domenica, 13 Giugno 2021
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Un film al giorno: «Un viaggio chiamato amore» di Michele Placido (2002)

Un film al giorno: «Un viaggio chiamato amore» di Michele Placido (2002). Non sarà forse un capolavoro assoluto, ma è certamente un gran bel film, narrato con intensità e interessante nello scavo psicologico dei personaggi. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola  

«Un viaggio chiamato amore», girato nel 2002 da Michele Placido e accolto un po’ tiepidamente dalla critica, non sarà forse un capolavoro assoluto, ma è certamente un gran bel film, narrato con intensità e interessante nello scavo psicologico dei personaggi, entro una cornice suggestiva, a volte fastosa, dovuta in larga misura alla fotografia di Luca Bigazzi, alla scenografia di Giuseppe Pirrotta, ai costumi di Elena Mannini e alle musiche di Carlo Crivelli, che bene restituiscono l’atmosfera da “belle époque” (frammista ai bagliori della prima guerra mondiale) di un’Italia ingenua e smaliziata, sontuosa e provinciale, arcaica e raffinata.

È la storia d’amore, coinvolgente e altamente drammatica, fra la scrittrice Sibilla Aleramo – autrice, fra l’altro, del primo romanzo “femminista” della nostra letteratura: «Una donna», del 1906 – e l’ancor sconosciuto e già tanto tribolato poeta Dino Campana, di quasi dieci anni più giovane di lei: solo, squilibrato (anche a causa dell’ambiente retrivo della provincia toscana e della totale incomprensione della critica “ufficiale”).

Un amore breve, travolgente, disperato, che termina nel più triste dei modi, con il definitivo ricovero di lui in manicomio.

Un esempio di questa tiepidezza della critica cinematografica, per non dir peggio, è offerto dalla recensione di Paolo Mereghetti a proposito di questo film, che egli insinua essere stato girato già con un occhio rivolto alla televisione e, quindi, con inconfessabili scopi commerciali («Il Mereghetti», Milano, Baldini Castoldi Dalai editore, 2003, pp. 2563-64):

«1916: dopo un ardente epistolario, la quarantenne scrittrice protofemminista Sibilla Aleramo (Morante) decide di incontrare il poeta Dino Campana (Accorsi, premiato a Venezia), di nove anni più giovane. Nasce subito la passione: ma si consuma in fretta, tra litigi e botte, a causa dello squilibrio psichico di Campana, esacerbato dalla guerra. Placido e gli sceneggiatori Heidrun Schleef e Diego Ribon (che interpreta il personaggio di Emilio Cecchi) si ispirano all’epistolario dei due protagonisti, complicandolo con flashback sui traumi adolescenziali di Sibilla – che Placido racconta con gusto morbosetto – e infarcendolo di goffi dialoghi. Vincono gli stereotipi (genio e sregolatezza, amore e distruzione propria e altrui), in una confezione corretta ma accademica e pronta per il piccolo schermo, malgrado accensioni di erotismo che cercano invano di essere memorabili. »

Dino Campana, probabilmente, inseguiva un suo enigmatico ideale femminile – che, per un momento, credette di vedere incarnato nella matura, ardente e disinibita scrittrice femminista – che forse aveva già evocato in uno dei suoi testi poetici più densi e affascinanti: «La Chimera», pubblicata nei «Canti Orfici» del 1914:

«Non so se tra rocce il tuo pallido

viso m’apparve, o sorriso

di lontananze ignote

fosti, la china eburnea

fronte fulgente o giovine

suora de la Gioconda:

o delle primavere

spente, per i tuoi mitici pallori

o Regina o Regina adolescente:

ma per il tuo ignoto poema

di voluttà e di dolore

musica fanciulla esangue,

segnato di linea di sangue

nel cerchio delle labbra sinuose,

Regina de la melodia:

ma per il vergine capo

reclino, io poeta notturno

vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,

io per il tuo dolce mistero

io per il tuo divenir taciturno.

Non so se la fiamma pallida

Fu dei capelli il vivente

Segno del suo pallore,

non so se fu un dolce vapore,

dolce sul mio dolore,

sorriso di un volto notturno:

guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti

e l’immobilità dei firmamenti

e i gonfi rivi che vanno piangenti

e l’ombre del lavoro umano curve là dove sui poggi algenti

e ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti

e ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.»

