domenica, 13 Giugno 2021
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Una pagina al giorno: Camillo Boito e la vendetta di una donna

Una pagina al giorno: Camillo Boito e la vendetta di una donna. In pochi hanno letto la sua novella “Senso” quasi tutti gli Italiani hanno visto il memorabile film omonimo del regista Luchino Visconti con Alida Valli. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Può una nobildonna italiana dell’Ottocento, confessare di aver perso la testa, sedici anni prima, per un uomo bello e forte, ma perverso e vigliacco; un uomo, per di più, che era stato un ufficiale nemico, un ufficiale del detestato esercito austriaco? Può una nobildonna umiliarsi così, riconoscere di essere caduta schiava di un sentimento degradante, lei così fiera e orgogliosa, lei così abituata a civettare con gli uomini, manipolandoli come poveri burattini?

Eppure è questo il bilancio che – nel racconto Senso, pubblicato da Camillo Boito nel 1883 – la   contessa trentina Livia, giunta alla soglia fatale dei trentanove anni,  si accinge a fare, rievocando una fosca vicenda di quando ne aveva appena ventidue ed era divenuta l’amante del tenente Remigio, forte come un Ercole e bello come un Apollo. Egli, però, era un depravato e un miserabile: nulla di sacro esisteva per lui, e vano era attendersi fedeltà e amore da un simile individuo.

E tuttavia – questo è il punto – Livia ne era rimasta perdutamente presa, non già a dispetto del fatto che lui fosse vile e perverso, ma proprio per quello; presa, del resto, e non innamorata, perché il sentimento che l’aveva afferrata era una torbida ondata di passione, in cui non mancava certo, accanto a una sensualità sfrenata e quasi maschile, la componente masochista di chi cerca, e sia pure inconsciamente, la sofferenza e l’autodistruzione.

Ed ecco il ritratto di Remigio che Livia ne traccia, a così tanti ani di distanza, con una sincerità spietata verso sé stessa:

“Ai freschi, alle serenate non mancavo mai. In piazza San Marco al Caffè Quadri  avevo intorno un nuvolo di satelliti: ero il sole di un nuovo sistema planetario; ridevo, scherzavo,m canzonavo chi voleva pigliarmi con i sospiri o con i versi, mi mostravo una fortezza inespugnata, ma non mi affaticavo poi troppo,  per non iscoraggiare nessuno,ma sembrare proprio inespugnabile. La mia corte si componeva in massima arte di ufficialetti e d’impiegati tirolesi piuttosto scipiti e assai tronfi,  tanto che i più dilettevoli erano i più scopati,  quelli che avevano nella scostumatezza acquistato non foss’altro l’audacia petulante delle proprie sciocchezze. Tra questi ne conobbi uno, il quale usciva dal mazzo per due ragioni. Alla dissolutezza sbadata univa, per quanto i suoi stessi amici affermavano, una così cinica immoralità di principii, che niente gli pareva rispettabile in questo mondo, salvo il codice penale e il regolamento militare. Oltre a ciò era veramente bellissimo e straordinariamente vigoroso: un misto di Asine e di Alcide. Bianco e roseo, con i capelli rossi ricciuti ,il mento privo di barba, le orecchie tanto minute che sembravano quelle di una fanciulla, gli occhi grandi e inquieti di colore celeste: in tutto il volto una espressione ora dolce ora violenta, ma di una violenza o dolcezza mitigata dai segni di un’ironia continua, quasi crudele. La testa piantata superbamente sul collo robusto; le spalle non erano quadre e massicce, ma scendevano giù con grazia; il corpo muscoloso, stretto nella divisa bianca dell’ufficiale austriaco, s’indovinava tutto, e rammentava le statue romane dei gladiatori.

“Questo tenente di linea, il quale aveva solo ventiquattro anni due più di me, era riuscito a divorarsi la ricca sostanza paterna, e, continuando sempre a giuocare, a pagar donne, a scialarla da signore, nessuno ormai sapeva come vivesse; ma nessuno lo vinceva nel nuoto, nella ginnastica, nella forza del braccio. Non aveva mai avuto occasione di trovarsi in guerra; non amava i duelli, anzi, due ufficialetti mi raccontarono una sera, che, piuttosto di battersi, aveva più volte ingoiato atrocissimi insulti. Forte, bello, perverso, vile, mi piacque. Non glielo lasciavo intendere, perché mi compiacevo nell’irritare e tormentare quell’Ercole.”

