domenica, 13 Giugno 2021
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«Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?»

Cultura popolare addio. Giacomo Leopardi immagina che un viandante senza nome, che è poi lui, porti un venditore di almanacchi a una graduale consapevolezza della illusorietà delle speranze che gli uomini ripongono nel futuro di Francesco Lamendola  

In uno dei più famosi dialoghi delle «Operette morali», il «Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere», Giacomo Leopardi immagina che un viandante senza nome (che è, poi, controfigura dello stesso poeta) porti un venditore di almanacchi a una graduale consapevolezza della illusorietà delle speranze che gli uomini ripongono nel futuro.

Per poter fare del venditore di almanacchi il simbolo di coloro che vivono all’insegna di un ottimismo ingenuo e superficiale  – il che, dopotutto, non è cosa peggiore che vivere all’insegna di un desolante pessimismo intellettualistico -, Leopardi sposta fin dalla prima battuta l’oggetto della riflessione dal calendario all’anno nuovo, chiedendo al venditore se i suoi almanacchi sono per l’anno nuovo (come se ne esistessero per l’anno vecchio!) e, subito dopo, domandandogli se egli ritenga che l’anno nuovo sarà felice; e, poi, se lo sarà più di quelli passati.

Leopardi, uomo di città (pur essendo nato in un piccolo borgo di provincia; ma i luoghi della sua vita furono Roma, Bologna, Milano, Pisa, Firenze, Napoli), certamente fu, come poeta, un grande interprete della bellezza della campagna, come appare da stupende poesie quali «Il sabato del villaggio» e «La quiete dopo la tempesta». Però non ebbe alcuna comprensione per la cultura della gente di campagna: tanto che, nelle sue opere, invano si cercherebbe una qualche forma di ammirazione o di rispetto per le sue manifestazioni, tranne forse per quella «donzelletta» che «vien dalla campagna» col suo mazzo di rose e di viole, con le quali si adornerà per il ballo del dì della festa. Per il resto, la gente di campagna non sembra aver attratto particolarmente la sua attenzione (a differenza del suo contemporaneo Manzoni): cosa notevole, se si pensa che gli Italiani del tempo erano dediti, nella stragrande maggioranza, proprio all’agricoltura.

Questo disinteresse affonda le radici nella formazione illuministica di Leopardi, che lo portava a vedere la realtà in termini di razionalismo e di cosmopolitismo; non vi è la minima traccia, in lui, di quella rinata curiosità, di quella profonda simpatia per la cultura e le tradizioni popolari, che sono parte essenziale del Romanticismo, specialmente tedesco. Né il dialetto, né le fiabe e le leggende, né i canti o i proverbi e tanto meno le forme dell’artigianato o dell’edilizia rurale, sembrano aver richiamato la sua attenzione. La campagna gli piaceva, ma solo come sfondo poetico della sua malinconia e della sua amara polemica contro la natura matrigna.

Un’altra ragione di questa significativa mancanza di interesse, da parte di un uomo così ricco di curiosità sul mondo e sui propri simili, potrebbe forse ricercarsi – a nostro avviso – nel fatto che la cultura popolare e contadina era profondamente permeata dai valori religiosi, e, in particolare, dalla  fede nella Provvidenza divina, ciò che la rendeva quasi incomprensibile all’ateo Leopardi, il cantore del mondo quale suprema manifestazione del Male (cfr. il nostro precedente articolo «Leopardi cantore di Arimane, è il campione di un satanismo disperato, ma lucido e coerente», consultabile sul sito di Arianna Editrice).

Non vi era alcun possibile punto di contatto fra l’intellettuale orgoglioso e disperato, chiuso nella sua cultura classica e nella sua visione materialistica e meccanicistica della natura, e la semplice fede – ingenua, anche, se si vuole, ma non per questo disprezzabile – del contadino povero e ignorante, spesso analfabeta; ricco, però, di una tradizione antichissima, di una visione umile e rispettosa della natura, dalla quale dipendeva l’intera sua vita (si confronti il film di Ermanno Olmi «L’albero degli zoccoli»).

Un contadino che vedeva ancora nella terra non solo la sua fonte di sostentamento, ma anche un luogo destinato da Dio agli uomini per vivere e, quindi, un luogo intrinsecamente buono, anche se spesso avaro dei suoi frutti e dominato da forze potenzialmente minacciose: dalle inondazioni alla carestia, dalla malaria al colera. Un luogo, soprattutto, che accoglie nel suo grembo tutti i viventi, alla fine della loro vicenda terrena; e che costituisce, pertanto, il segno della continuità fra la vita che si rinnova e quell’altra vita, ultraterrena, che già accoglie le anime dei trapassati.