Sta di fatto che, quando la quarantenne scrittrice scende dalla corriera per incontrare la prima volta, dopo un appassionato scambio di lettere, il geniale e incompreso poeta, ha inizio una storia d’amore fulminea e devastante, di cui entrambi recheranno per sempre le cicatrici e che dimostra come non basti la passione profonda per un altro essere umano per donargli la parte migliore di sé stessi e per sorreggerlo nell’avventura della vita.

L’episodio iniziale di «quel viaggio chiamato amore» è stato descritto con prosa lucida e sobria da un valente scrittore contemporaneo, Sebastiano Vassalli (oggi un po’ dimenticato, e troppo in fretta: possiamo permettercelo, con la penuria di veri talenti in questo campo?), nella sua bella biografia di Dino Campana intitolata «La notte della cometa» (Torino, Einaudi, 1984, 1990, pp. 196-200):

«… Il 3 d’agosto [1916], giovedì, alle sette e mezza di mattina Dino è seduto su un muretto appena fuori del paese e guarda verso Scarperia la corriera “postale” da Firenze che s’avvicina in una nuvola di polvere, che si ferma a pochi metri da lui., Ne scende – unico passeggero – una signora vestita di bianco con un larghissimo cappello e un’andatura “regale”. Insolitamente premuroso, l’autista s’affanna a scaricare il bagaglio – borsa da viaggio, borsetta, parasole – ma lei nemmeno ci fa caso, va verso Dino che s’è alzato, che le sorride. Gli chiede: “Voi siete Dino Campana?”. Gli dà la mano, gli dice: “Eccomi. Io sono Sibilla”.

L’incontro di Dino con Sibilla Aleramo, al Barco, è preceduto da uno scambio di lettere che soprattutto servono a vincere l’iniziale diffidenza di lui, la sua reale misoginia (acuita, proprio in quei giorni, dalla vicenda con la “russa”). Dino vuole un’avventura senza problemi né strascichi -un’avventura come quella con la “svizzera segantiniana” – che lo ha “commosso” un anno fa – ma lo spaventa la fama di mangiauomini dell’Aleramo e scrive a Cecchi per essere consigliato, rassicurato, protetto… Di tutt’altro genere sono le preoccupazioni di Sibilla. Lei l’avventura l’ha decisa nel momento stesso in cui ha finito di leggere i “Canti Orfici” (“chiudo il tuo libro / le mie trecce snodo”) e le lettere d’approccio sono i preliminari per un incontro che accetterà comunque e dovunque, anche se preferirebbe che a muoversi fosse Dino… (“Se foste venuto qui voi, la prima impressione che v’avrei fatta sarebbe stata forse migliore, senza cappello e tutti gli altri imbarazzi del viaggio”).

Rina faccio, in arte Sibilla, nell’agosto del 1916 ha giust’appunto quarant’anni, essendo nata ad Alessandria nell’agosto del 1876. È, come Dino, “leone”. Nel suo romanzo “Una donna” ha raccontato di sé: l’infanzia, la giovinezza, la violenza subita a quindici anni e “riparata” con un matrimonio assurdo, la nascita dell’unico figlio e, poco dopo, il distacco… “Qualcosa in me è rimasto eternamente insoddisfatto, – dirà poi la Faccio-Aleramo, – l’anelito ad un figlio dell’amore, a una creatura che fosse insieme un capolavoro della mia carne, del mio cuore, del mio spirito. E ho amato, o creduto d’amare, tanti uomini. E la mia poesia è stata generata così.” All’epoca dell’incontro con Dino l’elenco degli ex amanti di Sibilla comprende già quasi tutta la letteratura italiana vivente, buona parte delle arti figurative, qualche rappresentante del teatro e un numero imprecisato di aviatori, cavallerizzi, rivoluzionari e banchieri con cui l'”eternamente insoddisfatta” ha avuto rapporti “agili” ma anche “vertiginosamente intensi”. (“Eravamo un gemito solo”). Il suo viso è quello dell’Italia con in mano la spiga che c’è sulle monete da venti centesimi, opera dello scultore Leonardo Bistolfi. (Uno dei “tanti”, collocabile tra il 1908 e il 1909). Le sue fattezze più intime sono divulgate da Michele Cascella (un altro) in una serie di nudi esposti a Roma e a Milano e poi anche riprodotti in un libro di poesie che De Robertis, su “La Voce”, sbrigativamente liquida come “lirica chic”…

