domenica, 13 Giugno 2021
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Un film al giorno: «La leggenda del santo bevitore», di Ermanno Olmi (1988)

Un film al giorno: «La leggenda del santo bevitore», di Ermanno Olmi (1988). Il regista bergamasco Olmi a giudizio di alcuni critici ha raggiunto più che in ogni altro film il vertice del suo itinerario artistico. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

In questa co-produzione italo-francese del 1988, della durata di oltre due ore (125′), Ermanno Olmi, a giudizio di alcuni critici, più che in ogni altro film, compreso «L’albero degli zoccoli» girato dieci anni prima, ha raggiunto il vertice del suo itinerario artistico, consegnando al pubblico un film dalla poesia struggente e dal perfetto nitore stilistico.

Il regista bergamasco, allora cinquantasettenne, ha voluto cimentarsi con un testo letterario che pochi conoscevano, se non di nome, in Italia e anche fuori d’Italia; un testo che trasfigura poeticamente tutte le ansie e il senso di smarrimento che contraddistinsero gli anni immediatamente precedenti lo scoppio della seconda guerra mondiale, ma che, in realtà, diviene metafora della condizione dell’uomo contemporaneo in quanto tale, sradicato e perplesso, ma pur sorretto da un anelito d’infinito nel suo eterno vagabondare alla ricerca di una meta.

Si tratta del racconto «La leggenda del santo bevitore» di Jospeh Roth (1894-1939), ebreo galiziano ed ex ufficiale dell’esercito austro-ungarico nella prima guerra mondiale, poi giornalista e romanziere e infine, dal 1933, esule dalla Germania nazista – dove si era stabilito – in Francia, ove morì, alla vigilia del secondo conflitto mondiale.

Questo il giudizio sul film di Olmi de «Il Morandini» (Bologna, Zanichelli, 1999), che gli attribuisce quattro stelle per la critica e tre per il successo di pubblico:

«Ricevuti misteriosamente in prestito 200 franchi, barbone alcolizzato fa molti incontri d’amore e d’amicizia finché s’avvia, in una ventosa mattina, a saldare il debito. A livello stilistico è forse il film più maturo di E. Olmi, certamente il più raffinato; la sua Parigi, paesaggio dell’anima, è straordinaria. Ha una splendida prima parte, una zona centrale un po’ ripetitiva e prolissa, riprende quota nella conclusione. Non c’è più, forse, la leggerezza delle sessanta stringate pagine del racconto lungo “Die Legende vom heiligen Trinker” (1939) di Joseph Roth, ma, dopo averlo visto, nessuno lo leggerà o rileggerà come prima. Olmi ci aiuta a capirlo meglio, a penetrarlo in profondità. L’interpretazione dell’olandese Hauer è una delle sue carte vincenti. Leone d’oro a Venezia.»

Da parte sua, Pino Farinotti, in «Dizionario di tutti i film» (Milano, Arnoldo Mondadori editore, 1999),  che gli attribuisce una valutazione di tre stelle, così si esprime:

«Dal romanzo di Joesph Roth. Il primo film di Ermanno Olmi su soggetto altrui. Riuscito benissimo, peraltro (la cosa migliore del regista bergamasco dall’epoca de “L’albero degli zoccoli”). Protagonista è un alcolizzato ex minatore che vive come un barbone a Parigi. Un giorno è toccato dalla Grazia (un misterioso signore l’aiuta a più riprese). Lo sventurato Andreas muore felice in chiesa davanti all’immagine di Santa Teresa di Lisieux».

Di fatto, in questo film riuscitissimo che si colloca fra le cose migliori del cinema italiano contemporaneo, Ermanno Olmi, il poeta della campagna, ha dimostrato di saper essere anche un autentico poeta della grande città: perché Parigi, colta dalla sua macchina da presa negli angolini remoti e quasi campestri di Montmartre, ci si mostra come doveva apparire ai primi del secolo ad artisti quali Amedeo Modigliani, Maurice Utrillo o lo stesso Joseph Roth.

Appunto, Joseph Roth, che a Parigi concluse la sua malinconica parabola esistenziale, con in cuore l’ardente nostalgia per quei villaggi galiziani ove era nato e vissuto, per quel mondo asburgico e mitteleuropeo che la bufera della prima guerra mondiale aveva spazzato via per sempre.

