sabato, 19 Giugno 2021

Baci rubati?

“Baci rubati” è un’espressione divenuta celebre nel 1968, con l’uscita, nelle sale cinematografiche del film omonimo di François Truffaut, pietra miliare nell’evoluzione del personaggio-simbolo di Antoine Doinel. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

“Baci rubati” è un’espressione divenuta celebre nel 1968, con l’uscita, nelle sale cinematografiche del film omonimo di François Truffaut, pietra miliare nell’evoluzione del personaggio-simbolo di Antoine Doinel, colto nella fase di passaggio da una difficile giovinezza, piena d’insicurezze, esistenziali e anche affettive, alla maturazione umana e sessuale. In effetti, quando si parla di baci rubati, viene subito alla mente l’immagine dell’attore Jean-Pierre Léaud, tutto intento a strappare qualche bacio immaturo alle donne che incontra nella sua vita; ma esiste un precedente letterario molto illustre, l’«Aminta» di Torquato Tasso (1573), nella quale il protagonista, il pastore Aminta, era riuscito a rubare un bacio sulla bocca alla ninfa Silvia, di cui era segretamente innamorato, fingendo di essere stato punto sulle labbra da un’ape, dopo aver visto che Silvia, con l’amica Fillide, aveva fatto la stessa cosa, per estrarle il veleno, succhiandolo dalla ferita.

Ma a rubare i baci può anche essere una donna, nei confronti di un uomo. E quale situazione più favorevole di quella d’una giovanissima ragazza, considerata ancora da tutti poco più di una bambina, la quale, sfruttando l’innocenza e la supposta ingenuità della sua età, riesce a farsi baciare, quasi per gioco, da un uomo, e precisamente dal fidanzato della sorella maggiore, abituato a girare per casa e a vedersela intorno, anche a baciarla, ma così, in maniera scherzosa e del tutto innocente, come si farebbe con una sorellina? Ora, però, la “sorellina” si sta facendo donna: gli altri non se ne sono accorti, tanto più che la storia d’amore fra il giovane e la sua promessa sposa va male, molto male: lei, temperamento mistico, un po’ esaltato, e, per giunta, disposta a gettarsi anima e corpo nella guerra civile per difendere i valori religiosi e morali in cui crede fermissimamente, non sembra ricambiare con uguale passione il vivo sentimento di lui, animo forse più limitato, ma leale e generoso, che vorrebbe avere accanto a sé una sposa con i piedi per terra e che, essendo ufficiale di carriera, certo non potrebbe unirsi a una donna che ha gravemente infranto le leggi dello Stato, e sia pure per motivazioni indubbiamente idealistiche.

Questa è la situazione descritta nel romanzo «Marta e Maria», del 1883, da Armando Palacio Valdés, uno dei più prolifici e popolari scrittori spagnoli appartenenti alla generazione a cavallo fra XIX e XX secolo, nato a Entralgo, presso Laviana, nelle Asturie, il 4 ottobre 1853 e morto a Madrid il 9 gennaio 1938, in piena guerra civile tra franchisti e repubblicani. La guerra civile di cui si parla nel romanzo è, invece, un’altra: quella carlista, nella quale la bellissima, bionda e romantica Maria, gran lettrice dei romanzi storici di Walter Scott, compromessa in un’azione insurrezionale, evita la prigione scegliendo volontariamente la via del convento, più vicina al suo intimo sentire che non la vita matrimoniale. Ciò lascia campo libero alla sorellina quattordicenne, Marta, una brunetta della quale nessuno s’era curato gran che, essendo considerata da tutti una bimba innocente e non molto interessante, messa completamente in ombra dalla forte personalità e dal fascino innegabile della brillante sorella. Marta, però, ha un segreto indicibile: è innamorata, da sempre, del bel fidanzato di Maria, il marchese Riccardo di Peñalta, ufficiale d’artiglieria, d’un amore fanciullesco, ma totale, che, forse, non ha mai osato confessar pienamente neppure a se stessa, e che tuttavia, al momento della rottura del fidanzamento – con Riccardo che visita ancora la sua casa, per amicizia verso il padre, ma già in attesa di ottenere il trasferimento, da lui richiesto per dimenticare -, riuscirà, alla fine, e quasi inaspettatamente, ad attirare l’attenzione del mancato cognato e a rivelare a lui stesso il silenzioso legame che si era creato fra loro, e che egli non aveva saputo vedere, né riconoscere, pur essendone già, in qualche modo, sottilmente pervaso.

