giovedì, 17 Giugno 2021
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Un film al giorno: «La ragazza di nome Giulio», di T. Valerii (1970)

Un film al giorno: «La ragazza di nome Giulio», di T. Valerii (1970). Una vicenda relativamente semplice il cui esito deludente della trasposizione cinematografica del romanzo della Milani non dipende dal regista Tonino Valerii. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Di Tonino Valerii, eclettico regista degli anni Settanta che ha legato il suo nome a diversi film di medio livello, ci siamo già occupati a proposito di un vigoroso western all’italiana interpretato da un convincente James Coburn: «Un film al giorno: “Una ragione per vivere e una per morire” di Tonino Valerii (1972)» (sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice).

«La ragazza di nome Giulio», tratto dal romanzo omonimo di Milena Milano, è uscito nel 1970, sull’onda della riabilitazione della scrittrice ligure (nata a Savona nel 1922), che nel 1962 aveva subito un processo e una condanna – a sei mesi di carcere con la condizionale e al pagamento di 100.000 lire di multa – per oltraggio al comune senso del pudore, ma che poi, nel 1967, era stata assolta, in appello, con formula piena. Già dal 1964 il libro era stato dissequestrato e aveva ripreso a circolare, forte della popolarità di scandalo che aveva accompagnato la vicenda processuale, nella quale alcuni fra i maggiori scrittori dell’epoca – non ultimo, il poeta Giuseppe Ungaretti – avevano preso le difese dell’Autrice e avevano testimoniato in suo favore.

Il romanzo, un po’ come tutta o quasi tutta la produzione letteraria di Milena Milani, verte su due temi centrali: il sesso – non l’eros, ma proprio unicamente il sesso – e la solitudine, come condizione propria dell’adolescenza e dell’età giovanile. Inutile dire che è stato il primo aspetto, nell’Italietta perbenista, ma alquanto pruriginosa degli anni Sessanta, a destare l’interesse del grande pubblico, tanto più che la scrittrice ne affrontava con estrema spregiudicatezza anche gli aspetti più scabrosi (si veda la pagina dedicata alla «scoperta» del clitoride, da parte della protagonista, quale organo specifico del piacere femminile).

Con simili premesse, e al di là di una discussione di merito sul valore intrinseco del romanzo, era difficile che il cinema riuscisse a trarre dalla pagina scritta un’opera capace di sollevarsi al di sopra della mediocrità, a meno che vi mettessero mani dei buoni sceneggiatori e dei bravi attori: gli uni, per trasporre sullo schermo l’intimo dramma spirituale della ragazza, ricco di sfumature tanto complesse quanto elusive; gli altri, per interpretare con efficacia e verosimiglianza una storia che rischia di restare prevalentemente letteraria e un po’ astratta.

Così non è stato: né la sceneggiatura, corretta ma priva di reale approfondimento psicologico, né la recitazione degli attori, e soprattutto delle attrici (da un critico definita «legnosa»), riescono a innestare quella marcia in più che avrebbe potuto far decollare la pellicola oltre la dimensione di una genericità quasi banale, e animare quei 103 minuti di spettacolo con qualche cosa di più emozionante degli amori saffici, tanto eccitanti (per un certo tipo di pubblico) quanto piatti e noiosi, fra la giovane attrice da poco rivelatasi (Silvia Dionisio, classe 1951) e l’attrice un po’ malinconicamente matura (la cantante lirica statunitense di origine italiana Anna Moffo, recentemente scomparsa).

Colpa della regia, allora?

Anche se qualcuno («Dizionario universale Garzanti del Cinema») ha sentenziato, spietatamente, che Tonino Valerii è stato solo «un buon artigiano di opere commerciali che per tutta la carriera dirige correttamente secondo i crismi dell’action-movie destinato alla cassetta», a noi sembra che il regista molisano abbia mostrato, più volte, doti non indifferenti; e che l’esito deludente della trasposizione cinematografica del romanzo della Milani dipenda solo in parte dalle sue personali insufficienze, ma anche di più dalla estrema difficoltà di tradurre nel linguaggio filmico una storia fatta di inquietudine e disagio sempre più devastanti, ma, al tempo stesso, ardui da definire e da chiarire perfino da parte della protagonista, che li vive sulla propria pelle.

