lunedì, 20 Settembre 2021
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Un film al giorno: «Estate violenta» di Valerio Zurlini (1959)

Un film al giorno:«Estate violenta» di Valerio Zurlini 1959. Lo si può considerare uno dei migliori film italiani dal dopoguerra in poi. Zurlini ha fatto propria la lezione di grandi maestri come Visconti, Antonioni, Rossellini. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Estate del 1943, in una località balneare dell’alto Adriatico: Riccione.

Chi può, fa del suo meglio per dimenticare la guerra, l’anno terribile che l’Italia sta attraversando. Mancano solo pochi giorni al 25 luglio e alla caduta di Mussolini: sono gli ultimi istanti di vita del fascismo, gli ultimi istanti di potere dei gerarchi, come il padre di Carlo Caremoli, un ventenne (l’attore Jean-Luis Trintignant) che finora, grazie agli studi o, forse, alle raccomandazioni paterne, ha potuto scansare la drammatica chiamata alle armi.

Una sera, durante una piccola, modestissima festa in una casa privata, alcuni giovani stanno ballando un “lento”, sulle note malinconiche e suadenti di un grammofono. Tra gli invitati c’è anche la bella vedova di un combattente caduto in guerra, Roberta Parmesan (Eleonora Rossi Drago), una trentenne bruna, di ottima famiglia, che vorrebbe ricominciare a vivere proprio nel momento più disgraziato: quando non solo il Paese sta correndo a grandi passi verso il precipizio, ma gli occhi di tutti le stanno puntati addosso, compresi quelli di sua madre (Lilla Brignone), perché dovrebbe pensare solo al suo lutto e dimenticarsi di essere ancora una donna appassionata e piena di vita; dovrebbe reprimere il suo bisogno d’amore, perché “non sta bene”.

A un certo punto, un ragazzo timido e impacciatissimo la invita a ballare. Lei accetta e, per un paio di minuti, scivola lungo la stanza con quello studente incolore; ma i suoi sguardi, colmi di desiderio e, al tempo stesso, di vergogna, sono per un altro giovane: Carlo, anch’egli piuttosto timido, ma interessante e fascinoso; che, a sua volta, la osserva in continuazione, mentre balla con una coetanea chiaramente innamorata di lui, Rossana (Jacqueline Sassard).

Il padrone di casa, con forzata allegria, distribuisce i cocktails e cambia i dischi, nel disperato sforzo di normalità di una generazione la quale, proprio, non vorrebbe saperne del disastro imminente e che vive le notizie dello sbarco anglo-americano in Sicilia, i bombardamenti aerei sulla Penisola (e, ormai, perfino sulla spiaggia affollata di bagnanti), l’arrivo delle temutissime cartoline-precetto con un senso di incredulità e quasi di stordimento.

Quando il ballo finisce e ne inizia un altro, è Carlo a farsi avanti e ad invitare Roberta; e, in un attimo, la donna e il ragazzo si trovano trasportati altrove. Lei gli si stringe, quasi senza rendersene conto, e gli appoggia il volto sulla spalla, con crescente abbandono; mentre lui, stupito, turbato e, a sua volta, sempre più preso, è dilaniato da un misto di imbarazzo e di desiderio. Non è certo un ballo educato e asettico, come il precedente: è l’incontro di due anime, che muovono da vissuti assai diversi ma che sono, entrambe, assetate di amore, di vita, di qualcosa che le salvi dal nulla della solitudine.

Al termine del “lento”, i due si staccano con riluttanza, poi lei esce dalla stanza, va in terrazza e da ultimo, quasi fuggendo, scende in giardino, tentando di fare ordine nei suoi pensieri e nelle sue emozioni. Carlo la segue, sia pure con qualche esitazione, e la raggiunge pochi istanti dopo. Allorché si trovano di fronte, non riescono a pronunciare nemmeno una parola: in un soffio, dimentichi di tutto, si abbracciano e si baciano.

Non è solo un’attrazione dei sensi quella che li ha spinti così, a tradimento, l’una nelle braccia dell’altro, ma qualcosa di più profondo e di più complesso.

Uno scrittore francese ha scritto, una volta, che non c’è nulla di più commovente del primo amore di un uomo e dell’ultimo amore di una donna; e quel cercarsi affannoso, quella rivelazione del divorante bisogno reciproco – sul fosco scenario di una guerra sempre più vicina, e ormai chiaramente perduta – aggiungono una nostalgia, uno struggimento, ritratti dal regista con una finezza e una intensità quali poche volte abbiamo visto al cinema, in assoluto.

