lunedì, 20 Settembre 2021
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Sotto il vestito niente?

«Che cos’è una modella? Un corpo un volto un po’ di trucco un bel vestito e sotto il vestito… niente». Questa memorabile battuta ha fornito il titolo al film di Carlo Vanzina del 1985 ambientato nel mondo dell’alta moda. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

«Che cos’è una modella? Un corpo, un volto, un po’ di trucco, un bel vestito; e, sotto il vestito… niente».

Laddove quell’avverbio «niente» costituisce una vera perla di voluta ambiguità: perché lo si può interpretare sia in senso fisico, come assenza di qualunque biancheria fra il corpo e il vestito, sia in senso morale, come assenza di qualunque consistenza personale, di qualunque dignità individuale: come dire che il corpo di una modella vale quello di un’altra; sempre e solo di carne si tratta, non di un essere umano nel senso compiuto dell’espressione.

Questa memorabile battuta ha fornito il titolo al film di Carlo Vanzina del 1985, ambientato nel mondo dell’alta moda della craxiana “Milano da bere”, «Sotto il vestito niente», ispirato al romanzo omonimo di Marco Parma, pseudonimo di Paolo Pietroni.

Mediocre pellicola tratta da un romanzo meno che mediocre; che però, sebbene stroncata dalla critica, riportò un ottimo successo di pubblico, forse anche per le grazie dell’esordiente modella svedese Renée Simonsen, tipica bellezza nordica alquanto algida e sofisticata, per non dire quasi androide, alla quale venne perdonata generosamente l’assoluta mancanza di capacità e di preparazione nel campo della recitazione.

Il titolo di quel film, peraltro, ci offre lo spunto per una riflessione di più vasta portata: che cosa c’è, realmente, sotto il vestito delle persone; che cosa si cela sotto il vestito delle donne e degli uomini d’oggi, di questa nostra contraddittoria e, per molti aspetti, drammatica, ma anche esaltante, epoca post-moderna?

I vestiti sono belli, spesso di marca: oggi che – parafrasando Cesare Marchi – non siamo più “povera gente”, non si va mica in giro con la giacca del nonno o con il cappotto del papà; con i pantaloni rammendati e con i gomiti lisi; e, quanto alle scarpe, è molto più facile comprarne un paio nuovo, piuttosto che portarle a risuolare dal calzolaio.

Per le strade, dunque, specialmente nei centri cittadini, si vedono in giro quasi solo persone elegantemente vestite o, nella peggiore delle ipotesi, decentemente e appropriatamente vestite; fatta eccezione per barboni e “clochards” e poche altre, sparute categorie di persone, non si può dire che la gente non se ne vada a spasso portando indosso roba fina, roba di qualità: non si tratta semplicemente di coprirsi, ma di proclamarsi quanto meno al di sopra di uno status socio-economico minimo, da potersi definire “corretto”.

Quanto ai corpi che, a seconda della stagione, s’intravedono sotto quegli abiti decenti, appropriati, eleganti o addirittura firmati (e sia pure con il marchio taroccato, ma sempre firmati, insomma, almeno nelle intenzioni di chi li indossa), generalmente non si può dire che siano da meno e che facciano sfigurare il taglio, la linea, il tessuto e il colore degli abiti stessi.

Corpi ben nutriti, innanzitutto; eventualmente magri, ma non certo per la cattiva alimentazione; corpi abbronzati anche d’inverno, palestrati tutto l’anno, profumati, incipriati, ammorbiditi e levigati da innumerevoli ritrovati cosmetici; corpi aggiustati col silicone e con la chirurgia plastica, tutti nasini ben dritti o magari alla francese, tutti addominali piatti e ben sodi ed altrettanto tonici fondoschiena; tutte labbra prominenti, tutti seni misura maxi, tutte gambe slanciate e scattanti, ulteriormente allungate da tacchi vertiginosi, le cui proprietarie incedono animose, più o meno disinvoltamente, con l’andatura ondeggiante degli uccelli trampolieri.

Non parliamo, poi, delle capigliature: quasi scomparsa la calvizie, peccato vergognoso da tener nascosto sotto berretti, parrucchini o, per i più danarosi, abbondanti trapianti di capelli in qualche clinica specializzata; chiome fluenti, dunque, e perfettamente in ordine, non solo al sabato, come usava una volta (quando eravamo, appunto, “povera gente”), ma per sette giorni la settimana; tutti come appena usciti dal salone della parrucchiera, uomini e donne (il barbiere, per i maschietti di città, è ormai un ricordo dell’età della pietra); dosi industriali di fissanti spray, di gelatina o di borotalco, per farli apparire eternamente irreprensibili, vaporosi e, quel che più conta, decisamente sexy.