La vicenda è relativamente semplice.

Jules è un’adolescente che ha ricevuto un nome da uomo e sulla cui esistenza pesa la misteriosa morte del padre e la distratta frivolezza della madre, una ricca vedova sempre in movimento da una città all’altra, e costantemente impegnata nella frequentazione della società brillante.

Sola e introversa, Jules scivola tra le braccia di una cameriera lesbica che la inizia ai piaceri del sesso e ne esaspera la carica sensuale, senza nulla insegnarle circa la dimensione affettiva dell’amore; e che, anzi, rafforza il suo timore dei ragazzi, descrivendole tutti gli uomini come esseri brutali e insensibili, dai quali è bene tenersi alla larga.

Quando emerge dal sogno voluttuoso, Jules compie uno sforzo per riavvicinarsi all’altro sesso e accetta di fidanzarsi con un bravo ragazzo di buona famiglia, Lorenzo, che frequenta l’università e che, nella sua timidezza, le riserva un sentimento molto simile all’adorazione, che la mette a disagio e fa lievitare i suoi sensi di colpa.

Lorenzo la crede una ingenua ragazzina che non sa nulla dell’amore, lei, invece, si sente «sporca» e al tempo stesso insoddisfatta, come se le carezze di Lia, la cameriera trentacinquenne, l’avessero derubata della possibilità di raggiungere una vita sessuale piena e soddisfacente.

Perché il lettore possa farsi un’idea di questo risvolto del dramma psicologico della protagonista, riportiamo la relativa pagina del romanzo di Milena Milani (Milano, Longanesi & C., 1964, 1970, pp. 25-30); aggiungendo che, forse, tutta questa parte della vicenda trae ispirazione dal celebre romanzo della scrittrice belga Françoise Mallet-Joris «Il baluardo delle beghine», apparso nel 1951 e dal quale fu, poi, tratto un film non eccelso.

«A me, Perugia non piaceva. Era sì una città bellissima, dall’aria fine, i cui tramonti, dalla terrazza davanti all’albergo Brufani, sono incomparabili, ma le sue vecchie strade che verso sera si riempivano di gente mi davano un senso di malinconia.

Io andavo a scuola e avevo solo dieci anni,  ma poi l’anno dopo ne ebbi undici e poi dodici e poi tredici.

Mia madre non si decideva ad andarsene.

Gli anni precedenti era stata una specie di fuga, attraverso l’Italia. Non riuscivo mai a terminare un anno scolastico  dove l’avevo incominciato, facevo sempre nuove conoscenze e nuove amicizie, ma tutto restava superficiale, perché non avevo il tempo di approfondirle.

A Perugia ogni cosa fatta per il passato sembrò cambiare  e non essere più adatta a noi.

Quel febbrile riempire delle valigie, dei bauli, la spedizione degli oggetti fragili, il vendere  cose intrasportabili, la ricerca della nuova casa, l’ammobiliarla, i domestici che rubavano, tutto era diventato differente.

Avevamo trovato una casa su Corso Vannucci, ma era buia e cupa, e vi stavamo malvolentieri.  Così mia madre non c’era mai, era a pranzo ora qui ora là,  poi c’era il tè, andava a ricevimenti, a spettacoli.

Qualche rara volta la incontravo mentre si mutava d’abito  e io stavo facendo i compiti di scuola..

“Ma quando partiamo?” le chiesi un giorno che mi sembrava di essere particolarmente abbattuta.

“Ancora no” mi rispose.

“E allora, ora quando?” io ripresi, con l’ostinazione dei ragazzi.

Mia madre mi diede uno schiaffo e uscì.

Avevo tredici anni, e me ne ricordo bene. Facevo già il ginnasio, frequentavo l’istituto Giovanni Pascoli.  Mia madre non mi aveva dato mai uno schiaffo, anzi non faceva che vezzeggiarmi.

