domenica, 13 Giugno 2021
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Di notte, al chiar di luna, appare il fantasma del cavaliere spagnolo

Una delle pagine più affascinanti del romanzo della scrittrice statunitense Majorie Kinnan Rawlings Il cucciolo e una delle sequenze più affascinanti del bellissimo film è quella relativa al fantasma del cavaliere spagnolo. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola  

Una delle pagine più affascinanti del romanzo della scrittrice statunitense Majorie Kinnan Rawlings Il cucciolo (e una delle sequenze più affascinanti del bellissimo film omonimo, girato da Clarence Brown nel 1946) è quella relativa al fantasma del cavaliere spagnolo.

Nel film se ne parla in un’unica scena ed è Icaro, il ragazzino zoppo e malato, ma intelligentissimo e animato da una fervida fantasia, a narrarne la storia a Jody, il protagonista, figlio di due poveri agricoltori della Florida che vivono, ai primi del Novecento, in condizioni di isolamento quasi inverosimile ma, in compenso, a contatto con una natura straordinariamente varia e rigogliosa.

Nel romanzo, invece (titolo originale: The yearling, del 1938) se ne parla in diversi punti della vicenda. Riportiamo qui di seguito i tre principali:

“La strada polverosa si svolgeva come un nastro al sole. All’altezza della cisterna si biforcava: un ramo volgeva a settentrione e l’altro portava all’Isola Forrester. Al bivio i tronchi dei pini secolari mostravano antiche ferite di scure, fatte allo scopo di indicare la direzione.

“«Li hai fatti tu quei segni sui tronchi, o i Forrester?», domandò Jody.

“«Oh, son lì da quando né i Baxter né i Forrester esistevano al mondo. Possono averli fatti gli spagnoli. Non t’hanno insegnato a scuola che la strada l’han fatta loro? È la prima strada che hanno tracciato attraverso la Florida; quel ramo là va a Tampa. Questo si chiama la via dell’Orso Nero.»

“Jody spalancò gli occhi. «Cacciavan l’orso nero anche gli Spagnoli?»

“«È probabile. Per forza. Avevano per nemici gli indiani, gli orsi e le pantere. Su per giù come noi, solo che noi non abbiamo più gli indiani».

“Jody si guardò attorno. La pineta si popolò subitamente, nella sua fantasia. «Ce n’è ancora in giro, di spagnoli?»

“«Ma no. Non vive più chi ha sentito suo nonno dire di aver visto gli spagnoli. Eran venuti dall’altra parte dell’oceano. Sono venuti per trafficare, ma si sono aperti la strada a suon di botte sacrosante, e nessuno sa dove siano andati a finire ». (…)

“Dopo cena i due vecchietti discorsero di cavalli. In tutta la regione attorno e più a ponente, i ranchers ne lamentavano la penuria. Orsi lupi e pantere avevano falcidiato i puledri dell’annata. I soliti cavallari del Kentucky quest’anno non erano comparsi. I Forrester riconoscevano unanimi che era un buon affare mettersi in giro e comprar cavalli bradi. Jody e Icaro, trovando noiosi i discorsi, si rincantucciarono a chiacchierare sottovoce per conto loro.

“«Io so una cosa che scommetto che non sai», disse Jody.

“«Cos’è?»

“«Gli Spagnoli una volta lavoravano la terra proprio accanto a casa nostra.»

“«Lo sapevo benissimo.» Si fece più accosto e in un misterioso bisbiglio aggiunse: «Li ho visti.»

“Jody spalancò gli occhi: «Hai visto chi?»

“«Gli Spagnoli. Sono dei giganti, neri  come il peccato. Portan l’elmo e van sempre a cavallo. Anche i cavalli son tutti neri.»

“«Non è vero che li hai visti. Non ce n’è più. Sono scomparsi come gli indiani.»

