giovedì, 23 Settembre 2021
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L’eterna seduzione della giovinezza tra nostalgia d’infinito e terrore della decadenza

L’eterna seduzione della giovinezza tra nostalgia d’infinito e terrore della decadenza. L’età matura almeno nella cultura occidentale è attratta inesorabilmente dalla giovinezza così in modo assolutamente istintivo e irriflesso. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Si osservi con attenzione questo fotogramma, tratto dal penultimo film di Luchino Visconti, «Gruppo di famiglia in un interno»; si osservi con attenzione l’espressione del viso dell’anziano professore americano, impersonato da Burt Lancaster, mentre una ragazza giovanissima, interpretata da Claudia Marsani, gli sfiora la guancia con un bacio inaspettato.

Negli occhi dell’uomo maturo vi è un’espressione intensissima, che è, al tempo stesso, estatica, quasi incredula, ma anche profondamente sofferta, dolente: è lo sguardo di un uomo sconvolto, cui mille ricordi e mille rimpianti stanno facendo groppo in gola; e tutto perché una giovinetta, col profumo della sua freschezza, gli ha ridestato desideri ormai pressoché dimenticati, antiche frustrazioni, inestinguibili ed imperiosi desiderî.

Tanto può fare, dunque, la semplice vicinanza fisica di una creatura giovane e bella su di una persona colta, sensibile, pur con una certa esperienza della vita; eppure è così: nessuno può dirsi al riparo dal fascino radioso, dalla irresistibile seduzione della giovinezza; nessuno, nemmeno l’individuo più posato, “saggio” e razionale.

Perfino i grandi “guru” dell’Oriente, i maestri yoga e buddhisti, davanti a quella seduzione non hanno che un consiglio da dare ai loro discepoli: fuggire, allontanare dagli occhi l‘oggetto della tentazione, capace di ridestare d’un solo colpo tutte le passioni, tutte le brame, annullando in un attimo una dura disciplina spirituale, praticata con costanza per anni ed anni.

Quanto a Platone e al suo maestro Socrate, è ben nota la forza di attrazione che esercitavano su di loro le membra dei bei giovinetti, allorché questi, ebbri di vigore giovanile e imperlati di sudore, emergevano dagli esercizi della palestra, come degli dèi fanciulli che emergono dalle nubi dell’Olimpo, circonfusi di gloria.

Non è forse per questo che Socrate e Platone erano così assidui frequentatori delle palestre e così volentieri vi tenevano i loro discorsi, esercitando, a loro volta, l’incanto della parola su quelle menti ancora vergini di artifici, camuffamenti e delusioni? Che cosa non avrebbe fatto il maturo Socrate, fisicamente tutt’altro che bello, per attirare l’attenzione del giovane Alcibiade, pur avendo l’aria di non curarsene affatto, di mostrarsi superiore a simili debolezze, ma in realtà senza mai perderlo di vista con la coda dell’occhio?

E allora diciamolo: l’età matura, almeno nella cultura occidentale, è attratta inesorabilmente dalla giovinezza, così, in modo assolutamente istintivo e irriflesso, come è testimoniato, fra l’altro, da numerose opere letterarie.

Nel romanzo breve  «La morte a Venezia» di Thomas Mann, l’anziano professore Gustav von Aschenbach (uno scrittore che, nella versione cinematografica di Visconti, diventa musicista) è irresistibilmente attratto dall’efebico giovinetto Tadzio, visto all’Hotel Des Bains del Lido, e fantastica che il colera si porti via tutti quanti, risparmiando loro due, soli e felici; mentre nel romanzo di Vladimir Nabokov «Lolita», l’omonima e disinvolta protagonista, appena  dodicenne, seduce con folgorante successo l’annoiato professore quarantenne Humbert Humbert, che giunge a sposarne l’insignificante madre, pur di rimanerle accanto.

Queste non sono che due delle ultime incarnazioni, scelte pressoché a caso, di questo archetipo primordiale, di questa perenne fonte di seduzione nei confronti dell’età non più verde, dunque di questa eterna tentazione che rischia di precipitare nel ridicolo, nel disonore e nella disperazione anche la vita più regolata e prudente, anche la rispettabilità borghese più consolidata, anche i valori morali apparentemente più solidi e radicati.

Ebbene, proviamo ad analizzare le reali componenti di questo aspetto dell’animo umano e di comprendere ciò che in esso può costituire fonte di crescita, di consapevolezza, di armonia e ciò che, invece, può avviare lungo la china del disordine, dell’angoscia e del regresso.

