lunedì, 14 Giugno 2021
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Dura, fredda, spietata: dietro la maschera della spia, il lato oscuro dell’eterno femminino

Dura fredda spietata: dietro la maschera della spia il lato oscuro dell’eterno femminino. Alberto Lattuada con «Fräulein Doktor» del 1968 fa un remake saffico del film di G. W. Pabst «Mademoislle Docteur» del 1936. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

In un’epoca che ha esplorato tutto, che ha scandagliato tutto, che ha fatto luce – o crede di aver fatto luce – sui risvolti più oscuri della storia e della politica contemporanee, quello di Fräulein Doktor – Mademoiselle Docteur per i francesi -, ovvero della spia 1-4-G W, rimane una enigma, una sfinge di ghiaccio che continua a sfidare la nostra curiosità.

Di lei non si sa praticamente nulla, nemmeno il nome, tranne il fatto che è stata la più abile spia tedesca durante la prima guerra mondiale, che ha reso ai servizi segreti della Germania imperiale dei servigi incalcolabili e inflitto alle potenze dell’Intesa dei danni altrettanto gravi; che agenti francesi e britannici le hanno dato invano la caccia attraverso mezza Europa, restando sempre beffati, magari per una questione di pochi minuti o di pochi metri.

Alcuni studiosi hanno creduto di identificarla con Elisabeth Scragmüller, organizzatrice, ad Anversa, della maggiore centrale spionistica tedesca fuori dai confini della Germania; altri, con una certa Annemarie Lesser, giovane e bellissima spia poliglotta, il cui cliché meglio si attaglia, anche dal punto di vista fisico, alle aspettative del nostro immaginario.

Della sua vita privata si sa meno ancora della sua carriera professionale: pare fosse morfinomane e che, a guerra finita, sia scomparsa in una clinica svizzera, ove si era ritirata nel vano tentativo di disintossicarsi. Si dice che avesse incominciato a drogarsi per vincere la propria timidezza e che fosse divenuta talmente dipendente dalla droga, da avere imparato a farsi da se stessa la quotidiana iniezione nella coscia.

Che fosse anche dedita agli amori di Saffo, è un particolare che viene introdotto dal regista Alberto Lattuada nel suo «Fräulein Doktor», del 1968, abile e fortunato remake del film di G. W. Pabst «Mademoislle Docteur» del 1936 (quest’ultimo ambientato a Salonicco e tradotto, infatti, in italiano, con il titolo «Salonicco nido di spie»), nel quale, invece, la protagonista viveva una storia d’amore perfettamente eterosessuale.

Forse il regista italiano ha voluto accentuare il carattere enigmatico, sconcertante della bella protagonista (interpretata dall’attrice inglese Suzy Kendall), che utilizza anche la passione proibita della dottoressa Saforet (che ha il volto dell’attrice francese Capucine) per sottrarle, fra un bacio e una carezza, il micidiale segreto che avrebbe consentito ai Tedeschi di sferrare con successo l’attacco con i gas asfissianti ad Ypres, nel 1915 (la scena della cavalleria germanica, dotata di maschere antigas per uomini e cavalli, che irrompe oltre le trincee inglesi ingombre di cadaveri, è un pezzo di bravura degno della migliore antologia cinematografica).

Sia come sia, drogata o lesbica che fosse, o magari entrambe le cose, Fräulein Doktor è stata la regina delle spie: più abile di Mata Hari, che, al paragone, sembra una povera sprovveduta, e perfino più scaltra e dotata di sangue freddo del leggendario Richard Sorge, ella finisce per identificarsi con quel lato oscuro dell’eterno femminino che proprio nei fasti della belle époque aveva conosciuto una straordinaria fioritura; valga per tutte la conturbante e crudele Salomé di Oscar Wilde, soggetto preferito di tanti pittori e disegnatori stile liberty.

È proprio questo l’aspetto di Fraülein Doktor che colpisce più fortemente l’immaginazione e che ne fa, di diritto, una incarnazione di quella ambigua, notturna, pericolosa sensualità femminile, che attira e spaventa gli uomini nello stesso tempo; e che, capace di usarli e gettarli via senza scrupoli (di lei si dice che mandasse a morte amici e nemici con la stessa indifferenza, quando ciò era necessario per raggiungere i suoi scopi), pare una copia a tinte forti della “donna crudele” di Sacher Masoch.