“Icaro strizzò l’occhio da furbo. «Già! Si dice così, ma son storie.  Senti, la prima volta che passi sullo stradone, va’ a guardare nella grossa magnolia all’altezza  della vostra cisterna., sai quale voglio dire? Be’, va’ a guardar dentro il fogliame. Lì c’è sempre una sentinella spagnola a cavallo.»

“A Jody si rizzarono i capelli sulla nuca. Impossibile. Era una delle frottole di Icaro. Ecco perché passava per strambo. Ma Jody segretamente avrebbe voluto che non fossero frottole. A ogni modo non c’era nessun male a guardare nella magnolia la prima volta che passava di lì.

“Gli orchi [soprannome dei Forrester] svuotarono le pipe sulla pietra del focolare o sputarono via le cicche nel fuoco. Avviandosi verso le proprie camere si slacciavano bretelle e brache. Avevano ciascuno un letto per sé, troppo grossi per dormire appaiati. Icaro si portò Jody nel proprio letto, nel sottoscala. «Il cuscino tientelo tu»,gli disse.

“Jody pensò che al ritorno la mamma avrebbe voluto sapere se s’era lavato i piedi prima di coricarsi. Qui dai Forrester non ci si badava, ognuno andava a letto senza lavarsi. Icaro incominciò una storia sulla fine del mondo. Il creato era deserto e buio, con solo le nuvole su cui cavalcare. Al principio Jody era interessato, poi la storia divenne confusa, assurda. Jody s’addormentò e sognò di spagnoli, che cavalcavano nubi più nere del peccato.” (…)

“Il primo gelo sopravvenne alla fine di novembre. Sul gran noce nell’angolo nord del campo le foglie ingiallirono come burro, mentre sull’albero della gomma erano gialle e rosse e nel boschetto delle querce sterili fiammeggiavano rosse come fuochi di cacciatori della foresta.  La vite era tutta d’oro e il sumacrosso cupo come la brace. La fioritura ottobrina del mirto s’era convertita in una bambagia impalpabile. Il giorno si alzava frizzante, poltriva intiepidendo  placido e rinfrescava daccapo prima che fosse buio. I Baxter passavano la sera davanti al fuoco del camino in sala. «Pare impossibile – ripeteva la mamma – ecco già di nuovo l’inverno.»

“Jody si sdraiava in terra sulla pancia, sostenuto sui gomiti, il mento tra le palme, gli occhi fissi nel fuoco. Vi rivedeva sovente lo spagnolo di Icaro. Strabuzzando gli occhi in attesa che le fiamme si elevassero alla dovuta altezza, riusciva benissimo a vedere, senza un grave sforzo d’immaginazione, un cavaliere con il manto rosso e l’elmo sfavillante.  La visione non durava mai a lungo, perché il legno consumandosi si muoveva e lo spagnolo dileguava. «Gli spagnoli portavano la mantella rossa?»

“Il babbo: «Non so. Sono un maestro da strapazzo, mio povero figliolo.»

“La mamma, stupita: «Chi gli ficca in testa di queste idee?» (1)

Eppure…

Se non fossero tutte storie, come la mamma di Jody mostrava di credere? Se il racconto di Icaro avesse avuto un suo fondamento, e non solo perché è bello, per dei bambini, credere a cose del genere, come Jody in cuor suo aveva pensato? Sì: se davvero i cavalieri spagnoli, o meglio i loro fantasmi, grandi, neri, con le mantelle rosse, avanzassero a cavallo attraverso i sentieri del bosco, nella luce argentea della luna?

In un precedente articolo, I bambini vedono cose che noi non vediamo, abbiamo avanzato l’ipotesi che un certo numero di bambini in età pre-scolare possiedano naturalmente la facoltà di percepire eventi e situazioni che sfuggono completamente ai sensi ordinari degli adulti. Un po’ come accade per gli animali (si pensi all’udito del cane) e per la loro misteriosa facoltà di presentire fenomeni quali terremoti o maremoti; cosa che è stata tragicamente confermata, di recente, dallo tsunami che ha spazzato le coste dell’Oceano Indiano.

