martedì, 22 Giugno 2021
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Crivellato di colpi a tradimento muore l’uomo Zapata e nasce il mito

Crivellato di colpi a tradimento muore l’uomo Zapata e nasce il mito. Chi non ricorda l’ultima drammatica sequenza del film del 1952 Viva Zapata! girato nel ’52 dal regista americano Kazan e interpretato da un giovane Brando. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Chi non ricorda l’ultima, drammatica sequenza del film, girato nel 1952, Viva Zapata!, girato nel 1952 dal regista americano Elia Kazan e interpretato da un giovane Marlon Brando, nei panni del protagonista?

L’eroe dei poveri peones, che da nove anni guida la loro lotta per il riscatto sociale, contro tutto e contro tutti – Porfirio Diaz, Francisco Madero, Victoriano Huerta, Venustiano Carranza -, al grido di Tierra y libertad! e deciso a far rispettare la sua riforma agraria, sancita dal Plan de Ayala, è stato attirato con l’inganno in una hacienda da un ufficiale federale, il colonnello Jésus Gujardo, che, fingendo di voler disertare dall’esercito di Carranza, ha promesso al Presidente la testa del famoso rivoluzionario.

E adesso Zapata è lì, in sella al suo magnifico cavallo roano, solo e senza scorta, che se ne va a testa alta incontro al suo destino; mentre, a un cenno del traditore, decine di soldati federali, che si tenevano acquattati dietro i tetti e i balconi del patio, si affacciano con le carabine puntate e aprono un fuco d’inferno contro quell’uomo che avanza, tranquillo e fiducioso. Crivellato di colpi da una scarica che avrebbe spazzato via un reggimento, Zapata non ha neanche il tempo di estrarre la pistola e cade giù di sella, nella polvere, per non più rialzarsi.

Per quanto la sequenza possa sembrare esageratamente  scenografica e quasi artificiale, essa è sostanzialmente esatta dal punto di vista storico. La fine di Zapata avvenne proprio così, nella fattoria di Chinameca, presso il fiume Cuautla, il 10 aprile del 1919.

Poi, il cadavere di Zapata venne trasportato a dorso di mulo fino a Cuautla, sede del quartier generale di Pablo Ganzalez, ed esposto per un giorno su un rozzo catafalco di legno, in modo che tutti gli abitanti, le donne, i peones, potessero vederlo e convincersi che era morto. Ma non  bastava ancora. Gonzalez fece spiccare la testa dal busto e la fece condurre per i villaggi del Morelos, la culla della rivoluzione zapatista, affinché tutti potessero vederla.

Scrive Edgcumb Pinchon nel suo bel libro Zapata, l’invincibile (titolo originale: Zapata, the unconquerable; traduzione italiana di Letizia Berrini Pajetta, Milano, Feltrinelli, 1956, 1970, p. 284):

“A Pablo Gonzales, nel suo quartier generale di Cuautla, arrivò il laconico messaggio: «Vi porto Zapata – Guajardo».

“La mattina dopo, alla testa dell’intero distaccamento di ‘disertori’, Zapata arrivò – gettato sul dorso di un mulo.

“Per un giorno il suo corpo, come voleva la tradizione, fu esposto su un rozzo catafalco nella plaza di Cuautla. E mentre le donne indios in lacrime agitavano riverenti sopra di lui rami di palma – i rami di palma della vittoria – per tenere lontane le mosche, un’enorme processione silenziosa di peonese di campesinos color bronzo, il viso amaro, le teste scoperte, e di donne avvolte nel rebozogli passarono acanto, facendosi il segno della croce.

“Superstiziosamente ognuno osservava che mentre l’abito vivace del caudillo era punteggiato di buchi neri e macchiato di sangue, il suo viso era intatto e calmo.

“Verso il tramonto una donna india [in realtà, la giornalista francese di origine romena Hélene Pontipirani, ammiratrice di Zapata e, in seguito, sua amante], abbandonando al suo destino un cavallo grondante di sudore ai margini della folla, si fece strada fino al catafalco, si fermò un momento facendosi il segno della croce come gli altri, poi fece un passo avanti e, chinandosi, baciò le calme, ironiche labbra,

“La folla andava aumentando e aumentando. Le strade attorno alla piazza erano ostruite. Pablo Gonzales incominciò a sentirsi inquieto e ordinò che il corpo fosse ritirato.

“Con qualche difficoltà la bella testa fu tagliata dalle spalle poderose. Il corpo fu sotterrato frettolosamente nel cimitero locale. Poi la testa sola, legata al basto di un mulo, fu mandata sotto forte scorta per essere mostrata attraverso tutto il Morelos – per convincere così un popolo che non poteva crederlo che Zapata, l’Invincibile, era morto.”

