martedì, 22 Giugno 2021
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Il Diavolo, probabilmente…

Nel film «Il Diavolo probabilmente» girato nel ’77 il regista Robert Bresson dipinge a tinte estremamente fosche la tragica disillusione di una intera generazione di giovani quella degli anni ’70 del secolo scorso. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Nel film «Il Diavolo probabilmente» («Le Diable probablement»), girato nel 1977, il regista Robert Bresson dipinge a tinte estremamente fosche la tragica disillusione di una intera generazione di giovani, quella degli anni Settanta del secolo scorso: disillusione che, per il protagonista, Charles, approda al rito disperato del suicidio, celebrato per mezzo di una mano mercenaria.

Pochi anni prima, il 15 novembre 1972, il papa Paolo VI, parlando in udienza generale, aveva suscitato un vespaio nell’elegante salotto della cultura benpensante, tutto debitamente laicista e razionalista, affermando senza tanti preamboli: «Quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa? Non vi stupisca come semplicista, o addirittura come superstiziosa e irreale la nostra risposta: uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male, che chiamiamo il Demonio». Apriti cielo: fra lo starnazzare generale, le galline del pollaio politicamente corretto si erano messe a svolazzare da tutte le parti, come impazzite.

Il bello è che quella stessa “intellighenzia”, progressista e secolarizzata, stava ancora dibattendo molto seriosamente i pregi innegabili, e ovviamente “democratici”, se non anche “libertarti”, del capolavoro di Michail Bulgakov, pubblicato nel 1966-67 (ma composto a partire dal 1930) e portato con originalità e forza sul grande schermo – assai male accolto, però, dai soliti critici sapientoni, come Tullio Kezich – dal regista iugoslavo Aleksandar Petrovic, sempre nel 1972. Quei signori del salotto buono della cultura nostrana, e non solo nostrana, quasi tutta permeata di marxismo, esistenzialismo, psicanalismo e Dio sa quanto altri “-ismi” alla moda, dimenticavano solo un piccolo particolare, proprio come i Farisei che si credevano a posto con la Legge e, quindi, con il Signore, ma che, così spesso, un certo Gesù Cristo smascherava nella loro spudorata ipocrisia: che il romanzo di Bulgakov era incentrato precisamente sulla comparsa di Satana nel bel mezzo di una metropoli moderna, e precisamente a Mosca, nel 1925, sotto le mentite spoglie del professor Woland, esperto di magia nera, appunto per mostrare la fragilità e la cattiva coscienza della concezione materialista della realtà, proprio per scuotere il conformismo intellettuale di coloro i quali si credono all’”avanguardia”, tanto nel campo della politica, quanto in ogni altro ambito della società e della vita.

In altre parole: se si continua a pensare che il Diavolo sia solo una allegoria del male, e non già un essere personale, cioè il Male con la “m” maiuscola; se ci si rinchiude nella rocciosa certezza che l’ipotesi della sua esistenza reale, concreta, tangibile, e della sua nefasta influenza nell’ambito della vicenda umana, non meriti neppure di esser presa in considerazione, ma che vada liquidata con un ironico sorrisetto di scherno: ebbene, allora non si è capito affatto né quel che voleva dire Bresson con il suo film, né quel che intendeva Paolo VI con il suo discorso, né, infine, il messaggio che desiderava trasmettere Bulgakov ai suoi lettori (e Alexandar Petrovic con il suo film, bello e maltrattato): vale a dire che il Diavolo non è una favola, utile, tutt’al più, per impaurire bambini e sprovvedute vecchiette, ma un essere spirituale, malvagio e potente (ma non onnipotente), il quale, da sempre, si adopera per allontanare l’uomo da Dio, cioè dal Bene, ingannandolo e facendo leva sulla sua superbia, sulla sua cupidigia e sulla sua smodata sete di piacere, e sospingendolo così, ma senza che egli se ne randa conto, nelle solitudini tenebrose ove egli smarrisce, insieme all’amore di Dio, anche se stesso.

L’uomo cristiano delle epoche passate credeva fermamente nell’esistenza reale e nell’opera assidua del Diavolo, per il semplice fatto che credeva fermamente nel Vangelo e lo leggeva seriamente: non alla maniera dei modernisti, che lo riducono a un insieme di simboli; sapeva che, nel deserto, Gesù Cristo, per prima cosa, era stato tentato dal Diavolo, e sapeva che quest’ultimo, momentaneamente sconfitto, sarebbe poi tornato a tempo debito, come è scritto nel Vangelo di Luca. Ne parla anche il Libro dell’Apocalisse: e questa era verità di fede.