Ebbene: oltre ai bambini, è verosimile che esista un’altra categoria di persone in grado di vedere e sentire cose che restano invisibili e non udibili agli individui comuni: quella dei sensitivi, naturalmente dotati di una sorta di “seconda vista”, aperta sull’altra dimensione del continuum spazio-temporale. Tali persone sono in grado di percepire non solo eventi a grandi distanze nello spazio, ma anche nel tempo: cioè eventi verificatisi nel passato o che si verificheranno nel futuro. Infatti, secondo la concezione unitaria delle quattro dimensioni, il passato non è scivolato via chissà dove nell’ombra e il presente non è qualcosa che debba ancora arrivare: passato e presente, al contrario, coesistono, sono già qui e ora, solo che i sensi ordinari non arrivano ad afferrarli.

Nel caso del cavaliere spagnolo, e anche di alcuni altri che ora riporteremo, ci si può domandare dove, esattamente, persista la sua presenza, affinché taluni abitanti del “presente” siano in grado di coglierla con lo stesso gradi di evidenza di qualsiasi altra. Sono state formulate varie ipotesi al riguardo; una delle più accettabili si riferisce al “deposito” dell’Akasa, di cui abbiamo parlato nell’articolo Da dove vengono le materializzazioni del pensiero, ed è stata formulata migliaia di anni fa dai saggi dell’India e ripresa, nei tempi moderno, soprattutto dai teosofi.  Uno studioso italiano del Novecento (pochissimo conosciuto al grande pubblico), un sacerdote veneziano, padre Ernetti, avrebbe addirittura realizzato – alcuni decenni or sono – un “cronovisore”, ossia uno strumento capace di “leggere” la memoria del passato rimasta impressa in tale “deposito” psichico universale. Si dice perfino che egli fu in grado di visualizzare la passione di Cristo e che informò le gerarchie della Chiesa cattolica della sua straordinaria scoperta; ma siamo, appunto, nel campo dei “si dice”, benché esistano forti indizi del fatto che padre Ernetti non era né un visionario, né uno squilibrato, e che le sue ricerche rivestivano carattere di assoluta serietà.

Sia come sia, noi possediamo una imponente bibliografia relativa ad episodi di “visioni del passato”, spesso testimoniati da persone di sicura buona fede e, in taluni casi, da studiosi di un certo prestigio, come l’inglese Stephen Jenkins, definito da Colin Winson (uno dei massimi esperti dell’oculto) “serio e appassionato”. (2) Jenkins,in particolare, era convinto che gli eventi del soprannaturale in genere, e le visioni del passato in particolare, si verificano là dove s’incontrano due o più ley lines, dei sentieri o linee di forza magnetica che collegherebbero, in una fitta rete che in parte è stata riconosciuta, dei “centri energetici” corrispondenti, non a caso, ad antichissimi siti preistorici, quali dolmen menhir, e sui quali ultimi sarebbero poi stati edificati gli edifici del culto cristiano. Secondo questa teoria, le visioni del passato non hanno luogo in punti dello spazio casuali, ma in località ben precise, caratterizzate da un’alta densità di vibrazioni elettromagnetiche. Per inciso, si tratta di una teoria che non si discosta moltissimo – nell’impianto fondamentale – da quella di un altri studioso di lingua inglese, Ivan Sanderson, particolarmente noto come ufologo, il quale avrebbe individuato dodici particolari località della superficie terrestre caratterizzate dalla frequenza di eventi inspiegabili, tra i quali la scomparsa di persone, navi ed aerei; anche se Sanderson le mette in relazione con l’intervento diretto di creature intelligenti provenienti da un’altra dimensione dello spazio-tempo.

