venerdì, 24 Settembre 2021
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Un film al giorno: « La casa dalle finestre che ridono» di Pupi Avati (1976)

Un film al giorno:«La casa dalle finestre che ridono» di Pupi Avati 1976 bolognese classe 1938 la caratteristica del suo stile è accanto al rigore formale una vena pessimista, malinconica cui si accompagna il giusto della burla. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Se qualcuno pensa che, per fare un buon film dell’orrore (ma perché non chiamarlo piuttosto del terrore, almeno quando è intelligente e privo di inutile violenza), sia necessario un capitale astronomico e una troupe di decine di persone, questa volta è servito. Quando ha girato il piccolo capolavoro del genere, La casa dalle finestre che ridono, trentadue anni or sono, Pupi Avati, regista già noto ma ancora alle prime armi, non disponeva che di una dozzina di attori e di un gruzzoletto modestissimo: 150 milioni di lire.

E non è neanche vero che, per creare una atmosfera carica di paura, sia necessario scomodare i castelli scozzesi sperduti nella brughiera o le nebbie del nord Europa: basta un minuscolo paesino del delta padano, in mezzo a una vegetazione fluviale rigogliosa, popolato di vecchi ville venete dagli ampi giardini semi-abbandonati e immerso in una calda luce estiva, con le foglie dei pioppi cipressini che tremolano al vento e una scolaresca di bambini delle elementari che attraversa allegramente un ponte sul fiume.

In un paesino del genere Pupi Avati, appunto, ha ambientato la sua storia: una storia veramente agghiacciante, raccontata con una cadenza e con una suggestione che tengono lo spettatore avvinto alla poltrona dal primo minuto fino all’ultimo, col drammatico e assolutamente impensabile colpo di scena finale.

Bolognese, classe 1938, giornalista e musicista di jazz, Giuseppe Avati detto Pupi si è rivelato come uno dei più eclettici registi italiani delle ultime generazioni e come uno dei più dotati di solido mestiere e di vivo senso dello spettacolo. Caratteristica del suo stile è, accanto al rigore formale, una vena pessimista e malinconica che si accompagna, talvolta, al giusto della burla e della beffa; si potrebbe anzi dire, forzando appena un po’ il paragone, che è al tempo stesso Dante Alighieri e Cecco Angiolieri, ossia che unisce la cultura “alta” con gli umori grassi e popolareschi di quella “bassa”. E, a proposito di “bassa”, ecco un altro elemento caratteristico della sua arte cinematografica: il sottofondo padano e, più precisamente, della Bassa padana; quella atmosfera da strapaese che cresce sugli umori di un profondo Nord, oggi pressoché scomparso, fatta di paesini quasi autarchici nel loro orgoglioso isolamento soffuso, al tempo stesso, di tristezza. E ancora: il gusto per il macabro, per l’orrido, per il Grand Guignol che lo ha indotto a girare alcuni dei migliori film del terrore del cinema italiano (e non solo italiano) e che lo avvicina, in qualche modo, ai romantici tedeschi e inglesi o forse, più semplicemente, a certi scapigliati di fine Ottocento, ad esempio Iginio Ugo Tarchetti (del quale ci siamo già occupati nell’articolo Nella lotta con l’angelo deforme è in gioco la salvezza della nostra anima).

Il suo esordio cinematografico è del 1970 (a trentun anni, dunque), con uno strano film, Balsamus, l’uomo di Satana, storia tragica e ridicola di un nano che ha fama di possedere uno straordinario vigore virile; opera che, pur con alcuni scompensi formali dovuti all’inesperienza, presenta già aspetti di notevole interesse e che fanno presagire doti registiche non comuni. Prima di realizzare la casa dalle finestre che ridono, aveva diretto con intelligenza e, per lo più, con spiccate doti di originalità e fantasia, La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (1975) e Bordella (1976), oltre al’inedito Thomas… gli indemoniati. Tra i film successivi, circa una trentina, con una media di almeno uno all’anno, ricordiamo:Tutti defunti… tranne i morti (1977); Le strelle nel fosso (1979); Aiutami a sognare (1981); Una gita scolastica (1983); Zeder (1983); Festa di laurea (1985); Regalo di Natale (1986); Sposi (1988);Storia di ragazzi e di ragazze (1989); Fratelli e sorelle (1982); Dichiarazione d’amore (1994); Festival (1996); Il testimone dello sposo (1987); Magnificat (1993); La via degli angeli (1999); I cavalieri che fecero l’impresa (2001); Il cuore altrove (2003).