Mi sembrò così enorme e inconcepibile quel gesto, che restai inebetita e in lacrime per tutto il pomeriggio, finché fu sera e la governante  venne a cercarmi per il pranzo.

Io mi ero gettata sopra un divano, aggrappandomi letteralmente ai cuscini e fu così che quasi mi nacque dentro un desiderio di carezze che non fossero più quelle di mia madre, perché mi pareva di odiarla.

“Il pranzo è servito, signorina Jules”, mi disse la governante, con quel suo fare leggermente snob che adoperava con noi.,

“Bene”, io risposi, non volgendomi neppure a guardarla.

Era una donna sui trentacinque anni, di maniere signorili, ma con un viso aguzzo  di uccello, le mani con gli anelli, perché proprio non faceva nulla, si aggirava per le stanze, comandando ala donna di fatica.

Si chiamava Lia, deva che il suo nome era bellissimo.

Continuai a piangere, cercando di non farmi sentire, perché distintamente avvertivo la sua presenza, nel buio della stanza.

“Accendo la luce, signorina Jules?”, ella mi chiese, trascinando le parole.

“No, voglio stare al buio”, risposi.

La sentii che si avvicinava verso di ,e, istintivamente afferrai più forte i cuscini, Si sedette sull’orlo del divano.

“MI scusi, signorina Jules – disse – ma lei sta male”.

“Sto benissimo”, dissi, e mi veniva da urlare.

“Lei sta male, signorina Jules” riprese la donna nel buio. “Sta molto male, forse ha un poco di febbre”.

Mi mise una mano sulla fronte, quel contatto fresco quasi mi calmò.

Tuttavia, non so perché, mi venne da morderla.  Le afferrai la mano e la morsi fortemente all’altezza del pollice.  Diede un urlo, svincolandosi e venendomi sopra: sentii tutto il suo peso premere sul mio corpo.

Ciecamente, nell’oscurità,  piantai i piedi, voleva graffiarla e farle male,

ma lei, invece di picchiami, o di alzarsi e andare via, prese a fari carezze>, e proprio con la mano che le avevo morsicata, indugiava a farmele.

Erano carezze per tutto il corpo.

Non è un episodio vergognoso, quello che ebbi con Lia.

Più tardi, quando ne parlai con altre ragazze (e questo fu anni dopo),qualcuna mi disse di avere conosciuto molte cose incominciando  con donne, con compagne magari della stessa età.

C’è una sorta di pudore della ragazza verso l’uomo, che la fa più espansiva e tenera verso ragazze  dello stesso sesso.

Così succedeva a me.

In quei tredici anni da poco compiti, io non osavo guardare i ragazzi. Lo stesso Lorenzo, che rivedevo spesso, poiché ne frequentavo la casa ed ero persino  diventata abbastanza amica di sua sorella Olga, lo stesso Lorenzo  che poi doveva diventare il mio fidanzato, mi sembrava un essere  distante e senza interesse, non riuscivo assolutamente a occuparmi di lui.

Mi sembrava duro e angoloso, io avevo bisogno invece di tenerezza e di affetto.»

Questo fu Lia per me.

Non era un’oscura domestica , ora lo capisco, ma qualche cosa di più, una donna esasperata e anche corrotta.

Essa mi prendeva a volte in braccio, voleva tenermi sulle ginocchia, si chinava a baciarmi nel collo, ansimava leggermente. Io la conoscevo bene, adesso. Dalla sera del mio morso nella sua mano, le cose erano cambiate per me.

Ci era complice il buio.

Quando veniva sera, io mi gettavo ancora sul divano, senza accendere la luce, in attesa del suo passo, come la prima volta.

Mia madre non c’era, era uscita o stava per uscire.

Restavamo noi due, io avvertivo con una sorta di spavento  molto piacevole il suo giungere dalle stanze più lontane, sinché ella entrava lì dentro, si avvicinava a me,. In un angolo la stufa arroventata faceva udire il suo rumore, la stanza era calda.

