lunedì, 20 Settembre 2021
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Un film al giorno:« Una ragione per vivere e una per morire »di Tonino Valerii (1972)

Il film di Tonino Valerii “Una ragione per vivere e una per morire” è un western ben costruito, con una bella fotografia e con una colonna sonora molto suggestiva, firmata da quel bravissimo compositore che è Riz Ortolani. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Per quale mai ragione il colonnello Pembroke (James Coburn), con quell’aria da duro – e non ne ha solamente l’aria, ma anche la stoffa – si è deciso a consegnare ai Confederati il Fort Holman, di cui era comandante, senza sparare un colpo di fucile?

Eppure il forte sorge in posizione praticamente imprendibile: un vero e proprio nido d’aquila arrampicato in cima a una montagna, circondato da un abisso di roccia che solo un uccello potrebbe raggiungere senza farsi notare. Le mura non consistono in una palizzata di tronchi d’albero, ma sono di solida pietra, quasi come quelle di un castello medioevale; le artiglierie tengono sotto tiro, implacabilmente, l’intera vallata sottostante; la guarnigione è numerosa e può disporre di abbondanti scorte di viveri e munizioni, che le consentono di resistere anche ad un assedio prolungato. Inoltre, le misure di sicurezza sono straordinariamente rigorose e ben calcolate. Esiste, sì, un sentiero che conduce in cima allo sperone montuoso: ma, giunto davanti alla spianata, s’interrompe al cospetto di un canyon che taglia la valle perpendicolarmente e che è scavalcato da uno stretto ponticello, battuto da venti incessanti, lungo il quale nemmeno una formica potrebbe avanzare senza far scattare immediatamente l’allarme.

Che cosa, dunque, tranne l’incapacità e la codardia, possono aver indotto Pembroke a darsi per vinto e ad aprire le porte ai Sudisti, cedendo loro, senza colpo ferire, una delle posizioni strategiche più importanti di tutto lo scacchiere di guerra del West, arrecando un danno gravissimo alla causa dell’Unione impegnata, all’Ovest, nelle sanguinose battaglie della guerra di secessione? Questo ha pensato la corte marziale che lo ha processato e lo ha condannato ad essere espulso, con disonore, dai quadri dell’esercito nordista. A nulla gli è valsa la sua fama di ufficiale energico e competente; e neppure la circostanza che suo figlio è caduto in guerra. E così Pembroke non solo è stato radiato dall’esercito per indegnità, ma anche spedito in un campo di internamento sotto l’accusa, gravissima, di alto tradimento.

Il colonnello, però, non è uomo da lasciarsi legare come un capretto e condurre al macello, inerme e rassegnato; è un uomo che ha risorse da vendere, e le adopera senza indugio per fuggire dal campo d’internamento. Ma a che vale lottare con tutte le proprie forze, quando il destino si è messo decisamente contro coloro che vuol perdere? Pembroke viene catturato e, per giunta, ingiustamente accusato di furto. Gettato in una cella, sotto la sorveglianza di un ufficiale che era stato suo collega e che, come tutti, lo giudica un infame traditore, questa volta per lui non esistono attenuanti: il plotone d’esecuzione è la sorte che, inevitabilmente, lo attende.

Eppure Pembroke è maledettamente coriaceo e, forse, il piombo per fucilarlo, o la corda per impiccarlo, non sono ancora stati fabbricati. Benché il suo ex collega non nutra alcuna simpatia e né provi la benché minima indulgenza nei suoi confronti, non può, tuttavia, restare insensibile alla proposta che  si sente rivolgere: la riconquista di Fort Holman. Una missione semplicemente impossibile, come è evidente a chiunque.

Ma, in fondo, perché non lasciare che l’ex colonnello faccia un disperato tentativo, dal momento che non chiede neppure uno squadrone di cavalleria né un solo pezzo d’artiglieria, ma soltanto di poter disporre di un pugno d’uomini decisi a rischiare il tutto per tutto?