E di questo legame ideale fra la terra e l’aldilà, fra il mondo dei vivi e quello dei morti, è stato mirabile cantore proprio l’ateo Carducci, che, ne «Il comune rustico» (poesia ispiratagli da un soggiorno a Piano d’Arta, in Carnia, regione alpestre allora fra le più povere d’Italia), ha descritto «la chiesa che prega e il cimitero che tace», ossia i due termini di quell’itinerario spirituale in cui consisteva, per la civiltà contadina, l’intera vita umana.

Almanacchi e lunari sono – o meglio, erano – una delle espressioni più vive della cultura popolare e contadina, della sua istintiva saggezza, della sua fede religiosa, della sua capacità di rappresentarsi la vita e il mondo come un fenomeno unitario, davanti ai quali l’uomo si pone in atteggiamento olistico e non solo utilitaristico, ma anche contemplativo, sorretto da valori forti e da poche, ma indiscutibili certezze: prima fra tutte, la convinzione che l’uomo non è gettato a caso nel mondo, ma vi è chiamato nell’ambito di un vasto progetto provvidenziale.

Quella degli almanacchi è una tradizione molto antica, risalente, in Italia, al XVI secolo e attraverso la quale ha preso forma visibile quell’insieme di credenze, leggende, abitudini e ritmi e in cui si è espressa la civiltà contadina, fino a quando è stata alimentata dalla linfa vitale della società pre-industriale; fino a quando, cioè, la terra non è diventata altro che un mezzo per realizzare il massimo profitto, esattamente come la fabbrica.

Gli almanacchi e i lunari erano pubblicazioni modeste e volutamente prive di pretese, ma di grande diffusione popolare, che esprimevano compiutamente la visione del mondo da parte della civiltà contadina: scritte da uomini del popolo per altri uomini del popolo, secondo una trasmissione della cultura che si rinnovava di generazione in generazione.

La cosa che balza subito all’occhio, esaminando una di tali pubblicazioni (che oggi sopravvivono, ma ormai fuori del loro contesto originario e nell’ambito di un orizzonte nostalgico per un mondo e per una saggezza che, ormai, sono andati perduti) è la loro ampiezza di orizzonti, frutto di un approccio nettamente olistico al mondo della natura e alla realtà in generale. Infatti, accanto al calendario e al giornale dei santi, essi riportavano notizie, curiosità e consigli utili per la vita quotidiana, che spaziavano dall’oroscopo alla salute, dall’agricoltura al giardinaggio, dalla morale alla psicologia spicciola: apparente eterogeneità che nasceva, in effetti, da una visione fortemente unitaria della natura e delle sue manifestazioni.

Per fare un esempio, non si può coltivare bene l’orto se si ignorano gli influssi lunari; e non si possono conoscere le fasi lunari, o qualunque altro evento astronomico, ignorando il sapere astrologico che ad essi è legato; né si può coltivare bene l’orto se non si conoscono le proprietà curative delle piante, oltre a quelle propriamente alimentari. Così, la conoscenza dei ritmi della vita vegetale porta naturalmente verso la conoscenza del corpo umano, della sua fisiologia, delle pratiche che consentono di preservarlo in buona salute; e, accanto a un retto uso di ciò che la terra ci mette a disposizione, è importante coltivare anche una serie di qualità dello spirito, dal buonumore alla pazienza, dalla capacità di fare una sana ironia alla fede in Dio, che è la cosa più importante di tutte e che tutte le comprende.

La seconda cosa che balza all’occhio, negli almanacchi popolari,  è che questa vasta congerie di notizie, curiosità e consigli pratici, pur sottintendendo una visione unitaria del mondo, non hanno in alcun modo una struttura organica, bensì volutamente frammentaria e minimalistica (il che non vuol dire estemporanea o casuale). Si tratta, cioè, di una forma di sapere che ha piena consapevolezza dei propri limiti e che non si sogna  nemmeno di volerli oltrepassare; però, al tempo stesso, di un sapere che ha un profondo rispetto di sé stesso e che non nutre alcun complesso di inferiorità verso le manifestazioni della cultura “alta”.

Anche in questo, gli almanacchi erano una fedele e coerente espressione della cultura contadina: che non voleva “imitare” la cultura cittadina, la cultura dei “signori”; ma che, pur sapendosi umile e semplice rispetto a quella, nutriva anche una viva coscienza della propria ragion d’essere, delle proprie radici e della propria missione.

Gli almanacchi, pertanto, non scimmiottavano affatto la “filosofia” di un sapere enciclopedico (del resto, storicamente, essi avevano una origine diversa e di gran lunga più antica di quella delle enciclopedie); non volevano essere l’imitazione povera di una forma di cultura borghese, tanto più che si ispiravano a tutt’altri valori: cominciando da un rapporto amichevole e non oppositivo con la natura, e finendo con una fede religiosa trasmessa “ab antiquo”.

