venerdì, 24 Settembre 2021
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Caso Polanski: la legge è uguale per tutti, ma per alcuni lo è un po’ più che per altri

Accettabilità di pratiche pedofile? Caso Polanski: la legge è uguale per tutti ma per alcuni lo è un po’ più che per altri. Una pagina di Servadio che ci appare un tentativo di sdrammatizzare un problema che è fin troppo serio. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Lei è una bambina di tredici anni, Samantha Greimer; lui un regista cinematografico quarantaquattrenne (essendo nato nel 1933) ormai affermato a livello internazionale, dopo aver firmato film come «Rosemar’s baby» e «Chinatown»: l’ebreo polacco Roman Polanski. Il luogo, una splendida villa con piscina ad Hollywodd, per l’esattezza la villa dell’attore Jack Nicholson, in quel momento non presente sulla scena.

Il fatto, o meglio il fattaccio, avviene nel 1977: un rapporto sessuale consumato, dopo aver fatto ubriacare la ragazzina, nella piscina della villa; un rapporto anale, per la precisione. In seguito alla denuncia dei genitori, Polanski viene arrestato e un procedimento per violenza sessuale viene aperto a suo carico. Egli riconosce di aver avuto un rapporto sessuale, ma si difende affermando che la minorenne era consenziente e che si era trattato di una vera e propria trappola, organizzata ai suoi danni dalla madre di lei, a scopo di ricatto. Tuttavia, dopo una quarantina di giorni di prigione, mentre si sta delineando la possibilità di un patteggiamento, il giudice di Santa Monica ci ripensa e decide di mandare avanti il processo; nel frattempo, però, muore; e Polanski, in libertà provvisoria, fugge dagli Stati Uniti per non tornarvi mai più.

Avevamo già parlato di questa torbida vicenda in un articolo, apparso sul sito di Arianna Editrice in data 22 maggio 2008, intitolato: «Le tredicenni e il fascino proibito dell’ultima frontiera»; ne riportiamo una parte, con le relative riflessioni: quelle dello psicanalista Emilio Servadio e le nostre personali.

Fra gli intellettuali italiani che, all’epoca, si accorsero del fatto e vi prestarono attenzione, vi fu, infatti, Emilio Servadio (Sestri Ponente, 1904- Roma 1995), uno dei più noti studiosi italiani di psicologia e parapsicologia. Egli prese lo spunto dall’episodio per svolgere alcune riflessioni sulla sessualità delle adolescente e sul mutato atteggiamento della società nei confronti dei rapporti sessuali fra adulti e minorenni, al quale – a suo parere – il codice penale non si era, evidentemente, adeguato.

Scriveva dunque, all’epoca, Emilio Servadio nel suo libro “Sesso e psiche”(Milano, Armenia Editrice, 1979, pp. 187-189):

«Non sappiamo ancora, mentre scriviamo, se Roman Polanski sarà condannato per avere – così hanno riportato i giornali – sedotto, drogato e sodomizzato una ragazzina tredicenne. Il “caso” ha comunque destato molto scalpore, e già si va affermando – in Italia e all’estero – un altro “filone” cinematografico, un “genere” a cui ben si converrebbe la definizione di “neo-lolitismo”. L’appena pubere, se non la pre-pubere, stanno per ridiventare, come al tempo di Nabokov, un sex-symbol.

Perché? La risposta non è facile come potrebbe sembrare. Il regista Lattuada ha detto in un’intervista che «nel corpo di una fanciulla il sesso è qualcosa di puro…Amarlo, è come non peccare». A nostro avviso, si tratta di un giudizio completamente erroneo.

