lunedì, 20 Settembre 2021
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Un film al giorno: «Lo scialo» di Franco Rossi (1987)

Un film al giorno: «Lo scialo» di Franco Rossi (1987): non intendiamo addentrarci nel romanzo, bensì nel film televisivo che il regista Franco Rossi ne ha ricavato nel 1987, sviluppando un’idea di Valerio Zurlini. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Il romanzo di Vasco Pratolini «Lo scialo» (1960) è il secondo della trilogia «Una storia italiana», iniziata con «Metello» (1955, vincitore del Premio Viareggio) e conclusa con «Allegoria e derisione» (1966). Il titolo si ispira a un verso di Eugenio Montale: «La vita è questo scialo di triti fatti, / vano più che crudele. / E la vita è più crudele che vana».

La trilogia si propone l’obiettivo ambizioso di tracciare un affresco complessivo della società italiana dal 1875 al 1945, con particolare attenzione al proletariato e alla borghesia; ma, un po’ come per il «ciclo dei vinti» di Giovanni Verga, mano a mano che l’Autore si allontana dalle classi più umili, che egli già aveva delineato con commosso lirismo e con viva partecipazione umana ne «Il quartiere» (1943), «Cronaca familiare» (1947), «Cronache di poveri amanti» (1947) e «Le ragazze di San Frediano» (1949), la sua penna perde mordente e la sua narrativa tende a farsi prolissa, verbosa, poco convincente sul piano umano.

In compenso, Pratolini è – a dispetto del suo realismo di derivazione marxista – un fine indagatore della psicologia femminile; per cui, ne «Lo scialo», se la sua macchina narrativa perde colpi laddove pretende di descrivere la decadenza di una intera classe sociale, quella borghese (un po’ come aveva fatto Thomas Mann ne «I Buddenbrook»), in compenso le parti nelle quali tratteggia alcune tormentate figure di donne, specialmente Nella e, più ancora, Ninì, consentono allo scrittore fiorentino – nato nel 1913 e morto a Roma nel 2001 – di assestare la zampata del leone e di mettere a tacere anche alcuni dei suoi critici più severi.

Non intendiamo però addentrarci nel romanzo, bensì nel film televisivo che il regista Franco Rossi ne ha ricavato nel 1987, sviluppando un’idea di Valerio Zurlini – scomparso nel 1982 – e firmandone la sceneggiatura, insieme ad Ottavio Alessi. Esso è andato in onda, sul secondo canale nazionale, in forma di sceneggiato in quattro puntate, a partire dal 29 aprile 1987; per cui faremo un’eccezione alla regola di occuparci solo di lungometraggi cinematografici.

Anzitutto, il regista, Franco Rossi – fiorentino, classe 1919: concittadino e quasi coetaneo di Pratolini – è un signor regista. Giù il cappello; perché, dopo avere esordito nel cinema neorealista, ma con un suo taglio personale e inconfondibile, egli ha girato alcuni dei migliori sceneggiati televisivi fra gli ani Sessanta ed Ottanta: da «Odissea» (1968), ad «Eneide» (1971), a «Un bambino di nome Gesù» (1988).

Ad interpretare «Lo scialo», che ricalca in modo sostanzialmente fedele la traccia del romanzo pratoliniano, è stato chiamato un cast internazionale di attori fra cui spiccano Massimo Ranieri, nella parte di Giovanni Corsini; Eleonora Giorgi (Nella), Marisa Berenson (Ninì), e poi Stephane Ferrara, Marie Trintignant, Ralph Schicha, Fiorenza Marchegiani, Paolo Lombardi; mentre la fotografia è di Gianfranco Transunto.

