sabato, 19 Giugno 2021
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«Un film al giorno: “Peccati di gioventù”, di Silvio Amadio (1975)»

Un film al giorno: “Peccati di gioventù” di Silvio Amadio (1975). Pulsioni omofile verso una persona molto più giovane e le inquietudini nascoste dell’età adulta: l’incredibile egoismo di una gioventù bruciata e senza scrupoli. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Che cosa succede quando un ricco vedovo, funzionario di alto livello del governo, incontra una piacente trentenne e decide di risposarsi, acquistando una magnifica villa sulle coste della Sardegna (siamo negli anni Settanta, quando la speculazione edilizia non aveva ancora avuto partita vinta ed esistevano molte bellezze incontaminate sull’isola)?

Succede, in questo caso, che la figlia adolescente, sia perché legata al padre da un affetto morboso, sia perché – più verosimilmente – non vuole tra i piedi una matrigna rompiscatole e, un domani, una concorrente all’eredità, fingendo amicizia la studia come un cobra che guata la propria vittima, la passa ai raggi laser, insomma non lascia nulla di intentato per poterla rovinare e compromettere agli occhi del padre.

Da principio non riesce a scoprire un gran che. La donna, una rossa dallo sguardo triste e dai modi  riservati, professoressa di liceo, sembra irreprensibile; e resiste vittoriosamente alla corte pacchiana che il boy-friend della giovane, arruolato appositamente per questo (un tizio senza arte né parte, che vive facendosi mantenere da una donna matura e inutilmente gelosa). Insomma, pare che la fortezza non presenti crepe e che la donna sia veramente quella che appare: una persona tranquilla, raffinata, romantica, un po’ ombrosa, sostanzialmente ingenua.

Ma un giorno, grazie a un’agenzia investigativa (addirittura!), la scaltra Lolita tutta pepe scopre quel che andava annusando: c’è una pagina indicibile nel passato di quella donna, di Irene. Studentessa di liceo, aveva avuto una relazione saffica con una insegnante; e, quando lo scandalo era scoppiato, lei era stata cacciata da scuola, mentre l’altra si era uccisa.

A partire da quel momento, la strategia d’attacco nei suoi confronti cambia direzione: rimaste sole alla villa per la partenza del padre, l’adolescente pone in atto una serie ininterrotta di sottili provocazioni, non esclusa quella di simulare una aggressione sessuale da parte del suo ragazzo (che gli altri credono un semplice agente immobiliare), per avere la scusa di farsi abbracciare e consolare; o quella – assai frequente – di farsi trovare continuamente nuda per la casa, con studiata naturalezza.

Non solo: avendo intuito il travaglio interiore dell’altra, che cerca di resistere a quelle provocazioni erotiche ma che, al tempo stesso, lascia trasparire un profondo bisogno di confidenza e tenerezza, ella incomincia a riservarle una ininterrotta doccia scozzese: ora mostrandosi simpatica e accogliente, ora ostentando bizze e lune improvvise e inesplicabili, che precipitano Irene in una sarabanda esasperante di gioia e sofferenza, fino a logorarne impietosamente la resistenza nervosa ed emotiva.

Alla fine, la rete si stringe: e mentre, sole sulla spiaggia, la seduzione si consuma in modo esplicito, l’amico della giovane, armato di macchina fotografica con il teleobiettivo, immortala le scene roventi sulla pellicola. Sviluppate le foto ed ingranditele, esse vengono disposte nella stanza di Irene, in modo che questa, rientrando, le veda e capisca che, per lei, non è più tempo di rimanere. Tuttavia, poco prima che ciò accada, è la stessa Irene che si reca in camera della giovane, le confida il segreto del suo passato, la sua eterna paura che ogni amicizia femminile possa sfociare in qualcosa di proibito, e infine le dichiara di essere decisa a partire l’indomani, per sempre.

Tanta sincerità e tanta tristezza colpiscono l’adolescente, la quale, paga del risultato ottenuto, riesce a far sparire in tempo le foto; ma Irene le vedrà ugualmente, il giorno dopo, tornando a casa, perché il finto agente immobiliare, messo alle strette dalla donna che lo mantiene per una questione di soldi che lui le ha sottratto, le sparpaglia in giardino a scopo di ricatto. Intanto la giovane complice dell’uomo, inutilmente pentita, è stata chiusa a chiave in uno stanzino e, pur intuendo quel che sta per succedere, riuscirà a liberarsi quando ormai è troppo tardi.

