venerdì, 24 Settembre 2021
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Cosa si cela dietro le fantasie sadomasochiste di James Bond, l’Agente 007?

Cosa si cela dietro le fantasie sadomasochiste di James Bond, l’Agente 007? A ben guardare, lo status sessuale del leggendario ed infallibile agente segreto è complesso, tormentato, tutt’altro che lineare ed univoco. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

 

Ci siamo concessi il “divertissement”, qualche tempo fa, di affondare il coltello dell’ironia critica fra le pieghe ben dissimulate di una autentica icona del potere fascinatorio maschile: quel Diabolik che, partorito dalla fantasia di Angela e Luciana Giussani nel lontano 1962, da allora si è imposto come uno dei più mitici supereroi del fumetto nostrano (cfr. il nostro articolo «Ma siamo proprio sicuri che Diabolik sia quel maschione che vorrebbe farci credere?», apparso sul sito di Arianna Editrice in data 04/07/2011).

Vorremmo ora svolgere qualche riflessione non meno irriverente nei confronti di un altro simbolo della perfetta virilità nell’immaginario collettivo, quell’Agente 007, al secolo James Bond, creato dallo scrittore inglese Ian Fleming e rivelatosi al pubblico nel 1952, con la pubblicazione del romanzo «Casinò Royale», il primo di una serie fortunatissima, anche e soprattutto per le pronte trasposizioni cinematografiche operate da diversi registi e interpretate da una serie di attori prestigiosi, come il bruno Sean Connery e il biondo Roger Moore (i due primi della serie, seguiti da diversi altri), sempre attorniati da nugoli di ragazze giovani e bellissime, preferibilmnente in bikini o in vertiginosi mini abiti da cocktail, che immancabilmente s’innamorano di lui e cadono come pere mature nel suo letto, una dopo l’altra, senza peraltro avere mai la possibilità di diventare noiose o appiccicose, dal momento che il nostro supereroe di celluloide se le scrolla di dosso con la massima disinvoltura, dopo averne pienamente goduto, ad ogni nuova avventura.

Eppure, a ben guardare, lo status sessuale del leggendario ed infallibile agente segreto è complesso, tormentato, tutt’altro che lineare ed univoco.

Da un lato, infatti, egli rappresenta lo stereotipo più scontato, vorremmo dire banale, del potere seduttivo maschile, secondo gli standard del tempo (gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del Novecento) e del luogo (la società britannica e, per estensione, occidentale, specialmente nell’area anglosassone): alto, prestante, muscoloso, eccellente automobilista, ottimo sportivo in tutte le specialità, dall’immersione subacquea al volo in deltaplano, dal tiro con l’arco allo sci acrobatico; astuto, deciso, razionale e intuitivo al tempo stesso, dotato di nervi d’acciaio; e ancora: ironico, brillante, elegantissimo, perennemente abbronzato (merito delle frequenti missioni ai Caraibi e non certo del fumo di Londra), perfetto giocatore di carte e di roulette, inappuntabile frequentatore del bel mondo, impareggiabile corteggiatore di signore e signorine dell’alta società.

In beve, egli non deve nemmeno schioccare le dita che subito una frotta di stupende ragazze gli si precipita incontro per adorarlo, coccolarlo, vezzeggiarlo e, soprattutto, per farsi sedurre e travolgere nel fuoco di una passione bollente che, in genere, non richiede più di qualche minuto o di qualche ora per venir consumata nella maniera più esplicita ed appagante, con reciproca soddisfazione, stando almeno ai mugolii da gatta in calore che, platealmente e invariabilmente, sfuggono dalle voluttuose labbra delle fortunate prescelte.

Da un altro lato, però, eccolo frequentemente invischiato in situazioni a dir poco ambigue, nelle quali non è lui a condurre il gioco sessuale, ma a subirlo; nelle quali viene catturato, immobilizzato, talvolta denudato, sempre torturato sul piano psicologico e fisico contemporaneamente; e ciò da uomini vigorosi e nerboruti, più raramente da donne (anch’esse alquanto viriloidi), insomma ridotto alla condizione di oggetto impotente dell’altrui sadismo, dell’altrui eccitazione, dell’altrui desiderio, tanto perverso quanto brutale.

A volte lo si trova legato, spogliato, in attesa di essere lacerato da una lama meccanica rotante; altre volte, sul punto di venir gettato in pasto agli squali; altre ancora, minacciato di mutilazione proprio in quella parte del corpo della quale va tanto fiero e alla quale deve, non si saprebbe dire quanto a ragione, la sua inossidabile fama di tombeur (e qui il gioco di parole con l’italiano gergale sarebbe troppo scontato, per cui ce ne asteniamo) de femmes.