Siamo a Firenze e nelle campagne circostanti, negli anni che vanno dal 1910 al 1930; il clima è quello delle acute tensioni sociali del primo dopoguerra, delle violenze squadriste e della presa del potere da parte del fascismo, consolidatasi, poi, dopo la prova di forza seguita al delitto Matteotti. Su questo sfondo tormentato e, a tratti, sanguigno, si agitano alcuni personaggi della piccola e media borghesia, ciascuno tormentato dal proprio demone: Nella, che ama il marito, ma non resiste ai propri impulsi bovaristici; Giovanni, suo marito, che cambia bandiera per assecondare un feroce arrivismo sociale; Ninì Butignani, nevrotica e passionale, sferzata a sangue dai suoi fantasmi – l’amore impossibile per Folco, il matrimonio di ripiego con Adamo, le incontenibili pulsioni omosessuali; Adamo, anima retta, che si sprofonda nel lavoro per annegare la disperazione del fallito matrimonio con Ninì; Folco, personaggio dannunziano e rodomonte, capo degli squadristi locali, che finirà tragicamente, mentre insegue una sfrenata volontà di potenza; Erminio, che declina inesorabilmente fra saggezza e patetismo; Fernando, adolescente che apre gli occhi sul mondo; Fru, contadina viziosa, bisessuale e malata, che finirà uccisa dai fascisti in modo imprevedibile.

A ciascuno, come direbbe Julien Green, la sua notte: nessuno di essi riesce a trovare un po’ di quella pace cui pure ardentemente aspira – se non la pace della morte, come la tragica Ninì, che sceglie lucidamente di uscire dal mondo, dopo l’ultimo disinganno.

Ecco come l’Enciclopedia Garzanti della Televisione riassume la vicenda dello sceneggiato e fa un bilancio della sua riuscita artistica:

«La vita privata di due famiglie piccolo borghesi si intreccia  con la storia del paese, che dopo le illusioni del primo dopoguerra è segnato dall’avvento del fascismo. Tutti i protagonisti del racconto sono sia vittime che colpevoli dello scialo ideale e materiale che li coinvolge. Il matrimonio di Nella (Giorgi) e di Giovanni Corsini (Ranieri) ha breve respiro: la donna si lascia andare ai piaceri del bel mondo, si lega alla ricca Ninì (Berenson) in un rapporto ambiguo, diviene amante dei gerarchi fascisti; il marito, prima socialista convinto, si trasforma in un borghese corrotto, disponibile a qualsiasi compromesso, anche col fascismo. Il destino della coppia si incrocia con quello di Ninì, benestante proprietaria terriera, crocerossina, che indossa la camicia nera, senza però esserne convinta e soddisfatta; innamorata dell’amico d’infanzia, sposa l’umile Adamo Maestri per ripiego, e dopo il fallimento del matrimonio si ritira in campagna dove inizia una relazione con la cameriera Fru. Dopo che questa muore, uccisa dai fascisti, Ninì incontra Nella; sembra però che nulla sia destinata a durare e la ricca donna, dopo il tradimento dell’amica, si suicida. La riduzione televisiva è fedele al testo di Pratolini, che descrive miserie e illusioni destinate a crollare insieme alla speranza di una rinascita italiana nel dopoguerra. Ottima l’interpretazione di Marisa Berenson, che presta il volto alla nevrotica Ninì; Massimo Ranieri è al suo secondo incontro con un’opera di Pratolini, diciotto ani dopo il “Metello” di Bolognini con cui ha debuttato in cinema.»

Siamo pienamente d’accordo con la valutazione positiva dell’interpretazione della Berenson. Resta da aggiungere che il naufragio esistenziale di Ninì, la ricca borghese da lei interpretata, ha a che fare anche con una frustrazione di classe (l’aristocrazia che continua a tenerla a distanza, nonostante i suoi soldi) e con le brucianti delusioni politiche: accesa interventista, era stata crocerossina in guerra nel 1915-18; poi, con lo stesso entusiasmo, si era iscritta al Fascio, restandone però amaramente delusa.

Tuttavia, per comprendere meglio le ragioni del suo suicidio, bisognerà precisare che il duplice colpo di grazia al suo ormai precario equilibrio psichico e affettivo le è venuto dalla morte di Folco, assassinato da altri fascisti per rivalità personali, e dalla rivelazione che Nella ne era divenuta l’amante, una delle tante: dove non si capisce bene fino a che punto Ninì rimanga sconvolta dalla gelosia per il «tradimento» dell’uomo o per quello dell’amica.