Sibilla è già innamorata, è già arrivata quassù avendo negli occhi “una visione di forza e di grandezza, fuori del temo”. Dino non pensa all’amore, pensa soltanto all’avventura con una donna più anziana di lui ma ancora bella e disponibile: e va diritto allo scopo. (Sibilla: “Sempre ho negli occhi quella strada col sole, il primo mattino, le fonti dove m’hai fatto bere, la terra che si mescolava ai nostri baci, quell’abbraccio profondo della luce”). Lascia che sia lei a parlare di sé, a raccontare la sua vita – è già tutta scritta nei tuoi libri, perché la racconti? – e insomma si comporta da uomo esperto, di mondo, organizza le cose materiali: la stanza alla locanda, il pranzo, la cena, la passeggiata dopo cena. (Sibilla: “I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le selle incupiscono il cielo”). Pronuncia accorte parole. (Sibilla: “M’hai detto: tu non dici: sempre, mai, come le altre”).

Dino non pensa d provare un vero interesse per Sibilla e meno che mai pensa di potersene innamorare. Del resto, che significa “innamorarsi”? (Lui, a trentun anni, non è mai stato “innamorato”). Roba da letteratura femminile… È soddisfatto, questo sì. Ha avuto ciò che voleva: un’avventura tra i suoi monti con una donna che gli piace, che si concede senza storie… le sue difese cominciano a venir meno nel momento in cui si rende conto che l'”avventura” non finisce in tre giorni. Domenica 6 agosto, un’ora prima che Sibilla riparta con la corriera, Dino le chiede di tornare e poi balbetta, arrossisce, tira fuori parole che non avrebbe creduto di poter pronunciare. (Sibilla: “È vero che m’hai detto amore?”. “Tremavi. M’hai detto cose tanto care”. “Sei mai stato amato, Dino?”). Seduti su quello stesso muricciolo dove lui l’ha attesa giovedì, Sibilla e Dino parlano del presente e dell’immediato futuro, fanno progetti di vita. Lei, a Firenze, lavora per l’Istituto Francese di Cultura: traduzioni, niente di più. Ha una relazione con un ragazzo di diciassette anni, quello stesso Raffaello Franchi a cui, mesi prima, Dino ha venduto una copia dei “Canti Orfici”: troncherà subito, domani. Per parte sua Dino ha relazioni né mai ne ha avute dacché  è al mondo ma non intende sfigurare e tira fuori la “russa” che da Scarperia continua a tormentarlo, che non lo lascia… “Perciò – dice, – ho deciso di trasferirmi più in alto e più lontano, a casetta sopra Firenzuola. È questione di giorni, ormai. Domani o dopodomani vado a vedere le stanze”. Sottovoce, con tono grave, le confida il suo massimo segreto (a cui Sibilla, lì per lì, non dà alcun peso): “Io, – le dice, – sono ammalato di una malattia che ha a che fare con la guerra, che è cominciata assieme alla guerra. Quando la guerra finirà, io non esisterò più”.

La verità è che Sibilla Aleramo era la persona meno adatta per aiutare Dino Campana a convivere che con le proprie pulsioni autodistruttive, a medicare le sue ferite, a rasserenarlo. Era ella stessa una donna inquieta, tormentata dal rimorso di quel figlio che aveva dovuto abbandonare per potersi liberare dell’odioso marito, e dal pensiero di quell’altro figlio – un figlio del vero amore – che avrebbe voluto avere ma che, ormai, le era sfuggito per sempre.

Ecco, senza voler troppo psicologizzare, ella vide in Dino Campana proprio quel figlio che avrebbe voluto generare nell’amore. Di certo non possedeva, lei per prima, quel minimo di equilibrio e di stabilità emotiva di cui sopra ogni altra cosa Dino aveva bisogno. Questo, e non altro, era il significato di quel suo continuo, incessante scivolare da un letto all’altro, da un amante all’altro, fino in tarda età (e spesso con uomini molto più giovani di lei; nonché, da ultimo, con una cotta in piena regola per una “maschia fanciulla” che le avrebbe rubato il cuore…).