Carranza, adesso, era soddisfatto: la taglia di centomila pesos che aveva messo sulla testa del suoi odiato avversario, finalmente era stata intascata; e ormai tutto il Messico meridionale, così pensava, si sarebbe docilmente sottomesso.

Invece si sbagliava, perché il movimento zapatista  riuscì a superare il trauma della morte del suo capo carismatico e a continuare strenuamente la lotta, fino a quando i presidenti Plutarco Elias Calles e, soprattutto, Lazaro Cardenas recepirono, nella nuova legislazione messicana, il nucleo del Piano di Ayala e misero in atto la riforma agraria per la quale Emilianio Zapata aveva lottato ed era, infine, caduto.

Questo, egli lo aveva sempre saputo: sapeva  che gli haciendados – e, con loro, gli uomini politici di Città del Messico, che ne erano l’espressione – lo odiavano troppo per accogliere le sue richieste; ma sapeva anche che, dopo di lui, i contadini poveri avrebbero visto la  nascita di una società nuova, basata su principi di equità e di giustizia. Tale convinzione assumeva in lui il sapore di una profezia: Zapata sapeva che ai peones non sarebbe stata resa giustizia finché lui fosse stato in vita; e, in questo senso, la raffigurazione di Zapata come di un Messia che si sacrifica per la salvezza del suo popolo, realizzata dal famoso (e discusso) pittore messicano Diego Rivera, non appare del tutto fuori luogo ma, anzi, come espressione di una profonda consapevolezza del proprio ruolo storico da parte del caudillo del Morelos.

Il movimento rivoluzionario aveva toccato l’apice nel dicembre del 1914, allorché i due capi popolari più amati, Pancho Villa ed Emiliano Zapata, avevano occupato congiuntamente la capitale. Città del Messico, costringendo Carranza a fuggire a Veracruz e il maggior capo militare costituzionalista, Alvaro Obregon, a ritirarsi con il suo esercito a Puebla.

Erano state giornate indimenticabili e festose, quando la variopinta armata rivoluzionaria del Nord e quella del Sud avevano fatto il loro ingresso nella città di Montezuma e i ricchi borghesi, stupefatti, avevano visto non già un’orda di bandidos e di desperdos abbandonarsi ai saccheggi e agli stupri, ma impostare rapporti molto corretti con la popolazione, rispettare la proprietà privata, tenere perfettamente sotto controllo l’ordine pubblico.

Tuttavia, i convenzionalisti non erano riusciti a mettersi d’accordo nella designazione di un nuovo presidente da contrapporre a Carranza, e proprio in quei giorni di trionfo militare, con decine e decine di treni che portavano uomini, cavalli e armamenti verso la capitale, era apparsa evidente la debolezza politica del movimento rivoluzionario, a dispetto del suo radicamento sociale. Sia Villa che Zapata erano capi tipicamente regionalisti; regionale era la loro base di consenso – il Chiuhuahua per il primo, il Morelos per il secondo – e regionalistica la loro mentalità. Benché, a un certo punto, le forze di Zapata avessero controllato il principale porto messicano sul Pacifico, Acapulco, venendo a contatto con importanti gruppi finanziari e commerciali internazionali, né Villa né Zapata ebbero mai una visione realmente nazionale dei problemi e, inoltre, si dimostrarono poco abili nel gestire i successi militari a livello politico.

Scrive ancora Edgcumb Pinchon (Op. cit., pp. 265-266):

“(…) il 10 dicembre 1914 il charro del Nord e il charro del Sud entrarono insieme a Città del Messico in un corteo trionfale; mentre, anche se le ‘classi superiori’ sprangavano le porte delle loro dimore simili a fortezze, una folla enorme di umile gente si accalcava lungo il Paseo de la Riforma per tutta la sua lunghezza, da Chapultepec all’Alamdea, facendo salire al cielo il risonare del loro grido di gioia:  «Viva Villa!», «Viva Zapata!». Un momento meraviglioso – e drammatico. Dopo quattro anni di combattimenti le armate contadine del Messico, al grido di Tierra y libertad, marciavano vittoriosamente, forti di un centinaio di migliaia di uomini, dentro la capitale.