Del resto, anche volendo, uomini da arrischiare in una simile impresa, totalmente folle, non ce ne sono: servono tutti all’Ovest, ove sono in corso le grandi carneficine di Gettysburg, Antietham, Chattanooga, Atlanta e Vicksburg, nelle quali la nuova, tremenda arma di sterminio di massa – la mitragliatrice – sta aprendo dei vuoti paurosi nelle file di entrambi gli eserciti; e la guerra si sta trasformando in una vera e propria guerra di esaurimento.

Tutto quel che si può dare a Pembroke, se proprio ci tiene tanto a farsi uccidere per riconquistare almeno un po’ di onore – è un manipolo di sette avanzi di galera che, condannati per gravi reati di vario genere, erano in attesa dell’impiccagione. Fra essi c’è anche un ladro di polli dalla corporatura gigantesca (Bud Spencer, alias Carlo Pedersoli), che non è – a differenza dei suoi compagni occasionali – un criminale incallito, ma un poveraccio spinto a rubare dalla fame; ed è proprio colui che aveva accusato il colonnello, provocandone l’arresto, in circostanze invero piuttosto curiose e sfortunate. Un po’ come ai marinai di Cristoforo Colombo, viene dunque offerta a quei condannati l’alternativa fra il capestro e l’arruolamento in una missione considerata pressoché suicida; e, ovviamente, scelgono tutti la seconda, ma con la segreta speranza (e nemmeno poi tanto dissimulata) di poter tagliare la corda alla prima occasione.

Pembroke, che non è un ingenuo, lo sa benissimo, così come si rende perfettamente conto di non poterli sorvegliare tutti da solo: se solamente volessero, potrebbero tagliargli la gola e voltare i cavalli alla prima occasione. Ed è per tale ragione che decide di giocare a carte scoperte. Poco dopo essersi messo in marcia, a cavallo, con quella specie di reparto di desperados, rinuncia a ogni precauzione e lascia gli uomini praticamente liberi di scegliere se seguirlo oppure no. Ma l’astuto ex ufficiale teneva nascosto un asso nella manica, e lo cala al momento giusto: fa balenare davanti a quei delinquenti la prospettiva di arricchirsi oltre ogni immaginazione. Afferma, infatti, che nei forzieri di Fort Holmann è custodito un autentico tesoro: una montagna di dollari di cui lui solo conosce l’esistenza e coi quali potranno rifarsi una vita, andandosene per sempre in qualche luogo ben lontano.

La prospettiva del denaro accende la scintilla della cupidigia negli sguardi di quei delinquenti, la feccia della società civile; nessuno di loro, però, è così pazzo da preferire la ricchezza alla vita, ed essi sanno bene che conquistare Fort Holman è semplicemente impossibile. Oltre alla guarnigione sudista, composta da non meno di cento uomini, agli ordini del maggiore Ward (Terry Savalas), sanno bene che il forte è protetto dalla sua inaccessibilità e dai sofisticati sistemi di allarme, che ne fanno un obiettivo irraggiungibile. Ma Pembroke è un diavolo d’uomo: teneva nascosto un secondo asso nella manica, e lo cala a sua volta: lui, e lui solo, conosce un sistema infallibile per aggirare le complicate misure di protezione e per introdursi all’interno del forte. Si tratta di scalare la parete rocciosa al sotto del ponte in legno che dà accesso alla fortezza, sfruttando la sua perfetta conoscenza del terreno e, soprattutto, avvalendosi dell’opera di uno di loro che, travestito da sudista, si presenterà al portone con tutti i documento in regola, e che farà in modo di distrarre le sentinelle durante l’arrampicata dei compagni.

Adesso quei sette malviventi, sfuggiti per un soffio alla corda del boia, cominciano ad essere tentati. La prospettiva di arricchirsi senza andare incontro a una morte certa, ma affrontando un rischio calcolato e sfruttando il fattore sorpresa, fa presa su di loro, abituati come sono a vivere pericolosamente. Sia pure attraverso forti dubbi, timori e incertezze, alla fine si convincono a seguire quel pazzo colonnello, accusato di viltà e tradimento.