A questa notevolissima produzione, quasi tutta di qualità più che distinta, bisogna poi aggiungere diverse collaborazioni con la televisione. Ci piace, comunque, ricordare che una parte del merito dei buoni risultati ottenuti dal regista emiliano spetta all’intensa, costante collaborazione di suo fratello Antonio, più giovane (essendo nato nel 1946), produttore di tutti i film di Giuseppe e sceneggiatore di parecchi di essi. La mano di Antonio si sente, e con ottimi risultati, anche ne la casa dalle finestre che ridono, oltre a quella di Gianni Cavina (che è anche eccellente interprete) e – lo credereste? – di un Maurizio Costanzo quasi coetaneo del regista, ancora lontano dai fasti di Canale 5 e più interessato al cabaret che alla sceneggiatura cinematografica, nonché scopritore di nuovi talenti televisivi (tra i quali Paolo Villaggio).

Gli interpreti, tutti molto bravi, sono Lino Capolicchio nel ruolo del protagonista, Francesca Marciano (nel ruolo di Francesca), Gianni Cavina (Coppola), Giulio Pizzirani (Antonio Mazza), Vanna Busoni (la maestra del paese), Andrea Matteuzzi (Poppi), Eugene Walter (il parroco). Quando fu scelto per interpretare questo film, Capolicchio era uno dei giovani attori italiani più promettenti; e, in particolare, si era distinto nella parte di Giorgio, il protagonista de Il giardino dei Finzi-Contini di Vittorio De Sica, del 1971, notevole trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Giorgio Bassani. In quel ruolo, accanto alla bella ed enigmatica Dominique Sanda, Capolicchio aveva definitivamente consolidato la sua maschera di interprete di personaggi schivi e sensibili, tormentati dalla timidezza e dall’inquietudine esistenziale; maschera che avrebbe conservato in film di genere tra loro diversissimo, come nel deamicisiano Amore e ginnastica di Luigi Filippo d’Amico, del 1973, dove è l’innamorato pio e sgomento della conturbante maestrina Senta Berger, o nello scarno e vigorosoMussolini ultimo atto di Carlo Lizzani, del 1974, dove interpreta la parte di un comandante partigiano.

La storia ha inizio con l’arrivo in un paesetto della Bassa padana, probabilmente situato sul Delta, di un restauratore di antichi dipinti, Stefano Rossi. È stato chiamato per ripristinare un affresco,  parzialmente cancellato dal tempo, che si trova nella chiesa parrocchiale, situata un po’ fuori del centro abitato. Si tratta di un Martirio di san Sebastiano che presenta caratteristiche a dir poco anomale, per non dire sconcertanti, stando a quel che se ne può ancora ammirare e ai racconti che circolano sul conto del suo defunto autore, un certo Buono Legnani, chiamato da tutti “il pittore delle agonie” per la sua sinistra abitudine di recarsi a ritrarre gli ultimi istanti di vita della gente del paese.

