domenica, 13 Giugno 2021
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“Dersu Uzala”: Omaggio ad Akira Kurosawa

Nel film di Kurosawa Dersu Uzala una co-produzione nippo-sovietica del 1975 accanto al tema dell’amicizia ne tratta anche altri, tra cui quello del problematico rapporto natura-cultura e quello della dialettica civiltà-barbarie. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

1910. Poco fuori della città siberiana orientale di Khabarovsk, un uomo si aggira alla ricerca di una tomba per rendere omaggio a un caro amico che vi era stato sepolto tre anni prima; ma non riesce più a trovarla. La città, crescendo a dismisura, è arrivata anche lì, dove c’era solo la taiga; ovunque fervono lavori di costruzione, e il luogo è diventato irriconoscibile.

1902.Un piccolo reparto militare russo sta attraversando le vallate e le colline a nord del fiume Ussuri, nello splendore di un autunno incipiente che avvolge l’immensa foresta nelle vesti sontuose del verde, del giallo, dell’arancio. Lo comanda il capitano Arsenev (interpretato dall’attore Yuri Solomin), esperto di topografia, che è stato incaricato di condurre una serie di ricognizioni geografiche in quella vasta regione ancora pressoché inesplorata e vuota di presenza umana. Dopo aver attraversato una foresta dall’aspetto triste e malinconico, gli uomini si accampano in una radura che sembra evocare la sinistra magia di un sabba delle streghe. Mentre i soldati dormono e il capitano prende i suoi appunti su un quaderno, si ode un sasso rotolare nel buio. Subito il capitano e il sergente Alienkiev afferrano i fucili e si tengono pronti: a giudicare dal rumore, un orso potrebbe aggirarsi nei dintorni del campo. Invece si ode una voce: Tu non spara! Io omo!; e, poco dopo, effettivamente, compare un piccolo uomo non più giovane (l’attore Maksim Munzuk), con un vecchio fucile a tracolla e un grosso zaino sulle spalle. È un cacciatore siberiano e, come si verrà a sapere dalle battute successive, si chiama Dersu Uzala, della tribù dei Goldi.

Sedutosi accanto al fuoco sotto gli sguardi assai incuriositi dei Russi, estrae la pipa e comincia a fumare; solo quando il capitano gli chiede se ha fame, egli ammette di averne molta e accetta con gratitudine il rancio avanzato che gli viene offerto. Poi Dersu spiega brevemente che quel giorno non è riuscito a procurarsi alcuna selvaggina, perché ha mancato il cervo che aveva preso di mira; ma poi, viste sul terreno le impronte dei militari, aveva deciso di raggiungerli, per passare la notte presso di loro. Il sergente (come faranno, l’indomani, gli altri soldati) non nasconde una certa aria di superiorità davanti a quel curioso esemplare di indigeno, osservando ironicamente – tra l’altro – che un cacciatore non dovrebbe mai sbagliare il bersaglio. Ma Dersu, con un misto di sapido buon umore e di candore francescano, lo sistema con una semplice battuta: Tu grande cacciatore! Se tutti gli animali uccidi, che cosa rimane in foresta? (diciamo subito che il parlare sgrammaticato di Dersu è funzionale alla necessità di rimarcare la differenza culturale tra lui e i gli “uomini bianchi”, e ciò ha un significato ben preciso, dato che gran parte dei contenuti del film ruotano intorno alla problematica dell’incontro-scontro tra civiltà diverse).

