lunedì, 20 Settembre 2021
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Un film al giorno: «Un bellissimo novembre» di M. Bolognini (1969)

Il film: «Un bellissimo novembre» di M. Bolognini (1969). A rivestire i panni della zia ricca piacente e sensuale non è la solita Edwige Fenech ma un’attrice di gran classe come Gina Lollobrigida in un certo senso una garanzia. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Che cosa succede quando una zia annoiata e benestante si trova ad ospitare il nipote diciassettenne nella casa di campagna, in un mese di novembre  così straordinariamente mite, anche per il clima siciliano, che tutta la natura pare immersa nel rigoglio sensuale di una estate fuori del tempo, sottolineata dal frinire d’innumerevoli cicale;  e l’acqua del mare, ancora leggermente tiepida, invita perfino a concedersi gli ultimi, inaspettati bagni  di una stagione estiva che non vuol decidersi a morire?

La risposta è quasi scontata e perfino stucchevole, se parliamo di un certo cinema italiano di quarant’anni fa in cui imperversavano zie procaci e disinvolte, e perfino nonne in vena di svezzare teneri ma già vogliosi nipotini, introducendoli con paziente maestria all’arte navigata di esplorare in lungo e in largo il seducente pianeta dell’Eros.

Questo «Bellissimo novembre» di Mauro Bolognini, però, uscito nelle sale cinematografiche nel 1969, fa eccezione alla regola, non tanto per l’inevitabile ovvietà del canovaccio, quanto perché, anche per merito dell’omonimo romanzo di Ercole Patti a cui si ispira (1967), possiede, accanto ad alcuni difetti, dei pregi che impediscono di liquidarlo troppo sbrigativamente – come hanno fatto, invece, i soliti critici blasonati, come Paolo Mereghetti -, se non altro per l’attenzione rivolta ai turbamenti della psicologia adolescenziale e per certi saporosi spunti con i quali ha saputo cogliere la ricca borghesia isolana, nei suoi vizi privati e nelle sue pubbliche virtù.

Del resto, il fatto che a rivestire i panni della zia ricca, piacente e sensuale non sia la solita Edwige Fenech,  ma un’attrice di gran classe e di sicuro talento come Gina Lollobrigida, è già, in un certo senso, una garanzia sulle intenzioni non troppo scopertamente commerciali del regista e della produzione; anche se bisogna pur aggiungere, subito dopo, che in questo film la Lollo non appare certo in uno dei suoi momenti migliori, anzi, nel complesso dà l’impressione di essere o di sentirsi tremendamente fuori parte.

Ma partiamo dal romanzo, come è giusto quando ci si trova in presenza di un lavoro cinematografico di diretta ed esplicita derivazione letteraria.

Ercole Patti (nato a Catania nel 1904 e morto a Roma nel 1976) aveva già sessantatré anni quando scrisse il romanzo breve «Un bellissimo novembre» e si avviava ormai alla fine della sua carriera, iniziata fin dagli anni Trenta e consolidatasi con la pubblicazione del romanzo «Quartieri alti», nel lontano 1940.

Più precisamente, con «Un bellissimo novembre» Patti veniva perfezionando il secondo filone principale della sua narrativa (l’altro è quello «romano» e di costume, dedicato ai riti e alle ipocrisie di una borghesia sprofondata nel languore accidioso di una capitale che sembra una provincia), che potremmo definire «siciliano» e psicologico, incentrato su vicende sentimentali complesse e morbose, su grovigli affettivi ambigui e grotteschi, sui turbamenti dell’adolescenza che, se non hanno la drammaticità di quelli del caposcuola mitteleuropeo Robert Musil, possiedono, in compenso, una sensualità mediterranea e una pigra incoscienza tutte particolari.

Questo filone si era palesato con il romanzo «La cugina», del 1965, e sarebbe poi culminato con «Graziella», del 1970; per cui si potrebbe parlare di una ideale trilogia, anche se si tratta di storie che non hanno alcun nesso reciproco.