Nella navata laterale della vecchia chiesa, che in una giornata sole può anche apparire rassicurante,  ma che di notte, al levarsi della nebbia, assume un aspetto completamente diverso e decisamente inquietante, si intravede un san Sebastiano che non ha nulla dell’olimpico distacco dei martiri tradizionalmente raffigurati nella storia della pittura. Il suo supplizio deve essere atroce, a giudicare dalla orrenda maschera di angoscia e sofferenza che gli deturpa il volto; inoltre non viene giustiziato con le frecce, come nell’iconografia abituale, ma suppliziato da due carnefici che brandiscono sul suo corpo nudo dei coltellacci. Ma il particolare più raccapricciante è proprio quello relativo ai carnefici: la loro espressione rivela un compiacimento sadico veramente demoniaco; e, come se non bastasse, a guardarli bene, sembra di riconoscere in essi non due soldati romani, ma due orribili vecchie, due megere simili alle streghe del Sabba…

Stefano è stato chiamato ad effettuare il restauro da un suo vecchio amico, impiegato nelle analisi del fiume che scorre presso il minuscolo paesino del ferrarese in cui si svolge la vicenda. Nonostante l’accoglienza cordiale, o quanto meno benevola, del parroco e della piccola comunità, Stefano, che consuma i pasti nell’unica trattoria del paese ove ha modo di conoscere un po’ tutti, si rende conto ben presto di un disagio indefinibile, di una atmosfera opprimente che lo circonda o, per meglio dire, che circonda tutto ciò che ha a che fare con il ripristino del famigerato affresco di san Sebastiano.

Un primo elemento di sospetto e di inquietudine gli viene suggerito dal modo in cui il maresciallo e gli altri commensali cacciano fuori dal locale il tassista Coppola, il quale, dopo avere un po’ bevuto, sembra sul punto di dire qualcosa di interessante ma anche, evidentemente, di sgradito ai presenti. Un altro elemento è dato dall’atteggiamento di malcelato scetticismo del prete nei confronti del suo lavoro, come se non sapesse bene se rallegrarsi o essere preoccupato per i progressi del restauro; impressione non certo attenuata dallo strano comportamento del giovane sacrestano, che sembra saperla lunga su parecchie cose nascoste.

Ma che gli sia capitato di sedere su un vulcano attivo, Stefano lo capisce la notte in cui il suo amico, che gli aveva promesso delle rivelazioni sorprendenti, improvvisamente muore nel modo più tragico. Il suo corpo viene trovato, sfracellato, sotto la finestra del piccolo albergo ove anche Stefano alloggia. La rapida inchiesta del maresciallo conclude per una ipotesi di suicidio, ma Stefano non ne è affatto convinto, anche perché è quasi certo di aver visto un’ombra dietro la tenda della finestra, da cui è caduto il disgraziato; e, quindi, ritiene che qualcuno lo abbia spinto nel vuoto. Sorge perciò la domanda: se è stato un omicidio, chi e perché ha voluto togliere di mezzo quel giovane, così innocuo e riservato? Di quali segreti era depositario, che cosa sapeva, al punto da mettere in allarme il suo assassino?

Stefano non è in grado di rispondere a queste domande, però è deciso a rimanere in paese non solo per portare a termine il suo lavoro, che si rivela più lungo e delicato del previsto, ma anche per cercar di fare luce sulla drammatica fine del suo amico. Isolato in un ambiente che sente sempre più sfuggente nei suoi confronti, cerca dapprima la compagnia della maestra della scuola elementare, una donna nubile e non più giovanissima che gli offre la sua amicizia e che sembra meno reticente ed evasiva degli altri; poi di una giovanissima supplente, Francesca, con la quale instaura ben presto una vera e propria storia d’amore, cercandovi anche, forse, un fattore di stabilità e di sicurezza in mezzo al disorientamento che comincia a invaderlo.

Intanto, avvengono altri fatti che sembrano indicare chiaramente che la sua presenza non è più gradita a qualche ignoto e sinistro personaggio. Gli giungono minacciose telefonate anonime, che gli sibilano con voce inquietate il consiglio di andarsene al più presto, se non vuol fare una brutta fine. Poi, un mattino, Stefano trova irreparabilmente danneggiato il suo lavoro, come se qualcuno avesse voluto indurlo a desistere dal restauro del san Sebastiano. Infine, la proprietaria dell’albergo si scusa di dovergli chiedere di lasciare libera la sua stanza, perché si attende una corriera di turisti  tedeschi, che avevano prenotato tutte le camere; invece, parlando con la cameriera, Stefano viene a sapere che non c’è nessuna corriera in arrivo.

