martedì, 9 Marzo 2021
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Che imparino un po’ da lei

Miti del cinema. Che imparino un po’ da lei attrice di gran classe di cinema e teatro una grazia e un fascino impareggiabili a 64 anni Virna Lisi è una di quelle persone di quelle professioniste di cui l’Italia può andare fiera. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Una grazia e un fascino impareggiabili: a settantaquattro anni, Virna Lisi è una di quelle persone e di quelle professioniste di cui l’Italia può andare fiera.

Attrice di gran classe di cinema e di teatro, non ha sfondato a Hollywood solo perché quella gigantesca industria dello spettacolo non ha saputo vedere in lei altro che la solita bionda platinata, da utilizzare come elemento decorativo per le sue produzioni spettacolari.

Nemmeno Cinecittà, a dire il vero, dopo il suo rientro dagli Stati Uniti, ha saputo trovarle una giusta collocazione; tanto è vero che, a parte alcuni fil d’autore, come «La cicala» di Lattuada, le parti per lei scarseggiavano, al punto che bisognava invecchiarla con il trucco, per poterle affidare precocemente parti da mamma o, comunque, da donna in età, quando era ancora di una giovinezza e di una bellezza sfolgoranti.

Quando, poi, la vecchiaia è arrivata davvero, allora, finalmente, ha potuto impersonare con naturalezza il ruolo che più dice di amare: quello della nonna, che tante altre attrici odiano perché sinonimo, appunto, della terza età; questa volta, però, non nel cinema, ma nelle miniserie televisive, dunque per un pubblico meno smaliziato e più casalingo, il che non vuol dire di certo meno intelligente, tutt’altro.

E c’è un’altra cosa importante da dire: mentre gli attori e le attrici dalle grandi ambizioni, ma di poco valore, si sentono “arrivati” non appena fanno un paio di puntate sull’«Isola dei famosi», lei non si è mai sentita “arrivata”, ha sempre cercato di migliorarsi, di approfondire i personaggi, di maturare ulteriormente le sue doti di recitazione; ogni nuovo impegno professionale è stato una occasione per rimettersi in discussione, per dare sempre il meglio di se stessa.

Davanti alla sua professionalità e alla sua bellezza senza tempo non si può non restare ammirati; ammirazione che cresce ancora, se possibile, considerando che Virna Lisi è una delle pochissime donne di spettacolo che non hanno mai dato esca alle cronache rosa, che non hanno mai mescolato la vita privata con quella professionale (e si pensi, ad esempio, a quante aspiranti soubrette sfruttano anche la maternità per strappare la foto di copertina nei rotocalchi di gossip), che non hanno mai fatto parlare di sé per motivi diversi dalla loro carriera e per i meritatissimi riconoscimenti professionali conseguiti.

Un marito, un figlio e tre nipoti: questa la sua famiglia, di cui è gelosissima e che non ha mai messo in secondo piano rispetto al lavoro, ma che ha sempre considerato il centro della sua vita, così come, secondo lei, dovrebbe esserlo per ogni donna.

Intervistata da Paolo Scotti per «Il Giornale», ha detto, fra l’altro, parlando dei cambiamenti che hanno segnato le famiglie italiane negli ultimi decenni e del ruolo di madre che così spesso si è trovata a interpretare sul grande e sul piccolo schermo:

«Perché è la famiglia che è cambiata. Se penso alla mia, di madre, mi pare di parlare di qualcuno che veniva dalla luna. Non ricordo di averla mai vista uscire a cena o andare a teatro. Non parliamo di andare a fare shopping. Stava sempre in casa, a badare al marito, ai suoi tre figli; per noi ha dato tutto, tutto. Certo: i tempi sono cambiati, non possiamo fare paragoni. Ma se certe madri d’oggi, invece di andarsene in palestra con le amiche, stessero un po’ più col marito e i figli, la loro famiglia non vacillerebbe tanto».

Non c’è dubbio che simili considerazioni faranno inorridire le nostre brave femministe e neo-femministe, le quali vi troveranno l’impronta di una mentalità arretrata e che denunceranno, in esse, il becero tentativo di riportare le donne nella loro prisca schiavitù, dalla quale si sono emancipate con tanta fatica e con così dure lotte.

Ebbene, sarebbe forse il caso che tutte queste giovani attrici e queste giovani donne, cresciute – come, del resto, tanti uomini loro coetanei – nella cultura dei diritti a senso unico e del tutto e subito, imparassero da questa anziana signora l’arte del lavorare in modo professionale e l’arte, ancora più importante, del vivere con stile e con dignità.

