lunedì, 21 Giugno 2021
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Un film al giorno: « La vita agra » di Carlo Lizzani (1964)

Un film al giorno:«La vita agra» di Carlo Lizzani (1964). Dal bel romanzo di Luciano Bianciardi Carlo Lizzani ha realizzato con un Tognazzi in gran forma una limpida e, per molti aspetti, esemplare trasposizione cinematografica. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

“Anna mi ripete abbastanza spesso che dovrei muovermi, vedere gente, non soltanto quella utile per i rapporti di lavoro, ma anche così, in generale. È il discorso del povero Enzo, che in vita sua curò sempre le pubbliche relazioni, e quando fu morto dietro al carro funebre ebbe appena qualche amico di Lodi, tre o quattro malmaritate e me.

“No, è brutto concludere così, ma vedere gente non serve a nulla e, anzi è una perdita di tempo. E poi mi sono accorto che andando in centro trovi sì qualche conoscenza, ma ti accorgi subito che la tua conoscenza è un fatto puramente ottico. Non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine, il loro spettro, trovi i baccelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi. Nei primi mesi dal loro arrivo in città forse no, forse resistono e hanno ancora una consistenza fisica, ma basta un mezzo anno perché si vuotino dentro, perdano linfa e sangue, diventino gusci,. Scivolano sul marciapiede rapidi e senza rumore, si fermano appena al saluto, con un sorriso scialbo (e anche all’esterno, se guardi bene, sono già un poco diversi, cioè impinguati e sbiancati). Dicono: «Scusa ho premura, ho una commissione, scappo» e subito scappano davvero scivolando taciti sul marciapiede. Al massimo arriveranno a dirti, stringendoti la mano perché tu gliela porgi, proprio per sentire se ci sono in carne e ossa o se invece è soltanto un’immaginazione tua, o un fantasma, al massimo ti dicono: «Fatti vedere».

“Dentro le ditte è la stessa cosa: uno che magari al mattino ti ha telefonato per il lavoro, lì pare sorpreso che tu arrivi proprio col lavoro che ti aveva chiesto al mattino. Sorpreso, stanco e un poco seccato, perché la tua presenza, adesso, è un assillo e un tafano per lui. Prende il lavoro, lo guarda dubbioso, dice vedremo e lo mette in un cassetto, e poi ha da fare, e così io me ne vado. Me ne vado volentieri perché dentro le ditte c’è odore di morto, anzi di chiuso, stanchezza, ma non stanchezza abbandonata, anzi scattante, attiva, febbrile, come quando ti senti arrivare in corpo l’influenza.

“Non vedi l’ora d’essere per strada, dove almeno la gente che passa non la conosci affatto, a parte quei gusci che dicono: «Fatti vedere». Ma che cosa volete vedere, che cosa volete, voi ectoplasmi? A voi, da vedere, al massimo darò la mia fotografia, me ne faccio fare pure parecchie copie e ve la distribuisco, così guarderete quella. Ai più autorevoli toccherà stampata su un ovale di porcellana, da appendere al muro con sotto un lumino e il vasetto dei crisantemi.

“No, è meglio starsene a casa. Finita la cena Anna sparecchia e spesso decidiamo di scendere al bar, sotto, dove accendono la televisione. Un giorno o l’altro io la televisione me la compero a rate, così me la guardo disteso sul letto, scalzo, con le mani sulla pancia, senza fatica e senza scendere al bar di sotto dove le sedioline tubolari sono scomode, e il padrone strappapanciotti appollaiato alla cassa muove di continuo gli occhi da me al cameriere, sollecitando me a consumare, lui a servire, a chiedere, a stimolare, come una zia di casino. Restiamo per tutto il programma, o almeno fin dove il padrone ritiene lecito lasciare acceso, a sua discrezione. Poi, se il tempo non è infame facciamo il giro dell’isolato discorrendo.

“«Come va, Nina?» dico io.

“«Mi sento un po’…» e fa la solita smorfia, Anna, soffia, gonfiando le gote. «Mi sento un po’ intorzata.»