Il capitano, invece, fin dai primi istanti rimane come affascinato da quell’uomo semplice e schietto, che mostra di conoscere la foresta come le sue tasche e di muovervisi con perfetta sicurezza, e dai cui gesti e dalle cui parole emana un senso di profonda saggezza e di eccezionale sintonia con gli elementi della natura. Per lui, di religione animista come tutti i Siberiani, ogni cosa nella taiga è viva, dappertutto ci sono “omini”: il fuoco è vivo, l’acqua è viva, il vento è vivo, il Sole e la Luna anche. Sono “omini” forti, dei quali bisogna avere un sacro timore: l’uomo, davanti ad essi, è piccolo e debole e non può nemmeno sognarsi di atteggiarsi a signore e padrone. Pur essendo cacciatore di professione (o forse proprio per questo), Dersu nutre un rispetto istintivo e profondo per tutti gli esseri viventi. Egli uccide per vivere e solo nella misura del necessario (prevalentemente zibellini che, poi, vende a dei commercianti bianchi, come si verrà a sapere in seguito). Ma aborre dalle uccisioni inutili o dalle crudeltà sugli animali, come certi metodi di caccia consistenti nello scavare e poi camuffare delle buche sui sentieri della foresta, in modo che cervi e caprioli vi cadano dentro, senza riguardo al sesso o all’età, e vi conducano una lunga e crudele agonia. Inoltre se, terminato il pasto, avanza del cibo, non si deve gettarlo nel fuoco ma lasciarlo per gli “omini” della foresta: il tasso, la volpe, il topo, e così via.

Ma l’animale che più di tutti simboleggia la forza e la magnificenza della natura è sicuramente amba, la poderosa tigre siberiana. Per Dersu essa è più di un semplice animale, e sia pure la regina della foresta: è la personificazione dello spirito della taiga; impensabile spararle contro se non in  caso di estremo e immediato pericolo. Vedremo infatti che da uno sfortunato incontro con la tigre avrà inizio una svolta drammatica nella vita del piccolo cacciatore, che culminerà nella tragedia finale.

Il capitano chiede a Dersu se è disposto a fare da guida al suo reparto e quegli, dopo una lunga pausa, risponde che deve pensarci su. Il sergente sta per fare un’osservazione spazientita, ma il capitano gli ordina di tacere e, rivolgendosi a Dersu, gli dice che va bene, che ci pensi pure; poi tutti si rimettono a dormire. Al mattino, senza dire una parola, Dersu si mette alla testa della colonna e la guida abilmente nei meandri della foresta, scorgendo i sentieri anche dove i Russi non riuscirebbero a vedere nulla. Non solo: Dersu riconosce anche le impronte di chi è passato sul sentiero, magari parecchi giorni prima; dalla forma delle impronte è in grado di dedurre se si tratta di un uomo giovane o vecchio e a che etnia appartiene. All’inizio i soldati lo prendono un po’ in giro per queste  sue affermazioni, ma finiranno per ricredersi e per ammettere che Dersu sa leggere nella foresta come in un libro aperto. Ad esempio, egli sostiene che un anziano cinese li ha preceduti lungo quel cammino e, in un primo tempo, i soldati increduli lo prendono in giro. Ma poi finiranno per trovare davvero il vecchi cinese, una specie di eremita che ha lasciato la sua casa a Tien-Tsin, quaranta anni prima, affranto dal dolore perché un fratello gli aveva portato via sua moglie, e che da allora aveva vissuto nella taiga senza più rivedere nessuno dei suoi cari.

Commovente la scena dell’incontro con questo singolare personaggio che, chiuso nel suo dolore, con una intera vita mancata dietro le spalle, si è rifugiato in una capanna nella foresta. Il capitano vorrebbe invitarlo a scaldarsi presso il fuoco (è giunto l’inverno e la neve copre ogni cosa), ma Dersu lo invita a non disturbarlo, sia pure con buone intenzioni. Ora, egli dice, il vecchio è felice: sta rivedendo la sua casa, il suo guardino, tutto rivestito di fiori. Forse con l’aiuto dell’oppio, si è estraniato dalla squallida realtà presente, ha dimenticato tutti quegli anni sprecati e sta godendo un breve istante di dolcezza. Il mattino dopo, raccolte le sue cose, decide di ripartire per tornare veramente a casa sua: si è risolto di fare i conti col passato e, probabilmente, vuole morire nei luoghi della sua giovinezza, anziché in quel vasto deserto gelato. Il capitano e Dersu lo salutano con virile pudore, consapevoli dell’intensità emotiva di quel commiato.

