sabato, 19 Giugno 2021
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L’incontro sessuale fugace non allevia, ma inasprisce il vuoto esistenziale

Il film Attrazione fatale. L’incontro sessuale fugace non allevia ma inasprisce il vuoto esistenziale. La posta in gioco è alta: l’equilibrio interiore della persona e la sua capacità di reggere il peso di una feroce delusione. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Se il finale non fosse così insopportabilmente stupido; se non fosse così insopportabilmente disonesto; se non fosse così insopportabilmente americano, nel senso peggiore del termine, il film di Adrian Lyne «Attrazione fatale», del 1987, potrebbe suscitare una riflessione utile sui danni di un rapporto sessuale fugace, consumato con trasporto, ma senza onestà di fondo.

Così, quella che poteva essere una preziosa riflessione morale sulle incognite di un incontro sessuale “mordi e fuggi”, che un regista di valore come Rohmer avrebbe saputo trattare con serietà e con garbo, scivola verso una situazione grandguignolesca da film horror, che vorrebbe fare concorrenza a «Psycho» o a «Shining» e non per altra ragione che per una meschina compiacenza verso i gusti più corrivi di un pubblico dal palato grosso.

Il problema posto sul tappeto, però, è serio e giustifica un atteggiamento di estrema cautela nei confronti della facilità e della spensieratezza con le quali talune persone si abbandonano a situazioni più grandi di loro, che si illudono di poter controllare ma che, invece, prendono esse il pieno controllo di su di loro, stravolgendo il loro equilibrio, magari già fragile, e distruggendo la loro autostima, forse già piuttosto bassa.

Non si tratta di moralismo facile e scontato.

La posta in gioco è alta: l’equilibrio interiore della persona, il suo rispetto di se stessa, la sua capacità di reggere il peso di una feroce delusione.

Purtroppo, nel film di Lyne tutta la prospettiva risulta falsata dall’intollerabile ipocrisia perbenista che suggerisce al regista di trasformare la protagonista femminile, ossia l’amante di una notte, Alex Forrest (interpretata dall’attrice Glenn Close), in una megera forsennata e bramosa di vendetta, in una strega del New England puritano del XVII secolo resuscitata fra i grattacieli di New York; e il protagonista maschile, l’avvocato Dan Gallagher (alias Michael Douglas), per l’occasione alleato con  moglie e figlioletta, in un legittimo difensore dell’ordine morale costituito e in giustiziere di donne squilibrate che attentano all’altrui pace familiare.

La situazione da cui prende avvio la vicenda è un classico dell’adulterio maschile: la moglie lontana per un paio di giorni e il marito che cede alle “avances” di una bella collega nubile e ci finisce a letto senza farsi troppi scrupoli.

L’incubo si materializza gradualmente, allorché la compagna di una notte di sesso rovente, durante la quale vi era stato, comunque, anche un certo coinvolgimento emotivo, non si rassegna al distacco e dapprima compie atti autolesionistici, tagliandosi le vene dei polsi, poi incomincia a invadere la vita dell’altro, presentandoglisi anche in casa, sotto mentite spoglie, mentre la moglie è presente; infine abbandonandosi ad una persecuzione sempre più violenta, sempre più cieca e distruttiva, culminante in un allucinante tentativo di omicidio: il tutto come manifestazione di gravissimi disturbi della personalità.

Immancabile, nel repertorio ricattatorio di Alex, l’affermazione di essere rimasta incinta di Dan e la pretesa che lui si assuma le proprie responsabilità di padre: e ciò basterebbe a rendere l’idea della assoluta mancanza di originalità, ma anche della assoluta mancanza di verosimiglianza e, vorremmo dire, di dignità e onestà intellettuale, del regista statunitense.

Sia come sia, a noi non interessa soffermarci sulla valutazione relativa ai meriti e ai demeriti del film – che, all’epoca, fece scalpore, soprattutto per l’alta temperatura della sequenza erotica iniziale, mostrando che anche una donna non particolarmente bella può diventare estremamente seducente, quando è animata dal fuoco della passione -, bensì riflettere su una situazione umana piuttosto frequente, ossia l’incontro sessuale fugace e, magari, promiscuo.

Che uno dei due, o magari entrambi, i protagonisti dell’incontro sessuale siano spostati, questo è secondario, rispetto alla questione che ora ci interessa e che potremmo riassumere in questa domanda: perché tali incontri sono pericolosi per l’equilibrio emotivo e spirituale di una persona e, quindi, da gestire con la massima prudenza?

