domenica, 13 Giugno 2021
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Un film al giorno: «Il grande silenzio» di Sergio Corbucci (1968)

Un film al giorno:«Il grande silenzio» di Sergio Corbucci 1968. Si può fare un buon western senza disporre di un budget miliardario? La risposta è sì, purché si abbiano idee, stile e un minimo di coerenza intellettuale. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Si può fare un buon western senza disporre di un budget miliardario, di un cast da kolossal, senza nemmeno andarlo a girare a casa del diavolo e, soprattutto, senza indulgere ai soliti luoghi comuni, anzi articolando un serio discorso di critica sociale?

La risposta è sì, purché si abbiano idee, stile e un minimo di coerenza intellettuale. Tre qualità che il regista Sergio Corbucci – classe 1927, una laurea in economia e commercio, e una gavetta prima come giornalista, poi come aiuto-regista- ha mostrato di possedere in misura apprezzabile allorché, nel 1968, ha girato uno sei suoi film migliori: Il grande silenzio.

Era una co-produzione italo-francese, e ciò spiega la presenza di Jean-Louis Trintignant nel ruolo del protagonista. Infatti, se è vero che l’attore francese, allora trentottenne, era già ben noto al pubblico italiano fin dal 1962, grazie a Il sorpasso di Dino Risi, in cui aveva affiancato Vittorio Gassman, il pubblico francese – notoriamente nazionalista – avrebbe certo gradito un proprio beniamino, piuttosto che un attore italiano, nei panni dell’interprete principale; e i produttori tengono sempre conto di questo aspetto, nella scelta degli attori. Tuttavia, pur nata da banali ragioni commerciali, la scelta si rivelò felicissima. Trintignant, nella parte del pistolero Silenzio, risultò semplicemente perfetto.

 “Interprete timido e schivo, abilissimo nel costruire personaggi apparentemente impassibili che però riescono a mostrare in modo sofferto i propri sentimenti.”

Così lo definisce l’Enciclopedia del cinema della Garzanti (Milano, 204, vol. 2, p. 1.166), ed è un ritratto che calza a pennello per l’interpretazione dell’attore francese ne Il rande silenzio di Corbucci; interpretazione tanto più impegnativa in quanto il pistolero Silenzio, da ragazzino, aveva subito il taglio delle corde vocali da parte dei bounty-killers che volevano impedirgli di denunciare gli assassini dei suoi genitori. Silenzio, dunque, è un muto: e Trintignant recita tutto il film senza mai poter pronunciare una parola, ma solo adoperando lo sguardo, la mimica e le pause: una prova che non tutti avrebbero potuto superare così brillantemente.

Il film non va confuso con due altre pellicole che recano lo stesso titolo. La prima è una produzione italiana filmata da Giovanni Zannini nel 1936 e interpretata dalla mitica Luisa Ferida: è la storia di un prete che conosce l’autore di un delitto per il quale è stato incolpato, invece, suo nipote; ma non può rivelare la verità, perché gli è stata raccontata sotto il sacramento della confessione. La seconda, invece, è una produzione statunitense del 1942 (ma il titolo originale era And Now Tomorrow, ossia “E adesso, domani”), girata da Irving Pichel e interpretata da Loretta Young e Alan Ladd: storia un po’ banale di un giovane medico che s’innamora di una bella ereditiera e che riesce a guarire, e ovviamente a sposare, liberandola dalla sordità (ecco spiegata la ragione del titolo nella versione italiana).

Il film di Corbucci non è affatto il solito spaghetti-western e, pur non essendo un capolavoro (Mereghetti e Morandini gli concedono tre stelle ciascuno e altrettante Pino Farnotti, che in genere è più largo di manica nelle valutazioni complessive), esce decisamente dai limiti di genere più o meno convenzionali, e s’impone per l’originalità e la sobria coerenza.

Già l’ambientazione esterna è particolarmente originale. Niente deserti infuocati (magari girati in Spagna o ancora più vicino), niente guglie rocciose scolpiti dal vento e niente cactus giganti sullo sfondo di tramonti infuocati nella sconfinata prateria. Il paesaggio è invernale, nevoso, senza un raggio di sole; ghiaccio e neve avvolgono ogni cosa, si cammina e si cavalca affondando nel soffice manto bianco; tutt’intorno al paese in cui si svolge la vicenda, montagne bianche di neve che ricordano le Alpi o magari il Polo. Si penserebbe di essere in qualunque posto, tranne che nel Sud-ovest degli Stati Uniti, e precisamente nello Utah.