E, se non fossero bastate le Scritture – perché l’uomo medievale credeva alle Scritture, ma si fidava altrettanto della Tradizione – c’era la testimonianza di molti santi e di molti mistici (e mistiche) che lo avevano visto; così come avevano visto Gesù e la Madonna. Perciò, per il cristiano di quei secoli (e anche dopo, fino alle soglie della modernità), il soprannaturale non era solo questione di fede, ma anche di esperienza concreta: c’erano delle anime – e non delle anime qualsiasi, ma le migliori, le più pure e le più vicine a Dio -, che lo avevano visto, udito, toccato; che ne avevano fatto diretta esperienza; e che, poi, lo avevano raccontato.

L’uomo cristiano non solo ammetteva la dimensione del soprannaturale, ma fondava su di essa anche l’ordine naturale; di conseguenza, non perdeva mai di vista le cause prime dei fenomeni; mentre l’uomo moderno, con tutta la sua scienza materialista e la sua fiducia esclusiva nella ragione, ha assolutizzato le cause seconde dei fenomeni, al punto da aver scordato le cause prime. Dietro le guerre, le carestie, le pestilenze, l’uomo cristiano percepiva la presenza del Diavolo; e anche dietro le cattiverie, le calunnie, l’avidità del singolo.

L’uomo moderno, che si reputa adulto ed emancipato, non prende più nemmeno in considerazione le cause prime; per lui non esiste l’essere, ma solo gli esseri; non più la verità, ma le verità; non il bene, ma i beni. E chiama progresso tutto questo: si gloria della propria “modernità”, cioè di aver abolito dal proprio orizzonte esistenziale e concettuale le cause prime, onde poter “spiegare” ogni cosa, ogni evento, ogni fenomeno, mediante una catena di cose, di eventi, di fenomeni. Rimane chiuso e intrappolato nell’orizzonte della propria finitezza, ma crede di vedere più lontano dei suoi antenati; è diventato cieco e sordo di fronte a ciò che dovrebbe abbagliarlo e assordarlo, perché non sa più “leggere” la realtà nella maniera giusta. Ha invertito l’ordine logico tra essenze e accidenti, tra gli enti e l’Essere: sprofondato nell’ignoranza e nel nuovo dogmatismo di una ragione astratta e velleitaria, crede di sapere, di capire, di spiegare.

Un tipico esempio di questa mentalità scientista, nemica del soprannaturale, perché insofferente di ogni metafisica e di qualunque teologia, si trova nelle pagine di un libro dello psicanalista tedesco H. E. Richter – gli psicanalisti freudiani: questi lugubri cultori a pagamento di una nuova, pericolosa forma di magia nera -, «Convivere con l’ansia» (titolo originale: «Umgang mit Angst», Hamburg, Hoffmann und Campe Verlag, 1992; traduzione dal tedesco di C. Buttazzi, Milano, Rusconi, 1993, pp. 159-60):

«La grande maggioranza [sic] considera il fondamentalismo come un fenomeno esotico, fondamentalmente anacronistico, prerogativa di outsider, e non si rende minimamente conto che la tentazione è in agguato ovunque, ,anche e proprio nel nostro mondo razionalistico. Le streghe del Medioevo si presentano solo in forma diversa. Oggi il diavolo proiettato fa ancora causa comune con i pretesi distruttori della morale sessuale, ma oltre a questi, di volta in volta, con gruppi di potere e ideologie ostili, con statisti del regno delle tenebre e con i loro servizi segreti, che tutto scalzano e disgregano.

Se si crede che il Vaticano, il più antico governo del mondo, sia ancora quello che ne sa relativamente di più sulla costituzione dell’uomo. Vorrà pur dire qualcosa se esso continua a credere fermamente nell’esistenza del diavolo. Non molto tempo fa, il papa ha ribadito per l’ennesima volta che la lotta al diavolo è il compito più urgente in assoluto della Chiesa. In questo dogma è contenuta una diagnosi: Senza il diavolo alle spalle, senza la credenza nel Male come persecutore, l’umanità, e in particolare la società industrializzata occidentale, non può vivere. Gli uomini non sopporterebbero se stessi e gli altri, se non potessero sempre scaricare la propria distruttività sull’uno o sull’altro rappresentante del male. Essi possono sentirsi buoni e a posto solo se si uniscono per combattere le forze delle tenebre, che, a seconda delle circostanze storiche, vengono localizzate ora qui ora là. L’importante è che nelle loro teste sia ben salda la dottrina dei due mondi, che il Padre della Chiesa Agostino conobbe nella versione del persiano Mani, fondatore di una setta che da lui prese il nome di “manicheismo”. Senza il regno delle tenebre, gli uomini si sentirebbero come oggi si sentono i produttori di energia nucleare, col timore di ritrovarsi sul groppone tutto il loro materiale radioattivo, per mancanza della possibilità di smaltirlo. Finché esisterà il regno del diavolo, l’umanità potrà continuare a condurre la sua guerra santa contro nemici demonizzati e inferni vari, invece di soffocare nella propria distruttività accumulata.