“Ora per un istante, tra l’incessante rimbombo dei tamburi, lo squillare delle fanfare, l’urlare rauco dei corni di guerra, il Messico in parata. Dietro ai caudillos e alle loro scorte marciavano unità provenienti da quasi tutti gli Stati dell’Unione: i forti cavalieri di Chihuahua, non molto diversi dai cow-boys americani, con i loro sombreros del Texas e i calzoni di fustagno; i selvaggi Yaquis calzati di sandali, delle montagne di Sonora, che battevano un tam-tam indiavolato sui loro antichi tamburi di guerra; alti Tarascani di Michoacàn, vestiti di cotone, sottili, con il naso adunco, su alti ossuti cavalli; snelli, agili uomini color caffè del Morelos e del Guerrero,, con i loro abiti bianchi simili a pigiama e con i sombreros a ruota – il nerbo della famosa cavalleria di guerrillas di Zapata; indiani Tarahumare dal viso duro e dalle magnifiche figure delle montagne del Durango, per natura i più degli atleti del mondo; uomini tozzi, dall’aspetto poderoso, dei distretti minerari della Sierra Madre – i temuti dinamiteros dell’esercito di Villa; i tarchiati Oaxacano con la bella fronte e gli occhi intelligenti; i sottili, allegri, eleganti Tehuantepecanos. Passavano e passavano, uomini dell’altopiano settentrionale, battuto dai venti, uomini delle basse ‘terre bruciate’, uomini delle montagne, dei deserti, delle giungle – un mosaico del mezzo centinaio di razze, civiltà, lingue diverse del Messico, con volti che spesso evocano terre remote, antiche civiltà – Mongolia, Egitto, Etiopia, Malesia –  -e che erano ora, per la prima volta, un popolo solo – un popolo in armi che marciava dietro due uomini del popolo… due uomini che non sapevano più che cosa fare

“Ancora una vola sembrava che la rivoluzione avesse trionfato. Ma non era così. La poderosa armata di Obregon era ancora a Puebla. L’autonominatosi ‘capo del potere esecutivo’ [cioè Carranza], ben visto alla Casa Bianca, aveva stabilito il proprio governo a Vera Cruz. Tanto Pancho Villa che Emiliano Zapata – tipici regionalisti senza alcuna esperienza egli affari di portata nazionale – non solo rifiutavano qualsiasi carica politica, ma si sentivano impreparati a qualsiasi cosa che non fosse il provvedere una temporanea difesa per la formazione di un governo rivoluzionario.  Ma non apparve nessuno che avesse i requisiti richiesti per un presidente. Sopra il Palacio Nacional pendeva una malinconica insegna: «Cercasi uomo onesto».

“Di nuovo, come a Aguascalientes, la fora della rivoluzione, divisa in due opposte potenti fazioni, restava sterile, incapace di giungere a una conclusione costruttiva.

“Una settimana o due e il realistico Zapata, rattristato sia dal modo turbolento e disordinato con cui Pancho Villa dirigeva le cose, sia dall’evidente impossibilità di formare un governo genuinamente rivoluzionario da opporre all’esercito di Obregon, decise che il suo posto era sul campo di battaglia. Attaccata e presa Puebla, la presidiò solidamente e si ritirò nel Morelos ad aspettare la piega che gli avvenimenti avrebbero preso. Una volta ancora, era stato un tragico trionfo…

Nella primavera-estate del 1915, mentre Villa stenta a varare efficaci riforme che gli consentano di concretizzare sul piano del consenso interno i successi militari conseguiti, le forze costituzionaliste organizzano metodicamente e sferrano, con notevole abilità strategica, una serie di poderose controffensive, che spezzano la superiorità della mitica cavalleria villista. Alvaro Obregon, generale di gran classe, ha studiato e fatto proprie le nuove tecniche della guerra di trincea che proprio in quei mesi, sui fronti della prima guerra mondiale, hanno impresso un carattere nuovo e sorprendente alle operazioni militari in Europa. In particolare, egli ha compreso la terribile efficacia del binomio filo spinato-mitragliatrice; e, inoltre, quella di una efficacia preparazione di artiglieria. Spirito freddo, metodico, calcolatore, Obregon è un uomo che sa attendere, mentre l’impetuoso Villa preferisce giocarsi la partita in un grande assalto di cavalleria “vecchio stile”.

E perde.

Le operazioni che culminano nella battaglia di Celaya, fra il 6 e il 15 aprile del 1915, costituiscono, da parte dell’esercito di Obregon, una autentica manovra da manuale. Dapprima esso avanzò verso Città del Messico, tenuta dai villisti; era solo una finta, ma Villa la prese sul serio e uscì con tutte le sue truppe dalla capitale, temendo di restare intrappolato dentro le sue mura, dove i suoi famosi cavalieri non avrebbero avuto alcuna libertà di manovra. Attiratolo così in campo aperto, Obregon lo seguì per qualche tempo, giocando a rimpiattino a ovest della capitale; finché Villa, ansioso di venire a una decisione e ignorando i saggi consigli del generale Felipe Angeles, decise di dare battaglia il più presto possibile, lanciando la famosa cavalleria dei suoi dorados alla carica delle posizioni nemiche organizzate a difesa, una ondata dietro l’altra.