Così come la cornice geografica e atmosferica, anche il contesto storico è fuori dagli schemi abituali. Siamo nel 1899: l’anno successivo alla guerra ispano-americana, che avrebbe fruttato agli Stati Uniti il ricco bottino di Cuba, Portorico, Guam, le Filippine e, indirettamente, anche le isole Hawaii, facendone una potenza imperialistica di peso mondiale. L’epoca mitica della conquista del West si è ormai conclusa da un paio di decenni, gli Indiani sono già stati sconfitti e messi in ginocchio; le loro terre interamente sottratte; il bisonte, che pascolava in mandrie sterminate di milioni d’esemplari, pressoché sterminato. Nel film, infatti, non si vedono né bisonti, né Indiani: anche per questo verso, non si direbbe proprio di essere nel Far West.

La caduta della neve è un fenomeno inusuale, che ha per effetto quello di stanare dalle montagne una folla di cenciosi fuor-legge i quali vivevano alla macchia, affamati e disperati: in gran parte piccoli delinquenti o, addirittura, persone che si sono messe nei guai con la legge per motivi accidentali; tutti, però, inseguiti da una taglia con su scritto: Dead or Alive, “Vivo o morto”. E tutte quelle taglie fanno terribilmente gola a un piccolo esercito di spietati bounty-killers, spinti ad affrettarsi dalla voce che il governatore dello Stato avrebbe intenzione di concedere, entro qualche settimana, una amnistia per i delitti di minore entità.

Il film ha inizio con l’arrivo, al paese di Snow Hill, di due personaggi assai diversi, che viaggiano entrambi a bordo delle diligenza: il nuovo sceriffo (interpretato dall’attore Frank Wolff), venuto a prendere il posto del suo predecessore; ed il pistolero Silenzio, che dirige la sua infallibile pistola di preferenza verso i cacciatori di taglie, da lui odiati per motivi personali, ma che non ha mai rivelato a nessuno.

Lo sceriffo è un tipo umano e di buon senso, buon tiratore, ma in fondo terribilmente  ingenuo. Neanche lui vede di buon occhio i bounty-killers, verso i quali nutre un aperto disprezzo e che considera poco meno deleteri, per l’ordine pubblico, degli stessi fuorilegge. Inoltre è a conoscenza della prossima amnistia, detesta le violenze inutili e sa che molti di coloro che sono ricercati dalla giustizia sono soltanto dei poveracci, più sfortunati che malvagi, i quali non aspettano altro che il provvedimento di clemenza del governatore per fare ritorno alle proprie case e alle proprie famiglie. Nutre una grande fiducia nell’autorità della legge e pensa che, grazie ad essa, la regione potrà progredire nella pace e nel benessere.

L’altro viaggiatore, Silenzio, è un pistolero tutto vestito di nero e che non parla mai (si scoprirà poi che è muto). Per poter uccidere i bounty killers senza incorrere nei rigori della legge, ha inventato un metodo particolarissimo: estrarre per secondo e sparare per primo. In pratica, egli li provoca e aspetta che siano loro a mettere mano alle armi; poi, con fulminea velocità, estrae la sua pistola (che non è una classica Colt, ma un’arma a tiro rapido, dall’aspetto assai poco “western” e che ricorda, piuttosto, una Mauser della prima guerra mondiale) e li uccide senza pietà. Una “tecnica” rischiosissima, che richiede una capacità di estrarre e di far fuoco in una frazione di secondo e, pertanto, un tempismo e un sangue freddo eccezionali.

Ma a Snow Hill stanno anche accorrendo, come si è detto, i peggiori elementi della regione, spinti dalla prospettiva di guadagnare molto denaro uccidendo o catturando i ricercati. Il più feroce di essi, Tigrero (impersonato dall’attore Klaus Kinsk, reso particolarmente repulsivo da una calzamaglia di lana sotto il cappello da cow-boy e dai guanti di lana, con i quali si protegge da una patologica sensibilità al freddo, che gli conferiscono una oscena apparenza quasi femminea), non ha dubbi: meglio morti. Così non danno fastidi e li si può spedire anche per diligenza,  a mo’ di bagaglio, come appunto sta facendo: ci penserà il freddo a conservare intatti i cadaveri.

Il primo scontro fra Silenzio e Tigrero potrebbe essere anche l’ultimo, perché il primo uccide fulmineamente alcuni cacciatori di taglie e potrebbe fare la stessa cosa col secondo, ma viene fermato all’ultimo momento dallo sceriffo, bene intenzionato ma inopportuno. Per intanto, confisca a Tigrero il denaro delle taglie, gli sequestra le armi e si prepara a scortarlo verso le prigioni della città più vicina, illudendosi di avere la situazione sotto controllo e di poter riportare la tranquillità nel piccolo paese, ormai stanco dei continui episodi di violenza.

