domenica, 13 Giugno 2021
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«Il laureato», povero mito di cartapesta della generazione del ‘68

«Il laureato» povero mito di cartapesta della generazione del ‘68. Pochi film sono diventati più ingiustamente celebri de «Il laureato» che girato dal furbo Mike Nichols nel ’67 è divenuto una dalle più fulgide bandiere del ’68. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Pochi film sono diventati più ingiustamente celebri de «Il laureato», che, girato dal furbo Mike Nichols nel 1967, è divenuto una dalle più fulgide bandiere del ’68, a dispetto della sua palese inconsistenza, non solo artistica, ma altresì ideologica: una macchina per mangiare soldi dalle tasche di un pubblico inconsapevole, facendogli prendere lucciole per lanterne.

In realtà, una delle ragioni principali del successo strepitoso di questa pellicola mediocre e disonesta è stata la colonna sonora di Simon & Garfunkel, la celebre coppia che stava conquistando gli Stati Uniti (e il mondo) proprio in quegli anni. Si suole dire che le belle canzoni di Simon & Garfunkel, come «The sound of silence», hanno contribuito alla celebrità del film; sarebbe più giusto dire che quelle canzoni, meritamente famose e quasi tutte già note al pubblico, hanno rimorchiato il film verso il successo. Il vero regista de «Il laureato» va individuato nella coppia Simon & Garfunkel: è per merito loro se il film si è imposto con quella forza d’urto.

Una seconda ragione del successo è stata la caratterizzazione faziosa e caricaturale dei personaggi adulti, contrapposta al candore e alla “innocenza” dei giovani: in pratica, Ben ed Elaine contro un mondo di adulti brutti e cattivi o, nel migliore dei casi (come per i genitori di Ben) lontani e incapaci di vero ascolto. Ma il personaggio adulto più cattivo di tutti è senz’altro quello della signora Robinson, presentata come assolutamente cincia e amorale, seduttrice senza scrupoli del figlio ventenne del socio di suo marito. E qui la magistrale interpretazione di Anne Bancroft, la sua stessa maschera facciale di donna vissuta e malinconica, ha svolto un ruolo decisivo.

Un anno dopo, sul campus dell’università di Berkeley, il leader studentesco Jerry Rubin avrebbe gridato davanti a una folla osannante: «Non fidarti di nessuno che abbia più di trent’anni», ennesima riproposizione del nefasto mito rousseano del “buon selvaggio”, stavolta in salsa cronologica invece che etnica o culturale: il laureato Ben (ma si noti che il titolo di “graduate” è perfino qualche cosa di meno del nostro pur modesto “laureato”) è l’Emilio che deve essere tenuto lontano dalla civiltà corrotta, e la signora Robinson, perversa adescatrice di giovinetti, è il perfetto simbolo di quella corruzione morale.

La mitica scena in cui la dissoluta quarantenne si sfila le calze davanti a un allibito Dustin Hoffman è diventata il simbolo di questa condanna morale: da quel momento, nell’immaginario collettivo dei giovani hippy e contestatori, tutti gli adulti hanno assunto le sembianze ciniche e amorali della signora Robinson – non senza una segreta attrazione sessuale: non è certo brutta, la matura signora, e il povero Ben ha bisogno di andarci a letto per dei mesi, prima di sentire il disagio di quella situazione e l’esigenza di un riscatto morale. Ma quello che rende più antipatica la donna è la gelosia folle, disperata, crudele, nei confronti della figlia: l’accanimento truce con il quale persegue il suo obiettivo negativo: impedire che Ben e sua figlia Elaine si conoscano, si innamorino, si sposino. Come nelle fiabe più tradizionali, ella è la strega cattiva che si oppone alla felicità dei due giovani innamorati: con l’aggravante, tutta moderna e quasi incestuosa, che, prima, aveva sedotto lui: una specie di sacrilegio simbolico, come se si scoprisse che i nanetti della fiaba di Biancaneve avevano fatto a turno l’amore con la loro ospite.

Nel film, il giovane Ben ci viene presentato come perplesso, timido, del tutto inesperto della vita; il regista indugia sul suo smarrimento davanti allo spogliarello della signora Robinson e poi, a lungo, sulla sua goffaggine all’hotel dove si consuma il primo appuntamento clandestino con lei, in modo da presentarlo come la vittima innocente di una quarantenne assatanata e da convogliare su di lui tutte le simpatie del pubblico (giovanile). Sfugge, evidentemente, a gran parte di quel pubblico desideroso di identificarsi nel povero Ben, che a cercare quell’appuntamento, a freddo e a distanza di tempo dal fallito tentativo di seduzione della donna a causa dell’arrivo improvviso del marito, è proprio il disarmato giovanotto: è lui a telefonarle e a chiederle un appuntamento; anche se, sia ben chiaro, solo per parlare da buoni amici: l’idea di prenotare una stanza parte da lei che, navigata com’è, sfrutta la situazione per i suoi ignobili fini.