Ad ogni modo, grazie all’interessamento del sacrestano, egli trova alloggio al primo piano di una vecchia villa, isolata in mezzo ai campi e assai malandata, cui si accede attraversando un giardino ormai in completo abbandono, ingombro di erba alta e di sterpaglia. Al piano terra vive la proprietaria, una donna anziana e paralitica che, praticamente, non si muove mai dal suo letto e che gli chiederà una pigione modestissima. Di lei si occupa, molto sgarbatamente, appunto il sacrestano, che le porta ogni giorno qualche cosa da mangiare; per il resto, la poverina non vede mai anima viva, e quindi si mostra lieta dell’arrivo dei suoi due nuovi inquilini: Stefano, infatti, si è trasferito alla villa insieme a Francesca, un po’ per amore e un po’ per desiderio di protezione reciproca. Anche la ragazza, infatti, avverte l’atmosfera maligna che aleggia impalpabile, e ne è profondamente turbata.

Ben presto, quella che era sembrata una soluzione comoda e vantaggiosa del problema dell’alloggio si rivela, al contrario, una fonte di nuove inquietudini. Nell’antica dimora si odono strani rumori, scricchiolii e un suono come di passi. Inoltre, quando viene a mancare la luce, il buio sembra popolarsi di presenze oscure e terribili, che mettono letteralmente i brividi  ai due giovani – e anche, bisogna dire, agli spettatori. Questa, infatti, è una delle parti più efficaci del film. L’ambientazione della vecchia casa padronale in rovina, piena di crepe e di rumori indefinibili, coi suoi lunghi corridoi popolati da  ombre allarmanti e la vasta solitudine tutto intorno, nel silenzio malevolo della notte, è un quadro noir degno della miglior tradizione delle storie di fantasmi.

Fin da quando il suo amico è stato trovato senza vita, Stefano ha maturato una oscura e inesplicabile, ma ferma convinzione: che quella morte sia legata, in qualche modo per lui misterioso, a un’altra morte, avvenuta parecchi anni prima: quella di Buono Legnani, il “pittore delle agonie”, che la gente del paese riteneva pazzo e che – stando a quanto si sussurra qua e là – intratteneva dei rapporti incestuosi con le due sorelle più grandi, insieme alle quali viveva. Stefano, pertanto, decide di approfondire il mistero della morte di Legnani, che potrebbe anche non essere stata dovuta a un suicidio, convinto che essa sia la chiave per aprire il mistero di quell’altra morte, recentissima, che certamente non è stata un suicidio, checché ne dicano gli altri: quella del suo povero amico.

Stefano, pertanto, comincia a fare delle indagini per proprio conto, nonostante la sorda resistenza che gli abitanti del paese gli presentano, come una sorta di muro di omertà. L’unico che sembra  disposto ad aiutarlo, e che anzi, a sua volta, appare visibilmente turbato da qualche segreto di cui è a conoscenza, è proprio Coppola, guardato di traverso dagli altri, “rispettabili”, abitanti, forse proprio per il fatto che ha stretto amicizia, fra un bicchiere e l’altro, con il giovane forestiero un po’ troppo curioso di cose che non lo riguardano.

Fra l’altro, Stefano apprende che Legnani, insieme alle sorelle, ha trascorso un lungo periodo della sua vita all’estero, in Sud America, e per la precisione in Brasile; e che lì, forse, le due donne hanno appreso i terribili rituali della magia nera, basati sul sacrificio umano, dei quali si mormorava che fossero esperte. Pare vi siano state delle strane sparizioni, delle morti sospetti, in quegli anni, di cui ora nessuno vuol parlare e che nessuno ricorda volentieri. Vista sotto una tale luce, la “follia” del pittore che amava dipingere i moribondi, potrebbe anche spiegarsi in termini di intensa sofferenza interiore per il terrore in cui le due sorelle-amanti lo tenevano, schiavo dei loro poteri e della loro lussuria, e disposte a qualunque sortilegio e a qualunque crimine pur di non concedergli alcuna possibilità di allontanarsi da loro.