Più che il passeggio di creature umane, quello nei centri commerciali e nei quartieri “bene” sembra la libera uscita di una variegata fauna di creste rampanti e di criniere leonine, che sfidano statuarie impassibili i maliziosi dispetti del vento o della pioggia; con riccioli e boccoli che lievitano per lo stupore altrui, come in una barocca “poetica della meraviglia” che non concede quartiere e che, pur di far colpo, trasforma magicamente le brune ed i bruni in altrettante bionde o biondi stile Miami Beach, e le rosse, ah, le rosse diventano addirittura delle provocazioni fiammeggianti, delle meteore di fuoco che incendiano i cieli del nostro turbamento.

Né va trascurato il reparto “lingerie”, che, anche in pieno inverno, deve trovare il modo di far capolino da una camicia più che generosamente sbottonata con improbabile negligenza, o da un paio di jeans a vita così bassa, da sembrare sul punto di scivolare a terra da un momento all’altro, se a ciò non si opponesse il fatto che, stretti alle gambe in modo quasi inverosimile (ma come avranno fatto ad infilarseli, questi Houdinì della vestizione quotidiana?), non potrebbero cadere nemmeno se qualcuno, per gioco o per ingiuria, li tirasse giù a viva forza, afferrandoli alla cintura con mano decisa.

Perizomi dal fascino proibito, evocanti lontane foreste ed esotici amplessi, sono diventati praticamente d’obbligo, così come l’accoppiata fra essi e i pantaloni strettissimi e leggerissimi, di colore bianco, in modo che tutti vedano e sappiano, anche i più tardi di comprendonio e i più deboli di fantasia, che sotto quella stoffa vi sono delle mutandine talmente minuscole, che, sul lato B, si riducono ad un filo destinato fatalmente a scivolare là dove, di solito, la mano scende solo per compiere una doverosa operazione igienica, dopo avere espletato a una imprescindibile necessità fisiologica piuttosto consistente.

Non parliamo poi dei reggiseno, o meglio dell’assenza dei reggiseno: a che servono mai le camicie, infatti, se non a far risaltare, pungendone la seta con languida malizia, le punte dei capezzoli, e a far constatare i possenti volumi – più o meno “naturali”, ma questo è un altro discorso – della grazia di Dio che deborda dalla balconata?

Per completare il quadro, una quantità prodigiosa di collane, braccialetti, catenine e cavigliere tintinnano e luccicano con vividi riflessi che abbacinano la vista dei comuni mortali, mentre anelli di ogni foggia e dimensione risplendono non solo nei loro luoghi naturali – o, quanto meno, tradizionali -, ossia sulle dita delle mani e, talvolta, sotto i lobi degli orecchi, ma un po’ dovunque e fin nei punti più impensati e sconvenienti, talvolta occhieggiando indiscreti là dove meno ci si aspetterebbe di vederli, talaltra ammiccando lascivi da profondi recessi corporei e da segrete zone in penombra (e lo stesso dicasi per gl’immancabili tatuaggi).

Così, li si vede pendere dalle labbra e dalle sopracciglia, non meno che all’interno o all’esterno delle narici, là dove solo la sapienza delle tribù berbere e africane sapeva ritagliare loro un seducente angolino; ma li si può ammirare anche emergere dalla lingua della ragazza o del ragazzo che ci stanno parlando, oppure occhieggiare spavaldi dalla cavità dell’ombelico o, magari, suggerire indicibili inviti nelle zone ancora più intime, al di sotto della cintura.

A tutta questa fiera delle vanità si accompagna una massiccia omologazione degli sguardi, del modo di camminare e di ancheggiare (leggi: di sculettare), di fermarsi e di ripartire, di strabuzzare gli occhioni sbattendo le ciglia come le Veline televisive e di sorridere a trentadue denti, come se la bocca fosse stata colpita da una paresi fulminante o come se tutti quanti fossero stati ingaggiati per la pubblicità di uno smagliante dentifricio; e, soprattutto, del modo di apparire noncuranti e disinvolti anche nel bel mezzo delle contorsioni più strane, studiate per ore ed ore davanti allo specchio, allo scopo di valorizzare questo o quel particolare anatomico, questo o quell’orpello dell’abbigliamento e della chincaglieria.

Eh sì, che fatica avere un corpo, al giorno d’oggi; che fatica indossare un vestito, anche quando – nella stagione più calda – si tratta di pochi grammi di stoffa, di un paio di ciabatte infradito e di un paio di occhiali da sole dai riflessi metallici e vagamente futuristi; che fatica dover essere all’altezza degli standard dell’immaginario collettivo, che si sono improvvisamente impennati, complici il cinema e la televisione, verso gli irraggiungibili modelli holliwoodiani.