Tornando a Stephen Jenkins, egli sostenne di aver visto per due volte alcuni soldati fantasma nella stessa località della Cornovaglia, all’estremità sud-occidentale dell’Inghilterra. Riportiamo da un testo divulgativo sul soprannaturale:

“I soldati, tutti armati, erano silenziosi e immobili. Svanirono completamente in una tremolante cortina d’aria calda. Jenkins ritiene che le ley lines avessero dato origine a un potente campo di forza. Il fatto più sorprendente è che i due avvistamenti si verificarono, più o meno con le stesse modalità, a 40 anni di distanza l’uno dall’altro.” (3)

Anche Joan Forman, autrice di uno dei migliori libri sul mistero del tempo (almeno dopo il classico di J. W. Dunne, Esperimento con il tempo), riporta alcuni casi del genere, sempre realtivi alle isole Britanniche (il che starebbe a indicare o che quell’area è particolarmente interessata dalle “linee di forza” oppure, semplicemente, che è stata meglio studiata sotto tale particolare punto di vista). Ne riferiamo due, scelti fra quelli più significativi:

“Il dottore e la signora White dovevano andare a desinare con amici a Niton  e decisero di prendere la bella strada atrtraverso i Downs dell’isola [di Wight; siamo il 4 gennaio del 1969].  Era una sera buia con grandi masse di nuvole, ma sopra di esse  una fulgida luna piena stagliava nettamente lo scenario  con toni neri, grigi e argentei. Cominciarono a salire  ilprimo colle avicinandosi ai Downs, con cave di calcare sulla sinistra e campi sulla destra. È una zona solitaria, dove la piùvicina fattoria è distante alcune miglia, e quello che i due viaggiatori si videro davanti era l’ultima cosa che si aspettassero di vedere.  I campi aparivano coperti di lkuci inquiete, come se molta gente  si aggirasse laggiù. La coppia ne fu stupita  ma attribuì la cosa a pastori affaccendati con le loro greggi, perché era il tempo della figliatura.

“Il dottore e sua moglie giunsero al sommo del colle e stavano per iniziare la discesa quando si accorsero che anche sull’altro versante tutti i campi alla loro destra  erano risplendenti di luci, «come una grande città».  Fermarono l’auto e contemplarono stupiti quella miriade di punti scintillanti, cercando di capire che cosa fossero. A quanto sembra non venne  loro in mente che la spiegazione potesse non essere di natura razionale.  Supposero di assistere a qualche festa agricola, sebbene i primi di gennaio non fossero un’epoca molto adatta per certe attività campestri. In distanza, quello che ricordavano come un semplice tratto di automobile verso una fattoria fuori mano sembrava loro una bene illuminata strada cittadina con edifici sui due lati: le luci erano verdi, rosse e arancione. La scena era sconcertante, e il senso di irrealtà aumentò quando giunsero al sentieri della fattoria e si accorsero che era deserta come al solito, con ombre cupe e riflessi lunari, senza alcun indizio di luci artificiali.

“I due cominciarono a innervosirsi, e la ripresa del loro viaggio sotto le grandi masse di nubi e il chiaro plenilunio non li rassicurò molto. La signora White, in particolare, non vedeva l’ora di raggiungere un familiare rifugio in un’osteria dell’isola, la Lepre e Segugi, una costruzione bassa e amichevole alla congiunzione delle strade di Newport da un lato e di Merstone dall’altro.

“Ma anche questo piccolo sollievo fu loro negato. Voltato l’angolo, videro l’osteria: ma era immersa nella luce e circondata da figure che portavano torce correndo e indietro lungo la strada.  Dai finestrini della macchina videro ancora i campi illuminati, e l’onda di luce sembrava continuare in lontananza verso Newport travolgendo i campi e le siepi. Una figura si staccava dalla massa: un uomo eccezionalmente alto dai lineamenti marcati  che correva direttamente davanti all’automobile. I due notarono che indossava un giubbetto di cuoio con una larga cintura.

“A questo punto il dott. White, una persona molto positiva, al dire della moglie, venne alla conclusione che non era solo l’oscurità notturna quella che doveva essere chiarita. Decise di fermarsi e chiedere a qualcuno la causa di tutto quel movimento e di quell’illuminazione. Sembra che neppure adesso venisse loro l’idea di essere vittime di un’illusione.