In «Un bellissimo novembre», il giovanissimo nipote catanese è Nino (interpretato sullo schermo da Paolo Turco), la zia cinica e navigata è Cettina (Lollobrigida), sposata senza amore a Biagio, un marito che non si capisce se sia più furbo o più imbecille (interpretato dall’attore Gabriele Ferzetti), mentre a fare da terzo, pardon, da quarto incomodo, è un giovane collega di quest’ultimo, prestante e danaroso quanto basta (André Laurence), al quale finiranno per indirizzarsi le voglie e le ambizioni dell’incostante e più che disinvolta zietta.

Il pregio maggiore del romanzo, oltre alla scrittura elegante e raffinata, è – come, del resto, anche nel film – la capacità di evocare situazioni ambigue e conturbanti, fatte di sguardi assassini e di contatti fisici involontari (almeno all’inizio) che generano scosse ad alta tensione nelle pieghe più profonde dell’anima di un adolescente.

Così è, ad esempio, quando la bella zia chiede al nipote, per rinfrescarla dal calore della giornata, di rovesciarle addosso una caraffa d’acqua, con gli effetti che si possono immaginare sulla sensualità latente del giovane; il tutto, peraltro, confezionato in maniera narrativamente accettabile e, anzi, non priva di una certa finezza descrittiva.

Così, fra battute di caccia del distratto marito (ma forse meno distratto e più cinico di quel che non paia, dato che sembra far di tutto per gettare la moglie fra le braccia dell’affascinante collega) e vendemmie che immergono la storia in un’atmosfera vagamente panica e dannunziana, si consuma la bruciante passione proibita del nipote per la sorella di sua madre, che culminerà, sì, nell’inevitabile amplesso, ma solo per riservare all’incauto giovanetto una cocente delusione allorché la donna, soddisfatte le sue voglie, metterà gli occhi sul più appetibile Sasà, il fastidioso e arrogante collega del marito.

Se di una iniziazione sentimentale si può parlare, peraltro, bisogna dire che si tratta di una iniziazione alla rovescia: perché Nino, deluso sino in fondo all’anima, finirà per uccidersi; mentre nel film, smaltita la cocente delusione, troverà la maniera giusta di arrivare a un compromesso in piena sintonia con l’ambiente pigro e perbenista della medio-alta società catanese: sposare in fretta una ignara e belloccia coetanea e, al tempo stesso, tener d’occhio la matura ma sempre succosa zia che gli ha fatto da nave-scuola; tanto più che ella gli ha fato chiaramente intendere che, se non sa che farsene di lui come amante insistente e piagnucoloso, non lo disdegnerebbe però affatto quale oggetto di distrazione occasionale.

Per rendere un’idea del romanzo, e del film che ne ha saputo ricreare fedelmente l’atmosfera, riportiamo qui il passo in cui sono descritti i primi trasalimenti di Nino, alle prese con una zia che, per apparente distrazione, si lascia ammirare seminuda e gioca al gatto col topo, portando al calor bianco il desiderio del ragazzo, non si sa fino a che punto per una strategia deliberata o per una forma di noia che la spinge a scapricciarsi liberamente (da: Ercole Patti, «Un bellissimo novembre», Milano, Bompiani, 1967, cap. 2, pp. 2937):

«La zia aprì piano un battente dell’armadio che mandò un odor pungente di rinchiuso e di naftalina; si vedevano nel fondo due cappelliere di cartone leggermente rosicchiate dai topi una sull’altra e due ombrellini da sole appoggiati in un angolo; nell’altro angolo un bastone di quelli con dentro lo stocco di acciaio; le grucce per appendervi gli abiti erano libere.

“L’odore dei topi c’è,” disse la zia annusando mentre Nino aveva preso il bastone animato e lo tirava per il manico cercando di estrarne la lama.

“Stai attento a non tagliarti”, disse la zia.