In primo luogo, da Lolita in poi, le ragazzine appaiono ben di rado – anche agli occhi dei profani – circonfuse dal nimbo di “purezza” indicato da Lattuada. E il giudizio è motivato a due livelli: anzitutto perché la “soglia” della pubertà si è abbassata in molte parti del globo, per cui si può ben dire che la tredicenne di oggi corrisponde, anche fisiologicamente, alla diciassettenne dell’epoca vittoriana; e secondariamente, perché i cambiamenti del costume, la diffusione dell’informazione,  e il maggiore spazio consentito alla “dimensione” sessuale hanno fatto sì che in numerose aree di culture, le tredicenni siano – come si suol dire- “scafate” assai più di quel che possano ancora supporre gli ingenui e gli impreparati. Quando apparve il romanzo di Nabokov, molti manifestarono l’opinione che “Lolita” fosse un personaggio inverosimile. Qualsiasi sessuologo, sociologo o antropologo avvertito avrebbe espresso, già a quell’epoca, un giudizio ben diverso. La “disponibilità sessuale” delle ragazzine intorno ai 12-14 anni è testimoniata dalle squadre del buon costume di tutti i Paesi, e da una letteratura che va dal romanzo “Le rideau levé” di Mirabeau ai racconti della rivista clandestina inglese “The Pearl” del secolo passato, o alle “Trois filles de leur  mère” di Pierre Louys. Sulla base, dunque, sia dei frutti nudi e crudi, sia della loro rielaborazione in opere letterarie (e magari anche pittoriche, si pensi alla celebre “Lezione di chitarra” di Balthus), la “purezza” di legioni di ragazzine può essere considerata poco più che un mito. Non poche tredicenni possono essere – s’intende – anatomicamente vergini: ma che cosa ha a che fare la purezza con l’esistenza di qualche centimetro quadrato di tessuto connettivo?! Secondo quanto è stato riferito, la tredicenne sedotta da Polanski ha raccontato l’episodio ad un’amica, al telefono, mostrandosene “divertita”…

È chiaro, dunque, che una spiegazione del rinnovato interesse del “lolitismo” va ricercata non già nei fatti, bensì nel modo in cui vengono valutati e valutati, cioè nella psicologia. E la psicologia ci apprende che malgrado quel che si sa, o si dovrebbe sapere, razionalmente, esiste in moltissime persone il “voler credere” irrazionale. E ciò a cui si continua qui a voler credere rientra nella psicologia del tabù, e nel conseguente “fascino del proibito”.  Per molto tempo – e contro tutta una serie di accertamenti – è stato ritenuto che i bambini e i ragazzini (maschi e femmine) fossero, fino alla pubertà, “asessuati”, e che di conseguenza qualsiasi atto sessuale effettuato su di loro fosse abominevole ed esiziale. In tutti i Paesi, leggi severe sono state emanate, per impedire la “profanazione” di questi strani esseri, nei quali la sessualità – si pensava – doveva calare a un certo punto come se provenisse da chissà quale ignota dimensione. Ci vollero le scoperte di Freud, con il correlativo scandalo a esse provocato, per far sapere al colto e all’incolto che la sessualità esiste già nel neonato!

Ma sebbene le scoperte in questione risalgano ormai a oltre settant’anni fa, e sebbene inchieste accuratissime e catamnesi precise abbiano dimostrato che le “seduzioni” di ragazzini e ragazzine prepuberi hanno avuto conseguenze molto meno importanti di quel che ci si aspettava, la pluralità della gente continua a coltivare sia il tabù della “purezza”, sia il desiderio di infrangerlo – con tutte le emozioni e le paure (anche di conseguenze penali) inerenti a tale possibile violazione. L’interesse per il “neo-lolitismo” sta tutto qui. Si pensa con un misto di simpatia e di tenerezza a Lewis Carroll, e alle ragazzine da lui benvolute, idolatrate, fotografate, e alle quali egli sicuramente non torse mai un capello. Roman Polanki è un tipo piuttosto… dubbio, e l’«impresa» da lui recentemente compiuta gli costerà forse vari ani di galera. Ma quanto alla tredicenne americana, è facile prevedere che riceverà in ogni caso un bel mucchio di dollari e che, sullo slancio della sua “burrascosa” avventura, e della sua popolarità, la vedremo presto in qualche film che sarà, ben s’intende, “vietato ai minori di 18 anni”».

È questo, a nostro avviso, un brano di prosa che vorrebbe essere franco e disinibito ma che risulta, a nostro avviso, piuttosto sgradevole, per quell’aria di ostentato relativismo morale e per quel disinvolto capovolgimento del giudizio, che vede nel regista ebreo-polacco la vittima designata di un abuso giudiziario e, nella ragazzina brutalmente violentata, una scaltra amministratrice di un futuro successo (?) e, addirittura, di una folgorante carriera cinematografica, ottenuta grazie al cinico sfruttamento mediatico della spropria disavventura.

