martedì, 15 Giugno 2021
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Un film al giorno: « Gli ultimi » di Vito Pandolfi e David Maria Turoldo (1963)

Un film al giorno: Gli ultimi di Vito Pandolfi e David Maria Turoldo 1963. Gli attori tutti non professionisti erano gli abitanti di Coderno di Sedegliano in provincia di Udine ove padre Turoldo era nato il 22 novembre 1916. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

“Me ne andavo in quegli anni a spigolare dietro ai mietitori. E tornavo a sera col mio piccolo fascio di grano,  disposto a corona come in certi simboli sulle porte dei tabernacoli. Ed era tutto il nostro frumento. Sì e no una ventina di ani per ogni estate. Poi nulla, fino alla nuova mietitura. Più tardi, in autunno, andavo a raccattare qualche smarrita pannocchia, sempre dopo il raccolto. Queste mio padre le barattava  coi castagnari che scendevano dalla Carnia, anch’essi spinti dalla fame verso la pianura: una misura di granturco per una eguale misura di castagne, da serbare per la notte dei santi e dei morti. Le doveva cuocere mio padre in persona, nel vecchio e nero tegame crivellato. E la fiamma passava tra castagna e castagna, sempre mosse con ritmo costante da mio padre.  Un rito solenne. E noi tutti intorno al focolare,  mentre il profumo invadeva la casa; impazienti che la pazienza del padre avesse fine; e dicesse, come di solito a tempo giusto diceva: ecco, ora sono da vendere. Tanto erano perfette di cottura. Noi le dicevamo ‘la nostra carne’.

“Naturalmente prima bisognava andare a legna. Le canne di granturco e di finocchio selvatico non davano un fuoco caldo a sufficienza. Pure quello era un altro compito del più giovane.  I maggiori andavano tutti a imparar mestiere. E così mi toccava andare a legna, se volevamo riscaldarci in casa. Che anni quelli del ventotto e ventinove e trenta!…

“Uno di quei giorni io commisi il più grave errore della mia infanzia. Era sul primo pomeriggio. Un giorno, in apparenza, come ogni altro; con un cielo semigrigio. Una solitudine di mezza stagione. Non più inverno non ancora primavera. Un giorno di quelle indefinibili tristezze, come di animali in letargo. Io sentivo più che mai il travaglio di quelle virulente e inquiete e misteriose stagioni.  Di fuori sembrava tutto calmo, mentre dentro tu covi il terremoto  dell’adolescenza. Vicino a diventare un mostro: non ancora uomo senza essere forse per quelle mie circostanze speciali, mai stato un ragazzo. Quel giorno avevo più fame del solito. Avevamo mangiato polenta e orzo, ma non bastava. Forse i più grandi s’arrangiavano i qualche modo, ma io! In paese non c’era che qualche anima viva, una sulla porta dell’osteria, un’altra, una donna, che attingeva un secchio d’acqua nel piccolo canale, certo per gli animali. Io guardai bene dalla mia porta: non mi avrebbe visto nessuno. La tavola nostra era liscia, pulita, immensa. Nella madia qualche pugno di farina gialla.  Non avevamo neppure dispensa. Me ne andai senza dire una parola. Sette, otto case più avanti c’era una grossa famiglia, che i miei ritenevano amica. Io pensai: «Forse loro…». Dapprima finsi di essere andato a giocare coi compagni. Parte della famiglia stava ancora a tavola: un tavolone carico di frantumi dopo il rane pasto, da veri contadini. Ricordo che feci il giro della vasta cucina, annusando, senza scoprimi, s’intende, e dicendo qualche parola inevitabilmente sconnessa, tanto per nascondere le mie vere intenzioni che mi urlavano dentro.  I due compagni mangiavano ancora e mi guardavano dall’alto, sazi. Ora che ci penso, deve essere successo così anche al povero Lazzaro in casa dell’Epulone. Nessuno mene dava, neppure una briciola. Allora osai, spinto dalla disperazione e dal segreto pianto. Mangiavo tutta quella roba con gli occhi, ora quasi umidi e velati. Non avessi mai teso quella mano! Quando un vocione di donna rauca: «Vai via, sp…» gridò alzandosi in piedi e tirando a sé il paniere.  Il mio disgraziato volto avvampò all’improvviso come una fornace. Mi sentii perduto, un’altra volta, come quel giorno, sbatacchiato alto sul grano da mio padre. Le gambe erano nuovamente di legno, ma riuscii ugualmente a precipitarmi fuori dalla porta. Fuori ci stava altra gente, sotto il porticato, che iniziava la siesta.