Ecco come lo storico Manuel Plana ha ricostruito quelle drammatiche giornate di aprile 1915, nel suo libro Pancho Villa e la rivoluzione messicana (Firenze, Gruppo Editoriale Giunti, 1993, 1994, pp.  84-85:

“Il primo grave colpo al dominio di Villa sul piano militare avviene nella primavera-estate del 1915; alla sconfitta militare segue il crollo dell’amministrazione di Chihuahua a causa della rapida svalutazione della moneta e delle difficoltà incontrate per attuare un programma di riforme maturato troppo tardivamente; infine, sul piano internazionale, la decisione del presidente degli Stati Uniti Wilson di riconoscere  de facto, il 19 ottobre dello steso anno, il governo provvisorio di Carranza, apre la strada alla definitiva sconfitta politica di Villa.

“Lo scontro decisivo tra i due principali schieramenti rivoluzionari, quello cioè di Pancho Villa e quello dei costituzionalisti volgerà a favore dei secondi soprattutto per l’abilità dimostrata da colui che guida la macchina militare di Carranza: Alvaro Obregon.

“Nei primi mesi del 1915 Obregon riesce, nonostante gli uomini di Zapata operino nei distretti attorno alla capitale, a mantenere il controllo della linea ferroviaria che congiunge Veracruz al centro del Paese e, contando sull’appoggio logistico delle retrovie, decide di sferrare l’attacco contro Villa nelle zone pianeggianti dello Stato di Guanajuato.  Lo scontro dura tre mesi. Si svolgono due battaglie nei dintorni di Celaya in aprile, mentre per tutto il mese di maggio si combatte a Leon; la battaglia finale ha luogo ad Aguascalientes  ai rimi di luglio.

“Dinanzi all’imminente apertura di questo fronte di guerra,  alla fine di marzo Villa aveva ordinato il ritiro delle sue brigate che minacciavano la zona petrolifera attorno a Tampico, lasciando via libera in questa regione alle forze di Carranza.

“Le operazioni militari si possono brevemente riassumere ricordando  che Obregon si attesa nella città di Celaya con circa 11.000 uomini, assicurandosi in tal modo la linea di rifornimenti da sud. Il generale Felipe Angeles, da parte sua, consiglia di attendere che Obregon avanzi verso nord, ma Villa, che  si trova a Torreon, preferisce andargli incontro, sicuro di sconfiggerlo vista la sua indiscussa superiorità numerica. Negli scontri che hanno luogo intorno a Celaya le cariche della cavalleria di Villa si rivelano poco efficaci e nelle due battaglie combattute  a distanza di pochi giorni i feriti si contano a migliaia.

“A Celaya nel 1915 gli eserciti di Villa e quelli di Obregon si affrontano una prima volta il 6 e il 7 aprile e una seconda dal 13 al 15 dello stesso mese. Gravi furono le perdite subite dall’esercito di Villa: circa 4.000 morti tra cui almeno cinque generali e oltre cento ufficiali, più di 5.000 feriti e 6.000 prigionieri. Nelle mani dei costituzionalisti caddero anche un migliaio di cavalli e una trentina di cannoni di grosso calibro.

Al di là dell’arido bilancio di morti e feriti, l’importanza dello scontro, gli aspetti psicologici dei due contendenti e le rispettive tattiche sono efficacemente sintetizzate dalle parole dello scrittore Martin Luis Guzman, tratte dal romanzo L’aquila e il serpente (1928).

“«La tattica di Obregon – scrive Guzman – consisteva soprattutto nell’attirare in una zona il nemico, obbligandolo ad attaccare, per fargli perdere coraggio e forza, per dominarlo e annientarlo nel momento in cui la sua superiorità materiale e morale escludeva il rischio della sconfitta.  Forse Obregon non sarebbe mai riuscito a compiere nessuna delle sue brillanti imprese  che avevano reso famoso Villa: non aveva l’audacia  e la genialità di quest’ultimo. (…) Ma Obregon sapeva accumulare mezzi e aspettare, sapeva scegliere il terreno dive il nemico si sarebbe trovato in posizione svantaggiosa, e sapeva assestare il colpo di grazia agi eserciti quando erano irreparabilmente compromessi. Prendeva sempre l’offensiva; ma la prendeva con metodi difensivi».

L’impatto psicologico della sconfitta è enorme, al punto che alcune brigate delle zone circostanti abbandonano lo schieramento di Villa. Gli scontri proseguono e Obregon, che nel frattempo perde un braccio – di qui il soprannome di ‘monco di Celaya – , il 10 luglio attacca Aguascalientes obbligando Villa a ritirarsi verso nord. Alla fine di settembre, questi è costretto ad abbandonare il Nordest e Torreon. Questa città diventa così un caposaldo per l’attacco finale che i costituzionalisti di Carranza si apprestano a sferrare su Chihuahua.”