“Quando la macchina  fu a una ventina di metri dal Lepre e segugi, le luci e le figure svanirono insieme, scomparendo come per lo scatto di un interruttore. L’osteria  era nell’oscurità eccettuo la consueta, fioca illuminazione delle sue finestre. L’innervosita coppia proseguì senza fermarsi fino alla sua destinazione.

“Tornarono per la stessa via alle prime ore del mattino; la zona era tornata alla normalità, il senso di oppressione era scomparso insieme all’impressione di irrealtà. Un fattore naturale che era stato presente nel viaggio di andata mancò in quello di ritorno: le nubi si erano allontanate; la notte era ancor buia ma la luna splendeva brillante e libera nel cielo chiaro.

“In seguito i White cercarono una spiegazione. Avevano forse assistito a un miraggio prodotto dal riflesso di una città vicina proiettato contro la barriera di nubi e di là sui campi sottostanti? Solo le acque del Solent dividono la città di Portsmouth dall’isola di Wight. L’idea era interessante ma, mi sembra, non soddisfacente perché non spiegava le figure con le torce e l’uomo con la giubba di pelle passato davanti all’automobile.

“Altre possibilità furono suggerite dalla stessa Sheila White: che cioè la strana esperienza avesse mostrato una qualche sequenza di vita passata o futura. Le legioni romane, un tempo, avevano posto i loro accampamenti marciando contro i Vezi. Gli accampamenti romani avevano almeno due strade che si incrociavano ad angolo retto, se erano temporanei; e con completo sistema di vie a graticcio se costituivano un luogo fortificato permanente (il forte legionario di Caerleon ne è un buon esempio). Le torce erano certamente usate per l’illuminazione durante l’impero, e ci si può immaginare che gli accampamenti fossero adeguatamente illuminati specialmente in tempo di pace. Una sequenza del passato è dunque molto probabile in questo caso.

“I Vezi furono poi sottomessi dagli invasori Vichinghi che posero là i loro accampamenti invernali sulla fine del X secolo e usarono l’isola come base da cui aggredire l’isola maggiore. Gli abiti indossati dalla grande apparizione dei White erano conformi piuttosto al costume vichingo che a quello romano. Gli uomini del nord erano alti.” (4)

Anche il secondo episodio, riferito dalla Forman assai più concisamente, ha a che fare con l’antica presenza militare romana in Gran Bretagna. Si tratta di una sorta di “allucinazione lucida” che le fu riferita da una signora, la quale peraltro si interessava appunto di storia romana; quindi non si può escludere che via abbia concorso un certo grado di autosuggestione inconscia, come l’Autrice – correttamente – fa presente al lettore.

“Un altro soggetto, la signora M. Rawlings, di Barnet, ‘vide’ una processione romana entrare nell’arena di Verulamio (la moderna St. Albans nel Hertfordshire), e poté descriverla nei particolari, dall’uniforme dei soldati romani ai vessilliferi che portavano le aquile. «Un ufficiale di alto grado, vestito di una bianca toga e con un ramo di alloro sulla fronte, venne per ultimo e si avvicinò al seggio nel centro del palco, dove sedette con i vessilliferi a ogni lato». Tutta l’esperienza parve durare solo pochi secondi.

“Esperienze di questo genere possono essere spiegate altrimenti che con un cambiamento di tempo. La signora M. Rawlings si interessava di storia romana e aveva letto molto su questo argomento. È possibile che la sua visone fosse una ricostruzione mentale di una scena su cui ella deve aver fatto molte letture. D’altra parte il caso può essere stato un’aberrazione temporale simile a quello di alcuni già considerati. Non vi sono sufficienti elementi per giungere a una conclusione.” (5)

Ad ogni modo, uno degli episodi di slittamento temporale più impressionati è quello riferito da Charles Berlitz e ambientato anch’esso nelle Isole Britanniche, questa volta nel nord della Scozia,  e accaduto alla metà degli anni ’70 del Novecento. Si noti che in questo caso il testimone visse un’esperienza che coinvolse non il senso della vista, come nei due casi precedenti, ma bensì quello dell’udito, il che fa pensare non a una sfilata di fantasmi inconsistenti, ma alla “registrazione” di un evento assolutamente reale, ancorché situato nel passato, e caratterizzato da corpi pesanti in movimento, tali da produrre il caratteristico scalpiccio di una folla in marcia.