“Ricordo i carri, gli aratri, le forche. Mi parve per un istante che tutto si fosse messo in moto, con un suon di ferraglie contro di me. Anche costoro, per gioco, si misero a battere le mani e a gracchiare per farmi correre ancora più veloce. Mi sentivo lo spavento in persona, buttato fori sulla strada deserta, ove continuai a precipizio, per forza d’inerzia…”

Questa pagina commovente è tratta dal racconto autobiografico di David Maria Turoldo Io non ero un fanciullo, ora ripubblicato nel volume Il mio vecchio Friuli (Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2002), insieme alla videocassetta del film ad esso ispirato: Gli ultimi, uscito nei cinema nel 1963.  La sceneggiatura fu scritta a quattro mani dal regista, Vito Pandolfi, e dal soggettista, padre Turoldo.

Gli attori, tutti non professionisti, erano gli abitanti di Coderno di Sedegliano, in provincia di Udine, ove padre Turoldo era nato, il 22 novembre 1916. Il protagonista, che interpretava la parte del piccolo Checo, era un bambino di Nomadelfia: Adelfo Galli. La scelta del bianco e nero, poi, sottolineava il carattere austero, disadorno, quasi documentaristico del film e ne metteva in risalto la profonda vena poetica, venata di intensa malinconia nella rievocazione di un mondo rurale ormai scomparso.

Diciamo senza mezze misure che il film, a dispetto del mancato successo commerciale e dei riconoscimenti un po’ pelosi della critica, è semplicemente un capolavoro. Sobrio, anzi scarno;  antiretorico senza compiacimenti né sbavature; duro fino alla crudezza; epico nel senso più schietto del termine, come è epico il mondo di Verga, dei pescatori Malavoglia, dei minatori di Rosso Malpelo: tutta gente umile, che va incontro al proprio destino con dignità e coraggio, senza inutili ribellioni e senza clamori né grida.

È il romanzo di formazione di un bambino, Checo, ultimo di una numerosa famiglia di contadini poverissimi, che tutti maltrattano e prendono in giro crudelmente, chiamandolo “spaventapasseri”, perché non ne comprendono le doti superiori di sensibilità e intelligenza; e, al tempo stesso, la vicenda corale di una intera comunità del profondo Nord negli anni Trenta del secolo scorso, quando l’alternativa era quella tra il morire di fame sulla terra degli avi e l’emigrare verso le miniere di carbone del Belgio, tagliando le amatissime radici.

Chi, oggi, visiti quegli stessi luoghi, totalmente trasformati dal boom economico e raggiunti da un diffuso benessere, stenterebbe alquanto a riconoscervi il Friuli descritto da padre Turoldo che, al principio degli anni Sessanta, non era poi così diverso da quello di tre decenni prima, immerso in una atmosfera atemporale e piagato da una miseria inverosimile; e, tuttavia, forte e fiero delle sue tradizioni, del suo legame con il sangue e la terra.

Un film che rimane indelebilmente nella memoria di chi lo ha visto anche una volta sola; un film quasi sgradevole nella sua forza di verità e nella denuncia sociale ad esso sottesa; un film che poteva scaturire solo dalla collaborazione fra due personalità così diverse e così simili, come quelle di Pandolfi e di Turoldo. Un’opera rimasta assolutamente unica nel suo genere e alla quale possiamo solo accostare, ma passando ad un altro genere espressivo, le poesie friulane del giovane Pasolini, maturate nella Casarsa di prima del boom, quando il Friuli, appunto, viveva gli ultimi anni della sua antica civiltà contadina.

Vito Pandolfi è nato a Forte dei Marmi nel 1917 ed è morto a Roma nel 1974. Critico teatrale e regista cinematografico, aveva fondato nel 1964 il Teatro Stabile di Roma. Libero docente in Storia del teatro e dello spettacolo dal 1962, saggista, collaboratore di numerosi giornali e periodici, Gli ultimi è stata la sua sola importante regia per il cinema. Per il teatro, invece, ha diretto una lunga serie di importanti spettacoli, da Egor Bulyciov e gli altri (tratto da M. Gorkij), nel 1944, a Beatrice Cenci di Moravia, nel 1957, passando per Il corsiero bianco di Caroll (1945), La luna è tramontata di Steinbeck (1946), La casa di Bernarda Alba di Garcia Lorca (1947), Aminta di Tasso (1954), Torquato Tasso di Goethe e Anfitrione di Plauto (entrambi nel 1955). Ha lavorato con Squarzina e Salce per La fiera delle maschere, poi con Pasolini e Bernari per la trasposizione teatrale delle novelle di Boccaccio e di Bandello. Ha scritto numerosi studi sulla storia del teatro italiano, specialmente moderno, e sul teatro tedesco espressionista.