Sbarazzatosi di Villa grazie alle strepitose vittorie militari di Obregon, Carranza poté concentrare tutte le sue forze nel Sud, contro l’armata contadina di Emiliano Zapata. Al comando di essa mise il generale Pablo Gonzalez, il quale, nonostante la schiacciante superiorità numerica e tecnica di cui disponeva, riuscì a occupare gran parte del Morelos, ma non a spezzare la resistenza zapatista né a indebolire la volontà di lotta dei contadini poveri del Messico meridionale. Per altri quattro anni le operazioni si trascinarono senza portare ad alcun risultato decisivo: Zapata aveva perso l’iniziativa strategica e non era più in grado di minacciare la capitale, ma neppure le forze di Carranza erano in grado di aver ragione dell’armata contadina del Morelos.

Nell’esercito di Gonzalez militava un ufficiale di cavalleria noto per la sua abilità e il suo coraggio, ma anche per le sue sregolatezze: il colonnello Jesùs Guajardo, comandante del 50° Reggimento. Nel marzo del 1919 vi era stato un grave incidente fra i due, allorché Guajardo era stato arrestato e gettato in prigione dal suo superiore, con l’accusa di insubordinazione. La cosa era seria, anche perché Guajardo doveva comparire, oltre anche davanti alla corte marziale, anche davanti a un tribunale civile, sotto  l’imputazione di aver violentato una ragazza sedicenne di buona famiglia. Umiliato nel suo orgoglio di ufficiale di carriera, disperato all’idea di venire condannato per insubordinazione e, forse, tradimento, oltre che per stupro, Guajardo era in uno stato d’animo di estrema fragilità allorché il suo superiore, Pablo Gonzalez, gli lasciò intendere che esisteva un’alternativa alla probabile condanna al plotone d’esecuzione: catturare l’inafferrabile Zapata, rendendo così un servigio inestimabile al governo di Carranza. Un servigio che gli avrebbe fatto intascare la taglia che pendeva sul capo del rivoluzionario e che avrebbe risolto in un colpo solo tutti i suoi problemi con la giustizia, sia militare che civile.

La cosa era nata così.

Dopo aver saputo dell’arresto e della carcerazione di Guajardo, Zapata, che era a corto di munizioni e che già altre volte aveva potuto ingrossare il suo piccolo esercito grazie alla defezione di alcuni ufficiali dell’esercito federale, disgustati a vario titolo dei propri superiori, aveva scritto un biglietto, in data 21 marzo, invitandolo a passare dalla sua parte. Ma la missiva non venne recapitata a Guajardo, bensì direttamente a Gonzalez, il quale ebbe l’idea di sfruttare la circostanza per servirsi di Guajardo come di un sicario che avrebbe potuto liberarlo per sempre di Zapata, sfruttando l’occasione favorevole.

Scrive lo storico americano John Womack junior nel suo libro Morire per gli indios. Storia di Emiliano Zapata (titolo originale: Zapata and the Mexican Revolution, 1968; traduzione italiana di  Margherita De Donato, Milano, Arnoldo Mondatori Editore, 1973, 1977, pp. 305-309):

“Alla fine di marzo a Cuautla, con in mano la lettera di Zapata inviata a Guajardo, Gonzalez diede il via al suo piano. Per prima cosa cercò di sondare Carranza, poi, quando ebbe ottenuto la sua autorizzazione, ordinò che Guajardo fosse liberato e rimandato al quartier generale di Cuautla dove nel corso di una scena umiliante avvenuta nella sala da pranzo degli ufficiali, gli impartì le sue istruzioni. Quella sera, dopo averlo fatto aspettare fuori della porta per tutta la durata del pranzo, al momento di prendere il caffè ordinò che fosse fatto entrare; chiese agli altri ufficiali e agli ospiti di lasciarli soli, poi, con molta calma accusò il suo collaboratore di essere non solo uno sporco ubriacone, ma anche un traditore! Come prova gli mostrò la lettera di Zapata! Ancora venticinque ani dopo Gonzalez ricordava ridendo lo sbalordimento di Guajardo. In quel momento egli dovette certo egli dovette aver visto non solo tutta la sua carriera, ma la sua vita stessa ingiustamente finita. Guajardo era stato sempre orgoglioso delle sue doti militari; andare in prigione lo aveva veramente molto addolorato, e la disgrazia e l’accusa che lo colpirono in quel momento furono un dolore insopportabile. Gonzalez lo ridusse in lacrime prima d’impietosirsi e di spiegargli il suo piano. Ridotto all’impotenza, Guajardo accettò e rispose alla lettera di Zapata. Se Zapata gli avesse promesso delle garanzie, egli lo avrebbe raggiunto con i suoi uomini e i rifornimenti al momento giusto.