Un’ultima cosa resta da definire: i rapporti di forza all’interno del gruppo. Una cosa è seguire quello strano ufficiale per una scelta volontaria e considerarlo un socio alla pari, o quasi, in una spericolata impresa d’affari; un’altra, e ben diversa, prestargli obbedienza riconoscendo il suo grado, come se fossero dei veri militari.

E il momento della verità non tarda a presentarsi, allorché quegli uomini duri e violenti, che in cuor loro non possono soffrire Pembroke, nel quale intuiscono un tipo umano ben diverso dal proprio, decidono di dargli una lezione. Messolo alle strette, lo provocano e poi lo minacciano con le armi, decisi a scoprire il suo gioco e a vedere di che pasta sia fatto e fino a dove sia disposti ad arrivare. Però lo hanno sottovalutato: l’ex colonnello non reagisce alla provocazione e, senza batter ciglio, si mette in ginocchio e raccoglie, uno ad uno, i fagioli fritti che si sono sparsi a terra, quando uno degli energumeni gli ha fatto volar via la pentola di mano.

Uno solo di quei sette non gradisce l’umiliazione che gli è stata inflitta e, al tempo stesso, ha l’intuizione che non sia affatto la paura ad averlo reso così remissivo: il ladruncolo barbuto, grande e grosso, chiamato Eli, che ora gli è diventato amico, perché sta imparando a stimarlo. Forse è la prima volta, in vita sua, che qualcuno lo ha trattato con lealtà, senza disprezzo. E poi, quella storia di introdursi a Fort Holman di soppiatto, per catturare sia la guarnigione che il tesoro, non gli è chiara: deve esserci qualche cosa sotto. Così come Eli non ha un animo incallito nel male come gli altri del “mucchio selvaggio”, allo stesso modo Pembroke non può essere quello che sembra: un pazzo che vuol farsi uccidere, solo per riscattare il suo onore di militare.

Ed è proprio così: Pembroke ha un segreto che si porta dentro, e delle ragioni tutte sue per voler tentare l’impresa, apparentemente senza speranza, di riconquistare il forte di cui era stato il comandante. Nessuno sa, infatti, che egli si era risolto a consegnare il forte al maggiore Ward sotto la pressione di un terribile ricatto: ottenere la salvezza per suo figlio, che era stato fatto prigioniero dai sudisti.

Per tale ragione, e non certo per viltà o inettitudine, aveva acconsentito a evacuare il forte, consegnandolo nelle mani dei nemici; ed era stato un sacrificio inutile, oltre che disonorevole, perché il cinico e crudele maggiore Ward non aveva rispettato i termini dell’accordo, e aveva fatto  ugualmente passare il ragazzo per le armi. Pembroke non aveva parlato con nessuno di quel dramma familiare, considerandolo una faccenda assolutamente privata; e non ne aveva fatto parola neanche davanti alla corte marziale, che lo aveva giudicato e condannato. A che cosa sarebbe servito, poi? In fondo, se anche lo avessero condannato a morte, gli avrebbero fatto quasi un piacere: orami non gli importava più di vivere.

Ma poi, ecco, qualcosa era cambiato nel suo animo stanco e scoraggiato. Gli era balenata in mente una valida ragione per continuare a vivere: vendicarsi di Ward; vendicare la morte del suo ragazzo; e, al tempo stesso, riparare all’errore commesso per debolezza paterna, recuperando il possesso di quel forte strategico. Il deposito d’oro esiste veramente, ma nulla gliene importa; per lui, è semplicemente l’esca che gli ha consentito di assicurarsi la collaborazione, interessata e non certo priva di rischi, di quel drappello di pendagli da forca. Di tutto quel gruppo di disperati, egli è l’unico a sentirsi, e ad essere, totalmente libero sia da timori che da speranze: se sarà ucciso avranno fine la sua pena e i suoi rimorsi; se riuscirà a farcela, potrà prendersi la sua agognata vendetta, Sia in un  caso che nell’altro, non avrà nulla da perdere.

Con un tale stato d’animo, che potremmo definire di tranquilla disperazione, Pembroke si accinge a tentare la sua audace impresa.