Una sera Lia mi spogliò. Essa amava il mio piccolo petto che nasceva, aveva incominciato così, la prima volta, a mettermi le mani nella scollatura.

Avevo sentito con un brivido le sue mani con gli anelli che scivolavano fredde e leggerissime sotto la sottoveste, sotto la maglia.

Voleva che anch’io le toccassi il seno, io non osavo, perché aveva seni grandissimi e molli, disfatti, come lievitati. Si slacciava il reggipetto, si allargava quei suoi svuotati sacchi di pelle che avevano ormai pochissima consistenza.

“Perché sono così?” le avevo chiesto una volta, imbarazzata a sentirli.

“Mi capitò da ragazza, verso i quindici anni”, rispose. “Erano molto grandi e duri, mi sviluppai tutta nel petto, poi verso i venti incominciai a dimagrire e il petto si sciupò.”

“Non puoi tagliarli?”, chiedevo.

Rideva: “Perché tagliarli, se ci provo piacere?”.

Effettivamente provava piacere, tutta la sua sensibilità era racchiusa nel seno. Se lo martoriava anche da sola. Non era mai stata con uomini, mi raccontò che facevano schifo, raccontava con particolari stravaganti ciò che essi avevano per mettere incinte le donne.

“Non mi pigliano – diceva – con quei loro aggeggi”.

Adoperava in realtà parole più crude, io mi turavo le orecchie.

Era curioso il fatto che il suo aspetto fisico così fine fosse in contrasto con il linguaggio di certi momenti,  la sua abituale riservatezza di quando si  aggirava per la casa, di quando parlava con mia madre, con gli ospiti, di quando  serviva il tè o annunciava il pranzo, era completamente scomparsa.

Si rivelava una donna spregiudicata e anormale, si compiaceva del mio stupore , delle mie paure. Mi allargava le cosce, mi toccava,

“Tu non te lo fai mettere”, diceva. “Non devi fare la fine di tutte.”

“Mettere, cosa?”, chiedevo, sgomenta, e incominciavo a piangere.

Lei diceva una parolaccia e rideva, poi prendeva ad accarezzarmi.

“Su, stai buona”, e mi teneva in braccio. “Non te lo dico più. Calmati. Oggi ti insegno una bela cosa e tu sei contenta.”

Mi insegnava realmente certe cose pazze, a me pareva di amarla.

Voleva che la baciassi, io premevo la mia bocca sulla sua, Lia si toglieva il rossetto, io non ne adoperavo. Aveva una bocca con un sapore leggero e quasi amaro, mi rannicchiavo sul suo peto, tra i seni che pendevano. Lia mi obbligava  a farle male, le tiravo, le sciupavo quei mucchietti di carne.

Andavo a scuola in quei giorni molto svagata, i professori dicevano  che non stavo attenta, un giorno portai a casa una nota di biasimo che mia madre doveva firmare.

Ne parlai con Lia. Le feci vedere il diario, dov’era quella nota del professore di matematica. Avevo un timore assurdo di ciò che avrebbe potuto dirmi mia madre. Lia firmò la nota al posto di mia madre.

Ci sentivamo legate maggiormente. Ora io di notte andavo nella sua stanza, qualche volta veniva lei nella mia. Dormivamo abbracciate, avevo una forma di strano affetto per lei.»

Mentre il vagabondaggio della protagonista e di sua madre, attraverso Perugia, Senigallia e Cortina, approda infine nella natia Venezia – la seconda guerra mondiale sta finendo, e gli ultimi capitoli del romanzo sono già ambientati nel dopoguerra -, Jules è presa dal bisogno incontenibile di sperimentare il piacere almeno una volta prima di sposarsi, e si rivolge dapprima ad Amerigo, un meccanico, fidanzato di una sua giovane cameriera; poi, a una serie di compagni occasionali, non escluso il suo professore di filosofia, che muore di desiderio per lei.