Livia era divenuta la sua amante, senza alcun rimorso, mentre, col marito, si trovava a soggiornare, per un periodo, a Venezia; e aveva già, più volte, osservato con interesse quello splendido ufficiale esibirsi, al Lido, nelle sue nuotate mattutine.

La figura del marito è sbrigata in pochissime parole: “Mio marito fumava, russava, diceva male del Piemonte, comperava cosmetici: io avevo bisogno di amare.”

Dandosi a Remigio (che, nel bellissimo film di Visconti, diventa Franz), Livia si era doppiamente degradata: come donna e come italiana. E ben presto si era resa conto della assoluta amoralità del giovane, senza per questo riuscire a dominare la propria  passione e, anzi, divenendone sempre più schiava.

Poi, inattesa, era arrivata la guerra del 1866: quella che, sui libri di scuola italiani, è chiamata “la terza guerra d’indipendenza”, mentre gli storici europei la chiamano guerra austro-prussiana, e nella quale l’Italia svolse un ruolo marginale – e umiliante. Benché superiori per terra e per mare, le forze armate italiane toccarono due clamorosi insuccessi: Custoza e Lissa.

Anche Remigio dovrebbe fare il suo dovere di soldato, e partecipare alle operazioni militari: ma, vile com’è, non ha nessuna voglia di rischiare la pelle. Coi denari di Livia, pertanto – alla quale ha giurato, naturalmente, eterno amore -, corrompe alcuni medici militari e si fa rilasciare un falso certificato medico, che lo esenta dagli strapazzi della campagna di guerra a motivo di una inesistente malattia..

È salvo: a Custoza, gli Austriaci dovranno battersi – e vincere – senza di lui. Ma, allontanatosi il pericolo, il giovane non si dà tanto la pena di nascondere a Livia la sua relazione con una ennesima amante; e ha la suprema imprudenza di farsi sorprendere mentre parla di lei, proprio con quella ragazza, in termini di sprezzante derisione, affermando di dover continuare la commedia dell’amore, perché i quattrini della contessa gli fanno comodo.

Livia non è tipo da digerire questo supremo insulto alla sua femminilità. Eccessiva nella passione come nell’odio, impulsiva, capace di qualunque cosa nel suo orgoglio ferito, prende istantaneamente una decisione fatale: si reca al quartier generale austriaco di Verona e denuncia Remigio al generale Hauptmann, esibendo una lettera, dalla quale risulta chiaramente l’espediente del falso certificato medico.

Sa bene, così facendo, di condannarlo a morte: ed è proprio quello che vuole. Uccidendo Remigio, ucciderà anche la propria vergogna e la propria umiliazione, con le sue stesse mani; e potrà ritrovare, se non la pace, almeno il piacere di una vendetta totale.

Il rispetto di sé, quello no, non potrà mai più ritrovarlo, dopo un passo del genere: e lo sa molto bene. Ma ciò non basta a trattenerla sull’orlo dell’abisso.

“La mattina seguente, prima delle nove, mi feci condurre nella mia carrozza al Comando della fortezza. L’erta mi pareva interminabile: gridavo a Giacomo di frustare i cavalli. Una folla di militari d’ogni colore, di feriti, di popolani, ingombrava il piazzale innanzi al Castello; ma giunsi senza ostacoli all’anticamera degli Uffizii, dove un vecchio invalido pigliò il mio biglietto da visita. Dopo qualche minuto ritornò, dicendomi che il generale Hauptmann mi pregava di passare nel suo quartiere privato, e che, appena sbrigati certi affari urgentissimi, sarebbe venuto a presentarmi il suo omaggio.

“Fui condotta attraverso logge, corridoi e terrazze in una sala, che dominava dalle tre larghe finestre la città intiera. L’Adige, interrotto da’ suoi ponti, si torceva in una S, avente la prima delle sue pance a’ piedi del monticello su cui sorge Castel San Pietro, e la seconda a’ piedi di un altro bruno castello merlato; e sorgevano dalle case i culmini e le torri delle vecchie basiliche; e in un largo spazio si vedeva l’ovale enorme dell’Arena antica. Il sole mattutino rallegrava l’abitato ed i colli, e dall’una parte indorava le montagne, dall’altra  gettava una luce placida sulla interminabile pianura verde, sparsa di villaggi bianchi, di case, di chiese, di campanili.

“Entrarono nella sala con gran fracasso di risa e salti due bimbe, le quali avevano il volto coloro di rosa e i capelli biondi paglierini.  Vedendomi, di primo botto rimasero impacciate, ma poi subito si fecero coraggio e mi vennero accanto. La più grandicella disse:

“«Signora, s’accomodi.  Vuole che vada a chiamare la mamma?».