Un altro elemento significativo di questo episodio è dato dal fatto che gli animali domestici dei vicini del protagonista – un cane e un gatto – avvertirono inesplicabilmente una presenza estranea proprio nel momento e nel luogo in cui il testimone udì sfilare la legione romana “in marcia dall’eternità”. Abbiamo già osservato che gli animali sembrano in grado di percepire presenze ed eventi che sfuggono ai sensi degli esseri umani. Nel nostro caso, la reazione degli animali e l’esperienza del testimone si confermerebbero a vicenda e parrebbero suggerire che, quella notte, qualcosa di anomalo sia realmente accaduto.

Un ultimo elemento degno di nota è la testimonianza di una seconda persona che, indipendentemente da quella della prima, convaliderebbe l’oggettività del fenomeno, poiché si riferisce allo stesso giorno e alla stessa ora indicati dal primo soggetto, benché venisse resa a una notevole distanza di tempo dai fatti segnalati.

“Una tarda sera del settembre del 1974 lo scrittore A. C. McKerracher decise di concedersi una pausa di lavoro e uscire a prendersi una boccata d’aria.

“McKerracher e la sua famiglia si erano trasferiti da poco in un nuovo immobile residenziale su una collina prospicente la cittadina scozzese di Dunblane, nel Perthsire.  Era una notte serena e gelida, e l’abitato sottostante era velato dalla nebbia. Tutt’a un tratto, il silenzio fu turbato da un trapestio come quello di una folla di persone che camminasse per i campi.

“McKerracher, certo che fosse una conseguenza dell’eccessivo lavoro, decise di rientrare. Ma venti minuti dopo, spinto dalla curiosità, uscì di nuovo, e trovò che i rumori erano più forti, e piùvicini, che mai. Questa volta davano l’impressione che una possente legione stesse marciando dall’altro lato delle case di fronte.

“«Rimasi come radicato sul posto mentre quel reggimento irreale, invisibile, passava- ricordò. – I marciatori dovevano essere migliaia, perché il rumore continuò per parecchio tempo».

“Ormai temendo di aver smarrito il ben dell’intelletto, decise di rientrare in casa e di mettersi subito a letto. Ma una settimana dopo, mentre era in visita a una coppia più anziana che abitava nelle vicinanze, udì una strana storia. Una settimana prima, nelle prime ore della notte, i coniugi  gli dissero, il loro cane e il loro gatto si erano svegliati all’improvviso ed erano saltati su come fulmini col pelo ritto sulla schiena. «Per una ventina di minuti  parve che stessero fissando qualcosa che attraversava il salotto.  Sembravano terrorizzati».

“McKerracher non aveva detto nulla della sua esperienza. Ma l’inesplicabile comportamento degli animali si era verificato esattamente nello stesso momento in cui lui aveva udito la legione invisibile una settimana prima. Cercò una spiegazione, e trovò che anticamente una strada romana si dirigeva verso nord subito dietro le case dall’altra parte della via. Inoltre, nel 117 d. C. la IX Legione Spagnola, un corpo di truppe scelte di quattromila uomini, era stata inviata dalla Spagna in quella zona della Scozia  per schiacciare una rivolta tribale.

“La legione era nota come” la Sventurata Nona perché nel 60 d. C. dei suoi soldati avevano frustato Boadicea, regina della tribù britannica degli Iceni, e avevano violentato le sue figlie. Boadicea aveva maledetto in eterno quegli uomini e in seguito aveva guidato una rivolta che aveva inflitto alla IX gravi perdite.