Forse questa diagnosi è inadeguata? Per le nostre società moralmente sottosviluppate, l’angoscia di persecuzione non rappresenta tuttora di fatto un sistema insostituibile di drenaggio collettivo per dar sfogo alle energie autodistruttive? Non necessità in particolare la nostra civilizzazione occidentale, per stabilizzare la propria autostima e la propria fragile compattezza,  dei nemici più svariati, contro i quali combattere eternamente, colmi di sacra indignazione, per salvare il regno della Luce e del Bene? Lo dice anche il Club di Roma nel suo più recente rapporto: “Evidentemente gli uomini hanno bisogno di una motivazione collettiva, più precisamente di un nemico collettivo, come stimolo all’agire comune”.

H. M. Enzensberger ha sicuramente ragione quando dice che i nemici de genere umano di portata storica appaiono solo perché vengono evocati da interi popoli. Ma ha torto a ritenere che vengano evocati esclusivamente dai popoli sottomessi. Esseri caratterizzati da una così enorme avidità di potere, assenza di scrupoli morali, aggressività sfrenata e deliranti idee di grandezza sono e restano psicopatici. Ma ad elevarli al rango di nemici dell’umanità non sono solo i loro popoli, che li evocano in parte consciamente e in parte inconsciamente; essi vengono sempre evocati indirettamente anche da quei popoli che prima o poi si uniscono per combatterli.»

Ah, bene, se a dire certe cose è il Club di Roma… allora possiamo stare tranquilli, e ritenerci perfettamente soddisfatti; come no?

E bravo il professor Richter: dopo aver mostrato che la credenza nel Diavolo nasce dal bisogno della nostra società di scaricare la responsabilità del male su di un ipotetico nemico “totale” – ma, guarda caso, alquanto elusivo, perché irreale – pensa di aver chiarito tutto; e non si accorge che il problema del male, anzi del Male, resta lì, tutto intero, minaccioso, incombente, con o senza le sue dotte e cervellotiche “spiegazioni”. Si vede che l’egregio professor Richter non ha mai visto un indemoniato; si vede che non ha mai riflettuto su certi lati oscuri della storia, e perfino su certi fatti di cronaca nera, dai quali traspare una malizia superiore all’umana, e che nessun criminologo, nessuno psichiatra, nessun sociologo, sono in grado di spiegare davvero, sino in fondo, in maniera esauriente e convincente.

Ma il pregiudizio scientista e razionalista è così saldamente radicato nella nostra odierna cultura, che la possibilità che il Male, il Male con la “m” maiuscola, esista davvero – dopotutto – non può essere neanche nominata (se non per fare un po’ di facile ironia sulle sciocche credenze della Chiesa cattolica, ancora impastata di superstizioni medievali); per il resto, parlare del Diavolo agli scienziati del XXI secolo, o anche solo agli uomini che formano la cosiddetta “opinione pubblica” – ossia quella parte della popolazione che legge regolarmente i giornali, guarda regolarmente i telegiornali, compra qualche libro, guarda qualche film, va qualche volta a teatro, e che, soprattutto, ritiene di essere infornata quanto basta, e intelligente quanto basta per formarsi una opinione ragionata e meditata su tutti, o quasi tutti, i fatti di cui viene a conoscenza – è semplicemente impossibile, perché solleva una questione che la cultura moderna ha chiuso in maniera definitiva, ritenendo d’averla risola una volta per tutte.

Chi ha conservato una visione religiosa del mondo, sa che in esso si manifestano i segni della presenza divina, così come di quella diabolica. Aver soppresso la presenza diabolica, per decreto, ha creato un varco enorme, attraverso il quale le forze del Male possono fare irruzione, incontrastate perché inavvertite. Non hanno quasi più bisogno di nascondesi, perché noi abbiamo deciso di non vederle, anche a costo di negare l’evidenza. E questo è divenuto possibile perché, nella nostra concezione laicista e scientista, abbiamo deciso di liberarci dalla “zavorra” delle cause prime: non ci interessa sapere da dove nasce, realmente, un fenomeno: crediamo d’aver compreso tutto, quando siamo riusciti a individuare le cause seconde. Ora, poniamo che la causa seconda di un omicidio particolarmente efferato sia un misto d’invidia e di rancore. Ma quell’invidia e quel rancore, da dove vengono? Dall’Inconscio, risponde la cultura scientista. E all’Inconscio, donde vengono? Non verranno, per caso, da colui che i nostri avi – oh, gente ignorante, si sa – chiamavano il Diavolo?

Già pubblicato il 21 Maggio 2015 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 09 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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