Per prima cosa, bisogna rifornirsi di armi e materiale vario, specialmente per l’arrampicata lungo il costone roccioso: e il minuscolo paese che sorge, isolato, ai piedi della montagna, è l’unico luogo dove possono fare acquisti, ma è abitato da una popolazione fieramente sudista. Gli otto uomini vi entrano un po’ alla chetichella, cercando di non dar troppo nell’occhio; ma un malaugurato incidente sta per tradirli, quando riescono a salvare la situazione con una trovata geniale: gridando e ballando come impazziti, si mettono ad annunciare la fine della guerra e la vittoria della Confederazione sudista. Dapprima increduli, poi travolti dalla felicità, gli abitanti si abbandonano a una gigantesca fiesta con musica, danze e ogni sorta di allegre follie. Per fortuna di Pembroke e dei suoi, evidentemente non c’è un telegrafo che possa smentirli.

È una scena piuttosto ben girata e al tempo stesso originale: commovente il contrasto fra l’esultanza di quei poveretti, che si scatenano in mille danze al suono della fisarmonica, e la lucida astuzia di quegli otto avventurieri che hanno trovato, in extremis, il modo di distrarre i sospetti e farla franca, sgattaiolando poi, in punta di piedi, con i cavalli e tutti i necessari rifornimenti.

Sia pure alla lontana, è una scena che ha qualcosa della malinconia dell’ultima notte di Troia, così come è narrata nei versi drammatici del II canto dell’Eneide di Virgilio. Ma, questo, lo spettatore lo pensa, perché sa come si sia conclusa, realmente, la guerra di secessione americana, nel 1865: con la resa del Sud e la sua totale devastazione, dalla quale non sarebbe mai più riuscito a riprendersi completamente.

Ora incomincia la parte più difficile dell’operazione.

Mentre Pembroke e altri sei si accingono a dare l’assalto alla parete verticale, inerpicandosi con delle funi ma badando a non fare il minimo rumore (anche il rotolare di una pietra potrebbe tradirli), Eli si presenta al portone di Fort Holman in perfetta tenuta sudista. Finge di essere un portaordini, mandato dal comando confederato con un dispaccio urgente per il comandante del forte, e viene introdotto nel suo ufficio. Lo accompagna un simpatico sottufficiale anzianotto, visiera bassa sul naso e pipa sempre stretta fra i denti, con una corta mantellina gettata sulle spalle: il sergente Spike (l’attore Georges Géret), una vecchia conoscenza del ladruncolo che però, per fortuna, pur avendo l’impressione di averlo già visto da qualche parte, non  riconosce.

Il forte, visto dall’interno, sembra ancor più un antico maniero e, in parte, una di quelle missioni spagnole che costellavano il Texas e il Nuovo Messico nel XVII e nel XVIII secolo. Le mura di pietra sono spesse, a prova di cannone; la sorveglianza è strettissima; la guarnigione si sente perfettamente al sicuro, senza perciò trascurare le più rigorose misure di sicurezza, come un meccanismo perfettamente collaudato.

Ed ecco il falso caporale sudista introdotto alla presenza del misterioso maggiore Ward. Quest’ultimo è in riunione con alcuni giovani ufficiali del suo stato maggiore, coi quali sembra in intima confidenza; impressione sgradevole, che si accentua allorché si volta per accendersi un sigaro, sfregando il fiammifero sulle parti intime di una scultura in pietra del caminetto, raffigurante un giovinetto nudo. È un uomo dalle maniere untuose, in cui si intuiscono coesistere la crudeltà più spietata e una estrema vigliaccheria, entrambe dissimulata dietro i modi rudi e sicuri del militare di carriera.