Mentre Carlo e Roberta si stanno baciando con trasporto e quasi con disperazione, Rossana esce a sua volta sulla veranda e li vede.

La prima a rendersi conto che sono stati scoperti è Roberta, che si stacca e le volge le spalle, travolta dal rammarico e dalla cocente umiliazione; poi Carlo, che si volta e, a sua volta, scorge la ragazza che lo amava e che si considerava, forse, quasi la sua fidanzata. Rossana non arretra, anzi,  scende lentamente le scale, fissando la coppia. Giunta in basso, sembra esitare per un momento; poi, mentre una espressione di sdegno e quasi di disprezzo le appare sul volto, gira l’angolo e si allontana nel buio della notte estiva.

Poche scene d’amore sono state rappresentate con tanta delicatezza, senza scivolare nel dolciastro; e con tanto realismo psicologico, senza trapassare nell’analisi documentaristica, ma restando in perfetto equilibrio tra verità e finzione cinematografica. Un piccolo capolavoro di bravura interpretativa da parte dei due attori, che recitano solo con gli sguardi e con la mimica facciale: una Rossi Drago superlativa, qui senz’altro nella sua prova più convincente, e un Trintignant non ancora giunto, con Il sorpasso di Dino Risi (1962), ai fasti della celebrità internazionale e più giovane di lei, ma non tanto quanto avevano in mente, forse, gli sceneggiatori (Suso Cecchi D’Amico, Giorgio Prosperi e Valerio Zurlini), poiché, nato nel 1930, aveva solo cinque anni in meno della bellissima attrice genovese.

Abbiamo descritto la sequenza centrale di uno dei più bei film del cinema italiano del dopoguerra, Estate violenta di Valerio Zurlini, girato nel 1959: elegantissimo nelle sue calde immagini in bianco e nero; sobrio, tenero ma non retorico.

Al centro della vicenda, come si è detto, vi è un amore disperato fra Carlo e Roberta; doppiamente disperato, sia per la condizione propria dei due protagonisti (la differenza di età, aggravata dalla recente vedovanza di lei), sia per quella generale in cui versava l’Italia, nella tragica estate del 1943 e,  più precisamente, nel mese e mezzo che va dalla vigilia del 25 luglio all’armistizio dell’8 settembre.

È anche il ritratto, impietoso ma senza acredine o moralismi, di una borghesia che vive con scarsa responsabilità, per non dire con incoscienza, il tragico epilogo dell’avventura della seconda guerra mondiale, in cui s’era buttata a cuor leggero, poco più di tre anni prima. Una borghesia che cerca di far sopravvivere i suoi riti e i suoi miti anche di fronte all’inevitabile naufragio e alla resa dei conti finale. E le persone di mezza età, nell’insieme, ne escono ancor meno bene di quel gruppo di giovani amici che tenta di evocare, sulle spiagge di Viareggio, i fantasmi di una spensieratezza ormai impossibile, se non addirittura colpevole.

La madre di Roberta, ad esempio, appare più che altro preoccupata per la rispettabilità della sua famiglia e per il decoro esteriore, legato a valori superati o, forse, mai veramente sentiti.  Allorché, messa alle strette la figlia, la induce a confessare apertamente il nuovo, prepotente sentimento che la lega a Carlo, non sa fare altro che ricordarle i suoi “doveri” di vedova comme il faut, del “rispetto” che ella deve a se stessa, e della terribile vergogna di cui rischia di coprirsi, infangando anche i suoi familiari, se non si sbriga a “rimettere la testa a posto”. Non tenta minimamente di instaurare un vero dialogo con lei, di ascoltarne le ragioni; non le importa nemmeno di capire se si tratta di una semplice sbandata o di qualche cosa di più profondo. L’unica cosa che la preoccupa e che le sta veramente a cuore, a quanto sembra, è ciò che potrebbe dire la gente e l’onta del disonore che potrebbe colpire sua figlia.

Quanto al padre di Carlo, un pezzo grosso del Fascio a livello locale (interpretato dal sempre bravissimo Enrico Maria Salerno), la notizia della seduta del Gran Consiglio del 25 luglio e, subito dopo, dell’arresto di Mussolini da parte di Vittorio Emanuele III, lo colpisce come lo scoppio di un fulmine a ciel sereno.

