martedì, 22 Giugno 2021
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Gary Cooper: un falso “duro” al servizio dell’imperialismo U. S. A.

Gary Cooper: un falso “duro” al servizio dell’ imperialismo Usa. Se c’è un film nel quale più evidente appare l’intreccio fra l’affarismo cinematografico e la formidabile macchina propagandista di Hollywood è «Il sergente York». Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Se c’è un film nel quale più evidente appare l’intreccio fra l’affarismo cinematografico e la formidabile macchina propagandista di Hollywood, da una parte, e gli interessi politici, economici e militari dell’imperialismo statunitense, quello è «Il sergente York» (titolo originale: «Sergeant York», girato nel 1941 dal regista Howard Hawks, e che vede l’attore Gary Cooper, all’epoca giunto al culmine della sua popolarità, nei panni dell’eroico protagonista.

Occhio alla data: gli Stati Uniti non sono ancora entrati in guerra; anzi, il presidente Franklin Delano Roosevelt, mentendo spudoratamente, ha appena ottenuto la rielezione (la terza; e ce ne sarà pure una quarta), dopo aver giurato e spergiurato che le mamme possono strare tranquille, i loro figli non saranno mai inviati a combattere. Intanto, però, ha fatto approvare dal Congresso la legge “affitti e prestiti”, per rifornire illimitatamente di armi e munizioni belliche la Gran Bretagna, che in guerra è impegnata fino al collo; ha regalato a Churchill la bellezza di cinquanta cacciatorpediniere, per la lotta contro i sommergibili tedeschi; ha dato ordine che gli equipaggi delle navi di scorta ai convogli diretti alle Isole Britanniche rispondano agli attacchi, iniziando, di fatto, una guerra non dichiarata contro la Germania; e ha posto al Giappone condizioni-capestro per il ritiro dalla Cina e dall’Indocina, il blocco delle esportazioni di materie prime e carburante, subito imitato da Gran Bretagna e Olanda, in modo da paralizzare la flotta e l’economia nipponiche, spingendo il governo di Tokyo nell’alternativa di rinunciare a tutti i suoi obiettivi in Asia Orientale e nel Pacifico, oppure ad affrontare il rischio calcolato della guerra.

Tuttavia l’opinione pubblica americana non ne sa nulla: bisogna dunque convincerla. Ed ecco che la propaganda di guerra trova un potente alleato nel sistema hollywoodiano; nella fattispecie, nel colosso della Paramount, gestito dal produttore Jesse L. Lasky (guarda caso, un ebreo-tedesco: ma buona parte di Hollywood, come buona parte del mondo finanziario statunitense, lo erano e lo sono). Lasky ha sotto mano l’uomo adatto: un attore che si è fatto un nome interpretando una serie di film avventurosi, accanto a bellissime donne; un cow-boy dagli occhi bistrati dal trucco, un falso “duro” che commuove il pubblico perché è, in fondo, un buono, un puro, un idealista: il perfetto autoritratto che l’americano medio vorrebbe per sé: leale, gentile, coraggioso, intrepido, e, nello stesso tempo, per niente interessato, per niente volgare, per niente materialista, anzi, un autentico cavaliere senza macchia e senza paura, quasi un cavaliere errante del XX secolo, versione aggiornata e migliorata dei paladini medievali alla ricerca del Sacro Graal. Gary Cooper (nato a Helena, nel Montana, nel 1908; morirà a Beverly Hills nel 1961, poco dopo essersi convertito al cattolicesimo) ha il volto dell’uomo “giusto” e incapace di doppiezza o di perfidia; il volto perfetto per interpretare ciò che l’America pensa di se stessa: di essere la nazione “giusta” fra le giuste, “eletta” fra gli eletti, chiamata da Dio ad instaurare, o a ripristinare, la democrazia e il libro mercato in un mondo in preda al disordine.

Nel film, Cooper interpreta la parte di un personaggio storico realmente esistito: il sergente Alvin C. York, eroe della Prima guerra mondiale, che, adesso, tornava bene per convincere i recalcitranti cittadini americani della necessità di intervenire nella Seconda. Inutile dire che York/Cooper è un uomo un po’ rude e selvaggio, ma fondamentalmente mite, tanto più che ha avuto una conversione religiosa e ha deciso di non macchiarsi mai le mani del sangue di un essere umano, fosse pure l’uomo più malvagio del mondo. Riuscire a fare di questo pacifista ostinato – che, guarda un po’, è un tiratore infallibile, ma finora ha sparato solo ai tacchini – una perfetta macchina da guerra, è la scommessa dei suoi superiori e dell’apparato bellico yankee: riuscirci, equivale a convincere i dubbiosi americani del 1941 e trasformare la guerra in qualcosa di concreto, di immediato, e soprattutto di necessario, in una crociata del Bene contro il Male, alla quale sarebbe una imperdonabile forma di vigliaccheria tentare di sottrarsi.