Alcuni critici, come Carlo Bo, hanno trovato poco persuasivo il suicidio di Ninì; mentre a noi pare il naturale coronamento di una parabola autodistruttiva che, alimentata con alcool e fumo, trae origine da una diversità con cui ella non osa mai confrontarsi pienamente e che, anzi, tende a negare, non solo per ipocrita conformismo, ma anche per incapacità di leggersi dentro sino in fondo; tanto che il suo impossibile amore segreto per Folco altro non sembra che la maschera indossata per nascondere le sue profonde pulsioni omosessuali.

Ninì, pertanto, riassume in sé il binomio Eros-Thanatos e il suo destino appare segnato, nel contesto di una classe sociale – la ricca borghesia terriera -, che non ha saputo approfittare dell’esperienza della prima guerra mondiale per riformarsi e rinnovarsi, ma sempre più sprofonda nell’arrivismo e nella mediocrità del proprio conformismo.

Ha osservato il critico Ruggero Jacobbi nella Introduzione al romanzo di Pratolini (Mondadori, 1976, pp. XII-XIII):

«Portatrice di morte e poi suicida è Ninì; assassino e poi assassinato è Folco. La morte campeggia »nel libro come in tutte le vicende di quegli anni italiani.  È la stessa morte che appare come simbolo sui gagliardetti e nelle canzoni dei fascisti. Ma è anche la morte personale, accarezzata e si vorrebbe dire vissuta da temperamenti estremi, a loro modo eccezionali. In costoro la morte è divenuta la figura palese del condizionamento storico perché si è trasformata nell’asse di una psicologia. Qui si coglie bene il passaggio dalla predicazione nietzschiana alle varie forme di esistenzialismo. Non nel senso filosofico stretto, naturalmente, ma i quel modo quotidiano in cui la cultura, anzi, la sottocultura, entra rovinosamente nel conto delle sorti umane. Le vere ragioni di Nietzsche e l’ansia di trascendenza del migliore trascendentalismo saranno  sempre inaccessibili ai non addetti ai lavori. Ma il confuso alone di sentimenti che tali autori suscitano (perché, a loro volta, ne furono suscitati) ha una potenza indicibile, finisce per confondersi  col corpo stesso delle persone. Tutto in Ninì ha il colore cupo della tragedia, la sua aureola fiammeggiante: è un’eroina predestinata ed è la prima a saperlo. Anzi, una delle molle più persuasive del tragico è in lei il fatto che le sole persone a cui realmente teneva, le sole che giudicava capaci di modificare  il suo stesso destino, Guido e Folco, non riconoscono in lei questo ruolo di protagonista.  Ella sa di essere un simbolo sacrificale, una torcia viva; e come fanno gli esseri amati, gli eletti, a non accorgersene? Vorrà dire che sono, loro, dei falsi simboli, e che vanno perciò cancellati al mondo.  A cancellare Guido dalla memoria provvede una distratta e maliziosa frase di Folco sul suo conto: a cancellare fisicamente Folco provvederà lei, l’eroina, al culmine della crisi in cui vede il simbolo caduto, il mito ridotto a meschinità, e deve punire in un bersaglio esterno il proprio stesso errore. In tal modo Ninì vendica tutto il male del passato, ma rimane vuota, rimane terra bruciata: ora “tutto il male” è lei stessa. La sorte miseranda di Fru è l’ultimo segno, l’avviso, di una parabola terminata: non resta che agire di conseguenza.  Perché la terra bruciata non dà frutti, il vuoto non genera vita.  I tuta la vicenda di Ninì, sia nei rapporti con gi altri che nel fumigante groviglio del suo diario intimo, il sigillo della morte è decisivo, è l’impronta naturale e necessaria.