Non che la birichina non avesse già fatto qualche passo abbastanza esplicito per dire,  nonostante tutto, il suo amore, ma solo allorché il fidanzamento fra la sorella e Riccardo era ormai già seriamente compromesso. In particolare, durante una gita della famiglia, con un gruppo di amici, ad un’isola presso la costa delle Asturie, dove è ambientata la vicenda, ella aveva trovato il modo di restare sola con lui, di stringerglisi accanto, e persino di farsi baciare, prima sulle mani, poi addirittura sulla bocca, ma sempre così, con finta innocenza, quasi per gioco, mentre già l’alta marea stava montando e Riccardo appariva distratto e un po’ preoccupato perché lei non capiva l’urgenza di allontanarsi da quella roccia, che, fra pochi minuti, sarebbe stata sommersa dalle onde dell’Oceano Atlantico.

Il confine tra l’ingenuità della ragazzina sognante e la malizia istintiva della donna già scaltra è, qui, sottilissimo; e, anche se l’arte di Palacio Valdés rifugge dalle situazioni fosche, drammatiche, e anche dal profondo scavo psicologico, e preferisce mantenersi su d’un piano di sorridente e bonaria quotidianità, smussando gli angoli e arrotondando ogni asprezza, si ha, nondimeno, la netta sensazione che lo scrittore dica volutamente assai meno di quel che avrebbe potuto, e, forse, dovuto dire; che ci abbia messo davanti agli occhi una situazione fortemente ambigua, carica di un erotismo tanto più teso, quanto più, in apparenza, inconsapevole; e che sia Riccardo, sia, soprattutto, la stessa Marta, non possano essere proprio così ingenui e spensierati come vorrebbero far credere e a se stessi e l’uno al’altra. Con il curioso – e un po’ ingiusto – risultato che il lettore finisce per sentirsi lui un po’ a disagio, come chi si trovi a passare davanti a una porta socchiusa e veda qualcosa che avrebbe dovuto rimanere segreto, salvo poi supporre che chi si trovava in quella stanza non abbia chiuso l’uscio a bella posta, per qualche suo particolare motivo, potendo, così, seguitare a far l’innocente, come se la malizia fosse tutta e soltanto degli altri, che hanno visto.

Ma ecco il momento culminante della gita-rivelazione in riva all’oceano (da: A. Palacio Valés, «Marta e Maria»; titolo originale: «Marta y María»; traduzione dallo spagnolo di Antonio Gasparetti, Milano, Rizzoli, 1958, cap. X, pp. 211-214):

«… Lo scoglio su cui stavano stendeva anch’esso la sua ombra sull’acqua, il cui verde cupo s’andava trasformando in nero a poco a poco. I ruggiti delle onde si smorzavano e la brezza spirava dolcemente come il pigro respiro di chi sta per addormentarsi. Un silenzio augusto e commovente cominciava a levarsi dal seno delle acque. Nelle caverne dello scoglio Marta non sentiva più il grido angoscioso che l’aveva spaventata, e i tuoni e il basso d’organo s’erano andati mutando lentamente  in un gorgoglio soave e languido.

“Non dormi?” tornò a chiedere Riccardo.

“T’ho già detto una volta che non mi voglio addormentare… Sto così bene sveglia!… Chi non dorme non soffre, ma nemmeno gode… è bello dormire solo quando si sognano cose belle, e io non ne sogno quasi mai… Ora mi pare di star dormendo e sognando… Ti vedo in un modo così diverso!… Sto vedendo il cielo giù e il mare su in alto. Hai la testa che pare bagnata da un vapore azzurro… Quando la muovi, pare che oscilli tutta la volta del cielo che ci ricopre, e quando parli, pare che la tua voce esca dal profondo del mare… Non chiuder gli occhi, per amor di Dio, che mi fai soffrire!… Mi dà l’impressione che tu sia morto e che mi abbia lasciato qua sola. Non vedi come li tengo aperti io? Non ho mai avuto meno voglia di dormire che adesso.  Senti: avvicina un po’ il tuo viso al mio.  Ti dispiacerebbe tanto se il mare salisse a poco a poco e arrivasse a coprirci?”

Riccardo rabbrividì lievemente. Volse attorno uno sguardo e notò che l’acqua cominciava a tagliare l’istmo che univa lo scoglio alla costa,. Gli occhi di Martuccia, quando si volse a guarda darla, brillavano d’una luce strana e maliziosa.

“Andiamocene, che siamo quasi circondati dall’acqua!”

“Aspetta ancora un po’… Ti devo dire una cosa… E te la voglio dire piano piano perché non la sappia nessuno… Nessuno tranne te… Riccardo, sarei tanto felice se il mare salisse ora, tutt’a un tratto, e ci seppellisse per sempre… Così staremmo in eterno sotto l’acqua, in fondo in fondo, tu seduto ed io appoggiata sul tuo grembo, con gli occhi aperti, così… Allora sì, che dormirei ogni tanto; e tu veglieresti il mio sonno… Vero? Le onde ci passerebbero sulla testa e ci verrebbero a raccontare quel che succede nel mondo… E i pesci bianchi e azzurri che i pescatori prendono con la lenza, verrebbero a visitarci in silenzio e ci lascerebbero  passar la mano sulle loro squame d’argento… Le alghe s’aggroviglierebbero ai nostri piedi, a formare morbidi cuscini, e quando il sole spunta noi lo vedemmo attraverso il cristallo dell’acqua, più grande e più bello; e vedremmo i suoi raggi di mille coloro filtrarvi attraverso  e abbagliarci con il loro splendore… Dì: non ti piacerebbe?