Intanto, Silenzio si reca a casa di una giovane vedova mulatta (l’attrice esordiente Vonetta McGee), che lo ha fatto venire per ingaggiarlo allo scopo di uccidere Tigrero, che le ha assassinato il marito, e al quale offre tutti i suoi risparmi. Tra le loro due solitudini, quella del muto che ha visto uccidere i suoi genitori sotto i propri occhi, e quella della giovane donna che ha assistito all’uccisione del marito, nasce improvvisamente un tenero sentimento che sfocia nell’amore. Ma la bella mulatta, se gode della simpatia e dell’amicizia di alcune donne del paese e, in particolare,  della proprietaria di un locale d’appuntamento (Marisa Merlini), è da tempo insidiata dalla concupiscenza di un ambiguo  commerciante del posto (il bravo Luigi Pistilli), che se la intende a meraviglia con i bounty-killers,  coi quali intrattiene loschi affari.

Il dramma ha inizio allorché lo sceriffo lascia il paese, a cavallo, per condurre Tigrero in prigione, non prima di aver consigliato ai pusillanimi abitanti di lasciare un carro con dei viveri fuori dell’abitato, in modo che i fuorilegge delle montagne trovino di che sfamarsi e non procurino molestie ad alcuno.

Ma Tigrero, con un astuto stratagemma, elude la sorveglianza del suo custode e ne provoca la morte, facendolo affogare nell’acqua gelida di un lago, dopo aver sparato con la carabina sulla sottile lastra di ghiaccio. Subito dopo, torna in paese alla testa di una vera e propria orda di cacciatori di taglie e cattura, in un colpo solo, tutti i fuori-legge che, attratti dalle provviste, si erano avvicinati al carro senza sospettare un tranello.

Silenzio, che è rimasto gravemente ferito alle mani e non può, quindi, impugnare la pistola, è riuscito a nascondersi con l’aiuto della sua donna, dopo averla liberata per sempre dalle insidie del pezzo grosso locale che voleva violentarla, uccidendolo. Ma Tigrero, con infinito cinismo, dopo aver assassinato a sangue freddo l’amica della vedova, fa ammassare i prigionieri nel saloon del paese e mette in giro un ultimatum: verranno uccisi tutti quanti, a meno che Silenzio non si presenti  entro lo scoccare della mezzanotte. Egli conosce bene il suo avversario, e sa perfettamente che non lascerà mai compiersi un simile spargimento di sangue, senza tentar di fare qualcosa per aiutare quei disgraziati.

E ha visto giusto, ancora una volta.

Nonostante le preghiere della giovane mulatta, disperata all’idea di perdere nel modo più atroce anche il suo secondo uomo, Silenzio, nel cuore della notte, sotto una nevicata che rende l’atmosfera ancora più cupa e suggestiva, esce dal suo rifugio e va incontro al proprio destino. Pur avendo la mano destra martoriata, riuscirebbe ugualmente a sparare per primo, se in aiuto di Tigrero non intervenissero le carabine degli altri bounty-killers, che lo crivellano di colpi. La sua giovane amante, pazza di rabbia e desiderio di vendetta, accorre sul posto e cerca di vendicarlo, ma viene a sua volta uccisa, con estrema freddezza, da Tigrero; e cade sul corpo di lui, mentre un ghigno satanico si dipinge sul volto del suo assassino.

La morte di Silenzio segna anche la fine dei banditi prigionieri. La strage si svolge immediatamente, all’interno del saloon, su quegli uomini inermi che, inutilmente, invocano pietà, mentre i loro carnefici scaricano su di loro una tempesta di proiettili: finché i loro corpi cessano di agitarsi e, al diradarsi del fumo, non restano che tanti cadaveri stesi sul pavimento. Ora i feroci assassini potranno intascare le taglie: quel che hanno fatto, da un punto di vista giuridico, è perfettamente legale.

Fuori, continua a cadere la neve.

Le bellissime musiche di Ennio Morricone, anche se non celebri come quelle dei western di Sergio Leone, accompagnano la vicenda e ne sottolineano la profonda, struggente malinconia, sia nei brevi momenti di tenerezza fra i due protagonisti, sia nelle situazioni drammatiche e, specialmente, nell’imminenza del duello finale.

Questa, in sintesi, la trama.

L’amarezza della conclusione, che rifiuta l’happy end consolatorio, è attenuata solo in piccolissima parte dalla didascalia finale che, in sovraimpressione alla cavalcata dei bounty-killers i quali, a giorno fatto, partono per andare a intascare i loro dollari, informa lo spettatore che i massacri del 1899 indussero il governo a prendere energici provvedimenti per limitare la cieca violenza di coloro che, all’ombra della legge, insanguinavano la regione coi loro delitti.

 Si tratta di un western, come si è detto, molto vigoroso e al di fuori degli schemi di genere: duro, secco, fortemente pessimista.