Non vi è alcun dubbio, infatti, che la condizione coniugale di uno dei due, o di entrambi, complichi alquanto le cose, sotto tutti i punti di vista – pratico, psicologico, morale – ma, di per sé, non incide sulla valutazione del bene o del male che un incontro sessuale fugace può portare nella vita di una persona, specialmente se a spingerla verso di esso è stata la solitudine (ed è evidente che ci si può sentire soli anche in un matrimonio o in un rapporto di coppia consolidato).

Tutto il nocciolo del problema è riassunto in una frase che Alex, al termine della due giorni di sesso appassionato con Dan, si lascia sfuggire di bocca, con tono pensoso e malinconico, che ancora non lascia immaginare la successiva degenerazione dei suoi processi mentali, fino alla pazzia, mentre lui si accinge a rivestirsi e a tornare alla propria vita e alla propria famiglia: «Però, è strano; due persone si incontrano, fanno all’amore, e poi si separano, tornando ad essere come due estranei, dopo aver condiviso così tanto».

È vero: c’è qualcosa di sbagliato, di crudele, perfino di inumano, in una situazione del genere.

Come è possibile «incontrarsi e dirsi addio» (parafrasando il titolo di un celebre romanzo di Ferenc Körmendi), dopo aver condiviso una tale intimità, fisica e psicologica, con un altro essere umano; come è possibile staccarsene con indifferenza, come si farebbe con un oggetto, con un bambolotto d plastica?

L’alienazione è giunta fino a un tale livello, nella nostra cosiddetta società del benessere, dove tutto si usa e si getta nel cestino, quando non serve più?

Partiamo da un dato.

Coloro che più hanno da perdere, in termini di investimento emozionale e di successiva, inevitabile frustrazione, sono proprio coloro i quali possiedono l’equilibrio interiore più fragile, l’autostima più mediocre, la consapevolezza più rudimentale.

Poiché la loro vita è vuota, monotona, insoddisfacente, sono costantemente desiderosi di un diversivo che li aiuti a uscire dal vicolo cieco in cui sentono di trovarsi; incapaci di lavorare su se stessi, di prendere in mano la propria esistenza per tentare di cambiarla, aspettano qualcosa dall’esterno, una sorta di miracolo o, più prosaicamente, un colpo di fortuna che li risollevi un poco, che renda loro più sopportabile il deserto spirituale in cui si trovano confinati.

Sono affamati dell’altro, per usare un’espressione dello scrittore Julien Green; e questa fame dell’altro li porta a buttarsi a corpo morto nelle situazioni affettive, a caricarle oltre misura di aspettative, ad investire in esse tutto il loro potenziale umano.

Se sono madri o padri, divengono genitori ansiosi, opprimenti, ricattatori; se mogli, mariti o amanti, stancano ed esasperano l’altro, riversando su di lui una brama perpetuamente inappagata di completezza, di sicurezza, di felicità.

Non hanno il senso della misura, del limite, della convenienza; nulla, per loro, è mai abbastanza, nessuna rassicurazione è sufficiente; figuriamoci se potrebbero uscire appagati da un incontro sessuale magari soddisfacente, ma fugace (oppure soddisfacente proprio perché fugace): al contrario, ciò è quanto basta per mandarli definitivamente fuori centro.

Insomma, il paradosso (l’apparente paradosso) è questo: chi è maggiormente “affamato” di gratificazioni sul piano affettivo e, quindi, anche su quello sessuale, è proprio colui che rischia di ricevere più male che bene dagli incontri sessuali fugaci: se sono deludenti, perché lo risospingono nella sua ordinaria infelicità; se non lo sono, perché gli fanno sentire, con tanta più dolorosa intensità, quel che gli manca e che rende arida e vuota la sua vita.

La cosa diventa più evidente quando uno dei due soggetti dell’incontro non pensa ad altro che ”una botta e via”, senza coinvolgimento e senza complicazioni; mentre l’altro, magari senza rendersene conto, cercherebbe ben altro e quindi, a cose fatte, si sentirà necessariamente sfruttato, tradito, respinto: è questa, precisamente, la situazione descritta nel film «Attrazione fatale»; e crediamo che sia molto più frequente di quel che non si creda.

