domenica, 19 Settembre 2021
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Un film al giorno: «Tutti a casa», di Luigi Comenicini (1960)

Il film:«Tutti a casa» di Luigi Comencini (1960). La domanda da fare agli italiani:«Siete ancora gli stessi o siete cambiati? Avete imparato a fare lealmente i conti con il vostro passato?O siete sempre quelli dell’8 settembre? Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

«Si vantano di ciò di cui si dovrebbero vergognare», dice a un certo punto San Paolo, nella famosa «Epistola ai Romani»; e veramente pochi film nella storia del cinema italiano, come questo «Tutti a casa» di Luigi Comenicini, sono stati capaci di riassumere meglio tutta la miseranda abiezione di un popolo, che nemmeno a distanza di decenni ha saputo fare onestamente i conti con il proprio passato recente.

E Alberto Sordi, che l’anno prima aveva mostrato di essere degno interprete di una tale rivisitazione, vilmente autodenigratoria ma, al tempo stesso, autoassolutoria, della nostra storia nazionale, interpretando l’ingiustamente celebre «La grande guerra» di Mario Monicelli, ha prestato con sciagurata genialità la sua maschera di Italiano cialtrone, millantatore, furbastro, eppure con un cuore grande così, all’immaginario collettivo nel quale il nostro intero popolo si è rispecchiato e riconosciuto: e, quel che è più grave, si è sostanzialmente piaciuto.

Certo, un film sull’8 settembre e sugli esordi della guerra civile non è paragonabile a un saggio storico e non gli si possono rimproverare difetti che, in sede storiografica, sarebbero imperdonabili; e tuttavia, esiste una soglia minima di decenza, oltre la quale nessun regista cinematografico dovrebbe spingersi, a meno che non persegua deliberatamente il progetto di distorcere la verità dei fatti, sino a renderla totalmente irriconoscibile.

Diciamolo subito: se l’8 settembre è stato il giorno della vergogna nazionale e non solo il giorno della «morte della Patria», come pure, suggestivamente, è stato detto: allora un film come «Tutti a casa», sciagurato capostipite di una mitologia alla rovescia, è la prova provata che quella vergogna permane, e viene assunta con intollerabile disinvoltura, perfino con fierezza, invece di essere profondamente meditata, al fine di trarne tutto l’amaro, ma necessario insegnamento; ed è la prova provata che, nel cuore del popolo italiano, non solo la Patria è morta e sepolta, ma della sua morte si è avuta la sfrontatezza di fare una lucrosa industria.

La vicenda narrata da Comencini è piuttosto semplice e lineare.

L’8 settembre del 1943, mentre l’esercito italiano si dissolve come nebbia al sole (pur essendo ancora, sulla carta, una forza notevole, per non parlare della marina), il sottotenente Alberto Innocenzi assiste all’evaporazione della compagnia posta al suo comando, e l’unica cosa che si preoccupa di fare è mettersi sulla via di casa, come tutti gli altri, e come se la guerra non continuasse, col nemico in casa (ma quale nemico?), e non stesse, anzi, per entrare nella sua fase più dura e drammatica.

La sua fuga attraverso l’Italia invasa e devastata dovrebbe corrispondere, in teoria, ad un processo di formazione: vede un compagno e la sua famiglia cadere sotto il piombo dei nazisti; vede i treni piombati passare, carichi di soldati italiani prigionieri, invocanti acqua e un poco di aria fresca; vede il suo stesso padre (interpretato da Eduardo De Filippo) che cerca di convincerlo ad arruolarsi nella Repubblica Sociale di Mussolini, e se ne allontana, sdegnato.

Alla fine, giunto a Napoli con l’ultimo dei suoi soldati, Ceccarelli (l’attore Serge Reggiani: non si dimentichi che il film è una co-produzione italo-francese; come, del resto, lo è «La grande guerra» di Monicelli), la sua coscienza offesa lo spinge a prendere la decisione di rivolgere le armi contro i Tedeschi: preludio ai fatti della Resistenza.