“Cominciarono gli approcci. Il 1° aprile Zapata scrisse di nuovo, gradevolmente sorpreso dalla rapida adesione di Guajardo. La stima che egli esprimeva per le ‘convinzioni’ e i ‘fermi propositi’ di Gaujardo andava al di là della rituale adulazione. Vi era qualcosa di energico e una sfumatura temeraria nell’ufficiale nazionalista, e ciò attrasse la simpatia di Zapata. Propose a Guajardo di preparare la sua rivolta per il venerdì successivo, 4 aprile. La prima cosa che gli chiedeva era di arrestare e di tenere a disposizione di una corte marziale rivoluzionaria quegli undici zapatisti amnistiati che avevano aiutato i nazionalisti a sopprimere i loro ex camerati, Victoriano Barcenas e la sua banda che in quel momento si trovavano a Jonacatepec. Guajardo gli risposte immediatamente, promettendo di fare onore alla sua riputazione, ma avanzando una scusa plausibile per un ritardo di qualche giorno. Un carico di ventimila cartucce delle quali aveva bisogno per ribellarsi doveva arrivare a Cuautla fra il 6 e il 10 aprile. Non disse, però, che Gonzalez, in quel momento a colloquio con Carranza nella capitale, sarebbe arrivato insieme alle munizioni: Guajardo probabilmente aveva paura di agire in assenza del suo capo.

“Zapata rispose a sua volta cortesemente, ma insistendo che era meglio non aspettare così tanto. Mandò un suo aiutante, Feliciano Palacios, di Chiinameca, al quartier generale di Guajardo, per fargli un rapporto generale sui progressi delle trattative. Palacios non riscontrò nulla di sospetto, e assicurò Zapata di aver trovato Guajardo «euforico e deciso». Aveva ai suoi ordini più di cinquecento uomini, riferì l’aiutante,, e ben provvisti e, appoggiati, non doveva essere difficile per loro far cadere Jonacaptepec. Zapata era sempre più impaziente, accettò però i differimenti di Guajardo.

“Finalmente il lunedì 7 aprile tutto fu pronto. Le munizioni erano arrivate, Gonzalez era di ritorno. Zapata aveva ottenuto la promessa di altre defezioni nazionaliste e specificato i suoi ordini di battaglia contro Jonacatepec, Tlaltizapan e Jojutla. Per distogliere l’attenzione dal Morelos, gli zapatisti attaccarono in giornata Cholula, nel Puebla. Quella notte stessa a Cuautla Guajardo ultimò i preparativi e l’indomani mattina si dichiarò in rivolta contro il governo. Mentre lasciava Cuautla, un prigioniero zapatista liberata sulla parola, Eusbeio Jauregui, inviò a Zapata un’altra raccomandazione a suo favore.

“Guajardo marciò direttamente su Jonacatepec, come ordinatogli da Zapata. In quel punto altri nazionalisti si unirono alla sua finta ribellione, e tutti insieme, la mattina del 9 aprile, occuparono la città in nome di Zapata. Fedele al suo accordo con Zapata, Guajardo arrestò Barcenas e i suoi voltagabbana. Ma appena li ebbe presi, li fece fucilare. Zapata era giunto con la sua scorta alla stazione di Pastor, minuscola fermata ferroviaria sulla linea transoceanica, a sud di Jonacatepec, per attendervi Guajardo. Le sue spie gli riferirono che avevano sentito parlare di tradimento, ma Zapata cercò di soffocare i suoi sospetti. Dopo le notizie di Jonacatepec, diede istruzioni a Guajardo perché lo raggiungesse. Le loro scorte dovevano essere di trenta uomini per parte. Quel pomeriggio i due s’incontrarono a Pastor verso le 16,30: Zapata con i suoi trenta uomini, Guajardo con una colonna di seicento soldati e una mitragliatrice. Ciononostante Zapata fu cordiale, abbracciò Guajardo, si congratulò con lui e accettò il dono che questi gli offriva: un cavallo premiato., un sauro conosciuto con il nome di Golden Ace. Viaggiarono verso sud insieme per un paio di chilometri , e giunsero a Tepalcingo. Personalmente Zapata nutriva ancora qualche dubbio e per sondare Guajardo e fare pressioni su di lui, durante la serata cercò di convincerlo più volte a raggiungerlo nel suo accampamento invitandolo a pranzare con lui e altri capi del Morelos. Ma gli inviti furono vani. Guajardo prese la scusa di un mal di stomaco, e alla fine chiese di poter tornare quella sera a Chinameca per assicurarsi, disse, che Gonzalez non avesse catturato i suoi rifornimenti di munizioni. Zapata acconsentì. Si misero d’accordo per incontrarsi la mattina dopo a Chinameca e discutere la mossa successiva. Guajardo si accomiatò e Zapata passò la notte accampato in collina sulla strada per Chinameca. Lo accompagnavano ora dei rinforzi, 150 uomini tutto: troppi perché Guajardo cercasse di catturarlo.