Irene, sempre ignara che all’origine di tutto c’era proprio la sua protetta, firma un assegno da cinque milioni per riavere le foto; ma quando l’altro, ubriaco, le rivela le prove che tutta la macchinazione, compresi i minimi dettagli, era partita proprio da quella, non regge al colpo e cade in una autentica disperazione.

Quando la ragazzina arriva sul posto, non ha il tempo di parlare, di confessarle il suo rimorso e il suo pentimento: Irene salta in macchina e parte a tutta velocità lungo la strada costiera, a picco sul mare. La giovane la segue con un’altra auto, e per parecchi minuti la insegue, suonando inutilmente il clacson per indurla a fermarsi; ad una svolta, Irene perde il controllo del volante e vola fuori strada, precipitando in fondo alla scarpata.

Questa è la trama del film «Peccati di gioventù», girato da Silvio Amadio nel 1975, in un clima che evoca la dolce vita sulla Costa Azzurra, le inquietudini nascoste dell’età adulta e l’incredibile egoismo di una gioventù bruciata e senza scrupoli.

Del regista ci eravamo già occupati recensendo il film «L’isola delle svedesi», del 1969: sei anni prima di questo «Peccati di gioventù»; ma lo stile è cambiato di poco, se non per un certo maggiore sforzo di approfondimento psicologico e morale.

La storia, in sé, non sarebbe priva d’interesse, per i suoi risvolti oscuri e conturbanti, che potrebbero, addirittura, richiamare il tema centrale de «La morte a Venezia», ossia la scoperta delle proprie pulsioni omofile, verso una persona molto più giovane, da parte di un adulto serio e «arrivato» (in questo caso, una donna).

Peccato che Silvio Amadio, con molta probabilità, l’abbia semplicemente presa a prestito da un altro film del 1972: «X, Y e Zi» (titolo originale: «Ze and Company») del regista inglese Brian G. Hutton.

In quel caso, Elizabeth Taylor aveva messo quasi a repentaglio la propria reputazione interpretando lo scabroso personaggio di una moglie che, pur di non lasciarsi soffiare il marito (Michael Caine), era arrivata a sedurre la rivale (l’attrice Susannah York), dopo essersi resa conto di una sua segreta disponibilità omosessuale. Come si vede, una storia pressoché identica a quella narrata in «Peccati di gioventù»; di suo, Amadio ci ha messo solo i generosi nudi della Guida.

Che dire di questa operazione?

Il minimo che se ne possa concludere è che lo spettatore si trova davanti a un film che non è né carne né pesce: troppo incline alla pornografia gratuita, per poter essere preso sul serio fino in fondo; ma anche troppo sofisticato, specialmente nel secondo tempo, per finire senza appello nel girone dei film sexy e morbosetti di serie B, i quali, in quegli anni, si giravano e si producevano a dozzine, per un pubblico dal palato poco esigente. Chissà, forse è stata la fine del servizio militare obbligatorio a svuotare le sale cinematografiche di quel genere commerciale; oltre, naturalmente, al fiorente mercato delle videocassette e dei DVD porno.

Sia come sia, «Peccati di gioventù» rimane sospeso nel Limbo, come un cocktail non riuscito: in effetti, se proprio gli si vuole attribuire una etichetta, andrebbe catalogato nel genere drammatico e non nel genere sexy, specialmente per l’andamento che prende nel secondo tempo. Ed è fuori questione che un regista meno furbescamente proteso ai facili incassi, non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione per ordire, sulla trama di una simile sceneggiatura, un prodotto più intellettualmente onesto e, quindi, un film più convincente sul piano formale.

Frecce al suo arco, ne aveva: a cominciare da quella Dagmar Lassander che interpreta, con una certa bravura, la parte della donna che cerca di mascherare, dietro una facciata di sicurezza, le sue intime paure e i suoi profondi turbamenti, in bilico sull’abisso di quella parte segreta e inconfessabile di sé che, come il professor Aschenbach nel romanzo breve di Thomas Mann, urge per venire alla luce dai recessi più profondi dell’io.

In questo film, a differenza che in altri da lei interpretati (ben sessantotto complessivamente, fra il 1966 e il 2004: ci siamo presi la briga di contarli), ella rimane vestitissima, o –  al massimo – in costume intero, accanto a una Guida che si spoglia in continuazione. E bisogna dire che, fra le due, è lei a vincere la gara, perché il suo viso intenso, dall’espressione quasi dolorante, risulta più verosimile e più artisticamente persuasivo  dei glutei e dei seni della rivale, esposti a tutto campo per la gioia di un pubblico che, da quando l’aveva scoperta, l’anno prima, ne «La minorenne», non era più disposto a vederla in altri panni che in quelli della liceale procace e maliziosa, ma, in fondo, sostanzialmente ingenua.