Naturalmente, la scommessa è presto vinta: quando vede cadere sotto il fuoco degli “Unni” un suo amico, il mite e non-violento sergente York si ricorda delle sue prodezze venatorie e passa a uccidere soldati tedeschi, uno dopo l’altro, implacabilmente, con la stessa tecnica e con la stessa freddezza e precisione con cui uccideva tacchini; fino alla scena finale nella quale – novello Rodomonte, ma privo persino di quel filo d’ironia che lo renderebbe umano – da solo fa prigionieri più di 100 fanti dall’elmo chiodato e li scorta nelle trincee americane, sotto lo sguardo incredulo dei compagni e degli ufficiali: ma sempre con l’aria bonaria, umile e semplice del povero contadino del Tennessee, del rustico e laborioso Cincinnato che non vede l’ora di poter tornare alla sua fattoria ed al suo campicello. L’America potrebbe mai desiderare un eroe più casalingo, più disinteressato, meno imperialista di questo? Ed è appunto ciò di cu essa ha bisogno: perché l’ipocrisia yankee consiste proprio in questo, nel perseguire il suo sogno di espansione e onnipotenza, come e più delle “vecchie” potenze europee (per non parlar della “giovane” potenza giapponese), ma con la pretesa di avere, essa sola, l’animo puro, come il fanciullesco sergente York, che in fondo lotta solo per difendersi e poter tornare a casa, in un mondo finalmente pacificato.

Così ha ricostruito la vicenda di quel film il saggista René Jordan nella biografia «Gary Cooper» (a cura di Ted Sennett; titolo originale: «Gary Cooper», Pyramid Communications Inc., 1974; traduzione dall’inglese di Nicoletta del Buono, Milano, Milanolibri Edizioni, 1978, pp. 89-93):


«… Stava guardandosi attorno alla ricerca di un rilassante western quando gli venne offerto “Sergeant Yok” (“Il sergente York”, 1941).

Per l’occasione, Godwyn aveva deciso di cedere Cooper alla Warner in cambio di Bette Davis che gli serviva per “The Little Foxes” (“Le piccole volpi”, 1941). L’attore obiettò allo scambio, ma venne presto convinto con una serie di argomenti: anzitutto Alvin C. York, l’eroe della prima guerra mondiale, poteva essere interpretato solo da lui; poi, gli ricordò Howard Hawks, il produttore Jesse L. Lansky era stato il primo ad offrirgli la chance di diventare un divo alla Paramount e ora aveva bisogno della sua collaborazione per la buona riuscita del progetto. Ed infine, dato che ormai pareva inevitabile che l’America entrasse in guerra contro la Germania nazista, era dovere di Cooper verso la patria interpretare il film.

Il divo si recò a trovare Alvin C. York nella sua fattoria nel Tennessee, e una lunga conversazione con l’autore lo convinse definitivamente ad assumersi l’arduo compito. In “Il sergente York” Cooper va incontro a una triplice trasformazione: dapprima è un diavolo scatenato, in scene splendide che Hawks porta al limite della commedia popolare, specialmente quando ritrae il rapporto di York con la madre interpretata con statuaria perfezione  da Margaret Wicherly. Dopo aver incontrato Joan Leslie, York cambia vita e si mette a lavorare sodo per comprare un pezzo di terra dove stabilirsi con la futura moglie. Truffato, pere il denaro e cade in preda a una furia omicida, ma viene fermato da un fulmine che gli colpisce il fucile.

York lo interpreta come un miracolo e al posto della vendetta sceglie la religione.  Persino la fidanzata perde la pazienza di fronte alla sua passività e alla sua forza di sopportazione. Quando l’America entra in guerra contro la Germania, York si dichiara coscienziosamente obiettore: sente di non avere diritto di togliere la vita ad un uomo, neppure ad un nemico. Un’ulteriore dimensione si aggiunge a questo punto a “Il sergente York”: è chiaro qui perché Cooper fosse indispensabile al progetto; soltanto lui avrebbe potuto reggere l’ultimo terzo del film.

Arruolato contro la propria volontà, York in battaglia temporeggia finché non vede un compagno  “Pusher” (George Tobias), morire. Allora si sente chiamato ad imbracciare le armi contro gli unni e afferma: “Devo impedire a quei cannoni di uccidere tutti questi uomini”. E le scene che seguono non costituiscono un richiamo alla violenza, ma sembrano quasi una monelleria infantile.
York fa il verso del tacchino, un tedesco curioso si alza e viene subito ammazzato. Poi l’eroe riesce a far fuori trentacinque mitraglieri e a catturare 132 nemici nella foresta delle Argonne.