“La legione venne ricostituita, ma non era più la stessa. La sua marcia sulla Scozia s’interruppe misteriosamente. Essa svanì senza lasciare traccia  poco dopo essere passata attraverso quella che secoli dopo sarebbe stata Dunblane.

“Nell’ottobre del 1948 McKerracher,che non risentì più il rumore e in seguito si trasferì nella parte vecchia di Dunblane, tenne una conferenza sulla storia locale presso un circolo femminile. Alla fine della conferenza Cecilia Moore, un membro del circolo, andò al podio e dichiarò che forse anche lei aveva udito il passaggio di un esercito romano fantasma.

“Si venne a sapere che aveva abitato dall’altro lato della strada dove lo scrittore aveva avuto il suo precedente domicilio. «Una sera stavo facendo uscire il gatto quando ho sentito un rumore come di un esercito che passasse dal mio giardino dietro casa», testimoniò. Il fatto, determinò McKerracher,  era successo la stessa notte e alla stessa ora della sua esperienza.

“«Sono convinto – scrisse – che quello che io e la signora Moore abbiamo sentito, e che gli animali dei miei vicini hanno visto, è stato il passaggio di una legione maledetta, in marcia verso il suo tremendo  e ignoto destino, quasi duemila anni fa».

Una legione fatta scomparire, mediante le arti della magia nera, dagli antichi sacerdoti druidi per vendicare il grave affronto fatto alla regina Boadicea e alle sue figlie?

Così sembrerebbe.

In tal caso, lo scalpiccio dei legionari in marcia avrebbe il significato di un ultimo segno di vita da parte di coloro che, di lì a poco, sarebbero stati risucchiati in un’altra dimensione o che, comunque, sarebbero periti tragicamente. Potremmo allora accostare il fenomeno di Dunblane al celebre caso del fantasma con cui si confrontò il filosofo Atenodoro (7) e ipotizzare che il messaggio rivolto ai viventi da quegli antichi legionari, se pure ve ne è uno, abbia a che fare con il desiderio che si svolgano delle ricerche nella zona al di là della cittadina di Dunblane, magari per riportare alla luce i loro resti mortali. Per un antico romano, infatti, non esisteva disgrazia più grande di quella di morire in circostanze tali da negare la sepoltura al proprio corpo. Senza l’accompagnamento dei riti funebri, così come – del resto – per un greco, veniva gravemente ostacolato l’accesso all’aldilà per l’anima del defunto.

NOTE

1)  M. K. Rawlings, Il cucciolo, traduzione italiana di Carlo Coardi (Milano, Bompiani, 1973, pp. 57, 75, 273).

2) Cfr. Colin Wilson, Alla scoperta dei misteri del soprannaturale, Roma, Newton & Compton, 1991, p. 230.

3) Pam Beasant: Misteri inspiegabili, Milano, AMZ Editrice, 1989, pp. 6-7):

4) Joan Forman, La maschera del tempo (The Mask of Time, 1978), traduzione italiana di Ugo DettoreMilano, SIAD Edizioni, 1979.

5) Idem, pp. 134-135.

6) Charles Berlitz, Il libro dei fatti incredibili ma veri (titolo originale: World of Strange Phenomena, 1988), Milano, Rizzoli, 1989, pp. 191-193.

7)  Plinio il Giovane, Lettere ai familiari, VII, 27. Trad. di Luigi Rusca,  Milano, Rizzoli, 1961, pp. 223-25.A questo racconto sembra essersi ispirato lo scrittore inglese Edmund Gillian Swain (1861-1938) per la sua storia The Easter Window. Tr. it. In Storie di fantasmi, a cura di  G. Pilo e S. Fusco, Roma, Newton & Compton, 1995, pp. 645-51, La finestra a oriente.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 04/12/2007 e del 10/04/2017 in data 23/02/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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