Il viaggio del reparto militare riprende in circostanze sempre più difficili. Con le temperature polari dell’inverno siberiano, esausti per la stanchezza, procedono coraggiosamente in uno scenario naturale di una bellezza quasi crudele. Un giorno, sulle rive del lago Khanka, per poco il capitano e Dersu, che si erano allontanati per dei rilevamenti, rischiano la morte allorché perdono la strada del ritorno e il crepuscolo li sorprende all’aperto. È solo la presenza di spirito di Dersu che salva la vita ad entrambi: falciate delle canne e improvvisata una specie di capanna di fortuna, riescono a scampare alle micidiali raffiche del vento notturno e, all’alba, possono uscire a rivedere il sole. Dove la bussola e gli strumenti dell’uomo bianco avevano fallito, l’istinto del cacciatore e la sua profonda esperienza dell’ambiente si erano rivelati provvidenziali.

Un altro aspetto caratteristico di Dersu appare ben presto la sua straordinaria generosità. Un giorno, rimettendosi in cammino dopo una sosta in una baracca di legno, egli chiede al capitano del sale, del riso e dei fiammiferi da lasciare al suo interno. Stupito, il capitano gli chiede se pensa che ripasseranno di lì; ma lui risponde con semplicità: Perché tornare? In capanna altri omini passare;  riso trova, sale e fuoco trova: bene sta. Si preoccupa quindi di qualcuno che non conosce e che, probabilmente, non avrebbe mai visto.

Altro tratto caratteristico: la sensibilità ecologica. Dersu, istintivamente, sa che è male sprecare le cose o farne un uso irresponsabile. Un giorno vede i soldati che, per esercitarsi al tiro col fucile, sparano contro una bottiglia legata per il collo ad una corda e fatta oscillare. La cosa gli sembra sbagliata, perché una bottiglia di vetro è, nella foresta, un oggetto raro e che non si dovrebbe distruggere inutilmente; peraltro, nessuno dei soldati è ancora riuscito a colpirla. Sfidato a provarcisi, con un colpo estremamente preciso Dersu colpisce la corda e la bottiglia cade sulla neve soffice, intatta. I soldati restano a bocca aperta: più nessuno ha il coraggio di prendere in giro il “vecchio” per le sue strane parole.

Infine si può notare facilmente che Dersu è uno spirito profondamente religioso. Una sera chiede della vodka e si apparta dai soldati, intenti a rumorosi passatempi come tanti ragazzacci. Quelli credono che sia andato ad ubriacarsi; invece il capitano, avvicinatosi con rispettosa delicatezza, si accorge che egli sta celebrando un vero e proprio rito. Ha versato il liquore sul fuoco e sta salmodiando una nenia triste in onore degli spiriti dei suoi cari defunti. Molti anni prima, la sua tribù era stata distrutta dalla peste ed erano morti anche sua moglie e i suoi due bambini, un maschio e una femmina. Da allora, Dersu era divenuto un nomade isolato. La notte precedente egli aveva sognato la sua famiglia, tremante di freddo e affamata, sotto una tenda strappata e ormai sul punto di crollare sotto le raffiche di vento. Ora sta celebrando un rito per dare pace ai suoi cari: come tutti i “primitivi”, Dersu ritiene che i sogni siano dei messaggeri ben precisi che ci vengono dall’altrove; e, in silenzio e lontano dagli sguardi dei compagni di viaggio, ha voluto manifestare la sua profonda pietas religiosa.

Alla fine del viaggio, dopo aver trovato ospitalità e cibo presso un villaggio indigeno, i soldati si separano da Dersu e lo salutano commossi. Il capitano è assai turbato da quella separazione. Commentando l’incontro con quello “strano” personaggio, la frase che riassume tutte le impressioni è questa: «Un uomo raro; io, uno così, non lo avevo mai conosciuto».

1907. Il capitano Arsenev sta conducendo una seconda spedizione nella regione dell’Ussuri, sempre a scopo di esplorazione geografica. Dopo che il disgelo ha trascinato via nelle acque dei fiumi l’enorme massa di neve e ghiaccio invernali (semplicemente stupenda la fotografia del film), alla fiorita primavera succede un’estate calda e brulicante di vita, popolata dal ronzio d’innumerevoli insetti, in un’esplosione di colori festosi. I soldati non sono più gli stessi della prima volta, il sergente questa volta si chiama Turtighin; ma la vita del piccolo reparto è in tutto simile a quella del precedente, uno strano miscuglio di avventura e di monotonia.