Dopo aver letto il falso messaggio, il maggiore ordina al sergente Spike di far ripartire il preteso caporale, subito dopo averlo fatto rifocillare. Ciò farebbe saltare il piano di Pembroke, poiché l’incursione nel forte è stata stabilita per il mattino dopo, con la complicità di Eli dall’interno di esso: è essenziale, quindi, per la riuscita del colpo di mano, che questi riesca a pernottare a Fort Holman. Mostrando una buona dose di sangue freddo, Eli afferma di essere esausto per aver cavalcato l’intera giornata e chiede rispettosamente, secondo il regolamento, di potersi riposare la notte, prima di ripartire; ma il maggiore, abituato a disprezzare la fatica altrui, lo accusa di essere un lavativo e gli nega il permesso. Disperato, non sapendo più a che santo votarsi, Eli tenta il tutto per tutto e “chiede rispettosamente” all’ufficiale il permesso di “fargli vedere le chiappe infuocate” dallo sfregamento sulla sella del cavallo; e, detto fatto, si slaccia la cintura, si volta di spalle e tira giù i pantaloni.

È un espediente quasi folle: ma funziona. Con una smorfia di disgusto, Ward ordina a Spike di levargli di torno quell’incredibile personaggio e di assegnargli un posto per dormire, assicurandosi che parta al più presto, il mattino seguente. Eli tira un sospiro di sollievo, ringrazia nelle dovute forme ed esce, accompagnato dal sergente; mentre il maggiore riprende la conversazione coi suoi giovani e piacenti sottoposti.

Spike accompagna Eli nelle camerate e gli trova una branda per coricarsi; non senza avergli domandato, prima di andarsene, se per caso non si siano già visti, in qualche altra circostanza: al che, l’altro nega recisamente. Intanto, senza averne l’aria, Eli si guarda intorno e  cerca di imprimersi nella memoria tutti i particolari che possano tornargli utili. Ma c’è poco da fare, si rende subito conto di trovarsi all’interno di una fortezza munitissima; e, in caso di attacco, un sistema d’allarme è pronto a scattare, facendo accorrere l’intera guarnigione, in men che non si dica, ai posti di combattimento.

Più tardi, accompagnando Spike nel suo giro d’ispezione, Eli ha modo di constatare quanto sia ben custodito anche il ponte che scavalca il burrone, in cima alla montagna; ma scorge anche i suoi compagni che si stanno avvicinando alla sommità e, di nuovo, salva la situazione, distraendo il sergente Spike e la sentinella, appena in tempo per evitare che Pembroke e gli altri vengano scoperti.

Il mattino seguente, però, le cose non vanno come era stato previsto. Infatti, al forte è giunto un vero messaggero del comando confederato; e, così, il maggiore Ward ha scoperto che Eli è un impostore, probabilmente una spia nordista. Ordina pertanto che sia chiuso a chiave in una stanza, in attesa di poterlo interrogare con comodo; ma il precipitare degli avvenimenti farà sì che tutti, al forte, si dimentichino di lui per qualche ora.

Dopo fatiche e pericoli tremendi, Pembroke e gli altri sono giunti in cima alla montagna e fanno irruzione proprio nella galleria ove è custodito il tesoro. Ma l’allarme scatta, e decine di soldati sudisti, imbracciate le armi, cominciano ad accorrere, pur non comprendendo ancora cosa sia accaduto. In breve, gli intrusi sono scoperti e attaccati; ma, nel corso di una sparatoria violentissima, riescono ad avere la meglio sul primo gruppo di avversari. Dopo di che, aprendosi la strada a forza di dinamite, penetrano, assolutamente inaspettati, all’interno del forte; mentre la sirena, con ossessionante monotonia, chiama i difensori a raccolta. La banda degli avventurieri si è frattanto impadronita di una mitragliatrice, poi di una seconda: e ha così inizio un gigantesco, spaventoso massacro.

Presi completamente alla sprovvista, i soldati sudisti cadono sotto quella tempesta di fuoco che si abbatte su di loro, non si sa bene da dove. I cadaveri si ammucchiano a terra, sempre più numerosi; mentre anche gli uomini di Pembroke, uno dopo l’altro, cadono a loro volta, colpiti dalle fucilate o trafitti dalle baionette. L’ex colonnello nordista, simile a un demone vendicatore, si getta in quell’inferno con la determinazione e la ferocia di un angelo della morte: l’energia lungamente compressa si scatena, è arrivato il momento della resa dei conti. Si tratta di una sequenza memorabile, epica, che contrasta con i tempi lunghi della parte precedente, dilatati in maniera innaturale sul modello dei western di Sergio Leone.