“Taci, Martuccia! Stai delirando,…. Andiamo via, che l’acqua sale…”

“Aspetta ancora un momento… È un’ora che siamo qua e il vento non è neppure riuscito a rinfrescarmi le guance… Me le sento sempre così calde… Ma non importa… Sto bene così… Mi vuoi fare un piacere?… Alitami sul viso, per vedere se mi passa questo gran caldo… Così, così… Come sei caro!… hanno ragione, quando dicono che sei tanto simpatico… Hai un carattere un po’ troppo vivace, ma a me piacciono gli uomini dal carattere come il tuo… Senti: lo sai che ti devo chiedere perdono?”

“E di che?”

“Dello spavento che t’ho fatto prendere l’altro giorno, . Ti ricordi, quando stavamo insieme in giardino, a fare un mazzo di fiori? .. Poi tu volevi farmi una carezza, e io sono stata tanto sciocca da avermene a male e da mettermi a piangere… Devi esserci rimasto ben male! E chissà come t’è dispiaciuto!… Sono un sciocca, lo confesso,  e non merito che nessuno mi voglia bene… Eppure, mi devi credere, se ti dico che non ero seccata con te… Piangevo così… senza sapere perché…  E che motivo avrei avuto, per piangere? … Tu non volevi certo farmi del male!… Non volevi far altro che baciarmi le mani; non è vero?”

“Nient’altro, bimba mia”.

“Ebbene, mi piace tanto che tu me le baci, Riccardo… Prendile…”

E la ragazza sollevò in alto le belle mani che si agitarono in aria allegre e candide come due colombelle appena uscite dal nido.  Riccardo le baciò con effusione più e più volte.

“Ma questo non mi basta” riprese la ragazza ridendo. “Prima mi baciavi in viso ogni volta che m’incontravi o quando salutavi per andartene…. Perché adesso non lo fai più?… Hai paura di me?… Io non sono una donna… Sono ancora una bambina… Finché non mi mettono i vestiti lunghi hai diritto di baciarmi… Poi, sarà un’altra cosa… Su, dammi un bacio sulla fronte…”

Il giovane si chinò e la baciò in fronte.

“E adesso dammi un bacio su ciascuna guancia… Sono ancora calde,non è vero?… E ora voglio che mi baci le trecce… Aspetta… Fammele tirar fuori da qua sotto: mi ci sono sdraiata sopra… A te i capelli neri non piacciono… lo so benissimo… Ma sei tanto caro, e bacerai i miei per farmi piacere…”

Riccardo andava baciando con tenerezza i punti che Marta gl’indicava; alla fine si fermò e si mise a giocherellare con le lunghe trecce nere, sferzando lievemente con esse il viso della bomba.  Negli occhi di lei luceva ancora quello stesso fuoco malizioso. Riccardo si sentì un po’ turbato e cercò di distogliere  i suoi per guardare il mare; ma  lei gli disse sorridendo:

“Non ti secchi, se ti chiedo di darmene uno qua?” e indicò col dito le proprie labbra rosse e umide.

Il volto del giovane marchese si tinse di scarlatto. Rimase un momento incerto, immobile; e poi, chinando il capo, unì le sue labbra a quelle della ragazza in un lungo bacio…»

Non c’è che dire, i casi sono due: o il marchese di Peñalta se la sta raccontando, oppure no: nel primo caso è un perfetto ipocrita, e sta scherzando col fuoco; nel secondo, è un uomo che lotta per tenere sotto controllo il ribollimento interiore che quella focosa ragazzina gli sta provocando. Quanto a lei, fra i due, è, senza dubbio, la più sveglia, la più sincera e la più interessante. Sincera, ma non nel senso che un adulto darebbe a questa parola: sincera come può esserlo una adolescente che fantastica di morire insieme al suo amato, sommersa dalle acque del mare, ma abbracciata a lui: sincera nel suo desiderio di morte (l’alta marea continua a salire ed è un miracolo se, alla fine, i due non annegano per davvero), proprio perché sente, oscuramente, che il suo amore è doppiamente proibito: perché lei è troppo acerba e perché lui è legato alla sorella maggiore. In questo, sì, è sincera: vorrebbe morire, portando con sé la felicità di quegli attimi, di quei baci rubati… Fantasie morbose da adolescente un po’ precoce? Forse. Ma chi non ridiventa adolescente, quando perde la testa per amore? Succederà anche al serissimo Gustav von Aschenbach, ne «La morte a Venezia»…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 23 Marzo 2018

Del 15 Settembre 2020

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