Non se ne può più di queste giovani bellone plastificate a un tanto il chilo, pronte a sgomitare scompostamente per aggiudicarsi una qualunque comparsata televisiva in un qualsiasi squallido reality o per conquistare un servizio fotografico su di un qualsiasi giornaletto di gossip, che non vale nemmeno la carta su cui è stampato; di queste ragazzotte che si incontrano per strada, negli uffici, nei negozi, nelle scuole, che cercano in ogni modo di attirare l’attenzione sul proprio nulla, solo perché hanno imparato ad ancheggiare come questa o quella velina di Canale Cinque, oppure a svestirsi come questa o quell’altra aspirante reginetta di bellezza in qualche concorso locale o nazionale.

Non se ne può più di volgarità, di superficialità, di cialtroneria.

E non se ne può più di uomini che non sanno distinguere la bellezza appariscente, ma insulsa, dal fascino autentico, che può essere anche quello di una donna di settantaquattro anni: e magari ce ne fossero tante altre, in giro, con il fascino e la classe di Virna Lisi.

È tempo di reagire all’istupidimento e all’involgarimento collettivi che, dalla pubblicità, sempre più dilagano nella nostra vita reale, rendendoci simili a dei burattini eterodiretti, privi di uno straccio di personalità, di creatività, di pensiero critico e capaci soltanto di intrupparsi nel gregge, come pecore belanti: senza dignità, senza onore, senza nemmeno un briciolo di puro e semplice buon senso, smaniosi unicamente di inseguire la fata Morgana dell’ultima moda, dell’ultimo capo firmato, dell’ultimo modello di automobile.

I giovani, soprattutto, e le giovani, dovrebbero imparare dai loro nonni e bisnonni, dalla generazione nata ottanta o novant’anni fa: l’ultima generazione, in Italia, che sia cresciuta con dei valori solidi e dei buoni esempi da parte dei propri genitori; la generazione che ha vissuto la guerra, magari da bambina, che ha conosciuto l’angoscia dei bombardamenti aerei e l’angustia delle privazioni, non dando mai nulla per dovuto e per scontato.

Era anche la generazione di quelli che, sedendosi a tavola, si facevano il segno della croce prima di iniziare il pasto; che non andavano a dormire, la sera, per quanto stanchi, se prima la cucina non era rigovernata, se la borsa o la cartella per il giorno dopo non erano pronte al loro posto, se i bambini non erano andati a letto dopo aver aiutato la mamma o fatto i compiti per casa; la generazione che non considerava la vita come una scampagnata in cerca di piaceri o una passerella costellata di diritti, ma una cosa estremamente seria, dove a ogni diritto corrisponde un dovere e ad ogni libertà, una assunzione di responsabilità.

Ed era la generazione in cui l’uomo faceva l’uomo e la donna faceva la donna: nel rispetto reciproco e nell’amore scambievole, ma anche nella distinzione dei ruoli; dove le mamme non consideravano nulla più importante del loro mestiere di mamme e dove le mogli, cercando di essere delle buone compagne per i loro mariti, creavano anche le condizioni per la serenità e per la collaborazione all’interno della famiglia.

È ovvio che anche allora c’erano uomini e donne infelici, mal ricambiati nella loro devozione familiare; ed è quasi inutili sottolineare come la vita fosse molto dura, a paragone di oggi, priva di tutte quelle comodità che noi, adesso, riteniamo addirittura indispensabili per essere felici. Ma ciò non modifica il nostro assunto di fondo: che quella generazione, cioè, fosse capace di costruire delle famiglie destinate a durare, così come destinati a durare erano i mobili della casa o gli abiti, le scarpe, gli attrezzi di lavoro.

Oggi la filosofia dell’usa e getta è passata dalle cose alle persone: se una camicia non piace più, la si butta; se un paio di scarpe va fuori moda, lo si getta (o, più raramente, lo si regala alla Caritas); se un fidanzato o una fidanzata non piacciono più, ci si sbarazza di loro; se un marito o una moglie non soddisfano più, si dà loro il ben servito e si corre in cerca di nuove relazioni, di nuove avventure, di nuovi piaceri.

Tuttavia basta poco per accorgersi che tutto questo non ha portato la sospirata felicità.