Non capisco pertanto come Bo e qualche altro abbiamo trovato arbitrario , quasi un mero gesto, il suicidio di Ninì. Ella si uccide  perché non vi sano più le persone che avrebbero potuto ucciderla.  Guido, Folco, Fru – e dunque tocca a lei sola.  Le eroine tragiche non muoiono nel proprio letto. Ninì obbedisce  alla sua stessa condizione esistenziale, ma alo stesso tempo cerca di risarcire un danno, un trauma di origine profondamente classista, divenuto immedicabile.  All’origine d tutta la sua tragedia sta l’oscuro coinvolgimento in un mito aristocratico e cosmopolita (Des Caisses!) di cui l’ambiente creato da Gioietta e l’amore per Guido  parvero a suo tempo le conferme. Anche Ninì ha avuto il suo momento felice, “secondo natura”, il suo inganno. Poi Gioietta è scomparsa, Guido è rimasto in una negativa e gelida distanza, Ninì è tornata alla sua sorte di “bottegaia” respinta da LUI, da LORO,  – l’ossessione dei corsivi è costante – e qualsiasi trionfo nella nuova area sociale è una sconfitta nel fondo dell’anima. Nemmeno il matrimonio con Adamo, intrapreso come una vendetta contro una classe subalterna, può fornire il risultato sperato:  Adamo ha la sua vittoria morale, Ninì rimane subalterna in quanto donna  non realizzata. Né, socialmente, ella può colpire Adamo n come arrivista o profittatore, perché subito la stessa logica economica le si volge contro. Qui il sesso entra a far parte della materia storica, la natura prepara il dossier delle sue ragioni e Ninì si vede di fronte  alla più straziante delle sue sorprese. Perché – mi sembra evidente –  Ninì si trova ad agire da lesbica essendolo forse da sempre, ma senza averci mai pensato. Se questo è vero, insisto: natura e storia  si sentono qui intricate in un nodo tremendo, Marx e Freud vengono ambedue citati come testimoni.»

Tutto giusto; solo, va aggiunto che quella ingombrante presenza di materialismo storico e psicanalisi costituisce, precisamente, il limite e il peso di una vicenda la quale, se riesce a prendere quota e ad offrirci dei personaggi riusciti,  come, appunto, quello di Ninì – ma anche per merito della bravura della Berenson, che ha sprecato una promettente carriera di attrice in una lunga serie di film di second’ordine e di parti sbagliate -, lo fa a dispetto di quel farraginoso armamentario ideologico e contro di esso.

E, poiché ci siamo soffermati sul personaggio di Ninì, dolente figura femminile che vorrebbe esemplificare la decadenza di un’intera classe sociale, la ricca borghesia terriera – ci sembra cosa utile offrire uno spaccato del suo dramma intimo, di anima appassionata ma incompresa, che si osserva con uno sconcertante miscuglio di lucidità e di ritegno nelle sue estasi tormentose (che ricordano «Femmes damnées» di Baudelaire), attraverso una pagina esemplare della sua vicenda umana: l’amore per Fru, personaggio tortuoso e distruttivo quant’altri mai.

Dal romanzo di Vasco Pratolini «Lo scialo» (Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1960, 1976, vol. 2, pp. 414-17; 425; 430-31):

«Ecco, Fru, ha chiuso la porta, in punta di piedi ha raggiunto il letto, si sta spogliando, mi sussurra: “Buonasera”.

Le ho detto di essermi impensierita e di aver supposto che quei ragazzi… Ora lei mi risponde: “Sono valorosi, sono dei bei figlioli, ma dalla Casa del Popolo dove si balla, stanno lontano.  Del resto son quasi tutti signorini, c’è anche qualche contadino e qualcuno di paese tra loro, pari a pari,  io non li conosco che di vista, è gente che non ha beni da salvare, su dai Falorni dicono sin pagati, io non ci ho mai avuti a che fare con nessuno. Ma non è politica, questa?” ha pigolato. “Ne vuol proprio parlare?”.

È scivolata sotto le coperte, tutta ignuda m’è parso; ora si finge addormentata.

22 settembre.