«La leggenda del santo bevitore», pubblicata postuma nel 1939, si può senz’altro considerare come il suo testamento spirituale.

È un piccolo gioiello (poche decine di pagine), scritta al mattino, nei momenti di lucidità, in una Parigi che già respirava i venti di bufera della seconda guerra mondiale; alla sera, Joseph Roth era troppo ubriaco per scrivere. Si ubriacava con costanza e quasi con metodo, per sfogare nel bicchiere la sua disperazione di esule ebreo galiziano, che vedeva scomparire tutto un mondo, il suo mondo, e non riusciva a scorgere i segni dell’alba di un nuovo giorno.

L’attore Rutger Hauer, sotto la direzione di Olmi, risulta straordinariamente efficace nei panni del protagonista, il «clochard» Andreas Kartak, ex minatore, anch’egli profugo dalla Galizia orientale e arenatosi in una Parigi sospesa nell’occhio del ciclone, dopo la prima terribile bufera – quella del 1914-18 – e in attesa della seconda, che sarebbe stata ancor più devastante.

Una notte, sotto i ponti della Senna – in uno squarcio che ricorda certe atmosfere fluviali alla Simenon – uno sconosciuto si presenta ad Andreas e gli offre una cospicua somma di denaro, quale egli non ha mai visto in vita sua: duecento franchi. Il «clochard» – che, a suo modo, è un uomo d’onore – sa che non potrà restituirli e pertanto, sulle prime, si schermisce. Ma lo sconosciuto insiste e gli dice che, quando potrà, restituirà il denaro alla «piccola santa Teresa», nella chiesa di Santa Maria di Batignolles. Dopo di che, si allontana.

Così, con quei duecento marchi in tasca che gli spalancano davanti seducenti prospettive, alle quali non osava più neanche sperare, Andreas comincia l’ultima e più emozionante fase della sua vita di sradicato e di vagabondo. Il denaro gli scorre via dalle mani in bevute, donne di facili costumi e vecchi amici sbucati fuori come per caso; ma sempre, in fondo all’animo, egli custodisce il debito d’onore e si propone di saldarlo, recandosi nella chiesa indicatagli dallo sconosciuto, presso l’altare della piccola santa.

Eppure – com’è, come non è – ogni qualvolta si propone di mantenere la promessa e si avvia in quella direzione, qualche evento casuale sembra distogliere i suoi passi e obbligarlo a rimandare l’adempimento del suo impegno. È come se la sua volontà volesse e il suo inconscio non volesse; Petrarca avrebbe parlato di accidia, di fiacchezza del senso morale; Roth, che non è un prosatore altrettanto raffinato di Petrarca, ma di certo è più umano, non tenta di fornire spiegazioni morali o psicologiche e si limita a presentarci i commoventi andirivieni di Andreas nei suoi ultimi giorni di vita (il suo cuore stanco è ormai condannato), rischiarati da una luce di speranza che da tempo, per lui, si era spenta, ma anche pungolati da una coscienza del dovere che, in lui, non si era mai offuscata del tutto.

È stato detto che il film di Olmi è riuscito solo in parte a causa della eccessiva dilatazione dei tempi, per adeguare un racconto di cinquanta paginette a un lungometraggio di due ore e passa; ma ci sembra che l’osservazione sia molto superficiale. I tempi lunghi del film non dipendono dalla modesta estensione del soggetto originale, ma da una precisa scelta stilistica del regista, che diviene anche scelta di contenuto. Il suo scopo non è mai stato quello di costruire un’azione scenica nel vero senso della parola, bensì quello di immergere lo spettatore nell’aura quasi fiabesca di un apologo del XX secolo che ha la grazia e la leggerezza impalpabile di una leggenda antica.

Da ciò le atmosfere rarefatte, la dilatazione dei ritmi, la tecnica delle inquadrature, la sobrietà dei dialoghi, l’insistenza dei primi piani: linguaggio filmico che concorre a una sintassi altamente poetica, pervasa da una dolcezza arcana e da una struggente malinconia.