“«No, fanciulla mia, aspetto il tuo babbo».

“«Il babbo non l’abbiamo ancora visto stamane. Ha tanto da fare».

“«Lo voglio vedere io il babbo» gridò la più piccina. «Gli voglio tanto bene io al babbo.»

“In quella entrò il generale, e le bimbe gli corsero incontro, gli si avviticchiarono alle gambe, tentavano di saltargli sulle spalle; egli prendeva l’una e l’alzava e le dava un bacio, poi prendeva l’altra; e le due pazzerelle ridevano, e negli occhi del generale spuntarono due lagrime di tenerezza beata. Si volse a me, dicendo:

“«Scusi, signora; s’ella ha figliuoli mi compatirà.» Si mise a sedere in faccia a me, e soggiunse: «Conosco di nome il signor conte, e sarei lieto se potessi servire in qualcosa la signora contessa.»

“Feci un cenno al generale perché allontanasse le bambine, ed egli disse loro con voce piena di dolcezza: «Andate, figliuole mie, andate, dobbiamo parlare con la signora.»

“Le bambine fecero un passo verso di me come per darmi un bacio; voltai la testa; se ne andarono finalmente un poco mortificate.

“«Generale – mormorai – vengo a compiere un dovere di suddita fedele.»

“«La signora contessa è tedesca?»

“«Ah, va bene», esclamò, guardandomi con una cert’aria di stupore e d’impazienza.

“«Legga» e gli porsi in atto risoluto la lettera di Remigio, quella che avevo ritrovata nel taschino del portamonete.

“Il generale, dopo aver letto:

“«Non capisco; la lettera è indirizzata a lei?»

“«Sì, generale.»

“«Dunque l’uomo che scrive è il suo amante.»

“Non risposi. Il generale cavò di tasca un sigaro e lo accese, s’alzò da sedere e si pose a camminare su e giù per la sala; tutt’a un tratto mi si piantò innanzi e, ficcandomi gli occhi in volto, disse:

“«Dunque, ho fretta, si sbrighi.»

“«La lettera è di Remigio Ruz, luogotenente del terzo reggimento granatieri.»

“«E poi?»

“«La lettera parla chiaro. S’è fatto credere malato, pagando i quattro medici» e aggiunsi con l’accento rapido dell’odio: «È disertore dal campo di battaglia.»

“«Ho inteso. Il tenente era l’amante suo e l’ha piantata. Ella si vendica facendolo fucilare, e insieme con lui facendo fucilare i medici. È vero?»

“«Dei medici non m’importa.»

“Il generale stette un poco meditando con le ciglia aggrottate, poi mi stese la lettera, che gli avevo data:

“«Signora, ci pensi: la delazione è un’infamia e l’opera sua è un assassinio.»

“«Signor generale – esclamai, alzando il viso e guardandolo altera – compia il suo dovere.»

“La sera, verso le nove, n soldato portò all’albergo della Torre di Londra , dove finalmente mi avevano trovata una camera, un biglietto, che diceva così:

“«Domattina alle quattro e mezzo precise verranno fucilati  nel secondo cortile di Castel San Pietro il tenente Remigio Ruz ed il medico del reggimento. Questo foglio servirà  per assistere alla esecuzione. Il sottoscritto  chiede scusa alla signora contessa di non poterle offrire anche lo spettacolo  della fucilazione degli altri medici, i quali, per ragioni che qui è inutile riferire, verranno rimandati  ad un altro Consiglio di guerra.

                                                                                                             GENERALE HAUPTMANN»

“Alle tre e mezzo nella notte buia uscivo a piedi dall’albergo, accompagnata da Giacomo. Al basso del colle di Castel San Pietro gli ordinai che mi lasciasse, e cominciai a salire la strada erta; avevo caldo, soffocavo; non volevo togliermi il velo dalla faccia, bensì, sciolti i primi bottoni dell’abito, rivoltai i lembi dello scollo al di dentro: quel po’ d’aria sul seno mi faceva respirare meglio.

“Le stelle impallidivano, si diffondeva intorno un albore giallastro. Seguii de’ soldati, che, girando il fianco del Castello, entrarono in un cortile chiuso dagli alti e cupi muri di cinta.  Vi stavano già schierate due squadre di granatieri, immobili. Nessuno badava a me in quel brulichio silenzioso di militari e in quelle mezze tenebre. Si sentivano le campane suonare giù nella città, dalla quale salivano mille romori confusi.  Cigolò una porta bassa del Castello, e ne uscirono due uomini con le mani legate dietro la schiena: l’uno magro, bruno, camminava innanzi ritto, sicuro, con la fronte alta; l’altro, fiancheggiato da due soldati, che lo reggevano con molta fatica alle ascelle, si trascinava singhiozzando.