Il giudizio di Paolo Mereghetti è decisamente elogiativo, fino al punto di eseguire delle autentiche contorsioni concettuali (quando mai l’umorismo si può conciliare con il dramma?) pur di levare alle stelle il film di Comenicini:

«Aiutato da un Sordi d’eccezione, conciliando felicemente il tono umoristico con quello drammatico, Comencini (insieme agli sceneggiatori Age, Scarpelli e Marcello Fondato) contribuisce a spezzare il muri di silenzio calato negli ani Cinquanta sulla Resistenza, affrontando con efficacia un momento cruciale della nostra storia, accuratamente ignorato dal cinema italiano»

Ancora più positiva, se possibile, la valutazione del Morandini, che parla di fusione di ben quattro generi diversi, e non più di due soltanto, come Mereghetti; e che, citando il critico Gosetti, arriva a fare l’elogio del profondo spessore etico del film di Comencini:

«Fusione ben temperata di comico, grottesco, drammatico e patetico: una storia corale con A. Sordi meno mattatore del solito. “… sotto le mentite spoglie di una commedia, il film è sostanzialmente un racconto a tesi…  quello della scelta che ciascuno è chiamato a fare almeno una volta nella sua vita (G. Gosetti). È forse il miglior film di Comenicini 1916), una delle rare mediazioni felici tra neorealismo e commedia italiana, grazie all’apporto di Age e Scarpelli (più Marcello Fondato) in sceneggiatura.»

In realtà, più che di una felice sintesi tra neorealismo e commedia all’italiana, dovremmo qui parlare del vertice toccato da Comencini in un suo particolarissimo sottogenere, del quale si deve considerare l’insuperato maestro: il neorealismo rosa.

Con la stessa ipocrita patina di buoni sentimenti che lo hanno portato al successo con «Pane, amore e fantasia» e con «Pane, amore e gelosia» (dove, peraltro, il merito era soprattutto nella scelta di De Sica e Lollobrigida come coppia di attori protagonisti), qui Comencini ha voluto cucinare in salsa divertente, e perfino umoristica, la pagina più nera, in assoluto, della storia italiana moderna: quella dell’8 settembre 1943.

Semplificando, ma neanche troppo, si potrebbe riassumere in questo modo la tesi del regista bresciano (che è stata, poi, e sostanzialmente è tuttora, anche la tesi della Vulgata storiografica dominante): della morte della patria, in quell’infausto giorno di fine estate della seconda guerra mondiale, tutti siamo stati colpevoli.

Tutti siamo stati vigliacchi, irresponsabili, furbastri, cialtroni: tutti abbiamo pensato che, dopo tre anni e mezzo di guerra senza quartiere al fianco della Germania, si potesse così, da un giorno all’altro, saltare sul caro dei vincitori, piantando in asso l’alleato e venendo promossi al rango di co-vincitori, senza più dover fare nemmeno la fatica di combattere sul serio il nuovo nemico. Insomma, che si potesse tornare tutti a casa, piantando in asso tutti quanti e abdicando interamente alle nostre responsabilità, nazionali e internazionali.

Ma allora, se così è stato – e senza dubbio le cose sono andate proprio in questo modo, è impossibile negarlo – allora ne consegue una cosa molto interessante, per un popolo che non ama stare mai dalla parte dei perdenti: che la viltà, l’irresponsabilità, la furberia, la cialtroneria, non sono più dei vizi: mal comune, mezzo gaudio. Tutti siamo stati colpevoli dell’8 settembre, ergo nessuno è stato colpevole: è lo stesso teorema di Tangentopoli, caro a Bettino Craxi sul momento, e a Silvio Berlusconi e soci, in un secondo momento (che perdura tuttora).

Ed ecco allora l’Albertone nazionale crescere improvvisamente di statura, trasfigurarsi, divenire improvvisamente il campione di un Italiano desideroso di riscatto, da quel nano cinico ed egoista che era; divenire l’emblema di una rinascita, addirittura il precursore della Resistenza: proprio lui che, nei panni del sottotenente Alberto Innocenzi (perfino il nome di battesimo è lo stesso, e il cognome è tutto un programma), dovrebbe semmai essere l’emblema di quella piccola borghesia che porta le maggiori responsabilità per quanto di peggio è avvenuto in Italia fra il 1919 e il 1943 (e oltre): appunto con la sua furberia cialtrona e con il suo opportunismo amorale.