Sono tutte esperienze fallimentari, inesorabilmente, l’una dopo l’altra: qualcosa impedisce a Jules di avere dei rapporti completi e soddisfacenti; qualcosa che ha a che fare con la sua identità femminile, con l’accettazione di sé e con l’autostima.

Disperata, la ragazza tenta anche una operazione chirurgica, ma senza risultato; benché un ginecologo la rassicuri sul fatto che il suo disagio è solamente psicologico e che, sposandosi e facendo una vita regolare, potrà aspirare ad una esistenza normale, forse con dei figli, e trovare la desiderata serenità.

Invece Jules non si dà pace; sempre più convinta di avere in sé qualche cosa che non va, si confessa a un prete, il quale non fa che aumentare la sua crisi di sconforto, dicendole che ha il dovere di confessare al futuro marito la sua frigidità, la sua incapacità di amare.

Alla fine, dopo un ultimo incontro occasionale – ancora più deludente e, se possibile, più squallido dei precedenti -, Jules, con un coltello, infligge allo sfortunato compagno quella ferita con cui, forse, vorrebbe punire se stessa; e fugge, in preda all’angoscia e ai suoi insostenibili fantasmi, lasciando il malcapitato in una pozza di sangue.

Abbiamo detto che una storia come questa avrebbe potuto funzionare sullo schermo solo a patto di sforzarsi di mettere al centro il conflitto di identità della protagonista. Già il solo fatto di aver puntato tutte le carte sull’avvenenza di una giovane attrice come Silvia Dionisio (allora non ancora ventenne) tradisce una falsa partenza e, forse, qualche intenzione commerciale di troppo, da parte della produzione. Più che a una bella ragazza, sarebbe stato necessario affidare la parte di Jules a una brava attrice, proprio per evitare che il film scivolasse fin dall’inizio sul piano inclinato della curiosità morbosetta, o peggio.

Può darsi che Silvia Dionisio, diretta da un altro regista e, soprattutto, formata da una miglior scuola di recitazione, avrebbe potuto reggere alla prova, unendo bellezza e convinzione interpretativa; ma così non è stato. Anche se molto più interessante sul piano espressivo e molto più dotata di possibilità drammatiche dell’altra Lolita che avrebbe raccolto, di lì a poco, il suo testimone, Gloria Guida (della quale abbiamo parlato nell’articolo: «Un film al giorno: “Peccati di gioventù”, di Silvio Amadio (1975)», Silvia Dionisio non è la protagonista adatta per salvare il film dal rischio della banalità, se davvero questa era l’intenzione del regista.

Silvia Dionisio possiede lo sguardo inquieto e un po’ torbido che avrebbe potuto farne una Jules convincente; ma, purtroppo, quasi soltanto quello: e il fatto che fin dal suo esordio, nel 1967  (nemmeno sedicenne), sia letteralmente «esplosa» come interprete di ruoli sexy nelle solite commediole di serie B, non migliora le cose.

Gli altri attori, chi più chi meno, non vanno oltre una onesta mediocrità: Anna Moffo (Lia), Riccardo Garrone (il ginecologo), Ivano Staccioli (il professore di filosofia: forse il migliore), Esmeralda Ruspoli (la madre), Maurizio degli Esposti (Lorenzo), Umberto Raho (il prete confessore), Gianni Macchia (Franco, uno degli amanti occasionali di Jules).

Non male, invece, l’ambientazione del film, con quello spaccato di provincia italiana, al tempo stesso borghesemente compassata e divorata da segrete inquietudini; anche se l’indifferenza rispetto al mondo della storia, che riflette quella del testo originale, nuoce alla verosimiglianza dei personaggi, che paiono muoversi un po’ in un Limbo.

Un film poco convincente, dunque, nonostante certe pretese un po’ eccessive; anche se non così scadente come certi critici blasonati, con l’eterna puzza sotto il naso, lo hanno voluto descrivere, stroncandolo senza possibilità di appello.

Già pubblicato su Arianna Editrice in data 23/02/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Agosto 2017

Del 15 Settembre 2020

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