La situazione meno rischiosa, almeno in teoria, è quella che vede l’incontro di due soggetti, entrambi sufficientemente maturi ed equilibrati dal punto di vista affettivo, i quali perseguono, di comune accordo, l’obiettivo minimo di un rapporto sessuale senza promesse e senza illusioni di alcun tipo; una specie di cameratesco abbraccio per sentirsi un po’ meno soli lungo la strada, ma solo per lo spazio di una notte o di pochi giorni.

Quando entrambi giocano allo steso gioco e si dichiarano lealmente i reciproci intenti, non vi sono sfruttamento dell’altro, né inganno, né buona fede tradita; non vi sono ragioni di amarezza, una volta che il rapporto sia finito.

Questo, però – lo ripetiamo – solamente in teoria: perché l’animo umano è cosiffatto, che, non appena abbia assaporato un momento di benessere, vi si affeziona al punto che non vorrebbe più dovervi rinunciare. Così, anche coloro i quali erano partiti con la ferma convinzione di poter dominare razionalmente le proprie aspettative sul piano affettivo, rischiano di perdere ogni sicurezza e di lasciarsi sopraffare da quei sentimenti di tenerezza, amore e desiderio dell’altro, che, una volta ridestati, non si rassegnano a tornare in cantina.

Fin qui abbiamo cercato di ragionare sui pro e i contro di un rapporto sessuale fugace, limitandoci alle sue motivazioni e ai suoi possibili effetti e contraccolpi nella vita interiore dell’individuo; ma è venuto il tempo di domandarci anche se sia possibile separare nettamente, come oggi si pretende di fare, la sfera della sessualità da quella dell’affettività.

Rispondere affermativamente significa immaginare che un uomo e una donna, allorché consumano un rapporto fugace, si mettano al livello emozionale di un cliente e una prostituta di strada: vale a dire, ridurre la sessualità a pura e semplice pornografia.

Infatti, se è certamente vero che si può consumare un rapporto sessuale senza che vi sia un effettivo coinvolgimento affettivo, è altrettanto vero che è difficile immaginare che, nell’intimità creata dal rapporto stesso, che è quanto di più “privato” si possa immaginare, non si stabilisca anche una qualche forma di relazione affettiva; la quale, a sua volta, porta con sé, necessariamente, aspettative, magari inconsce, che vanno molto oltre la soddisfazione di un desiderio d’ordine puramente fisiologico.

Bisogna considerare che, nel corso di un rapporto sessuale, anche incompleto, si mettono in moto delle potenti energie che passano da un soggetto all’altro: si tratta di un fenomeno chimico e fisico, non meno che psicologico e spirituale.

Fare l’amore non è come compiere un esercizio di ginnastica, fare una corsa in bicicletta o giocare a una partita di calcio: è una cosa infinitamente più complessa, più completa sul piano umano ed anche, per molti aspetti, più misteriosa.

Poco sappiamo di quel che avviene allorché il flusso energetico, in concomitanza con il rapporto sessuale, si dirige dall’uno all’altro dei due soggetti e poi ritorna indietro, arricchito di nuovi umori e di nuove vibrazioni: si tratta di una segreta alchimia del corpo, dell’anima e dello spirito, con la quale non si dovrebbe mai giocare a cuor leggere, specialmente se non si è in possesso di un buon grado di equilibrio interiore.

Chi agisce in modo contrario a ciò, scherza letteralmente col fuoco; e, come si sa, a forza di scherzare con il fuoco, si rischia di finire gravemente ustionati.

L’uomo e la donna, e – più in generale – due esseri umani che incrociano i loro passi nel cammino della vita, dovrebbero essere sempre disponibili a darsi l’un l’altro il meglio di se stessi e non già il peggio; cosa che risulta possibile solo se ciascuno dei due ha fatto, o si sta sforzando di fare, il proprio percorso di consapevolezza spirituale.

Una persona spiritualmente inconsapevole non sarà mai in grado di avere relazioni umane soddisfacenti; e questo vale anche per i rapporti sessuali fugaci, dettati da un impulso estemporaneo, da brame irrazionali, da aspettative irrealistiche.

Le cose ci vengono incontro quando noi siamo veramente pronti per esse: questa è la legge.

E ciascuno di noi le vive, poi, secondo il livello di consapevolezza che è riuscito ad elaborare.

Già pubblicato su Arianna Editrice il 06/07/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia l’8 Agosto 2017

Del 15 Settembre 2020

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