Non solo; qui Servadio sembra farsi banditore di una crociata contro gli ultimi “tabù” sessuali (usa proprio questa espressione), come sarebbe la volontà di un uomo adulto di avere dei rapporti sessuali con una bambina impubere: ciò che a noi pare debba chiamarsi, puramente e semplicemente, pedofilia. Insomma il cattivo maestro Servadio predica che fare del sesso con una minorenne impubere non è affatto una forma di violenza, perché ella è, molto probabilmente, più “scafata” del presunto violentatore e perché – come proverebbero le voci relative al “fattaccio” di Polanski – tutto sommato, alle tredicenni, piace farsi sodomizzare da un uomo adulto: altrimenti, perché lo racconterebbero «divertite»?

Attenzione: qui ci stiamo muovendo realmente su un terreno minato; e, così come vorremmo evitare facili moralismi ed esecrazioni “ad effetto”, vorremmo anche tenerci lontano da qualsiasi cosa possa somigliare, anche solo da lontano, a un incoraggiamento o a una “assoluzione” di qualunque forma di pedofilia.

Lasciamo che Servadio chiami, quali suoi alleati, Nabokov e Pierre Louys, il cinema e la “razionalità”, nella sua battaglia contro gli ipocriti i quali non vogliono vedere l’evidenza: ossia che il concetto di “purezza” dei bambini non esiste più, per lo meno da quando Freud (altro pessimo maestro) ha “scoperto” e insegnato che anche i bambini possiedono una loro vita sessuale. Il che – peraltro – non autorizza ad arrivare alla conclusione che portarsi a letto dei bambini, da parte degli adulti, sia la cosa più logica e naturale di questo mondo. Ma gli anni erano quelli (gli arrabbiatissimi e dissacratori anni Settanta del secolo scorso), e il vento che tirava era quello: proibito proibire era, fin dal ’68, lo slogan più amato e ripetuto, nel campo della morale sessuale come in ogni altro ambito.

D’altra parte, desideriamo affrontare la problematica in questione con mente sgombra da pregiudizi e, pertanto, siamo disposti a riconoscere che, per alcune ragazzine impuberi, la prospettiva di un rapporto sessuale con un adulto non sia necessariamente qualche cosa di sgradevole ma, tutto sommato, di “divertente”. Così pure, possiamo riconoscere che, per taluniadulti, non necessariamente dei pericolosi pervertiti, il corpo di quelle adolescenti possa rappresentare una fonte notevole di eccitazione sessuale. Infine siamo disposti ad ammettere che, in particolari circostanze, fra l’adulto e la ragazzina si possa instaurare una relazione sessuale non solo priva di elementi di violenza, ma nella quale la parte del “seduttore” – se così vogliamo esprimerci -, possa effettivamente essere svolta proprio dalla seconda.

Al di là del cinema e della letteratura, però, i quali amano diffondere su molte situazioni scabrose un alone dolcemente romantico, dovremmo ricordarci sempre che, nella vita vera, ogni giorno si consumano numerosi stupri a danno di bambine e ragazzine da parte di maschi adulti, spesso parenti stretti o amici di famiglia, in una cruda luce di violenza pura e semplice, quasi sempre associata alle minacce e al ricatto psicologico.

La pagina di Servadio ci appare, quindi, un tentativo di sdrammatizzare un problema che è fin troppo serio, facendo leva su una presunta equazione fra mutamento delle abitudini sessuali e accettabilità di pratiche pedofile, anche nelle loro versioni più truculente, come la somministrazione di droghe e la pratica della sodomia. Sembra quasi, leggendola, che, siccome in quegli anni “il comune senso del pudore” stava infrangendo una barriera dopo l’altra, un tabù dopo l’altro, e le tredicenni erano ormai “navigate” quanto le diciassettenni d’un tempo, sarebbe bastato attendere un altro poco, perché gli adulti  potessero disporre di bambine ancora più piccole, ai fini del proprio piacere sessuale.

In un certo senso, è avvenuto proprio questo. Le indagini statistiche, e anche alcuni sconcertanti fatti di cronaca, ci suggeriscono che l’età dei primi rapporti sessuali si è vertiginosamente abbassata in questi ultimi anni; e il cinema e la letteratura, com’è ovvio, sono stati ben lieti di prenderne atto. Così, se la protagonista del romanzo di Nabokov – pubblicato nel 1955 -, Lolita, è una tredicenne estremamente provocante, benché ancora acerba, quella del romanzo di Lisa Dierbeck Una piccola pastiglia gialla (che esalta, oltre ai rapporti sessuali precocissimi, anche i «viaggi psichedelici» mediante la droga), Alice  Duncan, è una undicenne dal corpo di adolescente, che corre dietro a uno spacciatore trentenne.