“Poco dopo l’alba il 10 aprile Zapata e la sua scorta erano già in sella e cavalcavano verso la loro meta. Quella era una terra familiare a Zapata. L’hacienda di Chinameca si estendeva lungo il fiume Cuautla, un trentacinque miglia a sud di Villa de Ayala. Era uno dei primi posti da lui conquistati dopo essersi uniti a Madero nel 1911. E, come ricordò più tardi nella giornata, proprio da quelle parti era stato quasi preso in trappola e ucciso durante quella lontana crisi estiva. Quante volte aveva cavalcato lungo piste di campagna, prima da giovanotto, quando andava alle fiere o alle aste di bestiame, poi, negli ultimi otto anni, da ribelle, rivoluzionario e fuorilegge, nascondendosi e andando a caccia. Conosceva ogni sentiero, cala e siepe. La campagna era fresca e dolce nell’alba di quel giorno di aprile. Le piogge e le semine erano già cominciate. In agosto egli avrebbe compiuto quarant’anni. Dei suoi figli, ne conosceva uno solo, il maggiore, Nicolas, che aveva ora tredici anni e che, si può dire, non aveva neppure allevato. La giornata, un giovedì feriale, non era di malaugurio; le trattative con Guajardo avevano acuito la tensione, ma il sentimento naturale ch’egli provava, un misto di fiducia, paura e speranza, era quello vecchio e consueto. Alle 8,30 circa di quella mattina Zapata e i suoi amici calarono a valle ed entrarono a Chinameca.

“Fuori dell’hacienda, addossati ai muri frontali c’erano diversi negozi: fu in uno di quelli che Zapata e Guajardo ebbero il loro colloquio. All’interno delle mura gli uomini di Zapata riposavano. Ma le discussioni sugli attacchi e le munizioni furono presto interrotte dalla notizia che i soldati nazionalisti si trovavano nella zona. Zapata rapidamente dette delle istruzioni a Guajardo per la difesa dell’hacienda e con i propri uomini organizzò delle pattuglie che mandò in ricognizione. Egli stesso guidò una pattuglia. Benché non ci fosse alcun segno del nemico, Zapata collocò delle sentinelle si ritirò nelle vicinanze dell’hacienda. Erano le 13,30. Sol i soldati di Guajardo erano rimasti entro le mura, a eccezione dell’aiutante Palacios, che stava discutendo con Guajardo circa il ritiro di 12.000 cartucce dal suo nascondiglio di munizioni. Zapata aspettava. Invitato a unirsi a Guajardo per il pranzo e per concludere l’accordo, egli preferì aspettare ancora. Ma dato che gli ufficiali di Guajardo continuavano a ripetergli l’invito, Zapata cominciò a pensare che un po’ di tacose della birra non gli avrebbero fatto male. La giornata era cominciata assai presto, la cavalcata era stata faticosa, Verso le quattordici Zapata si era fatto molto impaziente; infine, alle 14,10, accettò l’invito. In sella al sauro che Guajardo gli aveva donato il giorno prima, ordinò a dieci uomini di seguirlo oltre il cancello dell’hacienda.

«Dieci di noi lo seguirono secondo i suoi ordini», riferì quella sera stessa a Magaña un giovane aiutante, presente al fatto. «Gli altri dei nostro rimasero fuori, sotto gli alberi, riposandosi fiduciosi all’ombra, le carabine accatastate. Disposte in fila, le guardie [di Guajardo] sembravano pronte a rendergli gli onori. Le trombe risuonarono tre volte per il saluto d’onore, e mentre si spegneva il suono dell’ultima nota, mentre il nostro Capo si affacciava alla soglia… a bruciapelo, senza nemmeno concedergli il tempo di afferrare le sue postole, i soldati che stavano presentando le armi spararono due raffiche e il nostro indimenticabile Zapata cadde, per più non rialzarsi.»

“«La sorpresa fu terribile – continuò l’aiutante nel suo rapporto. – I soldati del traditore Guajardo erano collocati dovunque… Circa mille uomini ci sparavano contro. Ben presto la resistenza diventò inutile. Da una parte eravamo noi, un gruppo d’uomini costernati per la perdita del nostro Capo; dall’altro, un migliaio di nemici. Approfittavano del vantaggio della nostra inevitabile confusione, per attaccarci furiosamente… Ecco come avvenne la tragedia». Anche Palacios cadde nell’imboscata – quando le raffiche crepitarono al cancello, gli uomini all’interno lo fucilarono – e altre due guardie che cavalcavano con l’ultima scorta di Zapata, morirono con lui. I superstiti fuggirono a Sauces, un accampamento qualche miglio a sud.