Andreas, metafora dell’uomo contemporaneo senza più casa, né affetti, né certezze, né speranze, è un antieroe convincente ed estremamente umano nelle sue debolezze, così come nel suo inaspettato, ammirevole senso del dovere: infinitamente più umano e infinitamente più convincente di tutti gli artefatti e intellettualistici antieroi di Joyce, Svevo, Pirandello, Musil e Virginia Woolf messi insieme. Egli possiede, infatti, la stupita semplicità di un San Francesco dei nostri giorni e l’umile consapevolezza di un moderno penitente.

Il suo candore rende pulite anche le situazioni più prosaiche, stende un velo di delicatezza anche sui fuggevoli amori con le prostitute: è un piccolo grande uomo che, mano a mano che si immerge nei piaceri della vita, recupera una sua purezza originaria che lo restituisce, finalmente pacificato, a se stesso, pronto per affrontare l’ultimo viaggio.

Vale la pena di riportare l’ultimo capitolo del racconto, affinché il lettore possa farsi un’idea più adeguata di come Ermanno Olmi abbia saputo felicemente interpretare questo testo letterario apparentemente «minore», con un intuito poetico che gli ha consentito di rendere tutto il delicato profumo di questo piccolo capolavoro che pochi avevano letto, prima dell’uscita del film (da: Joseph Roth, «La leggenda del santo bevitore»; titolo originale: «Die Legende vom heiligen Trinker», Amsterdam, 1939;  traduzione italiana di Chiara Colli Staude, Milano, Adelphi Edizioni, 1975, 2008, pp. 64-69):

«Il Tari-Bari era pieno di gente, perché molti, che non avevano un tetto, , ci dormivano di giorno e di notte, di giorno dietro il banco  e di notte sdraiati sui sedili imbottiti. Andreas si alzò prestissimo la domenica, non tanto per la paura d perdere la messa, quanto perché temeva che il padrone gli avrebbe chiesto di pagare le bevande,  il vitto e l’alloggio di tutti quei giorni.

ma si sbagliava: il padrone si era già alzato molto prima di lui. Il padrone lo conosceva da tempo e sapeva che Andreas tendeva a cogliere ogni occasione per evitare di pagare. Cosicché il nostro amico fu obbligato a pagare lautamente pasti e bevande, da martedì a domenica, e anche molto di più di quanto avesse in realtà bevuto e mangiato. Perché il padrone del Tari-Bari sapeva distinguere quali dei suoi clienti erano bravi a far di conto e quali no. E il nostro Andreas apparteneva a quelli che non erano bravi, come succede a molti bevitori. Andreas sborsò quindi gran parte del denaro che aveva con sé, e ciò nonostante si avviò verso la cappella di Santa Maria di Batignolles.  Ma sapeva bene di non aver più abbastanza soldi per restituire tutta la somma alla santa Teresa. E pensava pure al suo amico Woitech, con cui aveva l’appuntamento, né più né meno di quanto pensava alla sua piccola creditrice.

Così arrivò davanti alla cappella e purtroppo, di nuovo, la messa delle dieci era finita, e ancora una volta gli veniva  incontro il fiume della gente, e quando, per abitudine, prese la via del bistrò, si sentì chiamare da dietro, e di colpo avvertì una mano robusta sulla sua spalla. Voltandosi vide che era un poliziotto. Il nostro Andreas , che, noi, sappiamo, come molta gente della sua specie non possedeva documenti, si spaventò e già si toccava in tasca, solo per dare l’impressione di avere qualche documento valido.  Ma il poliziotto disse: “So già che cosa sta cercando. È il suo portafoglio, che ha appena perduto. È inutile che lo cerchi in tasca, eccolo qua! E questo succede – aggiunse scherzoso – se la domenica, già di prima mattina, si sono bevuti tanti aperitivi!,,,”.

Andreas afferrò il portafoglio, ebbe a malapena la calma necessaria per sollevare un po’ il cappello e se andò difilato nel bistrò di fronte.