Ora, se le premesse del ragionamento di Servadio fossero giuste, noi dovremmo abbassare di anno in anno – se non legalmente, almeno culturalmente e psicologicamente – l’età idonea perché un adulto possa avere dei rapporti sessuali con le bambine; e, andando avanti di questo passo, non ci vorrebbe molto per giungere al punto di considerare con indulgenza, se non proprio con benevolenza, gli abusi sessuali compiuti su delle bambine di pochi anni…

E tuttavia, ci sembra che proprio questo sia un messaggio che gli intellettuali e gli uomini di cultura dovrebbero guardarsi bene dal trasmettere al pubblico. Abbiamo già visto in azione gli “orchi” come quelli della banda di pedofili che hanno terrorizzato, qualche anno fa, le famiglie della provincia belga, sequestrando, stuprando e facendo morire delle bambine, per raggiungere il loro piacere sessuale.

Ci pensano già la pubblicità, il cinema e la televisione, purtroppo – per non parlare della rete informatica -, a portare avanti un’opera dissennata di erotizzazione del corpo delle minorenni ; complici alcune madri scriteriate e assetate di divismo per l’interposta persona delle loro procaci figliolette. Non c’è bisogno davvero che ci si mettano anche gli scrittori, i registi e, soprattutto, gli psicologi e gli psicanalisti. Le conseguenze di un messaggio di permissivismo nei confronti di una pedofilia che non ha nemmeno il coraggio di chiamarsi col suo vero nome, potrebbero essere addirittura devastanti.

Lo torniamo a ripetere: siamo perfettamente consapevoli del fatto che ci stiamo muovendo su di un terreno infido ed estremamente sdrucciolevole.

La linea di confine che separa la innocua adorazione delle ninfette fotografate da Lewis Carroll, da atti come quello commesso da Polanski sulla piccola bagnante della piscina, rischia talvolta di assottigliarsi pericolosamente. Sono le ambiguità dell’esistenza – lo psicologo cattolico Ignace Lepp diceva: le luci e le tenebre dell’anima -, e non possiamo che prenderne atto.

Così, se possiamo tranquillamente affermare che è un impulso estetico naturalequello che porta un uomo adulto ad ammirare con compiacimento le forme ancora acerbe, ma proprio perciò “pure”, di una tredicenne (e ne abbiamo numerosi esempi nella storia dell’arte), non altrettanto si può dire allorché si passa dall’ammirazione estetica e, per così dire, disinteressata, al desiderio sessuale vero e proprio; e, meno che meno, quando a quest’ultimo subentra la decisa volontà di ottenerne il soddisfacimento, mediante un esplicito rapporto sessuale.

Dove finisce la «normalità», dove incomincia la patologia? Non è sempre facile stabilirlo con assoluta certezza. Però tale confine esiste, a nostro avviso; e a nessuna persona responsabile, che possieda un minimo di senso morale, dovrebbe essere lecito varcarlo, checché ne dicano i cattivi maestri di una presunta “liberazione” sessuale.

A proposito, non abbiamo raccontato come è andata a finire la vicenda de regista Roman Polanski di cui parlavamo all’inizio.

Dunque, nel gennaio del 1978 Polanski fugge dagli Stati Uniti e inizia la sua vita da «perseguitato» (politico?) nella accogliente Europa, terra dei suoi padri. Ottiene la doppia cittadinanza, polacca e francese; e, a partire da quel momento, si sente in una botte d ferro.

Si sa che la Francia è sempre stata estremamente ospitale e generosa con tutti i rifugiati stranieri, politici e non; lo è stata, fra gli altri, con molti latitanti italiani del terrorismo rosso, Cesare Battisti compreso; se, poi, si tratta di intellettuali,  lo è – se possibile – con una convinzione ancor maggiore. Occorre aggiungere che il ricco e famoso Polanski, in quanto ebreo, può sempre atteggiarsi a vittima di chissà quali oscure cospirazioni miranti a rovinarlo, magari venate di antisemitismo?

Soltanto sedici anni dopo lo stupro della piccola Samantha, egli si è deciso a liquidare un risarcimento in denaro alla vittima che, ormai, di anni ne aveva quasi trenta.

Del resto, Polanski non si è mai riconosciuto moralmente responsabile di alcunché: secondo lui, non vi era stata violenza; ed era solo il fatto che la ragazzina fosse minorenne ad averlo messo nei guai con la legge. Inoltre, egli ha sempre pensato di essere stato vittima di una specie di congiura ai suoi danni, architettata – per motivi di gelosia professionale o per ragioni private – dall’attrice Anjelica Huston, allora compagna di Jack Nicholson.