Davvero, proprio una bella fatica.

E tuttavia ci permettiamo una piccola, semplice, ingenua domanda: che cosa c’è sotto quei vestiti, oltre all’epidermide abbronzata, ai piercing a profusione, ai pettorali d’acciaio bene in vista e, se possibile, agli altrettanto spasmodicamente esibiti addominali?

C’è ancora qualcuno o qualcosa, oltre ai muscoli ben modellati, ai bicipiti poderosi e ai polpacci da culturisti?

Ahimè, non vorremmo che qui, proprio qui, il discorso cominciasse a farsi imbarazzante; che, dietro tanto fumo, vi fosse così poco arrosto, da non poter sfamare neppure l’appetito più modesto, neppure la fame più discreta…

Certo, l’anima è assetata di bellezza; ma è assetata anche, e prima ancora, di autenticità, di limpidezza, di trasparenza; è assetata di autentica virilità e di autentica femminilità, non di bambolotti e bombolette lustri, profumati e depilati, ma assolutamente insignificanti nella loro banalità plastificata, stile Barbie e Ken.

È la bellezza dell’anima a rendere il corpo attraente, e non viceversa: possibile che l’analfabetismo dell’apparire sia giunto fino a questi livelli, sì da aver scambiato la realtà della nostra vita quotidiana con gli improbabili interni californiani delle soap opera stile «Beautiful»?

Invero, porre la propria vita sotto la categoria dell’avere o, peggio ancora, dell’apparire, significa tagliarsi fuori, con le proprie mani, dalla vita vera; significa alienarsi in una vita immaginaria e inverosimile, che non ha nemmeno il pregio della poeticità, ridotto ormai, come lo è attualmente, a brutale sfoggio di cose.

Laddove anche i muscoli son diventati cose, perché non sono più visti, armoniosamente (come per gli antichi Greci, ad esempio) quali parti della persona, ma come un valore a sé stante: tanto è vero che è sorta una vera e propria industria per lo sfruttamento economico della muscolatura a fini estetici o supposti tali. E la stessa cosa si può dire per gli altri, spasmodici accorgimenti estetici – o antiestetici, secondo i punti di vista – messi in atto per apparire eternamente giovani, eternamente sani e seducenti.

Il contrasto fra l’apparire e l’essere risulta ancora più stridente, in quanto che esso capovolge il naturale ordine delle priorità: se la bellezza interiore, infatti, illumina quella esteriore e traspare vittoriosamente anche da un abito modesto e da un look dimesso, al contrario un abito firmato e un look vistoso non faranno altro che sottolineare, con involontaria ironia, tutta la mediocrità di un’anima puerile ed esibizionista, priva di reali attrattive, ma terribilmente ansiosa di mettersi in mostra, di primeggiare in virtù di non si sa quali meriti.

Se Diogene il cinico se ne andava attorno con la lampada accesa, in pieno giorno, per le vie di Atene, dicendo di cercare invano l’uomo in mezzo alla folla, allora oggi dovrebbero esserci molti Diogene che se ne vanno in giro per le nostre città ultramoderne, per i quartieri bene e lungo le vetrine scintillanti, onde ricordare a noi tutti l’impazzimento di cui siamo divenuti le vittime più che volonterose.

Solo l’essere può vestirci di bellezza e di fascino; solo il radicamento nella nostra verità interiore può donare al nostro aspetto qualcosa di attraente, cioè qualcosa che sia suscettibile di parlare all’anima degli altri. Se siamo opachi dentro, nulla potremo dire al cuore altrui; e tutto il nostro dimenarci per attirare la loro attenzione non farà che sottolineare impietosamente tutta la nostra fondamentale insufficienza.

Si è adeguati rispetto agli altri, quando lo si è rispetto a se stessi: e non vi sono altre strade che quelle della coerenza, dell’onestà e della trasparenza; non esistono scorciatoie per arrivare alla meta, se non quelle che portano al ridicolo e alla perdita della dignità.

Oggi si parla un po’ troppo di diritti, ivi compreso quello di piacere agli altri; ma ci si dimentica che, per piacere agli altri, bisogna prima piacersi veramente, realizzando il proprio essere.

E questo non è un diritto, ma un impegno verso noi stessi: un impegno talvolta difficile, sempre faticoso; e, tuttavia, si tratta della sola cosa che possa dare veramente un senso alla nostra vita…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 30/12/2010 e 17/04/2017 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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