David Maria Turoldo era nato, come si è detto, a Coderno di Sedegliano nel 1916 ed è morto a Milano, di tumore al pancreas, nel 1992. Il suo nome di battesimo era Giuseppe; David Maria era il nome che assunse allorché prese i voti, a Vicenza, nel 1938, entrando nell’ordine dei serviti.  Teologo e poeta di fama internazionale, padre Turoldo realizzò il film Gli ultimi grazie all’amicizia con Pier paolo Pasolini, che conobbe nel periodo in cui fu trasferito nel convento di Santa Maria delle Grazie, a Udine, fra il 1961 e il 1964. In ogni caso, si può dire che l’influenza tra i due fu reciproca: non è un caso che Pasolini, nel 1964, abbia girato il più esplicitamente religioso dei suoi film, Il Vangelo secondo Matteo.

Dal 1964 Turoldo ristrutturò l’antica abbazia cluniacense di Sant’Egidio, a Fontanelle di Sotto il Monte (paese d’origine di Giovanni XXIIII), e divenne priore della comunità Casa di Emmaus, in cui istituì il Centro di studi ecumenici Giovanni XXIII, chiamando a collaborarvi anche personalità atee o di altra religione. La sua visione della vita si rivela dal titolo del periodico clandestino da lui stampato a Milano, durante l’occupazione nazista del 1943-45, L’uomo (perché “il solo scopo della vista – disse – è la realizzazione della propria umanità”), nonché dalle parole da lui pronunciate poco prima della morte: “La vita non finisce mai”.

Di lui, il critico letterario Carlo Bo ebbe a dire: “Padre David ha avuto da Dio due doni: la fede la poesia. Dandogli la fede, gli ha imposto di cantarla tutti i giorni.” Una antologia delle sue poesie, dal 1948 al 1988, è contenuta nel volume O sensi miei, è stata pubblicata da Rizzoli nel 1990, con note introduttive di Andrea Zanzotto e di Luciano Erba.

Delle opere di spiritualità e teologia ricordiamo, tra le più recenti,  Oltre la foresta delle fedi, del 1996; Ultime poesie: canti ultimi. Mie notti con Qohelet, del 1999; Dialogo tra cielo e terra, del 2000; Il dramma è Dio: il divino la fede la poesia, del 2002; Diariodell’anima del 2003.

Ma la sua ispirazione religiosa è evidentissima anche nel film Gli ultimi, che non è affatto una scorreria estemporanea nel mezzo cinematografico, ma una coerente estensione al linguaggio espressivo del grande schermo, della sua vena di salmista innamorato del mistero di Dio; come appare non solo nel rapporto tra il piccolo protagonista, Checo, con il parroco del paese, ma in tutto l’afflato poetico che pervade la vicenda, il paesaggio, le immagini. Una religiosità maschia e introversa, non certo sdolcinata come in Fratello sole, sorella luna di Zeffirelli; dove la preghiera è il canto di lode a Dio che tutte le cose levano in coro, anche se non lo sanno o se, addirittura, credono di ribellarglisi e di insultarlo.

Perché, come direbbe Bernanons, anche per Turoldo vale la ferma convinzione che tutto, ma proprio tutto, non è altro che grazia.

ALCUNI GIUDIZI CRITICI

(I primi quattro sono tratti dalla presentazione della videocassetta del film Gli ultimi, allegata al libro Il mio vecchio Friuli di David Maria Turoldo, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’immagine, 2002; il quinto da Il Mereghetti, Baldini Castoldi Dalai Editore, edizione 2004; il sesto da Il Morandini, Zanichelli, edizione 2000).

“I figli si scoprono nei padri, nei gesti dei padri: nel bere con gusto il vino e nell’accettare con virile grandezza fatica e sofferenza. È il film che presenta un’esistenza ancora legata alla natura, dove ancora senso magico non si oppone a sacralità, una esistenza che sa quanto valga il dono della polenta, del pane, delle castagne, del vino, dell’acqua: un’esistenza che precede quella nostra civiltà del benessere; una sorta – per così dire – di civiltà ‘anti-spreco nella quale nascere poveri non impedisce di scegliere la povertà.”