Nino sguainò lo stocco, la lama istoriata color d’argento brillò sotto la lampadina.

“Che cosa c’è scritto?” chiese la zia curvandosi sulla lama e appoggiandosi al nipote.

Sulla lama lucente dello stocco a caratteri maiuscoli in rilievo, di un colore di argento opaco, c’era una scritta.

“Non ti fidar di me”, lesse Cettina.

Nono voltò la lama e sul lato opposto la zia lesse il seguito delle frase: “Se il cor ti manca”. “Adesso mettilo via”, aggiunse, “e aiutami ad aprire le valigie.”

Intanto che Nino ringuainava lo stocco e riponeva il bastone nell’armadio Cettina si sfilò l’abito che appese a una gruccia e rimase in sottoveste; poi sedete su una delle poltrone ai piedi del letto e si tolse le calze.

Nino vide le gambe nude della zia; lei si toglieva le calze con molta naturalezza senza curarsi del ragazzo; intanto la leggera sottoveste le scivolava indietro scoprendo le cosce.

“Apri prima quella più piccola”, disse lei.

Nono aprì la valigia.

“Che debbo fare?” chiese respirando il profumo della zia Cettina che si levava dagli indumenti ripiegati dentro.

“Guarda a destra, ci debbono essere un paio di pantofoline”.

Nono trovò le pantofoline chiuse in un sacchetto di stoffa a fiorellini.

“Eccole.”

“Passamele per favore.”

Il ragazzo si avvicinò alla zia che era sempre seduta sulla poltrona e le porse le pantofoline.

Cettina le sfilò dal sacchetto e le calzò lentamente mettendo ogni volta una gamba sull’altra e scoprendo in quel movimento le cosce fino in fondo; poi si alzò. Sotto la stoffa leggera della sottoveste si indovinava il corpo saldo che si muoveva con indolenza.

“Quel vino mi è andato in testa”, disse con un sorriso dolce: “Aiutami a tirar fuori la roba dalla valigia”.

Cettina si curvò sulla valigia accanto al ragazzo che sentiva contro il suo braccio che usciva dalla maglietta a mezze maniche il braccio nudo di lei caldo e liscio; subito il ricordo di quel pomeriggio del marzo scorso nella casa di via Montesano gli tornò in mente coi suoi vivi e indimenticabili particolari.

Via via che tirava fuori la roba dalla valigia Cettina la passava al nipote indicandogli i cassetti dove doveva metterla. Poi volle invertire le parti: Nono prendeva la roba dalla valigia e lei la sistemava nell’armadio e nei cassetti.

Venne fuori il vestito da caccia dello zio Biagio il marito di Cettina; Nino lo porse alla zia con un senso di avversione per quell’indumento che odorava sfacciatamente di uomo. Cettina appese la pesante giacca con toppe di cuoio ai gomiti a una gruccia sopra un paio di pantaloni di erto fustagno. Nono provava uno strano sensi di gelosia per l’intimità che il marito doveva avere con lei.. Questo sentimento si ripeteva a tutti gli indumenti maschili che venivano fuori dalla valigia.

Ad un certo punto la zia interruppe l’operazione.

“Un momento di riposo. Mi gira un poco la testa”, disse e sedete su una sedia, con le gambe leggermente allargate e le braccia in mezzo. Sorrideva amabilmente, con gli occhi socchiusi.

Nino accanto alla valigia aperta attendeva con i sensi protesi e le narici piene di quell’odore piacevole di cipria e di leggero e pulito sudore femminile che mandava la zia ad ogni movimento.

Dal lungo corridoio lungo e vuoto giungeva un gran silenzio; tutta la casa dormiva e lui era solo con la zia Cettina seminuda e dolcemente brilla in un’ala della casa separata dagli altri ospiti da una lunga fila di stanze disabitate. I suoi occhi si osavano sulle ginocchia e l’inizio delle cosce nude di lei.

“Mi vado a lavare un poco il viso”, disse Cettina, “così mi sveglio e poi continuiamo a sistemare la roba”.