“«E di corpo vai bene?»

“«Mica tanto.»

“«Perché non prendi qualcosa?»

“«Ci vorrebbe verdura, molta verdura all’olio, cotta. Ripulisce.» Il traffico a quell’ora si dirada, e ogni tanto arriva una macchina mugghiando libera e scatenata giù dal vialone. Sul marciapiede passa qualche giovinetta triste e dimessa col cane al guinzaglio. Lo porta giù a notte, per i suoi bisogni. Il cane sta lì, legato per il collo, e s’inarca tutto per lo sforzo.

“«E tu, con la tosse?»

“«Meglio meglio.»

“«Ti dovresti far vedere, sai? Qusti sciroppetti sono palliativi.»

“Invece lo sciroppetto al faggio o al pino giovane, corretto con la codeina che blocca i centri nervosi della tosse (mentre il faggio e il pino, balsamici, favoriscono l’espettorazione) io me lo prendo sempre prima di dormire. Lo sciroppetto, o anche le perline, poi mi verso un altro bicchierino, lo metto sul tavolo basso fra i due letti gemelli, con accanto il pacchetto delle sigarette belghe e i cerini, vado a scegliere un libro, mi spoglio e leggo un po’.

“Legge anche Anna, di solito sceglie autori dell’Ottocento francese, ma nel testo originale, così fa anche pratica, e ogni tanto me ne traduce qualche riga, e commenta. La codeina non blocca soltanto i centri della tosse; credo che li blocchi un po’ tutti, infatti sento che presto arriverà il sonno, e dico ad Anna che forse sarebbe il caso di smettere, che lei venisse nel mio letto per farci all’amore. Sì, lo so, lo so che certe sere lei non se la sentirebbe, ma per me ormai quella cosa è indispensabile come il pino, il faggio, la codeina e il bicchierino.

“«Su Nina, vieni, facciamolo.»

“«Sì sì, finisco il capitolo e vengo.»

“Io resto lì mezzo coricato, coi pensieri sempre più nebbiosi. Mentre si guardavano soffiò la granata dei bengala, e tracciò il suo arco iridescente e sbottò nel paracadute. Dev’essere così: quel plopped è uno sbottò. Ma più avanti come la metto? È lo stesso plopped, no? Dice: the soft blob of light plopped and burst on the open page. È quando Gragnon sta leggendo Gil Blas, lo ricordo. La morbida bolla di luce gocciò e si ruppe sulla pagina aperta.  Come quella che spenge Anna prima di venire nel mio letto. E anch’io, tra poco, sbotto e goccio.  Dunque quel plopped va bene così, no? Poi il sonno è già arrivato e per sei ore non ci sono più.

“Milano, inverno ’61-62.”

È la conclusione del bel romanzo di Luciano Bianciardi La vita agra, del 1962, che vede la totale sconfitta e la resa a discrezione del protagonista – un intellettuale di provincia venuto a Milano per far saltare in aria il Pirellone – ai riti e ai miti della nascente civiltà consumista, nell’Italia del “miracolo economico”.

Era venuto in città come un vendicatore d’altri tempi, lui anarchico arrabbiato, deciso a vendicarsi della ditta che lo ha licenziato e che, soprattutto, ha provocato una vera e propria strage fra i minatori che per essa lavoravano; e finisce, poco a poco, senza rendersene conto, a rimandare il gesto dinamitardo e liberatorio, per barcamenarsi fra le esigenze della sopravvivenza quotidiana, finché giunge il momento in cui non è altro che un fantoccio in mezzo a tanti altri fantoccio, senza più forza morale né ideali: un guscio vuoto che tira avanti, come fanno tutti. Un ectoplasma, come dice Bianciardi; che parla, perfino con la sua donna, il linguaggio standardizzato della pubblicità; e che passa le sue serate davanti allo schermo televisivo nel bar sotto casa, sognando il giorno in cui potrà comperarsi una tivù tutta sua, magari pagandola a rate.