Tali scene ricordano, a quanti si siano sobbarcati l’improba fatica di leggersi quel polpettone indigeribile de «I sette pilastri della saggezza» di Thomas Edward Lawrence, o anche agli spettatori del celebre film «Lawrence d’Arabia», interpretato da un indimenticabile Peter O’Toole dagli occhi più che mai glaciali, la memorabile scena, ovviamente appena allusa, della sodomizzazione del baldanzoso ufficiale-archeologo-spia britannico di origine gallese, da parte di un ufficiale ottomano della guarnigione in cui egli era PENETRATO, con incoscienza suicida se non proprio – signori  psicanalisti, sbizzarritevi se credete, anche sul piano lessicale – con l’inconscia volontà di farsi riconoscere e prendere prigioniero.

E poco importa che il vaglio impietoso della storiografia più recente e smaliziata abbia sfatato tutta una serie di leggende che il mitico Lawrence si era costruito con le sue stesse mani, per rendere più esotica e affascinante la propria figura: tra le quali, appunto, quella memorabile violenza sessuale da cui sarebbe uscito traumatizzato, ma, in compenso, ancor più implacabilmente determinato a farla finita con il dominio turco sul Medio Oriente e a riscattare l’indipendenza del popolo arabo, forse anche (potrebbe insinuare un maligno, ma con l’incontrovertibile sostegno ed il pieno consenso della ricerca storiografica più recente) per la non troppo platonica ammirazione ch’egli nutriva nei confronti di un bel principe beduino.

Poco importa sul piano filologico, intendiamo: perché, quanto al piano psicologico, l’episodio di quel misterioso stupro militaresco è vero al cento per cento, nel senso che riflette perfettamente i segreti tormenti e le inconfessabili pene d’amore del celebre colonnello-scrittore che guidò quella che egli stesso, con romantica ispirazione e con felice senso dell’autopromozione (due cose che molti intellettuali anglosassoni riescono a far convivere felicemente), avrebbe poi definito «la rivolta nel Deserto».

Del resto, che un uomo si inventi la storia della propria sodomizzazione e la vada poi a raccontare ai lettori della propria apologetica autobiografia, non la dice lunga più che a sufficienza, affinché essi siano in grado di farsi un’idea ben precisa del suo orientamento sessuale?

Ebbene, nelle pagine di Ian Fleming (mediocre scrittore, a dire il vero, e infinitamente inferiore a quel Geoffrey Jenkins che lo ricorda negli intrecci e nella caratterizzazione dei personaggi, ma che gli è di tanto superiore sul piano letterario, quanto il K2 è superiore Colle di Cadibona; e tuttavia amatissimo da un vasto pubblico di bocca buona) si ritrovano spesso, e così pure nei film della serie ispirata all’Agente 007, le medesime situazioni e, quindi, anche i medesimi nodi e i medesimi, piccanti sottintesi di natura omofila.

Forse che all’imbattibile James Bond non dispiace poi tanto, alla fine dei conti, recitare la parte della vittima e farsi acchiappare, tormentare, battere, sottoporre a scariche elettriche, persino minacciare di evirazione come il povero Abelardo, anche se poi, ogni volta, si riprende miracolosamente e riesce a capovolgere la situazione, scaraventando nei guai proprio coloro che lo stavano coscienziosamente seviziando: i villosi e perversi, ma in fondo anche sprovveduti esecutori, assieme ai loro perfidi mandanti?

È un’ipotesi tutt’altro che peregrina; un’ipotesi da non scartare.

Ha scritto Peter Dally nel suo libro «Le fantasie sessuali» (titolo originale: «The Fantasy Game», Londra, Quartet Books, 1977; traduzione italiana di Donatella Besana, Como, Lyra Libri, 1988, 1996, pp. 111-12):

«Il secolo XX ha visto il successo di molti romanzi gialli basati su fantasie sadomasochistiche, come quelli di Ian Fleming. Non si tratta di libri pornografici nel senso tradizionale del termine, anche se ne possiedono alcune caratteristiche. James Bond esercita sulle donne un fascino irresistibile ma non inizia mai un rapporto stabile con una di loro e le considera solo oggetti per la sua gratificazione. Il potere, non l’amore, è il tema centrale di queste storie. Bond è sovrumano quanto a resistenza, virilità, rapidità di reazione: sconfigge tutti i suoi avversari e alla fine si guadagna una bella ragazza. (Il fatto che si sovrumano e inevitabilmente abbia la meglio sugli avversari scarica i lettori dall’ansia provocata dalla stimolazione delle loro fantasie.)