Per la Guida, questa sarebbe stata la croce e la delizia di tutta la sua carriera: trovarsi imprigionata in un ruolo semi-pornografico, che – oltretutto -,  se non altro per motivi anagrafici, non avrebbe  potuto sostenere indefinitamente.

Nata nel 1955, quando interpretava «Peccati di gioventù», la bella attrice di Merano di anni ne aveva già venti (e una carriera abortita di cantante alle spalle), ma vestiva e si atteggiava a quindicenne, come da copione; e, col passare degli anni, la discrepanza era destinata ad aumentare. Per rimediare all’inconveniente, non le sarebbe rimasta altra strada che investire le proprie capacità di interprete – se ne aveva – in un ruolo diverso da quello del solito cliché della Lolita che miete conquiste a destra e a sinistra; oppure raddoppiare e triplicare ogni volta le dosi, già massicce, di scene girate con niente addosso (tranne la cuffia per i capelli).

Ha scelto la seconda strada; o, forse, non ha trovato nessun regista disposto a rischiare di impiegarla in altro modo. Peccato, ma un attore o un’attrice non si può valutare solo in base alle promesse o alla buone intenzioni: contano i fatti, i film che decide di interpretare, e come li interpreta. In realtà, Gloria Guida non è mai uscita dallo stereotipo, sempre più stucchevole e ripetitivo, della ragazzina terribilmente provocante, tormento di ragazzi e di  uomini (talvolta anche di donne) maturi, il tutto a base di incessanti spogliarelli che non sono mai riusciti ad essere erotici.

Non basta avere un corpo scultoreo e farsi riprendere sotto la doccia, per impastare il proprio ruolo di erotismo; né basta girare gli occhi come una gatta, per toccare le corde dell’emozione. La verità è che una attrice che ci sappia fare, può risultare estremamente erotica pur senza levarsi nemmeno un guanto (si veda la scena de «La regina della notte» di Walerian Borowczyk, in cui Marina Pierro si trucca stando seduta, vestita da capo a piedi, a bordo della metropolitana).

Ma quello che avrebbe dovuto rendersene conto sarebbe stato innanzitutto il regista: è lui che deve guidare i propri attori a dare il meglio di se stessi, affinché si realizzino nella parte loro maggiormente confacente. Perciò, resta il nodo della linea ambigua scelta per costruire questa storia: se voleva puntare sull’aspetto drammatico, doveva scegliere un’attrice diversa dalla Guida; se no, tanto valeva che gettasse a mare le pretese psicologiche e la resa drammatica, e caricasse ulteriormente (se possibile) la dose di pornografia.

Dicevamo di Dagmar Lassander (ma il suo vero nome era Dagmar Regine Hader), attrice  nata a Praga nel 1943 da una madre tedesco-cilena, attrice anche lei, e da un padre francese: e dunque, all’epoca di «Peccati di gioventù», non più che trentaduenne: non abbastanza matura per sottolineare adeguatamente la distanza anagrafica dalla futura figliastra; o, forse, non abbastanza giovane quest’ultima. Con una dozzina d’anni di differenza, tra le due non poteva certo configurarsi un rapporto di tipo parentale ma, tutt’al più, tra sorella maggiore e minore.

Ad ogni modo, e specialmente nella seconda parte del film, Lassander ha la possibilità di mettere in evidenza, specie nei primi e primissimi piani, una certa bravura nel calarsi nel suo personaggio ambiguo e tormentato, oscillante tra lo struggente desiderio di abbandonarsi alla sua vera inclinazione omosessuale con la provocante figlia del suo fidanzato, e il terrore di perdere definitivamente un equilibrio e, forse, una rispettabilità sociale faticosamente conquistati, o piuttosto riconquistati, dopo lo scandalo che l’aveva travolta, insieme alla sua insegnante, quand’era una studentessa di liceo.

C’è poco da dire, invece, sulla prova di Silvano Tranquilli, il quale, pur essendo un bravo attore, in questo film non ha certo modo di mostrare di che stoffa sia fatto, sacrificato com’è nella parte fugace dello scapolo danaroso ma distratto, che non si accorge di nulla, mentre tutto gli sta sfuggendo di mano.