Là c’era già Woitech, e non lo riconobbe ala prima occhiata ma solo dopo un momento. In compenso il saluto del nostro Andreas fu tanto più affettuoso. E non la finivano più  di invitarsi l’un l’altro a prender posto: Woitech, gentile come lo è la maggior parte delle persone, si alzò dal sedile imbottito per offrire ad Andreas il posto d’onore e, vacillante com’era, fece il giro del tavolo, gli si sedete di fronte su una sedia e si mise a dire tante gentilezze. Bevvero soltanto “pernod”.

“Mi è di nuovo successo un fatto straordinario – disse Andreas. – Mentre sto per venire qui al nostro appuntamento, un poliziotto mi mete la mano sulla spalla e mi dice: Ha perduto il suo portafoglio. E me ne dà uno che non è affatto mio, io me lo metto in tasca,  e adesso voglio vedere di che cosa si tratta”. E con ciò tira fuori il portafoglio e guarda, ci sono dentro alcune carte che non lo interessano per nulla, e trova anche del denaro, conta i biglietti: sono esattamente duecento franchi. A questo punto Andreas esclama: “Vedi! È un segno di Dio. Ora attraverso la piazza e pago finalmente il mio debito!”.

“Ma hai ancora tempo per farlo fino a che termina la messa – replicò Woitech. – Che bisogno hai della messa? Tanto durante la messa non puoi restituire il denaro. Dopo andrai in sagrestia, e nel frattempo beviamo!”.

“Sì certo, come vuoi!”, disse Andreas.

In quel momento si aprì la porta e, mentre avvertiva un terribile dolore al cuore e una gran debolezza l capo, Andreas vice che era entrata una ragazzina  e che si sedeva proprio di fronte a lui, sul sedile imbottito. Era giovanissima, giovane come gli pareva non fosse mai stata nessuna ragazza veduta prima, ed era completamente vestita di colore blu cielo.  Era blu come lo può essere solo il cielo in certi giorni, e soltanto in quelli benedetti.

Andreas si avvicinò barcollando, s’inchinò alla bambina e le disse: “Che cosa fa qui?”.

“Aspetto i miei genitori che escono ora dalla messa; vengono a prendermi qui. E questo succede ogni quattro domeniche – lei disse -, ed era tutta intimidita dall’uomo anziano che le si era rivolto così d’improvviso. Aveva un po’ paura di lui.

Andreas le chiese: “Come si chiama?”.

“Teresa”.

“Ah! – esclamò Andreas – ma questo è bellissimo! Non avrei mai pensato che una così grande, così piccola santa, una così grande e così piccola creditrice mi concedesse l’onore di venirmi a cercare, dopo che io ho tardato tanto ad andare da lei”.

“Non capisco le sue parole”, disse la piccola signorina un po’ confusa.

“È solo la sua delicatezza – replicò alla Andreas. – È solo la sua delicatezza, ma la so apprezzare. Da tanto tempo io le devo duecento franchi, e non mi è più riuscito di restituirglieli, signorina santa!”.

“Lei non mi deve affatto dei soldi, ma io ne ho un po’ nel borsellino, li prenda e vada via, che stanno per arrivare i miei genitori”.

E con ciò tolse dal suo borsellino cento franchi e glieli porse.

Tutta la scena Woitech la vide nello specchio, e si alzò barcollando dalla sua sedia, ordinò due “pernod”, e voleva subito trascinare al banco il nostro Andreas perché bevesse con lui. Ma appena Andreas fa per avvicinarsi al banco, cade a terra di schianto e tutti nel bistrò si spaventano, anche Woitech. Ma più di tutti la ragazza di nome Teresa. E poiché lì vicino non c’è né un medico, né una farmacia, i camerieri lo trascinano nella cappella, anzi nella sagrestia, dato che i preti sano ben qualcosa del morire e della morte, come, dopotutto, credevano gli stessi miscredenti camerieri; e la signorina di nome Teresa non può fare a meno di andare con loro.

Il nostro povero Andreas viene portato dunque nella sagrestia, e purtroppo non riesce più a parlare, fa solo un gesto come per toccarsi  nella tasca sinistra interna della giacca, dove è il denaro che deve alla piccola creditrice, e dice: “Signorina Teresa!”, dà il suo ultimo sospiro e muore.

Conceda Dio a tutti noi, a noi bevitori, una morte così lieve e bella!»

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 20/01/2009 e del 12/05/2017 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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