                                                                                                      David Maria Turoldo

“Sarà la solitudine stupenda del Friuli nel quale ho vissuto nei primi due anni della prima guerra, alternandone il soggiorno con il Carso, sarà l’arte del bimbo incredibilmente spontanea e vera, sarà il modo semplice e assoluto di mostrare i terribili simboli della morte e della fame, so che si tratta di un film indimenticabile, infinitamente più bello dei pochi che quest’anno ho ammirato, si tratta unicamente di un film dettato da schietta e alta poesia.”

                                                                                                     Giuseppe Ungaretti, 1962

“Piano piano la suite della vita nel paesello pedemontano, con le sue case di sassi grigi e le sue strade bianche, nella luce accecante dell’aria di neve, diviene iterazione, litania: la serie degli episodi si fa ossessiva, e i significati della povera vicenda umana trapassano a una simbologia tanto più povera di ornamento quanto più ricca di un quasi fisico dolore.”

                                                                                                      Pier Paolo Pasolini, 1962

“Però come tutte le opere di poesia, anche Gli ultimi, attraverso il Friuli dolente degli anni Trenta, si inseriscono in un discorso più ampio e generale e noi li vediamo là dove la gente soffre, dove la terra è amara e dove ogni agricoltore è tormentato dall’antico e fatale dubbio: morire sopra i fatali sterpi della propria casa, oppure errare per il vasto mondo alla ricerca di un dubbio benessere, nel quale il pane è, in ogni caso, intriso duramente di sale? Il drammatico contesto di una condizione umana fiaccata, ma non spezzata, è visto nel film con gli occhi sempre meno disincantati di Checo, il più sensibile e il più intelligente fra i ragazzi del borgo.”

                                                                                                      Mario Quargnolo, 1963

“Tratto dal racconto autobiografico Io non ero un fanciullo di padre Davide Maria Turoldo (tratto da Mia terra, addio) il film rievoca con robusto impianto realista, e qualche concessione populista, il mondo dei contadini friulani negli anni Trenta e grazie al leit-motiv degli spaventapasseri riesce ad aprirsi a una dimensione astratta ed evocativa, capace di rendere poetico il racconto. Impossibile da inscrivere in alcun filone cinematografico, l’opera costruisce il proprio interesse  sul suo essere un evento estemporaneo e sul binomio che lega due persone di diversa estrazione culturale, un prete cattolico come Turoldo e un critico marxista come Pandolfi, qui alla sua prima esperienza di regia cinematografica.”

                                                                                                       Paolo Mereghetti

“Tratto dal racconto autobiografico Io non ero un fanciullo (inedito fino al 1980) si padre David Maria Turoldo (1916-92),poeta e saggista, e girato interamente a Coderno (Udine), suo paese natale, con gli abitanti come attori, è l’austera rievocazione di una condizione umana e sociale (il mondo contadino che la nascente civiltà industriale pone in secondo piano e trasforma), la proiezione di una solitudine individuale (e spirituale) sullo sfondo di un’altra solitudine collettiva (e materiale). La rinuncia alla presa diretta (difficile in quel periodo), il doppiaggio in un italiano letterario, il ricorso alla voce narrante qua e là ridondante, la scelta del piccolo protagonista di una bellezza quasi aristocratica (in contraddizione col nomignolo beffardo) indeboliscono il film che, comunque, rimane un’opera unica nel panorama di quegli anni. L’insuccesso commerciale ebbe molte cause tra cui il boicottaggio da parte delle autorità ecclesiastiche che, non vedendo di buon occhio il sodalizio di Turoldo, frate scomodo, con Pandolfi, intellettuale laico e marxista,  esclusero il film dal circuito delle sale da loro controllate. C’è una ragione più profonda: fu un film intempestivo, uscito troppo presto. Soltanto nel decennio successivo il legame tra cultura e mondo contadino fu approfondito, magari colorandosi di rimpianto e nostalgia. Il successo di L’albero degli zoccoli ne è un sintomo. Del film, cui contribuisce assai il suggestivo bianconero di Armando Nannuzzi, esistono 2 copie con finali diversi.”                             

                                                                                                      Laura, Luisa e Morando Morandini

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 23/02/2008 e dell’Accademia Nuova Italia il 17 Ottobre 2017

Pubblicato il 15 Settembre 2020

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