Uscì trascinando le pantofoline sul pavimento di terracotta rossa e si diresse nel bagno vicino; cominciò a lavarsi il volto senza chiudere la porta. Nino la vedeva accanto al lavabo mettere le braccia sotto il rubinetto. Poi col viso in mezzo all’asciugamano chiamò.

“Nino.”

Il ragazzo si avvicinò fin sulla soglia del bagno.

“Prendimi per piacere nella valigia piccola la busta con la roba per il bagno.”

Nono andò e tornò con un sacchetto di tela colorata da dove Cettina gli fece tirar fuori pettini, spazzole e flaconi tutti intrisi dell’odore di lei; via via che lei li andava sistemando sul ripiano sotto lo specchio. Era un bagno rudimentale con le pareti leggermente ondulate dipinte con una mano di vernice impermeabile, uno specchio senza cornice attaccato con un rampino e sotto una mensola di legno.

Una bagnarola scura fatta con un impasto a lapislazzuli che aveva un colore di castagnaccio piuttosto che quello di una maiolica, sorretta da quattro sostegni in forma di zampe di leone,  riempiva la parete di fronte al lavandino.  Dai rubinetti usciva l’acqua leggera e fredda della rande cisterna tirata su con un motorino fino alle giare di coccio sistemate sulle tegole della cantina.

“È fredda quest’acqua ma fa bene,” disse Cettina passandosi le mani grondanti sulla nuca e sotto le ascelle mentre Nino rimaneva appoggiato allo stipite della porta. Poi piegando un poco le ginocchia e allargando le gambe per arrivare a vedersi nello specchio attaccato troppo in basso Cettina cominciò a pettinarsi; alla fine riunì tutti i capelli sulla cima della testa e li legò in un nodo che le scoprì la nuca chiara e delicata di ragazza, sulla quale si arricciolavano gli ultimi capelli fini fini.

Voltandosi per rientrare nella stanza si trovò davanti Nino rimasto sulla soglia e gli poggiò le mani sopra le spalle. Il ragazzo sentì il tepore e l’odore di saponetta fresca della zia nella leggerissima sottoveste, sentì il petto di lei che gli strisciava addosso sulla soglia della porta stretta.

“Finiamo di sistemare la roba,” disse Cettina porgendo a Nino una gonna a piccole pieghe, “appendila alla stampella con i ganci”.

Il ragazzo eseguiva come in sogni i dolci ordini che gli dava la zia. In breve le due valigie furono vuotate e la roba distribuita nell’armadio e nel comò.

“Adesso le valigie le mettiamo sopra l’armadio,” disse la zia. “Ci arrivi tu Nino? Sali su quella sedia io te la reggo e te le passo.”

Nino salì sulla larga sedia di spago, la zia gli porse la valigia e si appoggiò alla spalliera della sedia reggendola anche con le mani.

Nino sentì il ventre morbido di Cettina contro le proprie gambe e quando lei si chinò per prendere l’altra valigia per porgergliela avvertì contro il ginocchio il petto di lei attraverso il velo della sottoveste.

“Sei stato molto bravo, senza d te stasera non sarei riuscita a sistemare la roba”, disse Cettina quando il ragazzo fu disceso e come premio gli arruffò i capelli con un gesto affettuoso della mano, poi si indugiò un attimo sulla guancia di lui con le dita.

Nino sentì quel contatto del viso penetrargli per tutto il corpo e socchiuse gli occhi istintivamente

“Hai sonno?” chiese zia Cettina sollevandogli il mento con un dito.

“No, affatto”, disse il ragazzo riaprendo gli occhi.

“Sei diventato più alto e anche più robusto”, disse Cettina sentendogli il torace fra le palme delle mani, e aggiunse: “Adesso è orsa di andare a dormire. Casco dal sonno. Buonanotte.”

“Buonanotte”, disse il ragazzo avviandosi lentamente verso la sua stanza.