In tutta Italia si scatena la caccia ai gerarchi e anche a lui, che si sente come una bestia feroce circondata dalla muta dei cani, non resta altro da fare che fuggire per sparire dalla circolazione, almeno finché la situazione non si sarà un po’ chiarita. Brutale, esasperato, egli non è però dimentico dei doveri paterni e vorrebbe portare Carlo con sé, anche perché teme che suo figlio diventi il capro espiatorio della rabbia popolare, quando si saprà della sua fuga. Ma Carlo non acconsente e, pur consapevole dei rischi cui si espone, decide di rimanere, per non allontanarsi dalla donna di cui si è profondamente innamorato.

Una notte, mentre i due amanti si sono appartati, sulla spiaggia, in un casotto per i bagni, vengono scoperti e interrogati da una pattuglia di ronda di soldati italiani. Vige l’oscuramento per il pericolo dei bombardamenti aerei, e il sergente che li illumina con la torcia elettrica non fatica a intuire quanto la situazione sia imbarazzante per quella coppia clandestina, e specialmente per quella signora dall’aria distinta. Ma il momento storico è estremamente drammatico: siamo nel pieno del “45 giorni” del governo Badaglio, quando gli anglo-americani continuano ad avanzare e i tedeschi, sospettando un prossimo “tradimento” da parte dell’Italia, si preparano a occuparla.  Non è possibile, pertanto, fare sconti per nessuno; e i documenti di Carlo, del resto, non sono in regola. Perciò il sergente gli notifica che dovrà presentarsi, il giorno dopo, al Comando militare: è finito il tempo degli imboscati, la Patria vacilla e ha bisogno di tutti i suoi figli.

Prima di andarsene, il sottufficiale, notando l’aria confusa e smarrita di Carlo e di Roberta, li apostrofa con queste parole“Ma vi siete accorti che c’è una guerra in corso e che la situazione è seria, molto seria?”.

Questo episodio provoca un profondo turbamento nell’animo della donna che, ormai perdutamente innamorata di quel giovane che le ha fatto ritrovare un senso alla propria vita, teme di perderlo così presto. Perciò riesce a convincerlo a non presentarsi al Comando e di partire, invece, con lei, per nascondersi in una sua villa nei pressi di Rovigo, dove potrà sfuggire all’arruolamento nell’esercito. Angosciati per lo spettro che incombe sul loro amore appena sbocciato, i due sembrano decisi a non permettere che la Storia lo calpesti e lo infranga e a cercare di ritagliarsi, come meglio possono, un angolo di felicità clandestina, sia pure in mezzo al caos generale.

Con questi proponimenti salgono su un treno in partenza per Rovigo, sul quale – forse per la prima volta – vengono a contatto immediato con una folla di persone stremate, preoccupate, agitate e con tutta l’ansia e la miseria di un clima di guerra perduta.

A un certo punto, in mezzo alla campagna, il treno subisce un attacco aereo e viene ripetutamente mitragliato, in mezzo a scene di panico e di morte. Nella confusione generale, Carlo e Roberta vengono separati e per alcuni lunghi, terribili minuti ignorano l’uno la sorte dell’altra. Quando, infine, gli aerei nemici si allontanano, così repentinamente com’erano comparsi, in mezzo al fumo e alle fiamme giacciono numerosi cadaveri e i corpi di parecchi feriti, mentre i sopravvissuti corrono qua e là, gridando, piangendo, prodigandosi per soccorrere quanti sono stati colpiti dalle raffiche di mitraglia o dalle schegge.

E lì, in mezzo al fumo, sporchi, stravolti, i due innamorati si ritrovano faccia a faccia, illesi entrambi. La loro gioia è immensa, ma quella esperienza ha definitivamente rivelato a Carlo quale sia la strada che dovrà, ormai, seguire. Si direbbe che il trauma di quell’attacco aereo lo abbia fatto maturare di colpo, riscuotendolo e risvegliandolo alla realtà: ha capito che non potrebbe mai conservare la stima di se stesso, se andasse a nascondersi in un momento simile, quando il Paese intero è travolto dal dolore e dal bisogno. Anche lui si sente chiamato a fare la sua parte: non da una forza esteriore, ma dalla voce della sua coscienza. Perciò prende in pugno la situazione e si impone anche a Roberta, al suo istinto materno e protettivo, e si comporta da vero uomo: le ingiunge di tornare a casa, mentre lui andrà a presentarsi al Comando, come gli aveva ordinato il sergente, sulla spiaggia.