Insomma, attraverso questa astuta operazione ideologica, quelli stessi che vollero, sostennero e approvarono il fascismo per più di venti anni, diventano di colpo puri e immacolati combattenti per la libertà e si rifanno una verginità democratica, pronti a mettere la loro eterna ipoteca sulla futura direzione del Paese, a guerra finita, e sino ai nostri giorni: passando per la corruzione democristiana, il fanatismo comunista, la Loggia P2, il Banco Ambrosiano, Michele Sindona, le stragi di Stato e tutto il resto.

«Promoveatur ut amoveatur», dicevano i Romani, che di machiavellismi (e di gattopardismi) se ne intendevano parecchio; gli intellettuali alla Comencini, da parte loro, hanno inventato un altro procedimento, non meno ingegnoso, che si potrebbe riassumere così: «Denigrate a più non posso un popolo intero, affinché lo possiate assolvere in blocco e consentirgli, così, di godere ancora a lungo, sotto mutate spoglie, le delizie della medesima classe dirigente che lo ha condotto al disastro e al supremo disonore».

Tornando all’Albertone nazionale, non è certo un caso che, da allora, egli sia venuto sempre più spesso interpretando personaggi che sono la fotocopia di Albero Innocenzi, con o senza la divisa e le mostrine; a cominciare da «I due nemici» di Guy Hamilton, del 1961, fino ai vari dottor Tersilli della mutua, il cliché è sempre lo stesso, quello del piccolo borghese furbo e cialtrone, ma in fondo tanto umano: «Italiani brava gente», dopotutto, e qualsiasi conflitto si può mettere a tacere con l’antica saggezza dei tarallucci e vino.

La cosa più grave è che a questo cliché autodenigratorio (e, come si è detto, segretamente autoassolutorio) il pubblico ha finito per affezionarsi, sia in Italia, sia all’estero. Relativamente alla pagina dolorosissima, e vergognosa, dell’8 settembre, valga per tutti il film del 1965 di Mark Robson, che ha eternato e tramandato a futura memoria (e ad eterna infamia) l’immagine di un esercito e di un popolo di vigliacchi e di voltagabbana, che preferiscono arrendersi in massa anche quando potrebbero resistere, e che chiedono, anzi, esigono, di consegnarsi al nemico senza sparare un colpo: con Sergio Fantoni che veste i panni dell’ufficiale alla Innocenzi, senza un briciolo di pudore e di amor di patria.

No, non è stato l’inizio della rinascita, l’8 settembre; e mai sarà possibile fare onestamente un esame di coscienza su quella vicenda, finché continueremo ad autoingannarci con il mito dell’Italiano fanfarone e cagasotto, ma, in fondo, con un cuore grande così, come Comencini e compagni si sono sforzati di inculcarci.

Uno dei pochi storici che hanno detto una parola onesta sull’8 settembre è stato Renzo De Felice (insieme a pochi altri, come Rosario Romeo e Gian Enrico Rusconi), il quale, giustamente, ha visto in quell’evento il punto d’arrivo di una fondamentale debolezza etico-politica che risaliva molto indietro nel tempo, e di cui sarebbe sbagliato e fuorviante addossare tutta la responsabilità al fascismo soltanto (da: R. De Felice, «Rosso e Nero», a cura di Pasquale Chessa, Milano, Baldini & Castoldi, 1995, pp.  31-37):

«”Abbasso tutti” c’era scritto su una spalletta del Lungotevere. L’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio, i giornali italiani uscirono listati a lutto. Comincia in tal modo lo svuotamento del senso nazionale che fa di quel giorno la data simbolo del male italiano. È il carattere stesso di un intero popolo che viene messo in discussione.