La zia accostò la porta alle sue spalle senza chiuderla.

Nino entrò nella sua stanza e accese la luce. La camera era piccolina; oltre al letto senza spalliere e sistemato su trespoli di ferro c’era un piccolo comò a due cassetti sorretto da alte gambe istoriate; il muro acanto al letto recava una stoffa damascata che partiva dai piedi e girando attorno al cuscino si attestava accanto al comodino sul cui marmo c’era un romanzo di Salvatoro Gotta lasciato lì dall’ospite precedente. La stanza odorava di spigo e di flit..

Nono aveva cominciato a svestirsi quando attraverso le porte socchiuse giunse la voce della zia,

“Nino, vieni un momento.”

Il ragazzo così come si trovava in pantaloni e torso nudo entrò dalla zia. Cettina era in piedi accanto al letto nella sua camicia da notte che le arrivava sopra i ginocchi.

“La lampada del comodino non si accende”, disse. “Mi fai il piacere quando sono a letto di spegnere tu la luce grande?”

“Forse la lampadina è svitata”, fece il ragazzo.

“Non so, vedi tu”.

Nino si avvicinò al letto provò ad avvitare la lampadina, premé la peretta il cui filo era attorcigliato alla spalliera del letto. La lampadina non si accese.

“Intanto io vado a letto”, disse Cettina, “vedi un po’ se riesci ad aggiustarla.”

Salì sul letto e si ficcò sotto io lenzuolo.

Nino mentre armeggiava col cordoncino della luce e provava a guardare controluce la lampadina per accertarsi se era fulminata vedeva Cettina col volto affondato nel cuscino, le braccia nude di lei sul lenzuolo e respirava quell’odore lieve di lei che avrebbe riconosciuto fra mille. La lampadina non era fulminata ma non si accese lo stesso.

“Provo a vedere se è l’interruttore,” disse Nino e cominciò a svitarlo.

“Siediti”, disse Cettina indicando la sponda del letto.

Il ragazzo sedette e intanto che provava a smontarle la peretta della luce sentiva col braccio le gambe della zia sotto il lenzuolo. Il suo gomito ad un certo punto sotto il lenzuolo era fra le cosce della zia che stava voltata verso di lui per seguire l’operazione. Le mani gli ballavano, il pulsante della peretta saltò via, saltellò sul pavimento e si perdette sotto il letto.

“È inutile,” disse la zia Cettina poggiandogli una mano sul braccio, “lasciamo stare. Lo faremo accomodare domani. Adesso dormiamo.”

Prima di alzarsi Nino rimase ancora per un attimo col gomito fra le gambe di Cetina che gli teneva la mano appoggiata sul braccio; nel movimento che fece per alzarsi spinse il gomito, sentì che affondava fra le cosce della zia fin quasi a sfiorare il grembo.

“Prima di uscire spegni la luce accanto alla porta”, disse la zia con gli occhi velati di sonno. “Buonanotte”.

Nino si avviò alla porta; quando fece scattare l’interruttore udì ancora nel buio la voce dolce di Cettina:

“Non chiudere la porta. Non mi piace sentirmi chiusa.”

Nino entrò nella sua stanza e su buttò sul letto col cuore che gli saltava nel petto e le punte delle dita bianche dall’emozione.»

Mauro Bolognini, nato a Pistoia nel 1922 e scomparso a Roma nel 2001, è regista troppo noto per darne qui un profilo.

Diremo soltanto che, nel corso della sua lunga carriera, si era già cimentato con l’ambiente sonnacchioso e sensuale della provincia siciliana con «Il bell’Antonio» (1960), tratto da un romanzo di Vitaliano Brancati, ed anche con le pulsioni erotiche ai confini dell’incesto, con «Agostino» (1962), tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia.