Non c’è posto per la bontà e per l’onestà, i cattivi trionfano e i buoni soccombono: è la legge inumana del più forre, anzi, del più cinico. Tigrero non vince perché sia più forte, ossia più veloce come pistolero, ma perché non ha nessuno scrupolo; mentre Silenzio e lo sceriffo, ciascuno dei quali – a suo modo – agiscono in base a dei principi morali fortemente sentiti, offrono entrambi un punto debole a chi non ne ha alcuno.

Molto efficace ed intensa l’interpretazione di Trintignant, il cui silenzio non appare solo il frutto di una mutilazione, ma assume un valore paradigmatico. Infatti, in un mondo dominato dalla violenza istituzionalizzata, che incoraggia gli istinti più bassi e ostacola ogni sentimento generoso e solidale, che cosa rimane ancora da dire?

Ma anche tutti gli altri attori recitano assai bene e, in particolare, merita un plauso l’esordiente Vonetta McGee (originalissima l’idea di affidare a una mulatta la parte della protagonista femminile in un film western fatto di soli bianchi e, per giunta, in un paesaggio di tipo nordico). Sempre nel 1968 ha interpretato il film Faustina di Luigi Magni; poi, in successione, Blacula di William Craim (1972); Shaft e i mercanti di schiavi di John Guillermin, il regista del celebre La caduta delle aquile (1973); Assassinio sull’Eiger di Clint Eastwood (1975); Repo man – Il recuperatore di Alex Cox (1984).

Poi basta, ed è un peccato; in ogni caso, al cinema italiano va il merito di averla “scoperta” e, così, di averla rivelata anche a quello americano. A noi resta la malinconia di una grande stagione artistica, quella degli anni Sessanta, in cui l’Italia scopriva e rivelava talenti internazionali, non solo nel cinema ma anche nella musica leggera e nello spettacolo, facendoli conoscere e apprezzare nei loro Paesi d’origine e in tutto il mondo.

E che dire di Sergio Corbucci?

Abbiamo l’impressione che l’Italia, sia a livello di critica che di pubblico, sia stata un po’ matrigna con questo regista che possedeva un gran talento e un gran cuore, e che è stato messo un po’ in ombra per una ragione simile, a nostro avviso, a quella di altri registi italiani minori: l’impossibilità, nel nostro Paese, di fare arte e cultura su un dignitoso livello medio e popolare, senza cerebralismi da intellettuali snob e senza la cialtroneria di chi pensa solo e unicamente agli incassi del  botteghino.

Ha girato, in tutto, una buona cinquantina di film, rivelandosi (come il fratello  Bruno) uno dei registi più prolifici del nostro cinema. Nel genere western, aveva trovato forse maggiori consensi col più violento Django, del 1966, e altri ne avrebbe avuti poi, nel 1970, col leggendario Vamos a matar compañeros.  Tuttavia si è cimentato un po’ in tutti i generi, dimostrando sempre – dice giustamente il Dizionario Bolaffi del cinema italiano – «solido mestiere senso dello spettacolo popolare».

Il che, forse, non gli ha giovato presso una critica un tantino puzzona, presso la quale l’aggettivo “popolare” ha quasi il sapore di una parolaccia.

Così – tanto per fare un esempio -, quando l’Enciclopedia del cinema Garzanti lo  (vol. 1, p. 244), afferma che: “Dal anni ’60 travasa il suo sempre più consumato mestiere e il suo felice intuito di «orchestratore di storie popolari in film che incontrano sempre i gusti e le aspettative del pubblico”, francamente non è semplice capire se si tratti di un complimento o di una sottile, velenosa detrazione.

Se un regista piace sempre al pubblico, sembra di leggere tra le righe, vuol dire che c’è sotto il trucco: altrimenti, almeno qualche volta dovrebbe fischiarlo.

Così ragiona, da noi, la casta dei critici, secondo i quali un regista non dovrebbe fare i suoi film pensando alla vile plebaglia, ma all’Olimpo degli intellettuali da salotto; e la stessa cosa dovrebbero fare pittori, scrittori e musicisti.

Sergio Corbucci si è spento a Roma nel 1990, dopo aver girato il suo ultimo film, Nightclub, nostalgico omaggio alla “dolce vita” di felliniana memoria, assai maltrattato dalla critica (Mereghetti lo ha definito “scialbo”).

Ma il suo pubblico lo rimpiange perché, pur nella sua vena disinvolta e apparentemente “facile”, è stato un regista vigoroso, che si muoveva con sicurezza su qualsiasi tipo di terreno; e scusate se è poco.

Già pubblicato su Arianna Editrice in data 23/02/2008 e dell’Accademia Nuova Italia il 07 Agosto 2017

Del 15 Settembre 2020

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