Per capire il clima, meglio dei documenti della storia, è l’invenzione narrativa che ci dà lo spirito del tempo. Al cinema come nella letteratura, ché da questo punto di vista “Tutti a casa” di Luigi Comencini con Alberto Sordi ha lo stesso valore de “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino.. Anche se, fra tante pagine tragiche, io preferisco la cinica, e altrettanto sofferta rappresentazione di Curzio Malaparte che, ne “La pelle” l’8 settembre lo racconta così: “Un magnifico giorno… Tutti noi, ufficiali e soldati facevamo a gara a chi buttava più ‘eroicamente’ le bandiere nel fango… Finita la festa, ci ordinammo in colonna e così senz’armi senza bandiere, ci avviammo verso i nuovi campi di battaglia, per andare a vincere con gli Alleati questa guerra che avevamo già persa con i Tedeschi… è certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra sono tutti buoni,  non tutti sono capaci di perderla.”

È stato il grande storico dell’Italia liberale, Rosario Romeo, a intuire per primo che, con la seconda guerra mondiale, si rivela la debolezza “etico-politica” del sentimento nazionale ancora legato alle radici culturali, ma anche psicologiche e caratteriali, del passato preunitario.  È la borghesia italiana che manca il suo compiuto storico evitando di schierarsi da una parte o dall’altra in attesa, seppure nel quadro di una generale avversione per l’occupazione tedesca,  dello svolgersi degli eventi.

La fuga di Vittorio Emanuele e del suo primo ministro Pietro Badoglio, del suo capo di stato maggiore Vittorio Ambrosio e di buona parte dei vertici militari, l’abbandono alla mercé  del nemico (vecchio e nuovo) delle truppe nei territori d’occupazione e la dissoluzione dell’esercito in Italia, subito dopo l’annuncio dell’armistizio, hanno segnato e minato  per sempre la memoria collettiva nazionale. Il termine dissoluzione ci dà solo una pallidissima idea  della realtà di quei giorni. “Le forze amate italiane non esistono più”, era la cruda constatazione, già il 10 settembre, dell’alto comando tedesco.

Diversamente erano andatele cose nell’ottobre del 1917, dopo la sconfitta di Caporetto, quando la borghesia italiana era riuscita a raccogliere le forze per scongiurare la catastrofe della patria: nessuno mise in dubbio l’esito finale della guerra e, grazie al Piave, a Caporetto seguì Vittorio Veneto.

Tutto era cominciato male, nel 1940. La borghesia italiana che, volente o nolente, ormai aveva finito per identificarsi col fascismo, aveva visto di buon occhio  la fine della “non belligeranza”, immaginando di dover combattere  una “guerra breve”. Nel sentimento comune, dopo il crollo  verticale della rancia, un pugno di morti e poche settimane di combattimenti sarebbero dovuti bastare per guadagnarsi  il diritto di sedere al tavolo della pace dalla parte dei vincitori. Con questo spirito gli stessi figli della borghesia fascista affrontarono la guerra come un grattacapo da sopportare, una seccatura da evitare, una corvée da scansare. Ma quando, grazie alla fermezza di Winston Churchill, da “breve” si fece “lunga” e si fece subito dura (ci furono le prime sconfitte in Grecia, in Africa settentrionale, a Taranto), la guerra di Mussolini per i borghesi fascisti come per gli antifascisti, ma soprattutto per gli afascisti, divenne una “guerra imposta”. Si generò un clima politico-culturale “all’italiana”, più furbetto che cinico, un po’ opportunista, che sarà all’origine della faglia morale dell’8 settembre. […]

In un piccolo libro del 1945, “Quasi una vita”, Corrado Alvaro dipinge il quadro lucido e tragico di questo stato d’animo: “Gran parte dell’Italia si augurò (…) la disfatta. Gli Italiani credettero a Radio Londra, sperarono sempre più ardentemente nella sconfitta, l’aiutarono, la predicarono: eppure avevano figli in Africa, nei Balcani, in Russia. (…) La solidarietà e il patriottismo e il senso della responsabilità individuale andavano dispersi e uccisi.”