Il loro addio è struggente e pieno di dolore, ma reca in sé una nota nuova, quasi un presentimento di rinascita morale: la fierezza ritrovata dell’uomo, che sente di aver fatto la scelta più giusta; e la consapevolezza, anche da parte della donna – che pure, sul momento, non vorrebbe capire – che Carlo ha avuto il coraggio di fare l’unica cosa che gli permetterà, un domani, di guardarla ancora a testa alta – se pure ci sarà un domani, per loro.

Dicevamo che questo film si può considerare, per i suoi pregi sia formali e che di contenuto, uno dei migliori film italiani dal dopoguerra in poi. In esso Zurlini ha fatto propria la lezione di grandi maestri come Visconti, Antonioni, Rossellini, e l’ha rielaborata in una sua visione personalissima, al centro della quale vi sono l’interesse per lo studio dei caratteri e, al tempo stesso, per una provincia italiana che sembra vivere in una dimensione come fuori de tempo. Il mitragliamento aereo sulla spiaggia di Riccione, in questo senso, sembra voler raffigurare l’irrompere delle forze della modernità in una sfera sociale che vorrebbe rinchiudersi in un suo spazio particolare e quasi “autarchico”.

Zurlini, nato a Bologna nel 1926 e morto a Verona nel 1982, pur amato dal pubblico e apprezzato dalla critica, è stato visto un po’ – a nostro giudizio – come una sorta di maestro minore, messo in ombra da personalità registiche più appariscenti, a cominciare da quella di Fellini.  In realtà non è stato affatto un maestro minore, ma un maestro con la M maiuscola; e il suo percorso artistico, pur  se discreto e quasi sussurrato, ha lasciato una traccia profonda nella cinematografia italiana contemporanea.

Film come Le ragazze di San Frediano (1954), La ragazza con la valigia (1960),  Cronaca familiare (1962), Le soldatesse (1965), Seduto alla sua destra (1967), Come quando perché (1969), La prima notte di quiete (1972) e, soprattutto, come il memorabile Il deserto dei Tartari (1976), rimangono come altrettante perle nella storia del nostri cinema.

Di Zurlini riportiamo un breve ritratto del Dizionario Bolaffi del cinema italiano a cura di Gianni Rondolino (Torino, Bolaffi, 1979, p. 184):

“Laureato in giurisprudenza, si occupò di teatro in ambito universitario, quindi passò al cinema come documentarista e realizzò fra il 1948 e il 1954 una quindicina di cortometraggi, alcuni di notevole valore. Nel 1954 esordì nel film a soggetto con Le ragazze di San Frediano, una felice e gustosa trascrizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Pratolini. Solo cinque anni dopo, nel 1959, poté realizzare il suo secondo film di notevole impegno contenutistico e formale, Estate violenta, in cui è narrata una storia d’amore sullo sfondo della seconda guerra mondiale. Nel 1961 ci dà un acuto ritratto femminile con La ragazza con la valigia e nel 1962 con Cronaca familiare, tratto dallo omonimo racconto di Pratolini, compone un film di nobile fattura, psicologicamente approfondito, sebbene non privo d’un certo accademismo. Coi successivi Le soldatesse (1965) e Seduto alla sua destra (1968) affronta temi di maggiore drammaticità, ma i risultati sono alquanto deludenti. Dopo l’intimistico e raffinato La prima notte di quiete (1972), non privo di sottili elementi psicologici, realizza con Il deserto dei Tartari (1976) la sua opera più matura e complessa. Tratto dall’omonimo romanzo di D. Buzzati, il film è una lunga meditazione sulla solitudine umana e sulla violenza della società, attraverso una rappresentazione realistica di fatti, ambienti e personaggi che si trasforma progressivamente, per forza di stile, in una grande metafora dell’esistenza, sottesa da una sincera inquietudine morale.”

Di Eleonora Rossi Drago (nome d’arte di Palmina Omiccioli), abbiamo già detto. Quasi tutta la critica è concorde nel giudicare la sua interpretazione del sofferto personaggio  Roberta in Estate violenta come la sua prova migliore di attrice, all’interno di una lunga carriera che è stata ricchissima di lavoro e di soddisfazioni.

Anche Trintignant recita il ruolo di Carlo in maniera efficace e convincente, senza sbavature sopra le righe, come è nello stile di questo attore, “abilissimo – scrive l’Enciclopedia Garzanti del cinema edizione 2004, vol. 2, p.1.166 – nel costruire personaggi apparentemente impassibili che però riescono a mostrare in modo sofferto i propri sentimenti.”

Già pubblicato su Arianna Editrice il 14/02/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Agosto 2017

Del 15 Settembre 2020

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