Negli almanacchi, ad esempio, si trovavano ricette di cucina e rimedi contro i reumatismi: cose pratiche, umili; cose riguardanti la vita di tutti i giorni: e tuttavia cose necessarie e dalle quali dipende una certa qualità dell’esistenza; così come passa una certa differenza fra una cucina elegante e super accessoriata, ma fredda nell’arredamento, e una cucina modesta, ma ingentilita da  particolari quali le tendine fatte a mano per le finestre, la tovaglia di stoffa anziché d’incerata, i centrini artisticamente cuciti dalla nonna.

Non è un caso che uno dei più diffusi (e longevi) almanacchi italiani sia quel «Calendario di Frate Indovino», che da oltre cinquant’anni viene pubblicato dai frati francescani e che, già nel titolo, sembra alludere a una sorta di riconciliazione tra la fede religiosa e l’astrologia e che è improntato a un tono di bonario, sereno ottimismo, non solo nei contenuti, ma anche nella veste grafica, particolarmente nelle illustrazioni di tipo popolaresco.

Non si tratta di anti-intellettualismo, perché l’anti-intellettualismo è, comunque, un atteggiamento di tipo intellettuale, che nasce e si giustifica all’interno degli orizzonti della cultura “alta”, ossia quella degli intellettuali che scrivono per le persone colte e, possibilmente, per altri intellettuali. L’almanacco, invece, è la manifestazione di una cultura “altra”, che procede lungo un proprio binario, parallelo e non mai intersecantesi con i binari della cultura “ufficiale”.

Il «Barbanera» e il «Pescatore di Chiaravalle» sono altri esempi di famosi almanacchi italiani.

La cultura contadina che si esprime attraverso gli almanacchi (in friulano, “strolic”: letteralmente “astrologo, chiromante, indovino”) rivive mirabilmente nell’episodio manzoniano della questua delle noci di fra Galdino, accolto da Agnese e Lucia nel III capitolo de «I promessi sposi». Fra Galdino racconta alle due donne il miracolo delle noci, avvenuto «molt’anni sono, in quel nostro convento di Romagna»; dove appare un’altra caratteristica tipica della cultura popolare: l’indeterminatezza di tempo e luogo.

Nella cultura contadina, quel che conta non è l’esatta contestualizzazione spazio-temporale di un evento; quel che conta è la sua dimensione allegorica, diciamo il suo valore metastorico e anche pedagogico. È quel mondo senza storia di cui fa la scoperta Carlo Levi in «Cristo si è fermato ad Eboli» o di cui parla Francesco Jovine in «Signora Ava».

La cosa più significativa da osservare in proposito è che una tale concezione della realtà si avvicina, per molti aspetti, a quella mitica: anche nel mito il tempo non è storico, ma indefinito e metastorico; e anche nel mito quel che conta non è la specificità degli eventi, ma il loro valore paradigmatico e allusivo.

Se la cultura del mito è sopravvissuta all’avvento della modernità, ciò ha avuto luogo nella civiltà  contadina. Non solo negli almanacchi, ma nelle canzoni e nelle leggende popolari; in certe forme di spettacolo popolare, come i cantastorie o il teatro dei pupi in Sicilia; in certe forme di arte devozionale, come le pitture delle cappelle rurali o i dipinti su tavola per gli ex-voto destinati ai santuari mariani. Molte di queste forme espressive hanno conservato non solo la “forma mentis” tipica del mito, ma anche – particolarmente nel caso delle leggende popolari – taluni contenuti, come la figura del paladino Orlando o quella, ancora più antica, di Attila, il re degli Unni (i cui guerrieri, ad esempio,  avrebbero costruito il colle di Udine per consentirgli di ammirare da lontano, nella notte, l’incendio della infelice Aquileia; e poco importa che, all’epoca della distruzione di Aquileia, Udine non esistesse affatto).

Basterebbe già questo solo fatto, per farci comprendere quanto grande sia stata la perdita della civiltà contadina e quanto irreparabili le sue conseguenze.

Con essa, abbiamo perduto veramente le nostre radici, che erano molto più antiche e profonde di quanto noi stessi avevamo creduto.

E in cambio di che cosa è avvenuta quella distruzione, poi?

In cambio del piatto di lenticchie del benessere fasullo della società industriale, del consumismo sfrenato, del mito della “american way of life”.

Così, per voler fare «gli americani», abbiamo perduto noi stessi; abbiamo stretto un patto col Diavolo e barattato la nostra anima in cambio di cose materiali.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 10/11/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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