Non ha portato nemmeno un po’ di serenità: e la prova è data dal fatto che le persone, e specialmente le donne, non cantano più, mentre svolgono i loro lavori, come facevano le nostre mamme e le nostre nonne: non cantano più perché non hanno il cuore sereno; possiedono numerosi oggetti, ma sono indigenti di ciò che è essenziale e che non si può acquistare al supermercato, perché si trova nel profondo di noi stessi.

Dunque, dobbiamo ritrovare l’essenziale; dobbiamo, prima ancora, riscoprire la nostra parte più vera, la nostra autentica vocazione di persone, senza di che saremo sempre come delle piume al vento, portati in mille direzioni diverse, senza scopo senza senso. Non si può ritrovare, infatti,  ciò che non si conosce, ciò che non si sa più di possedere; solo dopo averlo riscoperto, se ne può andare alla ricerca.

Siamo diventati sommamente ignoranti di noi stessi, perché, invece di ascoltare la voce della nostra interiorità, abbiamo preferito prestare orecchio alle cento e cento sirene del consumismo sfrenato, del materialismo grossolano, del modello unico imperante nella società e nella cultura – o in ciò che rimane della società e della cultura.

Siamo diventati superficiali, volubili, viziati e irresponsabili come tanti bambini capricciosi: abbiamo scambiato i bisogni artificiali indotti dalla pubblicità per dei bisogni reali, per delle necessità scaturenti dalla nostra anima.

Siamo diventati persone di poco valore.

Dobbiamo ritrovare la strada perduta della saggezza, quella dei nostri padri, dei nostri nonni e dei nostri bisnonni; dobbiamo ritrovare la pace con noi stessi, e smetterla di correre dietro a tutte le mode e a tutte le parole d’ordine.

Dobbiamo ritrovare il nostro cuore di carne, in luogo del cuore di pietra che ci è cresciuto nel petto; dobbiamo ritornare ad essere umani, cioè uomini e donne autentici, e rifiutarci di continuare ad essere dei miseri burattini diretti dall’esterno.

Dobbiamo riscoprire il valore dell’umiltà: riconoscerci piccoli e poveri e smetterla di atteggiarci a superuomini e superdonne; riconoscere i nostri errori e tutto quel che ci manca, e incominciare a cercarlo là dove lo si può trovare, ossia nelle profondità di noi stessi.

Certamente non lo si trova nelle banche, nelle discoteche, nella droga o nel sesso facile; certamente non lo si trova nell’avere o nell’apparire, ma soltanto e unicamente nell’essere.

Le persone vere, sono; le persone fasulle, i burattini telecomandati, le pecore nel gregge, quelli non sono, ma appaiono solamente.

Abbiamo bisogno di essere e non di apparire.

Di apparire, sono piene le vetrine dei supermercati, dove ogni cosa è in vendita e dove ogni cosa ha un prezzo; ma dove nulla ha un valore.

Soltanto l’essere ha un valore; l’apparire possiede invece un prezzo e si trova sempre un compratore disposto ad acquistarlo: merce all’ingrosso, per clienti di bocca buona.

Le cose di valore non hanno un prezzo: non le si può acquistare con il denaro, nemmeno mettendo sul tavolo una pila di banconote alta così.

L’amicizia non ha un prezzo; la pace non ha un prezzo; l’amore non ha un prezzo: nessuna cosa importante, nessuna cosa essenziale ha un prezzo; hanno tutte un valore.

La stessa cosa vale per le persone.

Dobbiamo ritornare ad essere persone di valore; persone che non hanno un prezzo, che non possono essere vendute o comprate sul mercato dei burattini.

Dobbiamo rimetterci a costruire per la durata e non più per l’effimero: legami solidi, amicizie stabili, relazioni umane capaci di superare la sfida del tempo che passa.

Dobbiamo ricominciare a costruire sulla roccia e non più, come abbiamo fatto sinora, credendoci anche furbi, sull’argilla o sulla sabbia.

E, per fare tutto questo, è necessario che ritroviamo noi stessi: che mettiamo a tacere tutto il frastuono dissonante dei mille rumori inutili e molesti, per fare silenzio nella nostra anima.

Lì, nel silenzio dell’anima, ritroveremo noi stessi, e non altrove.

Nel frattempo, prendiamo esempio dai nostri nonni: ne hanno, di cose sagge da insegnarci…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 17/09/2011 e del 16/03/2017 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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