Frattanto anche Eli, finalmente, è riuscito a evadere dalla sua prigione. Mentre armeggiava con un ferro per forzare la serratura, l’esplosione del deposito delle munizioni provoca un forte spostamento d’aria che gli rovescia addosso la porta. Adesso è libero; e, mentre nessuno più si ricorda di lui, raggiunge il cortile e si unisce ai suoi compagni scatenati, mettendosi a sua volta a sparare con una mitragliatrice e fornendo un valido aiuto a Pembroke, che si sta battendo come un demonio.

Fort Holman è, ormai, una rovina; tra le macerie fumanti non si aggirano più che pochi soldati con l’uniforme grigia. Anche il sergente Spike è caduto sotto quella gragnola di proiettili; l’inseparabile pipa gli è scivolata dalle labbra, e il vecchio soldato ha reclinato la testa per sempre. Anche gli attaccanti hanno perso la vita nel loro assalto temerario; l’ultimo, che aveva rivolto la sua arma contro Pembroke, è liquidato dallo stesso Eli, che ormai si è affezionato all’ex colonnello. E questi, implacabile, grida a gran voce a Ward di uscire e di affrontarlo a viso aperto.

Siamo arrivati alla stretta finale. Uno dei giovani ufficiali sudisti si slancia nel cortile, con la pistola in pugno, invano trattenuto dal maggiore; e cade crivellato. Nel forte ormai deserto, irriconoscibile, popolato ormai solo da innumerevoli cadaveri, finalmente Ward esce allo scoperto e rifiuta di battersi, poi getta la sciabola ai piedi del suo nemico, fidando nel fatto che questi non oserà infierire su un uomo disarmato, che gli si è arreso.

Per un lunghissimo momento, i due mortali avversari sono fronte a fronte: Pembroke ha puntato la sua sciabola alla gola del maggiore; esita per un attimo; poi, gridandogli: “Questo è per mio figlio!”, gliela immerge in profondità. Anche questa è una scena epica, che ricorda il duello finale di Enea contro Turno: allorché l’eroe troiano, visto il balteo di Pallante sulla spalla del suo nemico, lo trafigge, esclamando che è Pallante a dargli il colpo di grazia.

La missione è compiuta: il figlio di Pembroke è vendicato; Fort Holman è stato espugnato; e il tesoro è tutto di Eli, che se lo è meritato. Al colonnello non interessa affatto il denaro; non interessa più niente: quel che doveva fare, è riuscito a farlo, anche se il prezzo pagato, in vite umane, è stato terribile. E così si allontana lentamente, camminando fra mucchi di cadaveri e macerie annerite, in mezzo al fumo che si leva dagli incendi.

Ora, forse, potrà riconciliarsi con se stesso: ma, per poterlo fare, ha dovuto gettarsi quasi nella bocca della morte, e dimostrare a se stesso che non ne aveva alcuna paura.

Il film di Tonino Valerii Una ragione per vivere e una per morire è un western a nostro avviso ben costruito, con una bella fotografia e con una colonna sonora molto suggestiva, firmata da quel bravissimo compositore che è Riz Ortolani. Una musica che rimane impressa a lungo nella mente dello spettatore, anche dopo che lo spettacolo è finito.

La sceneggiatura è firmata dal regista, insieme a Ernesto Gastaldi e a Rafael Azcona, su soggetto dello stesso Gastaldi e di Valerii. I dialoghi sono convenzionali, di genere, tuttavia lapidari ed efficaci. Memorabile la battuta del protagonista nell’infuriare della mischia, quando si tratta di far saltare un muro con la dinamite, sotto il fuoco della fucileria sudista: a un compagno terrorizzato, che teme di finire in briciole nell’esplosione, dice con maschia indifferenza: «Tu ci tieni a vivere? Io, no». E accompagna le parole con quella grinta beffarda, che il suo pubblico aveva ammirato, l’anno prima, in un altro western memorabile: Giù la testa di Sergio Leone, in cui Coburn – nei panni di un rivoluzionario irlandese esperto in esplosivi e lacerato, anche lì, dai sensi di colpa per  un dramma familiare – era stato co-protagonista, assieme all’ottimo Rod Steiger.