“Non so che cosa seguisse; leggevano, credo; poi udii un gran frastuono, e vidi il giovine bruno cadere, e nello stesso punto mi accorsi che Remigio era nudo fino alla cintura, e quelle braccia, quelle spalle, quel collo, tutte quelle membra, che avevo tanto amato, m’abbagliarono. Mi volò nella fantasia l’immagine del mio amante, quando a Venezia, nella Sirena, pieno di ardore e di gioia, m’aveva stretta per la prima volta fra le sue braccia d’acciaio. Un secondo frastuono mi scosse: sul torace ancora palpitante e bianco più del marmo s’era slanciata una donna bionda, cui schizzavano addosso i zampilli di sangue.

“Alla vista di quella femmina turpe si ridestò in me tutto lo sdegno, e con lo sdegno la dignità e la forza.  Avevo la coscienza del mio diritto; m’avviai per uscire, tranquilla nell’orgoglio di un difficile dovere compiuto.

“Alla soglia del cancello mi sentii strappare il velo dal volto; mi girai e vidi innanzi a me il grugno sporco dell’ufficiale Boemo. Cavò dalla bocca enorme  il cannello della sua pipa, e, avvicinando al mio viso il suo mustacchio, mi sputò sulla guancia.

“L’avevo detto io che l’avvocatino Gino sarebbe tornato. Bastò una riga: Venite, faremo la pace, perché capitasse a precipizio. Ha piantato quella bamboccia della sua sposa una settimana innanzi al giorno destinato pel matrimonio; e va ripetendo ogni tanto, stringendomi quasi con la vigoria del tenente Remigio: «Livia, sei un angelo!»

Camillo Boito, nato a Roma nel 1836 e morto a Milano nel 1914, era il fratello maggiore del celebre musicista Arrigo. Architetto, dal 1860 al 1909 aveva insegnato all’Accademia delle Belle Arti di Milano, facendosi sostenitore di un rinnovamento delle forme architettoniche che traesse ispirazione, rielaborandole, da quelle medievali. Su questo argomento aveva pubblicato un saggio notevole, intitolato Architettura del Medio Evo in Italia, nel 1880.

È considerato un esponente della Scapigliatura, anche se nella sua opera si intrecciano, accanto ad elementi grotteschi, orrorifici e, a volte, macabri, come nella narrativa di Iginio Ugo Tarchetti (di cui ci siamo già occupati nel saggio Nella lotta con l’angelo deforme è in gioco la salvezza della nostra anima, sempre sul sito di Arianna Editrice), suggestioni dal romanzo inglese del Settecento – in particolare, l’ironia di Laurence Sterne – e presentimenti del nuovo clima verista, che ormai batte alle porte.

Come narratore, ha legato il suo nome a due raccolte di racconti: Storielle vane, del 1876, e Senso, nuove storielle vane, del 1883.

Non crediamo siano in molti i lettori italiani che si sono confrontati direttamente con il testo del racconto Senso, notevole per originalità, vigore e acutezza d’introspezione psicologica. Prima degli Scapigliati, nessuno scrittore italiano aveva osato esplorare l’altra faccia dell’amore: quella  morbosa, torbida, degradante. E nessuno ci aveva mai presentato un ritratto femminile così vivo e così anticonvenzionale, come quello della contessa Livia, che assiste impassibile alla fucilazione dell’amante che l’ha tradita, sentendosi perfettamente nel giusto: salvo essere riportata alla realtà – forse – da quello sputo sulla guancia di un ufficiale boemo, che ha assistito a tutta la macabra scena…

Nessuno, tranne il Fogazzaro di Malombra, appena due anni prima di Senso (cfr. il nostro articolo Alle radici dell’inquietudine femminile contemporanea: Marina di Malombra); ma Livia è un personaggio più “moderno” di Marina; quanto meno, è un personaggio che riesce a convivere con i propri demoni di distruzione, mentre l’altra ne rimane travolta.

Tuttavia, se è probabile che in pochi abbiano letto la novella di Camillo Boito, quasi tutti gli Italiani di media cultura, crediamo, hanno visto, almeno una volta, il memorabile film omonimo che il regista Luchino Visconti ne ha tratto nel 1954, scegliendo come interpreti protagonisti Alida Valli e Farley Granger.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 16/03/2008 e dell’Accademia Nuova Italia il 10 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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