E meno ancora c’è qualcosa da dire del bello e dannato di turno, Fred Robsham, che recita la sua parte di play-boy cinico e calcolatore senza alcuna originalità, anzi, rimarcando i luoghi comuni più triti del suo genere. Un po’ come la Guida, si affida esclusivamente alla baldanza e alla sfrontatezza  giovanili: troppo poco davvero, per fare l’attore.

Che cosa resta, allora, di valido, in questa pellicola di 90 minuti a volte un po’ stiracchiati, e troppo spesso ingaglioffiti da quelle insistenti strizzatine d’occhio ai gusti più banalmente grossolani di un pubblico pruriginoso, oltre ad alcuni bei primi piani di Lassander e, nella scena finale, sotto la pioggia, della stessa Gloria Guida, una volta tanto ben inquadrata, con una espressine angosciata e sconvolta?

Primo, la bella colonna sonora, che ha leggerezza e, al tempo stesso, l’elasticità necessarie per reggere dall’inizio alla fine, senza mai stancare, anzi, guadagnandoci nelle sequenze in cui è la stessa Lassander a interpretarla con la chitarra classica (ovviamente, solo nel film; del resto, anche la voce dell’attrice franco-tedesca è doppiata).

Una particolare menzione merita la scena della penultima sequenza del film, quella della disperata corsa in automobile delle due protagoniste, con il paesaggio marino che scivola via velocissimo dopo ogni curva, mentre le note del pianoforte si scatenano in un crescendo altamente drammatico, quasi allucinante.

Secondo, la bellezza dei paesaggi della Sardegna, tra coste rocciose e acque trasparenti; c’è anche una lunga sequenza in cui le due donne si aggirano entro le cavità della famosa Grotta dell’Orso, entrando e uscendo dai varchi naturali in penombra. Alcune inquadrature, di una indubbia eleganza formale, sono riprese dal basso e sottolineano l’originale suggestione di quel luogo, cui il crudele gioco a mosca cieca della giovane ai danni di Irene (sottolineato, ancora, dalla intensa musica di accompagnamento) aggiunge significati profondi, quasi arcani.

Terzo (ma solo nella seconda parte del film), il dramma psicologico della stessa Irene, che, presa nel vortice della seduzione quasi diabolica attuata dalla ragazza, lotta invano per resistere alle proprie pulsioni; e quando, infine, si  abbandona, è travolta da schiaccianti sensi di colpa finché, da ultimo, sceglie una forma neanche tanto velata di suicidio.

Dal punto di vista umano, il momento più toccante è quello in cui Irene, il giorno dopo aver ceduto alle carezze e ai baci dell’altra (sequenza che, peraltro, è stata praticamente omessa: strano ritegno, in un film di questo tipo), le confessa il proprio dramma interiore e giunge al punto di domandarle, piangendo, un aiuto che non potrà mai ricevere.

Dal punto di vista psicologico, invece, appare meno credibile il tardivo pentimento della sua perfida seduttrice, le sue lacrime di rimorso quando si rende conto che la sua macchinazione le è sfuggita di mano, e che le conseguenze potrebbero essere incalcolabili per una persona sostanzialmente debole e indifesa, come la sua mancata matrigna.

Solo nell’ultima sequenza, come dicevamo, allorché si accorge che l’altra è precipitata fuori strada e lei si mette a correre giù per la pineta, sotto la pioggia battente, col cuore stretto dalla disperazione, il personaggio di questa astuta ninfetta acquista un minimo di credibilità e verosimiglianza, e si può considerare parzialmente riuscito.

E lo stacco brusco e improvviso della cinepresa, proprio quando la tensione è giunta al culmine (il cadavere di Irene non viene mostrato, ma lo spettatore intuisce la verità dall’altezza del volo che ha compiuto la sua auto) costituisce, senza dubbio, una trovata felice da parte del regista. Qualunque indugio dell’inquadratura sulla ragazza piangente presso la carcassa dell’automobile, sarebbe stato un elemento inutilmente retorico e, sul piano narrativo, ingiustificato.

Molto meglio quella brusca conclusone, che lascia interdetti per la sua sobrietà, dopo così frequenti scivoloni sul piano inclinato della ripetitività.

In conclusione, «Peccati di gioventù» è una ennesima promessa mancata del cinema italiano di quegli anni: quando si potevano ancora fare (a differenza che oggi) dei bei film a basso costo, e con l’ausilio di bravi professionisti; ma quando la smania di fare cassetta finiva poi, così spesso, per  mal consigliare sia i registi, che gli attori e le attrici.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25/04/2009 12/05/2017 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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