Ha scritto Emilia Granzotto (nel volume collettaneo «Le grandi spie», Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1973, pp. 31, 33, 38, 39):

«Gli hobbies: non se ne conoscono; si sa che dipingeva e disegnava. Altra notizia curiosa: portava giarrettiere di seta blu pavone ornate da una rosa di velluto (nelle giarrettiere infilava la siringa e la fiala di morfina che costituiva la sua dose giornaliera di droga; sembra che si drogasse per vincere la timidezza.

Ha detto: “Mademoiselle Docteur? Nessuno la prenderà mai. Perché è intelligente e per di più è una donna” (durante una missione in Francia in cui si faceva passare per una ragazza di provincia).

Inafferrabile durane tutti i cinque anni del conflitto, a guerra finita Mademoiselle Docteur sparì. Si disse che, bruciata come spia, braccata in ogni angolo d’Europa, aveva passato gli ultimi mesi chiusa in uno degli uffici più segreti e importanti del Nachrichten Bureau a Berlino, sempre più malandata in salute. Dopo l’armistizio sarebbe passata da una clinica all’altra, in ripetuti tentativi di disintossicarsi, e alla fine sarebbe stata chiusa in un manicomio, a Zurigo. Qui, la spia che negli anni fra il 1914 e il 1918 aveva fatto tremare molti Stati Maggiori avrebbe finito i suoi giorni ancora giovanissima e dimenticata da tutti. […]

Autoritaria e dispotica, poco amata, temuta dalle spie più giovani e osteggiata dai colleghi di alto grado. Si nutriva dice la leggenda, solo di caviale e di uova e beveva solo vino rosso. Continuava a drogarsi. Le sue collere fecero più di una vittima. Per Mademoiselle Docteur condannare a morte un uomo non costituiva problema. […]

I documenti trovati nel Nachrichten Bureau dopo la guerra accusavano Mademoiselle Docteur della morte di almeno venti persone, di cui quasi la metà tedesche, tutti suoi ex collaboratori. Senza contare i soldati di Liegi e di altri fronti ispezionati da 1-4-G W.»

Se la frase che le viene attribuita è vera, allora bisogna anche vedere in lei una specie di proto femminista o, forse, una donna intelligente che aveva una lucidissima consapevolezza della superiorità femminile rispetto all’uomo, quanto a scaltrezza, mancanza di scrupoli e assoluta padronanza di sé nei giochi di seduzione e di potere.

Qualcuno ha paragonato la carriera di Fräulein Doktor a una lunga, difficile partita a scacchi, in cui la posta in gioco erano la vita o la morte; una partita che richiedeva una dose eccezionale di sangue freddo, una capacità quasi disumana di autocontrollo. Per giocare ogni giorno con la vita propria ed altrui, infatti, bisogna aver raggiunto un altissimo grado di distacco: cosa che solo la droga può permettere, in assenza di un qualunque percorso di consapevolezza spirituale.

Molto efficace, in questo senso, è la scena del film di Lattuada in cui la bella spia, dopo il successo dell’attacco a Ypres con i gas, viene condotta in automobile per ricevere personalmente le congratulazioni del comando germanico sul fronte belga.

Mentre dai finestrini scorre il paesaggio allucinato delle retrovie, irto di reticolati e attraversato dalle colonne dei prigionieri con gli occhi orrendamente ustionati, dapprima la giovane donna scoppia in una isterica risata di compiacimento verso se stessa; poi, con un brusco, impressionante passaggio, quel riso si trasforma nel singhiozzio disperato di una morfinomane sola e angosciata, che per vivere in un mondo spietato è divenuta ella stessa spietata, ma che – forse – scopre improvvisamente di avere ancora un cuore capace di turbarsi e di commuoversi davanti allo spettacolo terrificante del male.

Fräulein Doktor è un mistero: un mistero di quelli che trovano un’eco nelle zone più oscure e profonde dell’animo umano. Altrove abbiamo parlato del fascino del bandito, del fascino del male; in lei c’è il fascino segreto, indicibile, del binomio Eros-Thanatos, del potere e della distruzione.

Questa donna gelida, così abile da non aver lasciato la benché minima traccia dietro di sé, nemmeno dopo la sua morte; così fredda da mandare incontro alla morte, senza alcuna esitazione, chiunque osasse attraversare i suoi piani; e tuttavia così intimamente fragile da aver bisogno di drogarsi pesantemente ogni giorno per reggere allo stress di una esistenza disumana, costantemente sul filo del rasoio; e così incredibilmente capace di unire il sesso al mestiere di spia, abbandonandosi tra le braccia di numerosi amanti, fossero uomini o donne, ai quali strappava preziosi segreti militari, ebbene costei possiede al tempo stesso qualcosa di disumano e qualcosa di fin troppo umano: come una corda, direbbe il buon vecchio Nietzsche, sospesa sull’abisso fra i due estremi della la scimmia e dell’oltre-uomo.