Cercheremo di farlo con equanimità e senza spirito giudicante; ben consci che, davanti ai misteri dell’anima umana, l’atteggiamento che più si conviene è quello dell’ascolto, della ricettività, del sincero desiderio di comprensione e non quello che arbitrariamente distribuisce pagelle di buona condotta o fissa ipocritamente paletti di confine tra lecito e illecito.

E questo – lo diciamo subito a scanso di fraintendimenti – non perché tale confine non esista, come vorrebbero i relativisti e i nichilisti di oggi, di ieri e di sempre; ma perché è necessaria, nella vita, la distinzione delle fasi e dei ruoli: e ciò che è giusto e doveroso dal punto di vista del legislatore o del giudice, non lo è altrettanto per il filosofo o per l’osservatore del fenomeno umano: questi ultimi, infatti, hanno come scopo fondamentale non l’applicazione della legge, ma solo il sincero desiderio di comprendere.

L’uomo e anche la donna adulti si sentono fortemente attratti dalla giovinezza: in parte è l’istinto paterno e materno, in parte la nostalgia dei loro stessi anni giovanili; in parte, poi, può trattarsi qualcosa di più ambiguo e forse indicibile, anche se non è certo che essi ne siano interamente consapevoli.

E si noti che l’attrazione, in una qualche misura e a determinate condizioni, agisce in entrambi i sensi: non solo dell’età matura verso la giovinezza, ma anche all’incontrario. Perché, per ogni professor Humbert Humbert che perde la testa per una Lolita, è facile vi sia una Lolita che provoca in molti modi il professor Humbert Humbert di turno. Nulla di nuovo sotto il Sole; ma, se il primo sarebbe immediatamente accusato di pedofilia da un certo moralismo ipocrita, difficile sarebbe accennare anche solo vagamente ad una vera e propria strategia seduttiva da parte della ninfetta, senza suscitare un coro di sdegnatissime proteste e, forse, un autentico linciaggio morale nei confronti di chi osasse strappare il velo della cosiddetta innocenza infantile.

Questo per quanta riguarda le innumerevoli Lolite, reali o potenziali, che tendono i loro fatali agguati alle vittime prescelte. E, per quanto riguarda la versione maschile della giovinezza non troppo innocente (senza perciò escludere che essa pure esista e cada, talvolta, vittima dei peggiori istinti degli adulti), come allontanare il sospetto che Tadzio, il bellissimo giovinetto di una aristocratica famiglia polacca, si sia accorto perfettamente dell’attenzione che ha suscitato nel maturo Aschenbach e che giochi con lui l’antichissimo gioco della preda che, mentre finge di scappare, è, in realtà, il vero cacciatore?

Certo, Lolita e Tadzio agiscono così anche per pura e gratuita civetteria, senza avere – magari – un piano ben preciso nella mente; ma forse anche per un sentimento più complesso e difficilmente esprimibile a parole, che tuttavia farebbe la gioia degli psicanalisti freudiani; e allora diciamolo pure: per una sorta di pulsione edipica.

Altrimenti, perché mai una ragazzina di diciassette anni dovrebbe chiamare con il nomignolo di “papi”, per metà affettuoso e per metà incestuoso, un vecchio di oltre settant’anni, che si diletta della sua compagnia, in circostanze quanto meno ambigue e tali da suscitare forti perplessità; anche se l’unica a non trovare nulla di strano nella cosa, a quel che pare, risulta essere proprio la spregiudicata madre della fanciulla, sul cui conto bancario – vedi combinazione – sarebbero stati versati, a nome del “papi” di cui sopra, dei bonifici alquanto sostanziosi?

Peraltro, non sempre si tratta di un gioco interessato al conseguimento di benefici materiali, tanto più che non sempre il vecchio è pieno di soldi; chi non ricorda la tenerissima storia di amicizia e, forse, di amore, fra la giovane scrittrice esordiente Annie Vivanti e l’ormai anziano poeta Giosué Carducci, giunto al culmine della gloria letteraria?

Ma, probabilmente, sono in molti meno a sapere che la scrittrice Sibilla Aleramo, verso la fine della sua vita, si innamorò perdutamente del poeta Franco Matacotta, di quarant’anni più giovane di lei, e che quel legame durò per ben dieci anni. Prima di lui, oltre che con numerosi altri uomini, Sibilla Aleramo aveva avuto una tormentatissima storia d’amore con il poeta Dino Campana, che, rispetto a lei, aveva “solo” una decina  d’anni in meno.