Cinquant’anni dopo, sulla rivista liberalcomunista “Reset”, Norberto Bobbio conferma: “Avevamo perduto  così radicalmente l’idea di nazione da desiderare che l’Italia perdesse la guerra.” Per Bobbio la ‘data tragica’ della nazione è il 10 giugno 19140, giorno della dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra. Ne abbiamo  discusso in occasione del cinquantenario del 25 aprile  su “panorama” e “L’Unità”. Dice Bobbio: Caro De Felice, è questa la valutazione che ci divide: secondo me la stragrande maggioranza degli italiani non fu favorevole all’entrata i guerra”. Bobbio sbaglia:  il sentimento comune degli italiani, alla fine degli anni Trenta, era di totale fiducia per Mussolini; controllando bene le cifre, si scopre che la partecipazione volontaria alla seconda guerra mondiale fu maggiore che nella rande Guerra. I dati pubblicati nel penultimo volume della biografia, “Mussolini, l’Alleato”, vanno corretti: ho potuto stabilire infatti che i militari cercavano di minimizzare  il fenomeno facendo passare molti volontari per arruolati.

Dopo le cocenti sconfitte in Africa e in Russia, il vertice fascista e lo stesso  Mussolini si erano convinti che bisognasse trovare una nuova via di uscita. Ma non era facile. Infatti è dalla ricerca d queste soluzioni che si evince tutta la superficialità della classe politica e militare, fascista e monarchica, che in  tutto quell’armeggiare fu guidata solo dalle ambizioni di carriera e dalle possibilità di avanzamento.

Si comincia con gli sforzi per convincere Hitler a un accordo con Stalin o almeno a una stabilizzazione del fronte orientale, in modo da spostare tutto il baricentro della potenza tedesca sul Mediterraneo contro gli Alleati; si prosegue con la pretesa che i tedeschi accettino un’uscita unilaterale dalla guerra degli italiani;  si finisce con l’assurda idea di Dino Grandi (che pure era un uomo di molte qualità) di un ribaltamento del fronte, con l’immediato passaggio dell’Italia a fianco degli Alleati.. Evento tanto incredibile allora, quanto impossibile dopo. Con tutte le conseguenze che ancora scontiamo.

C’è un passo di Rosario Romeo che dà un giudizio definitivo sui vertici militari e politici del fascismo: “Dopo aver corso ‘avventura  a fianco della Germania fino a quando il successo parve a portata di mano, si scoprirono antifascisti e antitedeschi alla venticinquesima ora, mostrarono in questa occasione di essere non solo tecnicamente ma anche moralmente  e intellettualmente troppo inferiori alle esigenze  di un conflitto che coinvolgeva il destino di interi popoli  e non poteva essere chiuso con manovre ispirate alo stile  della settecentesca politica d gabinetto.”

Sono d’accordo. Se ne deve dedurre che nemmeno alla fine, quando tutto era perduto,  si era compresa la vera natura d questa guerra. Gli unici che avevano le idee un po’ più realistiche erano i comunisti, per via dei loro rapporti stretti e privilegiati con Mosca.»

In conclusione, dopo aver letto la maggior parte dei libri che si sono scritti, in Italia, sulla «verità» dell’8 settembre (a cominciare da quello, famosissimo, di Ruggero Zangrandi, altro classico convertito all’antifascismo della venticinquesima ora); e, soprattutto, dopo aver visto i film italiani che trattano di quella data memorabile, a cominciare da «Tutti a casa» di Luigi Comencini, la domanda ineludibile che uno straniero serio vorrebbe porre all’Italiano medio, immaginando di tornare nel nostro Paese dopo un’assenza di qualche decennio, sarebbe per forza la seguente: «Siete ancora gli stessi, o siete cambiati? Avete imparato a fare lealmente i conti con il vostro passato? Oppure siete sempre quelli dell’8 settembre, siete sempre quelli del “tutti a casa”: sempre pronti a scrollarvi dalle spalle le vostre responsabilità e a cercar di saltare, all’ultimo momento, sopra il caro del vincitore?».

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 24/08/2009 e del 10/02/16 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 26 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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