“Non ebbero nessuna possibilità di recuperare il corpo di Zapata. Appena egli cadde, i soldati di Guajardo, dietro suo ordine, uscirono di corsa e lo trascinarono entro le mura dell’hacienda. Due ore dopo Guajardo fece caricare il corpo su un mulo e a capo della sua colonna riprese nervosamente la via del ritorno per Cuautla. Alle 19,30 circa, mentre la sera cominciava a scurire le colline circostanti, la colonna attraversò Villa de Ayala , e qualcuno telefonò e trasmise a Cuautla la notizia. Al quartier generale Gonzalez non poteva quasi crederci, gli pareva quasi una notizia troppo buona. Zapata forse era riuscito a ribaltare la situazione e stava riportando il corpo di Guajardo e a balzar all’attacco dei suoi mancati assassini. Forse Guajardo aveva tradito lui, Gonzalez, e Gonzalez preparò i suoi soldati. Ma poco dopo le 21 la colonna di Guajardo giunse a Cuautla senza incidenti: emerse da sud nell’oscurità e s’inoltrò nella città, sollevando un rumore di zoccoli e un tinnire di sonagli; oltrepassò il cimitero e la chiesa del Señor del Pueblo, poi i primi ranghi si fermarono in via Galeana, davanti a un magazzino che fronteggiava la piazza principale. Gonzalez e i suoi ufficiali uscirono per vedere, e Guajardo fece cadere il cadavere sul selciato. Gonzalez accese una torcia elettrica per guardare la faccia del morto. Era proprio Zapata. Gonzalez si recò immediatamente nel suo ufficio e «con la più grande soddisfazione» telegrafò a Carranza che Guajardo aveva portato a termine «movimiento preparado»e gli raccomandò di promuover Guajardo brigadiere generale per il servizio reso. Intanto il corpo di Zapata veniva portato alla stazone di polizia, fra la curiosità e il rumore della folla. Qui il corpo venne formalmente identificato. Eusebio Jauregui fu uno dei testimoni. Furono scattate fotografie.”

Questa fu la fine di Emiliano Zapata, il capo carismatico degli indios del Morelos e di tutto il Messico meridionale.

O meglio, questa fu la fine dell’uomo Zapata.

Adesso nasceva il mito.

Se Carranza aveva pensato, eliminando Zapata con l’assassinio, di soffocare la rivolta dei contadini del Sud, aveva fatto male i suoi conti. Il movimento aveva radici così solide che, nonostante il trauma iniziale, esso proseguì la lotta guidata, fino a quel momento, da Zapata. Non accadde quel che era accaduto nel Nord, dove la sconfitta di Pancho Villa aveva segnato anche la fine del processo rivoluzionario.

Ma per i poveri campesinos, Zapata non era morto.

Chi diceva che si fosse messo in salvo con una delle sue acrobatiche fughe, chi si diceva sicuro d’averlo visto per le campagne, in sella ad un magnifico cavallo. Zapata, sostenevano tutti i contadini della regione, era troppo furbo per cadere così in una trappola. Certamente si era messo in salvo sulle montagne, e presto sarebbe tornato, rimettendosi alla testa dei suoi.

Ma anche quando, poco a poco, la verità si fece strada e la notizia della sua morte divenne certezza, i contadini del Morelos e degli altri Stati meridionali non cessarono per questo di credere e di lottare per affermare i loro ideali di terra e libertà, gli ideali fissati nel Plan de Ayala. Ad essi Zapata, morendo, aveva fatto  l’estremo dono: quello di trasformarsi in un simbolo di vittoria, in una bandiera di speranza per tutti loro.

Nel marzo 1919, poco prima di morire, Zapata – che aveva rifiutato una hacienda e una somma di denaro, offertegli da Carranza in cambio della cessazione della lotta -, aveva indirizzato a quest’ultimo una lettera aperta, in cui, fra l’altro, scriveva (citata in Gianfranco Dellacasa, Il Messico tra rivoluzione ed oppressione, Milano, Marzorati Editore, 1976, pp. 162-163):

“(…) voi avete tradito la riforma agraria; avete preso delle haciendas per darne la proprietà o la rendita ai vostri generali preferiti… le speranze del popolo sono state derise… gli eijdos non sono tornati al paese, le terre non sono state distribuite ai lavoratori,  ai poveri contadini e a quelli che sono veramente in miseria…”.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 15/03/2008 e del 13/04/2017 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 05 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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