Sto vivendo momenti di cui dovrei provare orrore. Sono felice. Nottetempo, è come se viaggiassimo attraverso un inferno che lentamente si estingue per tramutarsi in una grande pace. Semmai quando in cielo si fa luce, mi piglia il tremito. Ma è freddo più che paura, siccome è mattina e la stufa si è spenta.

Come ieri notte, di ritorno dal ballare. Mi stavo alzando dal sécretaire.; lei si voltò nel letto e disse: “Non fumi così e non beva a codesto modo, è peggio per lei.” Le andai vicino. “Ne faccia a meno, ALMENO QUANDO SCRIVE LA SUA VITA”, esclamò. Mi gettò le braccia al collo,  nascose il viso sulla mia spalla, era nuda. “Lei è troppo buona con me, signora.”

Allora… come poi lei credé di spiegarsi, perché aveva addosso un profumo ignobile, dozzinale. Le gridai che potevo immaginarmi a quanti uomini so fosse strusciata.  “Ti piacciono tutti, me l’hai raccontato. Mentre ballate, i panni  è come diventassero di velo, e a te sembra di svenire. “. Lei continuava a parlarmi nell’orecchio, e in un sospiro che trovò forse dentro di me un’eco spropositata: “Sì è vero, ma non ce n’è uno che mi faccia presa”. Intendeva che nessuno riusciva a farla godere? Così mi parve di capire.

L’ira mi soffocava, avrei voluto urlare, insultarla, e non sapevo fare altro che colpirla con tutte le mie forze; ella sembrava offrirsi alla mia furia: non emise un gemito, non cercò di ripararsi con le braccia. Quando ricaddi esausta sul letto, ,la vidi ai miei piedi. Aveva il viso imbrattato di sangue, i capelli sciolti, il corpo nudo e supino,  i suoi occhi mi guardavano dolcemente, mi sorrise, mi pareva di averla giustamente punita, le ordinai di andare in bagno e fermare il sangue che le usciva dal naso., Ricordo, è digià un ricordo, che tornò a me serena, e in ordine, bella pettinata, con la mia camicia celeste, come la prima sera. Versò del cognac nel bicchiere, me lo porse inginocchiandosi.

Ero fuori di me? Ero felice.

Dissi, dopo averle meditate, queste parole: “Meriteresti o no, ti rimandassi all’Oliveto e prendessi Argia al tuo posto?”

Ella taceva; poi disse: “Al mio posto, proprio dove sono io ora?”.

“Anche, perché no?”.

Restammo così, lei inginocchiata, io le carezzavo i capelli; sentii le sue lacrime sulla mano che mi baciava.

“Non mi porterà più in città allora?”.

“No, ci porterò Argia.”.

“Lo dice perché io ne patisca?”.

“Lo dico perché lo penso anche se non ho preso ancora l’ultima decisione”.

“Sicché posso sempre sperare?”.

“Ti ho fatto male, Fru?”, le chiesi.

“No, no, soltanto… Le dispiacerà se glielo dico

Un altro dei nostri colloqui. Qualcosa di magico accade in quei momenti. : è come se il mondo si fermasse per lasciare impresso nella mente ogni gesto e parola.

“Avanti”, le ordinai. “Di che cosa mi dovrei dispiacere? Non di averti punita come meritavi.”.

“E di avermi rigato a sangue tutte le poppine, nemmeno?”.

Eccola che torna, portandomi la colazione.  C’è un temporale tremendo, è andata via la luce, malgrado  sia giorno pieno ho dovuto accendere il candeliere. Piove da una settimana, ora sembra scatenarsi il diluvio. Mao è saltato sul letto di prepotenza, con tutto il pelo increspato. […]

Avvertiti i suoi, stasera Argia si è coricata nella camera di Fru, e quando è stata certa che Antonio e Luisa si erano addormentati, ci ha raggiunto. Hanno voluto che fossero spente tutte le luci; inutilmente io ho tentato di avviare una conversazione. Mute, corrucciate, pudiche, mi stavano ai lati; ed io ho finito per accettare questo loro atteggiamento, incuriosita dapprima, poi presa nel gioco. Sentivo ai miei fianchi i loro corpi tesi,  come in agguato. Come se le cullassi, ora l’una ora l’altra, segretamente , nella reciproca finzione che, ora l’una ora l’altra, si fosse addormentata.  […]