Ed ecco che questo misterioso e macabro personaggio, il pittore folle e perverso la cui presenza incombe sull’intera vicenda come quella di un convitato di pietra, improvvisamente si materializza e fa irruzione nella vita di Stefano. Esplorando la soffitta della vecchia dimora in cui ora vive, infatti, egli ha scoperto non solo dei sinistri ganci di ferro che pendono dal soffitto, simili a quelli delle macellerie e dei mattatoi, ma anche un vecchio registratore, chissà come dimenticato in un angolo. Facendo scorrere la bobina, Stefano e Francesca odono una voce d’uomo, paurosa e delirante, che geme e sospira parole incomprensibili, ma dal significato inequivocabilmente sinistro, che fanno accapponare la pelle ai due giovani per il terrore. 

Questo episodio e altri strani incidenti, che riempiono di angoscia specialmente Francesca, inducono la ragazza, pur innamorata di Stefano, a decidere di partire, perché ormai non sopporta più la tensione che regna nella vecchia casa soliaria. Stefano, sebbene dispiaciuto, non si oppone; ma proprio in quel momento arriva Coppola, che lo invita ad accompagnarlo in un certo luogo, per fargli vedere qualcosa di decisivo. Il giovane, allora, saluta la sua ragazza e si affretta a seguire il tassista a bordo di un side-car: ancora non lo sa, ma è stata l’ultima volta che ha potuto vedere viva Francesca.

Coppola porta Stefano a vedere la vecchia casa, ora abbandonata, in cui visse quella stranissima e inquietante famiglia. Sorge in mezzo ai campi, in un tipico paesaggio agrario della Bassa padana, e ha un aspetto particolarmente sinistro. Le sue pareti esterne sono dipinte con enormi raffigurazioni di labbra umane nell’atteggiamento della risata (da ciò il titolo del film); ma sono delle risate che non suscitano, in chi le osserva, alcuna allegria, anzi provocano un senso agghiacciante di paura. Ma la cosa peggiore è che, dalla terra tutto intorno alla casa in rovina, emergono, soltanto scavando un poco, delle ossa umane: i resti delle persone a suo tempo scomparse, secondo Coppola; le persone che, forse, furono rapite e uccise dalle due infernali sorelle, nel corso dei loro orrendi riti di magia nera.

Sconvolto, Stefano torna alla sua dimora, ma fa la terribile scoperta che Francesca, nel frattempo, è stata orribilmente uccisa e il suo cadavere è stato appeso ai ganci della soffitta, come quello di un animale da macello. Anche il sacrestano, che aveva approfittato della sua assenza per cercare di violentarla, ha fatto una orribile fine, proprio come lei. Da ultimo, lo stesso Coppola scompare, e il suo cadavere verrà ripescato, in seguito, dalle acque del fiume: qualcuno, alla fine, è riuscito a chiudergli  la bocca per sempre…

Le ultime sequenze del film sono mirabili per il crescendo di suspence, di paura, di innominabili rivelazioni, quasi nello stile di Howard Phillips Lovecraft. Due figure emergono dal buio della vecchia casa, quelle di due anziane donne frementi di odio e malvagità, e cercano di assassinare Stefano con dei lunghi coltelli da cucina. Una delle due è proprio la proprietaria della casa, che il giovane aveva creduto inferma e che, fino a quel momento, era apparsa come una dolce e indifesa vecchietta, incapace di fare del male a nessuno. L’altra, sul momento, non è riconoscibile a causa del buio e della confusione.