Così, un altro particolare sfugge a gran parte del pubblico: che l’imbarazzo di Ben davanti all’impiegato dell’hotel nasce esclusivamente dal fatto che non vorrebbe far capire a cosa gli serve la stanza per la notte; ricco rampollo della borghesia degli affari, non ha alcun problema economico a fissare una camera in un hotel di lusso, tanto è vero che firma il registro senza neanche informarsi del prezzo, senza neanche domandarsi se avrà abbastanza soldi per pagare. Quella scopata gli costerà, probabilmente, la somma che un operaio riesce a guadagnare non prima di una settimana di lavoro alla catena di montaggio; ma che importa? Insomma va bene la rivolta contro il mondo degli adulti brutti e cattivi, ma, sia ben chiaro, con i soldi di papà, e senza rinunciare a nessuno dei privilegi acquisiti grazie a lui.

E qui arriviamo alla terza, importante ragione del successo del film, ossia al suo protagonista nascosto, ma reale. La recitazione dei due giovani attori, Dustin Hoffman e Katharine Ros, non è poi così eccezionale come la si è voluta descrivere; i generosi riconoscimenti tributati alla loro bravura, e specialmente a lei, sono decisamente sproporzionati, quasi un Oscar alle promesse future, visto che la cultura giovanile aveva deciso di incoronarli quali simboli della propria condizione, delle proprie aspirazioni, dei propri ideali, per quanto confusi e contraddittori. Non sono loro, comunque, i veri protagonisti del film, anche se il regista ha avuto intuito, o forse fortuna, nel rinunciare alla prevista interpretazione di Robert Redford e Candice Bergen (e, più ancora, a quella di Doris Day nel ruolo della signora Robinson), optando per degli attori dall’aspetto più “mediterraneo”, quindi più anticonformista – e, sia detto fra parentesi, anche più fuori pare rispetto al soggetto originale del film, che è il romanzo omonimo di  Charles Webb, tutto imperniato sulla critica a un certo establishment tipicamente W.A.S.P. Protagonista, semmai, lo è, ma in senso puramente negativo, Anne Bancroft. No: il vero protagonista del film è l’Alfa Romeo Duetto, che il giovane Ben guida con strafottente, spericolata disinvoltura.

Dal principio alla fine, è la macchina sportiva, d’un rosso fiammante, la vera protagonista del film, con la sua promessa di seduzione consumista: più delle calze sfilate della signora Robinson, sono le corse a bordo dell’automobile da sogno che seducono il pubblico, che lo fanno immedesimare nelle avventure del giovane laureato alle prese con l’ingresso nella società degli adulti. È sulla fiammeggiante «Alfa Romeo Duetto» che Ben scarrozza Elaine fin dalla prima sera, ed è grazie ad essa che giunge appena in tempo per sottrarla al matrimonio di convenienza voluto dai genitori di lei (la macchina lo lascia appiedato a qualche isolato dalla chiesa, ma solo perché, nella fretta, Ben ha tralasciato di fare il pieno di benzina, e non certo perché non abbia i soldi per farlo; e tutta la scena serve unicamente per creare “suspance” in vista del gran finale).

A voler essere appena un poco maliziosi, ci si potrebbe domandare se il non bellissimo, non aitante, non carismatico Ben avrebbe sedotto così fulmineamente la bella e ricca Elaine, pur essendosi riproposto (per fedeltà alla parola data alla madre di lei) di essere il più sgradevole possibile, se non avesse avuto una tale freccia al suo arco: una vettura che pareva concentrare in sé non solo i sogni di libertà di tutta una generazione, ma anche – il che non guasta., evidentemente – tutti i sogni (inconfessabili, perché contrari alla teoria del “buon selvaggio” adolescente) di benessere, di affermazione sociale, di superiorità di classe? Lo avrebbe degnato di un sorriso, la bella e viziata Elaine, quello smilzo e imbranatissimo ragazzo, se non l’avesse portata a spasso su quel rombante, scintillante  gioiellino a quattro ruote?

E che lo stesso Ben ci tenesse, eccome, al bolide ricevuto da papà, lo si vede quando lascia tutto – si fa per dire – e si trasferisce a Berkeley, deciso a ripartire da zero (?) pur di riconquistare la perduta Elaine: vive in modeste camere d’affitto, ma con il macchinone parcheggiato giù in strada; cerca la rigenerazione morale, il riscatto dalla passata abiezione fra le lenzuola della signora Robinson, ma con le chiavi della fuoriserie sempre in tasca. Del resto, nell’unico dialogo degno di questo nome che aveva tentato di imbastire con la stagionata amante, non si era morbosamente interessato a quale modello di automobile avesse fatto da alcova per il concepimento di Elaine?