In città si è fatto anche l’amante, Anna, mentre al paese ha lasciato moglie e figlio; l’ha avvicinata per simpatia politica, perché era di sinistra come lui e arrabbiata come lui; e ha finito per trovare una forma di anestesia al male di vivere nel sesso con lei e, più ancora, in quelle sei ore di sonno quotidiano, che gli donano un oblio senza sogni né rimorsi.

Di questa vicenda infinitamente triste, ma venata di umori toscani grotteschi e sapidamente ironici, il regista Carlo Lizzani ha realizzato, due anni dopo l’uscita del romanzo, una limpida e, per molti aspetti, esemplare trasposizione cinematografica, affidando la parte del protagonista, Luciano Bianchi, a un Ugo Tognazzi in gran forma e quella di Anna a una Giovanna Ralli che gli regge bene il gioco; mentre la moglie tradita, ma tutto sommato consenziente, è interpretata da Rossana Albertini. Tra gli altri attori si fa notare Giampiero Albertini, bravissimo come sempre, e il cantautore Enzo Jannacci, che esegue le sue ironiche canzoni, strampalate e surreali, accompagnandosi con la chitarra.

Vale la pena di leggere il giudizio di Paolo Mereghetti a proposito di questo film agrodolce che dice tante verità scomode, e in modo tanto garbato, sull’Italia del boom e del “miracolo economico”; e che le dice in anni non sospetti, (quando, cioè, era divenuto di moda il conformismo dell’anticonformismo), anzi, proprio in medias res.

“(…) Tratta dal romanzo omonimo di Luciano Bianciardi e sceneggiata da Sergio Amidei, Luciano Vincenzoni e lo stesso Lizzani, questa ‘storia social-psicologica post-miracolistica’ riesce a ricostruire con acutezza e originalità il disagio diffuso che gli ani del boom avevano fatto crescere nelle coscienze più lucide. Senza prediche né schematismi, il percorso di Luciano Bianciardi sembra raccogliere l’eredità di quello di Silvio Magnozzi in Una vita difficile, sostituendo al ‘classicismo’ della commedia all’italiana una narrazione più libera e disarticolata, capace di rendere il disagio e l’insofferenza di una generazione che sconfessa i propri ideali, incapace di drammi (l’adulterio è vissuto dagli interessati senza veri traumi, se non quelli delle feste che vedono il ritorno della moglie ufficiale) e sempre più anestetizzata dal denaro. Così come lo scenario si sposta al Nord., tra i simboli della borghesia milanese (il grattacielo Pirelli, i nuovi ‘quartieri satellite’), all’interno di una società in cui anche il lavoro intellettuale (editoria, pubblicità) contribuisce alla sconfitta degli slanci di tutta una generazione. Efficaci la colonna sonora di Piero Piccioni e l’utilizzo di Enzo Jannacci (che si vede in un’osteria mentre esegue un paio delle sue canzoni). Luciano Bianciardi è una delle persone che accompagnano Tognazzi nella sua inchiesta su operai e macchine.”

Un film di rivolta, dunque; ma, al tempo stesso, della presa d’atto della impossibilità di una rivolta, anzi, di qualunque rivolta.

È troppo audace spingersi a vedere, in questa fotografia della rivolta bloccata, non tanto la futura stagione della contestazione giovanile, quanto la stagione plumbea del terrorismo, della democrazia bloccata, delle trame atlantiche e piduiste, e tutto il resto? Forse; tuttavia, l’impressione rimane; l’impressione, cioè, che Lizzani (e Bianciardi) abbiano presentito, con le antenne di cui è dotata una piccolissima percentuale degli intellettuali, l’onda lunga e fangosa degli anni di piombo che si avvicinava, come il tragico cocktail esplosivo di una società cresciuta troppo in fretta (ma solo economicamente!) e di una coscienza collettiva giunta al capolinea, intrappolata nel vicolo cieco di uno sviluppo senz’anima e di un conformismo travestito da necessità di sopravvivenza.