La sua passione per i temi letterari si era manifestata, inoltre, con la trasposizione per il grande schermo di due importanti opere del Novecento italiano, «Senilità» (1962), da Italo Svevo, e «Metello» (1970), da Vasco Pratolini, del quale ultimo aveva assai smorzato, secondo il suo temperamento, gli aspetti sociali, per evidenziare, e talvolta per enfatizzare, quelli privati, psicologici ed erotici.

I temi del romanzo di Ercole Patti, dunque, gli erano particolarmente congeniali, sia per quel che riguarda il quadro della vita provinciale, sostanzialmente fatua ed ipocrita, sia per quanto riguarda la dimensione psicologica dei turbamenti sessuali, specialmente dell’adolescenza; per quanto anche quelli della matura zia siano analizzati con cura e con interesse umano, benché tendano a scivolare spesso nel convenzionalismo di maniera.

L’interpretazione della Lollobrigida, come si è detto, non è stata eccelsa, anche se non così scadente come alcuni critici hanno giudicato; anche perché ci sembra che ella abbia saputo, in diverse occasioni, cogliere la cifra più intrigante di questo personaggio femminile, così come essa emerge anche dal brano che abbiamo sopra riportato: quello stare in bilico fra assoluta (e incosciente) naturalezza, e volontà di stuzzicare deliberatamente il giovane nipote, vittima, si direbbe, del gioco che lei stessa ha pigramente incominciato; benché, più tardi, appaia lesta a riprendersi tutta la propria fiera indipendenza, che altro non è se non una maschera con cui celare una amoralità ed un cinismo a tutta prova.

Tullio Kezich è stato particolarmente severo con la prova della Lollobrigida in questa pellicola di Mauro Bolognini (a sua volta stroncata, qualificandola di «imbalsamata»), arrivando a scrivere che ella vi appare «irreparabilmente negata a ogni guizzo di fantasia: un materiale inerte anche nelle mani di un cineasta dotato»

Va notato che la l’attrice  non parla con la propria voce, ma è doppiata dalla Savagnone, per meglio rendere la cadenza dialettale siciliana.

Gabiele Ferzetti, nella parte dello zio Biagio, è bravo e convincente, con quel sorriso sornione che dissimula, anche nel suo caso, dietro un velo di gentilezza e di buone maniere, un animo di rapace senza scrupoli, disposti a tutto pur di farsi strada nella buona società catanese.

E che dire di Paolo Turco, nelle vesti del giovane nipote sedotto e abbandonato dalla disinibita e annoiatissima zia, in un bellissimo novembre in cui la natura stessa sembra emanare una sensualità languida e irresistibile, come le carni non più giovanissime, ma pur sempre dolci e desiderabili della donna? Il giovane attore pareva avviato a ricoprire quel ruolo che, poi, sarebbe stato portato alla celebrità da Alessandro Momo in film come «Malizia» e «Profumo di donna»; invece, la sua carriera è stata incerta ed è finita presto, senza splendore.

Qui, comunque, appare all’altezza della situazione; ben diretto dal regista, risulta sufficientemente credibile nel ruolo assegnatogli.

Una parola merita di essere spesa anche per la fotografia, particolarmente raffinata e luminosa, che ben rende la magica e sensuale atmosfera della campagna siciliana in una estate di San Martino dove ancora ci si attarda a vendemmiare.

Nel complesso, quindi, un film non interamente riuscito e non particolarmente originale; e tuttavia non film non disprezzabile, nonostante l’avarizia di molti critici; un film al quale va, soprattutto, il merito di aver restituito con mano felice le atmosfere pigramente torbide del romanzo di Ercole Patti.

L’unica variazione di rilevo, e non da poco, apportata da Bolognini rispetto al testo originale, è – come abbiamo detto – nel finale: perché Nino, nel romanzo di Patti, finisce per togliersi la vita; mentre nel film, come si è detto, non tarda a superare la cocente delusione e ad entrare trionfalmente nello spirito cinico della famiglia, costruendosi una vita di sapienti compromessi e di furbe trasgressioni.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 14/08/2009 e il 05/02/2016 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 01 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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