Mentiva a se stessa, forse in buona fede (possedeva una straordinaria capacità di autoingannarsi), quando, nelle pagine finali di «Una donna» (Milano, Feltrinelli, 1982, pp. 202-203), aveva scritto, ben dieci anni prima dell’incontro con Dino:

«In cielo e in terra, un perenne passaggio. E tutto si sovrappone, si confonde, e una cosa sola, su tutto, splende: la pace mia interiore, la mia sensazione costante d’essere nell’ordine, di poter in qualunque istante chiudere senza rimorso gli occhi per l’ultima volta.

In pace con me stessa.

Spero qualcosa? No. Forse domani può giungermi una nuova ragione d’esistenza, poso conoscere altri aspetti della vita, e provare l’impressione d’una rinascita, d’un sorriso nuovo su tutte le cose. Ma non attendo nulla. Domani potrei anche morire…»

Attendeva, in verità: continuerà ad attendere per tuta la vita, spasmodicamente, freneticamente. In Dino, per un momento (uno dei tanti), credette forse di aver trovato. Ma la loro vicenda ribadisce una dura ma intransigente verità: che l’unione di due debolezze non crea una forza, mai.

Che dire della interpretazione degli attori del film e della regia di Michele Placido, giunto con «Un viaggio chiamato amore» a filmare la sua quinta pellicola?

Stefano Accorsi, vincitore della coppa Volpi come miglior attore alla 59a Mostra Internazionale di Venezia, è un Dino Campana convincente, vibrante, mai sopra le righe, nonostante la tentazione quasi inevitabile di calcare la mano sull’aspetto psicopatologico del personaggio. Qualche critico ha osservato che il suo viso conserva un’espressione troppo innocente e “pulita” per rendere la maschera tormentata del “poeta maledetto” di Marradi: osservazione peregrina, ché sarebbe come pretendere una somiglianza fisica vera e propria tra attore e personaggio.

Laura Morante, nei panni di Sibilla Aleramo, è altrettanto efficace, anche se con una sfumatura di distacco involontario, dovuta forse alla non completa immedesimazione nella parte di quella focosa mangiatrice di uomini che era, in fondo, solo una povera donna, precocemente provata dalla vita (lo stupro da quindicenne e il disgraziatissimo matrimonio riparatore), anche lei assetata di pac, di amore rassicurante e protettivo, ma nello stesso terrorizzata dallo spettro del maschio-padrone, violento e insensibile, che era stato suo marito.

Alessandro Haber, nei panni di Andrea, è straordinario. Qualcuno ha suggerito che tanto bravura è quasi sprecata in una parte secondaria, ristretta alla sezione centrale della pellicola. Questo, forse, è eccessivo; però, senza dubbio, la sua interpretazione è umanamente e affettivamente riuscitissima, tanto da far rimpiangere che la sua parte non comporti una maggiore presenza nel film.

Anche l’attrice Katy Louise Saunders, nel ruolo di Sibilla Aleramo da ragazzina, è molto brava, una autentica rivelazione: nel confronto con la matura ed sperimentata attrice che prosegue  l’interpretazione del suo personaggio divenuto adulto, non sfigura per niente; anche se – ma la colpa non è certo sua – alcuni falshback creano una certa confusione, specialmente quello in cui le due attrici compaiono in scena contemporaneamente, in una sorta di allucinato sdoppiamento della personalità di Sibilla adulta.

Quanto a Michele Placido, bravo come attore, è bravo anche come regista: e alcune sbavature e alcuni difetti marginali – specialmente lo stacco eccessivo fra la storia d’amore e lo sfondo dell’Italia in guerra, con quelle foto d’epoca che sanno un po’ troppo di documentario – non inficiano, a nostro parere, la validità dell’insieme.

Vorremmo vederne più spesso, di film come questo, sugli schermi dei nostri cinema. E che i critici super-intellettuali alzino pure le sopracciglia. Il problema, ammesso che vi sia, è tutto loro.

Già pubblicato su Arianna Editrice il 26/01/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 01 Agosto 2017

Del 15 Settembre 2020

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