, è un sistema dinamico che alimenta da se stesso la propria crescita. L’India Moghul, come già il tardo Impero romano, era giunta alla fine del proprio ciclo espansivo, quindi giaceva in attesa di un conquistatore esterno che avesse l’interesse a impadronirsene, più di quanto avessero interesse a farla sopravvivere i suoi riluttanti satelliti. E qui sorge spontaneo il paragone con la Chiesa cattolica, con le tribù germaniche “ospiti” di Roma e con lo stesso Senato, quali forze sociali che, a un certo punto, non furono più interessate a garantire la sopravvivenza dell’Impero, essendosi rese conto che avrebbero potuto sopravvivere al suo tracollo. Anche la confederazione dei Maratti fece, più o meno, lo stesso ragionamento: ma non tenne conto che il vuoto chiama il pieno, e che un impero imbelle e decadente attira forze fresche, capaci di conquistarlo e di subentrare ad esso nello sfruttamento delle sue risorse.

Il che fu precisamente quel che accadde, con il sorgere della potenza britannica nel subcontinente indiano: dapprima commerciale, poi anche politica e militare, fino al completo assoggettamento e la nascita del Regno anglo-indiano, il 2 agosto 1858, sotto lo scettro della regina Vittoria.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 05 Settembre 2016

Del 15 Settembre 2020

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