Del resto, l’attrazione sessuale della donna anziana verso l’uomo giovane è sempre stata guardata con fastidio, se non con aperto biasimo e riprovazione, a differenza di quella dell’uomo anziano per la ragazza giovane, considerata sovente con benevola indulgenza e magari con una punta d’invidia: gira e rigira, è sempre il punto di vista maschilista (non semplicemente maschile) ad imporsi, in questo genere di cose.

Dunque: i giovanissimi esercitano una forte attrazione sulle persone mature, attrazione che può essere, in parte almeno, di natura sessuale, anche se non necessariamente riconosciuta come tale, ma camuffata da istinto paterno o materno; del resto, è un fatto che in qualunque vicenda sentimentale vi può essere la componente psicologica della ricerca della figura paterna o materna da una parte, della figura filiale dall’altra, indipendentemente dall’età dei soggetti.

Infatti, un uomo adulto può cercare la figura materna in una donna più giovane di lui e una donna matura può desiderare l’aspetto filiale nell’uomo di cui è innamorata, anche se questi non è, anagraficamente, molto più giovane di lei. Quello che conta non è la data di nascita scritta sulla carta d’identità, ma certi tratti del carattere, certe associazioni mentali con figure incontrate nel corso dell’infanzia, anche se – magari –  del tutto prive di una base razionale.

Tuttavia, concentrando l’attenzione dal punto di vista della persona matura e riservando ad altro momento l’interesse per la psicologia del giovane, bisogna notare che esiste la possibilità di un grosso fraintendimento, foriero d’infinite disillusioni e sofferenze, se non vi sono una mente lucida, una ricca esperienza di vita e un istintivo senso dell’equilibrio, a moderare l’ardore e lo smarrimento che un incontro come quelli sopra descritti può provocare.

Detta in termini assai semplici, esiste il pericolo che l’uomo o la donna maturi vedano nel giovanetto o nella giovanetta che li attraggono e che, in qualche modo, li turbano, null’altro che il fantasma di un ricordo infantile, di un desiderio non vissuto a suo tempo, di un sogno mai realizzato; che si illudano, insomma, di poter vivere, per interposta persona, quelle emozioni adolescenziali che ora dolorosamente rimpiangono e di potersi rifare, ovvero ripagare, di qualcosa che, secondo loro, la vita avrebbe dovuto accordare ad essi, se fosse stata un po’ più giusta.

Funesta illusione e supremo fraintendimento: perché, ogni qual volta non si fa alcun serio sforzo per vedere e riconoscere, nell’altro, l’originalità, l’autonomia e l’interezza di una persona completa, e sia pure in divenire (come è particolarmente evidente nel caso di un giovane), ma si vuol fare di lui un surrogato di esperienze non fatte a tempo debito e un mezzo per il soddisfacimento di pulsioni non riconosciute nella loro verità interiore, allora si degrada l’altro a strumento dei propri fini e a cattivo rimedio della propria disarmonia, della propria incompletezza, della propria incapacità di leggersi onestamente dentro, per quel che si è nel profondo.

In altre parole, se la frequentazione di un giovanissimo, da parte di un adulto o di un anziano, può costituire una sorta di trampolino sulla via delle dimensioni superiori della consapevolezza, mercé la fragranza ed il fascino della spontaneità e, in una certa misura (che però non deve essere mitizzata), dell’innocenza, essa può anche rappresentare, viceversa, un pericolo estremamente serio e reale: quello di una involuzione, di una decadenza, di una discesa verso livelli inferiori di consapevolezza.

Come diceva Platone, la bellezza del corpo – che è quasi sempre un dolce retaggio della giovinezza – può costituire una tappa sulla via dell’ascesa verso la bellezza spirituale e, quindi, del Bene assoluto: ma solo per quell’anima che sia consapevole di sé, che sappia dove vuole andare e con quali mezzi, insomma che sia in grado di decidere e orientare il proprio cammino, invece di lasciarsi sorprendere e travolgere da qualunque imprevisto, da qualunque irruzione delle passioni sensuali nella trama, solo in apparenza ordinata e lineare, della propria vita.

Questo, del resto, vale per ogni circostanza della vita e non solo per il caso specifico che abbiamo qui considerato.

Tutte le esperienze di vita sono utili e divengono fonte di elevazione, per chi sviluppa la propria consapevolezza; tutto diviene pietra d’inciampo e occasione di regresso, per chi è inconsapevole.

Già pubblicato su Arianna Editrice il 14/02/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 24 Agosto 2017

Del 15 Settembre 2020

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