Insomma, povero Polanski.

Ammesso e non concesso che vi fosse stata realmente una parte lesa nella vicenda della piscina, quella – a suo modesto parere – era proprio la sua.

Ma certi giudici della California hanno una memoria di elefante e così, nella rete di silenziose connivenze che aveva protetto Polanski per tutti questi trenta anni, improvvisamente si è aperta una falla. La polizia elvetica, su richiesta di quella della contea di Los Angeles, ha proceduto all’arresto del regista nell’aeroporto di Zurigo, dove egli era appena sbarcato per ricevere un premio alla carriera presso il Zurich Festival Film. Particolare grottesco: fuori dell’aeroporto, la delegazione del Festival lo stava aspettando in pompa magna, per scortarlo trionfalmente alla cerimonia della premiazione. Sembra il copione di un brutto film satirico…

Subito si è scatenata la reazione, fra incredula e indignata, di tutto il salotto buono della cultura internazionale. Ma come osano quei giudici, retrogradi e reazionari, perseguitare un personaggio così amabile e stimato, un artista di così eccelso talento; come osano quei poliziotti mettere le loro sporche mani su un raffinato intellettuale, osannato e riverito ovunque vada, con le polizie di tutta Europa che da tre decenni fanno finta di non sapere che sulla testa quello stimato signore, oggi settantaseienne, pende un mandato di cattura per violenza sessuale su una minore di quattordici anni, reato che per chiunque altro si chiama, puramente e semplicemente, pedofilia?

Ma per Polanski, no: lui è un artista, un intellettuale. In più, lo ripetiamo, è ebreo, scampato ad Auschwitz (dove invece sua madre è morta), e può contare su una fitta rete di potentissime amicizie e simpatie, di qua e di là dell’Atlantico. Il ministro francese della Cultura ha già puntato i suoi cannoni, nella difesa ad oltranza della povera vittima – cioè a dire, dello stupratore – e il governo svizzero si trova sottoposto a fortissime pressioni diplomatiche, tanto è vero che Polanski ha ottenuto, in un batter d’occhio, il rilascio dal carcere, dietro pagamento di una cauzione.

Ora staremo a vedere se la Contea di Los Angeles, magari dietro il discreto intervento di Hillary Clinton, ritirerà la richiesta di estradizione, avanzata al governo di Berna; ciò non è affatto escluso: senza contare che ben difficilmente il governo di Israele, e le potenti lobbies ebraiche di New York, staranno a guardare, mentre il «povero» Polanski viene così indegnamente e incomprensibilmente perseguitato…

Se di un reato come quello di cui lui stesso, nel 1977, si è riconosciuto colpevole, fosse imputato un cittadino qualsiasi, americano o europeo, la musica sarebbe ben diversa. Ma Polanski appartiene a una casta di potenti, una casta intoccabile: e, al di là della reale portata del reato che avrebbe commesso trenta anni or sono, resta il fatto che, per gente come lui, già la sola idea di essere chiamato a sedere sul banco degli imputati, in un’aula di tribunale, suona come una offesa intollerabile, anzi, come una autentica provocazione.

Quando mai potrebbe accadere che un mostro sacro del cinema hollivodiano, un intellettuale adottato dalla laicissima e libertaria Repubblica francese, venga messo in galera come un vile malfattore, vale a dire sottoposto alla giustizia riservata alle persone qualsiasi?

La casta degli intellettuali – parte essenziale della classe dirigente, in quanto organizza il consenso popolare verso di essa – non accetta di essere processata dalla giustizia ordinaria: essa è al di sopra della legge dei comuni mortali.

Del resto, un esercito di vocianti ammiratrici di Polanski, nonché di militanti post-femministe, si è già mobilitato in difesa di quel piccolo signore settantenne dall’aria così mite e delicata, perfino un po’ smarrita.

Nessuna meraviglia.

Quello di prendere le parti dello stupratore, se si tratta di un uomo ricco, famoso e in odore di genialità, è quasi un riflesso condizionato per un certo tipo di militanti femministe pseudo-intellettuali; di tutt’altro tenore sarebbe la loro reazione, se al posto di Polanski ci fosse un rozzo e illetterato operaio che lavora otto ore al giorno, per portare a casa un migliaio di euro, straordinari compresi…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 29/09/2009 e 16/03/2017 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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