Tutte le sue avventure contengono elementi sadomasochistici. Egli non è mai sazio di punizioni e le sue sono storie tipiche di fantasie masochistiche. In “Casinò Royal” viene ridotto all’impotenza, immobilizzato da due scagnozzi:

“’Forza, caro amico, stiamo perdendo tempo’. Le Chiffre [il cattivo] parla un inglese senza accento; la sua voce è pacata, morbida, senza fretta. Non rivela alcuna emozione. Potrebbe essere quella d0un medico che chiama il paziente successivo, un paziente isterico che s’è lagnato con un’infermiera… Di nuovo Bond si sente debole e impotente”.

Bond viene spogliato e i vestiti gli vengono tolti di dosso con un coltello; quindi, viene legato a una sedia di bambù cui è stato tolto il fondo. 

“Era prigioniero, nudo, impotente…”

Affinché riveli alcune informazioni, viene torturato mediante “un lungo battipanni fatto di bambù piegato” che Fleming descrive come “un oggetto domestico”. Bond viene salvato all’ultimo momento, proprio quando Le Chiffre sta per tagliargli i testicoli con la lama d’un coltello.

In “Il dottor No” eccolo di nuovo prigioniero e impotente, stavolta in compagnia d’una bella bionda. Il dottor No gli dice:  “Naturalmente farà male. Il dolore m’interessa. E m’interessa anche scoprire fino a che punto il corpo umano possa sopportarlo…

Il destino della ragazza è d’essere trascinata nuda sulla spiaggia per essere divorata viva da granchi giganti. Bond sarà il nuovo partecipante alla corsa a ostacoli organizzata dal dottor No, una corsa contro la morte. Armato solo d’un coltello da tavola e d’un accendino, passa attraverso grate dell’alta tensione, s’arrampica su di un gigantesco pilone di acciaio, attraverso un tubo di metallo rovente, sempre osservato da imperscrutabili occhi cinesi. Riesce a passare indenne in una gabbia di ragni velenosi  e infine deve combattere con un polpo gigantesco che lo avviluppa con i suoi tentacoli.»

Sia come sia, il pungiglione del dubbio è stato insinuato e il bell’agente segreto di Sua Maestà Britannica perennemente in missione all’estero, con licenza di uccidere, non potrà più presentarsi a noi con quella “naturalesse” seduttiva che era il suo vanto e la ragione principale del suo stesso, leggendario fascino maschile.

Il frutto dell’albero proibito è stato ormai assaggiato; e noi, che ci piaccia o meno, non saremo mai più capaci di guardare al mitico James Bond con gli stessi occhi di prima, occhi colmi di una sconfinata ammirazione non sfiorata dal benché minimo dubbio.

Anche astraendo dalle lucidissime considerazioni psicologiche svolte da Kierkegaard sulla natura ambigua del Seduttore, in particolare sulla sua mancanza di equilibrio interiore e sulla claustrofobia della sua personalità; anche astraendo da esse, dicevamo, quel frequente, un po’ troppo frequente sguazzare di James Bond in situazioni sadomasochiste, ha finito per risvegliare in noi perplessità impreviste, interrogativi scomodi, che sarebbero in grado di gettare una spiacevole ombra sulle gesta dell’eroe più intemerato.

Non tutto è oro, quello che luccica: questo lo sapevano bene, ad esempio, le giovani principesse europee in cerca di partito, allorché si faceva il nome del marziale Federico II di Prussia: un gran condottiero e un uomo indubbiamente geniale, il quale – ahimè – preferiva attorniarsi di aitanti dragoni e corazzieri, con i quali si appartava e si sbrigava in meno di un quarto d’ora, conservandosi pervicacemente immune dal fascino muliebre e sventando ogni esca da quello predisposta sul suo cammino.

Chissà, dunque, cosa mai realmente accade dentro quelle lussuose camere d’albergo, su quelle paradisiache spiagge tropicali o a bordo di quei fantastici yacht da crociera, quando l’abbronzato e palestrato Agente 007 si apparta con le sue adoranti ammiratrici: stando le cose come stanno, non ci sentiremmo di garantire che le poverine trovino precisamente quel che avevano tanto sospirato…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 20/09/2011 e del 12/02/2016 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 08 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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