27 settembre

Fru, anima mia, è giù nella sua camera, non ho potuto disporre altrimenti.. malgrado le medicine, la febbre non è ancora scesa.  Antonio ha avvisato ala Nuova Cisterna che Argia prende il posto di Fru, finché Fru non sarà guarita. Stasera dormirà lei “sul divano, per tenermi compagnia”. Sarà la prima volta che resteremo sole, senza Fru.

Non fa mai sera in questa attesa. Il cielo è grigio, il bel tempo si è subito spezzato.  Dei nuvoloni sovrastano l’Oliveto. Lo stesso si sta vendemmiando.  È deciso, domani andrò sui poderi.

Cos’è Argia per me? Standole accanto si prova come un fastidio, e nello stesso tempo si stabilisce una comunione immediata. Credo di capire che liberandosi di non so quali ceppi, si potrebbe sprofondare lei ed io dentro degli abissi che ignoro.  Ecco, vicino a lei non è più amore, è vizio. È questa la soglia che sto per valicare? Ella ha gli stessi diciotto anni  di Fru, ma è “una donna sul serio”, Fru ha ragione. . è quella figura degli Uffizi distesa sul fianco, che dà le spalle ai vecchioni che la concupiscono. Tuttavia, è viva, e come Fru, è nata e cresciuta sulla mia terra.  la perfezione del suo corpo ha del miracoloso, ma è già volta ad appesantirsi, a corrompersi e sfiorire. Nessuna luce,  sia pure ambigua e infantile, illumina la sua anima. Ella è ciò che è e sa di essere una contadina, senza uno slancio interiore, ottusa, venale. È, sotto questo aspetto, una cosa mia molto più di Fru. Come una bestia alla quale mi posso avvicinare, che non mi suscita né trepidazioni né affanni. Ma dalla quale debbo guardarmi, siccome è ombrosa.  Quando meno ne ha l’aria, può scalciare.

Così a lei, la mia persona non le procura che repugnanza.  Soltanto a furia di abbrividire, pensando alla dote o per la suggestione dell’ambiente, si addolcisce. Allora la sentivo sudare, agitarsi e protendersi tutta. C’era in queste notti  lo scrosciare della pioggia, il vento, i tuoni dietro le imposte serrate. Avevo l’impressione che Fri singhiozzasse, la faccia sul guanciale, mentre si fingeva addormentata. Immobili, Argia ed io, ci stringevamo la mano, intrecciando le dita.  Lei è più forte, me le stritolava. Mi sentivo lacerare il cervello.  Ora lo so: ero donna insieme a lei, disarmata, e piena di desiderio, di rivolta. Mi affannavo  perché riuscisse a gioire. Con Fru è comunque tenerezza, con lei dolore. Lei diventava l’amante, la padrona, , io la servivo. Mi trovavo stravolta dalla fatica, quando finalmente si spengeva. No, non è questo l’amore. L’amore è Fru che, a questo punto, si alzava,  era già l’alba, e senza un gesto, le faceva strada.  Argia scivolava di sotto le coperte con un sospiro. Scendevamo. Il sonno mi coglieva come cadessi in deliquio.»

Il dramma di Ninì è tutto in questo spietato analizzarsi e raccontarsi, senza ipocrisie e senza abbellimenti; ma, al tempo stesso, senza l’intimo coraggio necessario per guardarsi fino in fondo come realmente è: una donna ormai verso la quarantina, disillusa, stanca, assetata di amore, ma del tutto incapace di amare.

Una donna, come bene ha osservato Ruggero Jacobbi, destinata a offrirsi in olocausto, per ardere come una fiamma sacrificale e immolarsi sull’altare delle proprie contraddizioni: senza rimpianti: sola e disperata, così com’era sempre vissuta.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 18/05/2009 e del 13/05/17 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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