Benché ferito, Stefano riesce a fuggire; e, correndo, si precipita in chiesa, per cercarvi rifugio. Lo accoglie, rassicurante, il prete; ma ecco che, in sacrestia, levandosi l’abito sacerdotale, egli lascia apparire la sua vera identità: è “lui” la seconda donna, la seconda sorella di Buono Legnani: un sorriso malvagio gli compare sul viso, una luce folle brilla nei suoi occhi; e la sua voce, stridula e ghignante, è proprio quella della terribile megera…

Anche se il film si conclude con un parziale lieto fine, con l’arrivo del maresciallo e l’arresto dei “cattivi”, nonché con il riscatto dei paesani – perché è da loro che parte l’allarme che salverà Stefano dalla morte -, lo spettatore rimane a lungo scosso dalla forza evocativa di questa storia del terrore che, pur essendo dichiaratamente “di genere”, rifiuta gli stilemi abituali del genere stesso e perviene,  così, a risultati impressionanti, capovolgendone dall’interno gli elementi tradizionali.

Piuttosto snobbato dalla critica (Tullio Kezich non lo inserisce nemmeno nel suo Millefilm) e passato un po’ inosservato, questo film è stato poi riscoperto sia in Italia che all’estero, specialmente negli Stati Uniti d’America, tanto che la 20th Century Fox ne ha voluto restaurare la pellicola, con ottimi risultati.

Gli attori, non più di una dozzina (e tutti impegnati, oltre che a recitare, a collaborare alle scenografie e ad altre attività pratiche, data la ristrettezza del budget), abilmente diretti, sono degni di elogio, senza distinzone. Particolarmente convincente Lino Capolicchio, nei panni del giovane un po’ timido, ma tenace, alle prese con un segreto pauroso e molto più grande di lui. Anche Francesca  Marciano è brava; la sua parte, in origine, avrebbe dovuto andare a Mariangela Melato. Pupi Avati la volle ancora come interprete di un altro suo film, nel 1977: Tutti defunti… tranne i morti, col prediletto attore Carlo Delle Piane. Si tratta di una strana commistione di giallo e di farsa, dai toni grotteschi; che, come abbiamo visto, è uno dei generi nelle corde del regista bolognese. Dopo queste due prove, della Marciano abbiamo perso le tracce; ed è un peccato, perché, oltre che bella, aveva mostrato di possedere discrete qualità espressive.

Pupi Avati ha poi firmato altre due pellicole dedicate al genere dell’orrore: Zeder, del 1983 (con Gabriele Lavia), macabra storia di un esperimento per far tornare in vita un prete spretato; e L’arcano incantatore, del 1996 (con Stefano Dionisi), che narra la vicenda di una evocazione diabolica da parte di un apprendista stregone. Entrambi sono ambientati nel profondo Nord padano e rivelano l’abituale perizia del regista; tuttavia non raggiungono i livelli di tensione emotiva e non uguagliano l’originalità dell’impianto de La casa dalle finestre che ridono che resta, nel suo genere, un piccola capolavoro difficilmente superabile.

Vogliamo concludere la riflessione su questo film, uno dei cui pregi maggiori è forse la percezione dell’ambiguità del reale (tutti, in paese, sono sospettabili, perché tutti sembrano avere qualcosa da nascondere), riportando il sintetico giudizio del Mereghetti  (Dizionario dei film, Baldini Castoldi Dalai editore, edizione 2004, p. 414:

“L’idea vincenti di Avati (sceneggiatore col fratello Antonio, Gianni Cavuna e Maurizio Costanzo) è trasformare la Bassa padana – assolata, sonnacchiosa e con tanti scheletri nascosti negli armadi – nel teatro ideale per un horror. E il difficile equilibrio tra il bozzetto grottesco e il patologico ha effetti davvero terrificanti.”

Aggiungiamo solo che c’è un altro splendido film, forse non abbastanza apprezzato e sicuramente non abbastanza noto, che ha realizzato lo stesso magico equilibrio fra una Bassa padana “assolata e sonnacchiosa” e una atmosfera inquietante e sempre più surreale; e che, forse, ha fornito più di qualche spunto al film di Avati: la Strategia del ragno di Bernardo Bertolucci, del 1972, ispirato a un racconto di Jorge Luis Borges.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 08/02/2008 e del 03/07/2015 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 24 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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