Tuttavia non si trasforma in un angelo sterminatore impegnato in una guerra santa, ma resta una specie di miscuglio tra Tom Sawyer e Li’l Abner.

Le sequenze belliche sono piuttosto ambigue se poste a confronto con quelle della morte in trincea in “All Quiet on the Western Front” (“All’Ovest niente di nuovo”, 1930), realizzate da Lewis Milestone: qui a morire non sono più tedeschi sentimentali che tentano di prendere farfalle ma bersagli umani al tirassegno. La cruda conclusione va vista però nella giusta prospettiva storica: “Il sergente York” era stato realizzato in un momento di rabbia e paura, mentre Hitler stava invadendo l’Europa.

Il personaggio di Cooper aveva fallito contro il fascismo locale, interpretato da Edward Arnold, in “E’ arrivata la felicità”, ma ora l’America si trovava in serio pericolo e non c’era tempo da perdere. L’interpretazione di Cooper sembrava suggerire che la vittoria era possibile solo ribattendo con la brutalità alla brutalità del nemico, ma rimanendo al contempo puri di cuore. In pare agiografico in parte realistico, “Il sergente York” contribuì a creare l’atmosfera patriottica necessaria al momento
Entro questi stretti limiti, però, la performance di Cooper risultava sorprendentemente varia: sa graduare i differenti stadi di fanatismo che attraversa York, dall’ateismo alla pietà, dal pacifismo alla violenza. In un impeto patriottico, subito dopo Pearl Harbor, Cooper fu nominato miglior attore dell’anno dai critici cinematografici di New York. Inoltre ricevette l’Oscar che dedicò a York, “l’unico che meriti realmente quest’onore”.

Il sergente York fece di Cooper un idolo.  L’età e la frattura all’anca gli impedirono di arruolarsi per combattere il nazismo, ma, instancabile, fece spettacoli per le truppe dislocate lungo il Pacifico. Per il mondo ormai incarnava tutte le virtù del buon americano: la scrupolosità e l’onestà, l’amore per la libertà e per la famiglia.»

È appena il caso di notare come l’estensore di questa biografia passi, con la massima disinvoltura, da un principio di consapevolezza critica, con quei soldati tedeschi ridotti a fare da semplici bersagli da tiro a segno, e perciò completamente disumanizzati, ad un rapidissimo voltafaccia auto-assolutorio: l’America stava vivendo un’ora difficile, Hitler minacciava l’Europa (appunto: l’Europa; non l’America: ma questo, a quanto pare, è un dettaglio insignificante), e l’apparente durezza della conclusione del film è funzionale ad un fine più alto: convincere l’opinione pubblica americana che era necessario e improcrastinabile liberare il mondo dall’incubo nazista e fascista (nonché dal militarismo giapponese), il che rende la violenza statunitense moralmente “superiore” a quella del Tripartito. La crudeltà dei bombardamenti su Amburgo, su Dresda, su Berlino, su Milano, su Tokyo, fino all’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki, è già, in nuce, in questa tesi: l’America ha il “diritto” di essere dura, perché con le dittature non è possibile altro discorso che quello delle bombe; esse sono il Male e vanno semplicemente distrutte, nessuna mediazione è possibile. E così sarebbe stato anche in seguito, fino ai nostri giorni: fino alle operazioni di guerra e ai bombardamenti in Afghanistan, Iraq, Siria e Libia: senza mai imparare qualcosa dalle lezioni precedenti, replicando sempre i medesimi errori.

Per una nazione così filantropica da voler correre in soccorso della democrazia e del libero mercato in qualunque angolo del globo terracqueo essi siano minacciati, era necessario un eroe altrettanto puro e idealista: un eroe che avesse il volto virile, ma buono, affidabile e leale, di Gary Cooper, alias del sergente York. Vengono alla mente i versi di Dante (Inferno, XVII, 1011), là dove descrive l’aspetto di Gerione: «La faccia sua era faccia d’uom giusto / tanto benigna avea di fuor la pelle…»; ma Gerione è il simbolo della frode. Gary Cooper si è fatto consapevole strumento di una grande frode, di una cospirazione intesa a trascinare in guerra il popolo statunitense, dopo che esso aveva eletto presidente F. D. Roosevelt proprio perché ciò non accadesse; ma, ancora una volta, ciò è avvenuto dietro l’apparenza di un fine idealistico: si trattava di scuotere la coscienza addormentata dei cittadini americani, renderli consapevoli della tremenda minaccia rappresentata da Hitler. E allora va bene tutto, anche la frode: dal momento che il fine è nobile  e (quasi) disinteressato…

Già pubblicato il 22 Novembre 2015 sul sito di Arianna Editrice e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 16 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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