Eppure la rivolta di Luciano Bianchi (chiara allusione autobiografica del romanziere) è, almeno all’inizio, vibrata e sincera. Che sia meramente velleitaria, lo si scoprirà – e lo scoprirà lui stesso, sulla propria pelle – poco a poco, in maniera del tutto inaspettata.

Scrive Geno Pampaloni nella Introduzione La vita agra dell’editore Rizzoli, alle pp. 9-11 della quinta edizione B.U.R., del 1980:

“la vita agra, che è del 1962, può essere letta anche come un palinsesto dei motivi che animeranno, qualche anno dopo, la contestazione dei giovani. C’è la rabbia, anarchico-socialista, contro il potere disumano dell’industria, che pospone i suoi moderni prodigi tecnologici ed efficientistici alla antica e inossidabile logica del profitto: se i minatori, nella vecchia miniera maremmana, muoiono per lo scoppio del grisù, ‘io’ sogna di insufflare grisù nel torracchione, nel palazzo ove ha sede la direzione di quelle miniere miniere, e farlo saltare.

“C’è l’inumanità, o alienazione, cui è ridotta la folla della metropoli: «non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine, il loro spettro,… gli ultracorpi, gli ectoplasmi».

“C’è la nausea del traffico e dell’automobile: «Rabbiosi sempre, il lunedì la loro ira è alacre e scattante, stanca e inviperita il sabato».

“C’è la pena per il mondo aziendale, ove la gente appare come sottoposta a un processo di disidratazione spirituale: «il branco delle segretariette secche, senza sedete, inteccherite da parer di sale,  col visino astioso e stanco».

“C’è il rifiuto del successo e dell’ambiguo meccanismo della selezione: «Come si fa a calcolare la quantità di fede, di desiderio, di acquisto, di simpatia che costoro saranno riusciti a far sorgere? No, non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno  di rimanere a galla, e di salire più su, insomma di diventare vescovo». C’è il rifiuto del consumismo: «uomini e donne arsi dalla febris emitoria, che non vedono nulla, ti urtano coi gomiti, ti travolgono insieme a loro verso il bottegone»; e, con ancora più decisa contestazione dei valori della civiltà di massa: «Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunciare a quelli che ha».

“C’è la satira del mondo editoriale, ove la cultura è mercificata, resa inerte, e posta in vendita adulterata dal sussiego delle mode sempre nuove. C’è l’amara delusione dei partiti politici, ove al rapporto umano si è sostituita un’ossessione nominalistica, un’astrazione di formule e frasi.

“C’è insomma una contestazione globale al sistema, e all’uomo integrato nel sistema: «Ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano».

Carlo Lizzani rappresenta una felice eccezione nel panorama dei registi italiani  contemporanei, rappresentando quel “cinema medio” che sa essere, al tempo stesso, colto e popolare; un tipo di cinema (e di cultura) che altrove – in Francia, ad esempio – è quasi normale, mentre in Italia è sempre stato avaro di nomi e, soprattutto, di idee.

Nato a Roma nel 1922, la sua carriera è stata lunghissima e sempre di buon livello: dal documentario Nel mezzogiorno qualcosa è cambiato, del 1950, al televisivo Le cinque giornate di Milano, del 2004. I suoi interessi prevalenti sono sempre stati rivoltila storia italiana recente e alla cronaca e alla critica di costume. Tra i suoi film più famosi ricordiamo almeno Achtung, banditi! (1953), Cronache di poveri amanti (1954, da V. Pratolini), Il gobbo (1960), Il processo di Verona (1963), la vita agra (1964), Banditi a Milano (1968, con un superlativo Gian Maria Volonté), Mussolini ultimo atto (1974), Mamma Ebe (1985), cattiva (1991), Celluloide (1996), la passione di Angela (2005), oltre ai documentari Luchino Visconti (1999) e Roberto Rossellini. Frammenti e battute (2000).

Ha scritto il saggio Il cinema italiano (1953) ed è stato direttore della Mostra del Cinema di Venezia, dal 1979 al 1982.

Già pubblicato su Arianna Editrice il 25/03/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Agosto 2017

Del 15 Settembre 2020

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