Elusiva e intrigante come una Monna Lisa dei nostri tempi, ma spogliata di quell’aura dolcemente malinconica del modello leonardesco, Fräulein Doktor è una icona della società contemporanea, affascinata dal potere e dalla perfetta impassibilità emotiva: una donna che entra ed esce dal letto dei suoi amanti con sovrano distacco (come faceva la famosa pittrice Tamara de Lempicka con i suoi numerosi amanti d’ambo i sessi), per poi sparire con i loro preziosi segreti strategici, possiede quella freddezza che oggi, a molti, sembra invidiabile, perché appare come la garanzia di una assoluta protezione contro i turbamenti del cuore.

E questo, oggi, molte persone vorrebbero raggiungere: un grado di freddezza tale da poter fare qualunque cosa, da potersi levare qualunque capriccio o distrazione, sessuale o d’altro genere, senza mai pagarne lo scotto in termini di coinvolgimento, di aspettativa e, pertanto, di inevitabile sofferenza.

È il sogno disumano di una generazione disumanizzata: di una generazione che vorrebbe potersi concedere tutti i piaceri e tutte le debolezze degli umani, ma conservando la sovrana indifferenza e la completa padronanza di sé degli dei olimpici (o, magari, più modestamente, di certi supereroi dei fumetti, come Diabolik).

È la scissione della persona, tipica della società massificata ed edonista: si brama il piacere, si brama il potere, ma non si è disposti ad affrontare i rischi e le incertezze che ciò comporta; perché la paura di scoprirsi fragili, di scoprirsi esposti, è ancora più grande, se possibile, di quelle brame smodate.

Ne risulta una autentica schizofrenia, una stridente contraddizione tra due lati del medesimo io, entrambi furiosamente protesi alla propria realizzazione, entrambi assetati di conquistare le proprie mete, ad ogni costo e con qualunque mezzo.

In questo senso, esiste anche una correlazione psicologica tra la figura della spia gelida, insensibile, capace di giocare con gli altri esseri umani come fossero dei semplici burattini, e quella spaventosa irruzione della cavalleria, con le gualdrappe degli animali e le lance dei soldati di un sapore quasi medievali e le maschere antigas, invece, che sono l’ultimo ritrovato della tecnica, per non dover subire gli effetti venefici del gas impiegato contro le trincee nemiche.

In entrambi i casi siamo di fronte alla stessa situazione esistenziale: un desiderio di andare oltre, di spingersi al di là del confine, ma senza dover rischiare veramente, grazie ad una protezione – psicologica nel primo caso, tecnologica nel secondo – che offre completa sicurezza contro quelle forze che pure sono state evocare, stuzzicate, messe in movimento.

È il vecchio sogno proibito dell’uomo faustiano: riuscire ad esercitare il massimo del controllo e del potere sugli altri, ma agendo da una posizione di assoluta sicurezza; vederli agitarsi come pupazzi, come marionette, e intanto perseguire con fredda, distaccata sicurezza tutti i disegni che nascono da un intenso desiderio di autoaffermazione.

L’uomo, in particolare, teme e si sente però anche attratto dalla donna che possieda tali caratteristiche: la donna fatale, la donna vampiro, che lo farà schiavo e lo bacerà a morte; ma che, al tempo stesso, gli donerà alcuni istanti di una ebbrezza quasi insostenibile.

È un sogno delirante, un sogno autodistruttivo: è lo specchio di una profonda insicurezza di sé, di una vita gravemente squilibrata e disarmonica.

E lo stesso squilibrio, la stessa disarmonia, traspaiono nella vita della donna che vorrebbe identificarsi con una tale immagine femminile.

C’è una scena inquietante, nel film di Bob Rafelson «La vedova nera», in cui una agente speciale (interpretata dall’attrice Debra Winger), impegnata nella caccia ad una pericolosa assassina, che si sbarazza dei mariti ricchi per ereditarne le fortune (l’attrice Theresa Russell), si schiaccia contro il muro, facendo aderire il proprio corpo alla silhouette dell’altra, proiettata dalla diapositiva: come se volesse identificarsi con lei, in una inconfessabile attrazione verso la propria parte più tenebrosa..

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 04/07/2011 e del 09/01/2016 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 25 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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