Le risorse impegnate per la realizzazione sono state imponenti, tanto è vero che si è trattato di una co-produzione di ben quattro Paesi: Italia, Repubblica Federale Tedesca, Francia e Spagna. La pellicola ha una durata di quasi due ore (per la precisione, 118 minuti), anche perché, come si è detto, prima della battaglia finale i tempi sono molto dilatati e le sequenze lunghissime, quasi al rallentatore.

Gli attori sono ben scelti e tutti bravi.

James Coburn, con la sua maschera virile da lucido disperato, è superlativo; e anche gli altri membri del “mucchio selvaggio” sono all’altezza della situazione. Teddy Savalas impersona un ufficiale vile e pervertito, in maniera molto credibile; Georges Gèret è un vecchio soldato che non si fa illusioni; e Bud Spencer, che non fa a pugni e che spara solo nel finale, non con la pistola ma con la mitragliatrice, è quasi una rivelazione. Nei panni di un piccolo delinquente che conserva la sua umanità e si redime, crescendo moralmente nel corso di un’impresa quasi impossibile e nella quale, forse, è l’unico (oltre al capo) a non inseguire unicamente il miraggio del denaro, risulta sobrio e decisamente efficace.

Mancano le donne: eppure il film regge bene, senza sbadigli. Anche questa, perciò, è stata una scelta coraggiosa da parte del regista, una scelta anticonvenzionale. Beninteso, la presenza femminile è sempre un elemento importante; non però indispensabile, almeno nel genere western; e, a dirla tutta, non se ne può più di bellone messe lì al solo scopo di accalappiare il pubblico maschile, anche se non hanno alcun ruolo da svolgere e se si riducono a fare da tappezzeria o, magari, a esibire qualche procace nudità.

Il film, al solito, è piaciuto al pubblico, ma è stato accolto con gli abituali mugugni dai nostri critici  un po’ spocchiosi, che in questi casi non perdono l’occasione di mostrare la puzza sotto il naso. Peggio per loro. Il cinema va avanti lo stesso, anche se i Solone della critica d’autore non gradiscono certi prodotti che sono, a loro dire, di basso profilo artistico.

Quanto al regista, Tonino Valerii, nato a Montorio al Vomano, in provincia di Teramo, nel 1934, aveva esordito nel 1966 con un altro western all’italiana, Per il gusto di uccidere; e un altro ancora, più riuscito, lo avrebbe girato nel 1973: Il mio nome è nessuno, con Terence Hill (quasi a bilanciare la presenza di Bud Spencer nel precedente).

 L’Enciclopedia Garzanti del cinema (edizione 2004, vol. 2, p.1.183,) lo definisce, piuttosto velenosamente,

“(…) un buon artigiano di opere commerciali che per tutta la carriera  dirige correttamente secondo i crismi dell’action-movie destinato alla cassetta.”

E il Mereghetti, a proposito di Una ragione per vivere e una per morire, sentenzia:

“Ambiziosa, e ricca, co-produzione che punta in alto (il tema della “sporca dozzina”, i tempi morti di Leone, la carneficina finale del Mucchio selvaggio) ma non trova mai una vera chiave registica per superare i facili stereotipi del western all’italiana.”

Ma il pubblico non l’ha pensata così, dato che gli ha tributato un buon successo in termini di presenze.

E noi, una volta tanto, ci sentiamo molto più vicini al giudizio del pubblico che a quello dei signori critici.

La chiave registica c’è, e funziona: è tutta giocata sul contrasto fra le motivazioni di Pembroke, che arde dal desiderio di vendetta, e quelle dei suoi compagni, i quali (con la sola eccezione di Eli), pensano solo ai quattrini; ma che sono disposti, l’uno e gli altri, a scendere fino all’inferno pur di realizzare i loro desideri.

Già pubblicato su Arianna Editrice il 10/02/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Agosto 2017

Del 15 Settembre 2020

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