Insomma va bene la rivolta, va bene l’anticonformismo, va bene il disprezzo verso gli adulti e verso i genitori, ma con il macchinone regalato da papà: la parabola futura del ’68 è tutta qui: sputare nel piatto dove si mangia, fare la rivoluzione per sentirsi “puri” contro la marcia borghesia, ma tenendosi ben stretti i privilegi di classe. Il fatto che Ben ed Elaine, nella scena finale, salgano sul primo autobus di passaggio, lei ancora in abito bianco a sposa e col bouquet in mano, è puramente casuale: non salgono sulla «Alfa Romeo Duetto» non perché rifiutino il simbolo del perbenismo dei loro genitori, ma semplicemente perché la macchina è rimasta a secco di benzina (e ben è talmente ricco da prendesi il lusso di lasciarla in mezzo alla strada senza neanche preoccuparsi di sfilare le chiavi dal cruscotto per premunirsi contro i ladri).

Il film, del resto, non pretende di contestare troppo a fondo la società dei padri: non lo potrebbe, essendo un tipico prodotto di Hollywood, cioè pensato e realizzato per piacere a un pubblico che vive nel sistema capitalista e ci sta abbastanza bene, in fin dei conti, pur se con qualche foruncolo e con qualche mal di pancia, per curare i quali servono appunto film e romanzi come «Il laureato». Nondimeno è un film intellettualmente disonesto, e tale disonestà risiede nel continuo alludere senza dire apertamente, nel suggerire a mezza bocca, nel criticare senza proporre niente di niente. I valori tradizionali sono irrisi, ciò in cui credono i padri viene ridicolizzato, ma in nome di che cosa? Perfino il crocifisso, nella grottesca scena in cui Ben sottrae Elaine allo sposo nel bel mezzo della cerimonia nuziale, ad altro non serve che ad essere brandito come un’arma per tenere a bada i parenti inferociti e a bloccare, dall’esterno, i battenti del portone dell’edificio sacro, per ritardare l’inevitabile inseguimento dei due giovani eroi fuggitivi.

Quali valori vengano contrapposti a quelli degli adulti, inautentici e fasulli, non viene detto e neanche lasciato immaginare, e ciò per una buona ragione: per proporne dei nuovi, bisogna rischiare, buttarsi, rinunciare al salvagente; ma ragazzi come Ben non son capaci di rinunciare neanche alle chiavi dell’«Alfa Romeo».

Quanta ipocrisia, quanta cattiva coscienza.

Eppure è con questi miti di cartapesta che molti giovani – non tutti – hanno fatto il ’68: conformisti dell’anticonformismo, rivoluzionari di una rivoluzione garantita e protetta dall’alto, e nella quale non credevano sino in fondo, perché, se ci avessero creduto, avrebbero dovuto rimboccarsi le maniche e mettersi a lavorare duramente, invece di vivere da figli di papà.

Proprio quello che Ben si rifiuta di fare, prestando orecchi da mercante alle esortazioni di suo padre a cercarsi un impiego e darsi un po’ da fare per buscare la pagnotta. Meglio, molto meglio restarsene a prendere il sole sul materassino gonfiabile di papà, nella piscina di papà, nella villa con giardino di papà, sorseggiando una bibita fresca e riparandosi la vista con un paio di occhiali da sole di gran marca.

Non erano tutti così, i giovani del ’68: ne va dato atto; senza contare che una cosa erano, e sono, i giovani statunitensi, e un’altra cosa quelli europei. L’identificarsi del pubblico europeo con quello americano, dopo decine e centinaia di film hollywoodiani di successo, ha creato l’equivoco che esista un non meglio identificato “Occidente”; ma non esiste alcun “Occidente”: esistono gli Stati Uniti, lanciati ormai alla colonizzazione culturale, oltre che economica, del mondo intero (la conquista è già avvenuta) ed esiste l’Europa, che si va sempre più americanizzando, ma che, grazie al Cielo, è pur sempre un’altra cosa – e lo sarà ancora per un certo tempo.

È innegabile, però, che «Il laureato» rappresenta degnamente una larga parte della generazione del ’68, e il suo stesso successo sta a dimostrarlo – pare che sia fra i dieci film più visti di tutti i tempi -, ed è diventato il simbolo stesso di quella stagione. A ogni stagione, i suoi simboli.

Di quella stagione, il vero simbolo – tanto più vero, quanto più abilmente mascherato – è la fiammante, irresistibile «Alfa Romeo Duetto» di Benjamin Braddock, il laureato.

Non averlo riconosciuto, non averlo ammesso, è stato il vizio d’origine di quella rivolta, e anche la sua cattiva coscienza…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 22/02/2013 e del 09/02/2016 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 16 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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