Il capitano si chiede, contemplando la taiga che si estende a perdita d’occhio dalla cima di una collina, se mai gli potrà capitare, in quelle vastissime solitudini, di incontrare nuovamente il suo vecchio amico Dersu; quand’ecco Turtighin, che si era attardato con una parte degli uomini e dei cavalli, gli dice d’aver incontrato un cacciatore siberiano che chiedeva insistentemente notizie del reparto e su chi lo comandava. Subito Arsenev comprende che deve trattarsi proprio di Dersu e si precipita nella foresta dove, poco dopo, avviene il festoso incontro. Naturalmente Dersu è di nuovo l’esperta guida dei soldati: con lui, il capitano si sente molto più sicuro.

Un primo incontro con la tigre avviene pochi giorni dopo ed è estremamente inquietante. La fiera non si fa vedere, ma si aggira intorno al reparto e fa in modo di seguirlo sempre a una breve distanza. Dersu, esasperato da quel gioco a rimpiattino, a un certo punto grida: Ma perché tu fai così, amba? Che cosa ci guadagni? Noi andare per la nostra strada, niente disturbo per te. Perché allora tu seguire noi? Forse che in foresta ti manca il posto, amba? E, come se avesse udito le parole del cacciatore e ne avesse compreso il significato, la tigre si dilegua, permettendo agli uomini di riprendere il cammino indisturbati.

Una parentesi alquanto drammatica è rappresentata dall’incontro, ma solo a distanza, con alcuni  Kongusi, banditi cinesi che saccheggiano i villaggi per rapire le donne e uccidere gli uomini. Dersu Uzala non è un film ingenuamente bucolico e non è una riedizione del mito illuminista del “buon selvaggio” o del rousseiano ritorno alla natura: anche nella foresta più sperduta si annidano il male e la violenza e, di questa dimensione della vita, è sempre necessario tener conto. Anche Dersu, del resto, ha fatto le sue amare esperienze, specialmente nel rapporto con l’uomo bianco: come racconta al capitano, una volta è stato truffato da un mercante di pelli al quale aveva consegnato tutti gli zibellini, frutto di un’intera stagione di caccia.  Davanti al mistero dell’egoismo, della disonestà, della cattiveria, Dersu rimane pensoso e si chiede solamente: Perché così? Io, non capire.

Un’altra volta, la zattera con cui lui e alcuni uomini del reparto hanno attraversato un fiume va improvvisamente alla deriva e, mentre tutti saltano a riva, Dersu, che non sa nuotare, viene trascinato via dalla corrente. Verrà salvato dagli sforzi congiunti dell’intero reparto, dopo che lui stesso, aggrappato in mezzo al fiume ad un minuscolo isolotto, avrà indicato loro come fare: tagliando alcune betulle e legandole con le cinghie, gli hanno permesso poi di aggrapparsi all’improvvisato ponticello mobile.

Il periodo più felice di questa seconda stagione con Dersu è quello tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Vengono anche scattate alcune fotografie che ritraggono il cacciatore in varie pose  accanto ai suoi amici “bianchi”; povere, solenni, ingenue foto in bianco e nero che saranno, più tardi, il solo ricordo materiale di quella straordinaria esperienza umana: l’amicizia tra persone di provenienza così diversa, ma capaci di capirsi e rispettarsi.

Un secondo incontro con la tigre, nella foresta, si conclude in maniera più drammatica. Ruggendo minacciosamente, la belva si avvicina sempre più agli uomini, che cercano di non sparare per quanto possibile; finché, quando sembra che essa stia per compiere il balzo finale per aggredirli, Dersu lascia partire un colpo che la ferisce. In un attimo la tigre scompare tra i rami; il capitano crede che il colpo non l’abbia presa, ma Dersu sa che l’animale, ferito, andrà a morire lontano. E non sa darsi pace: con disperazione lascia cadere a terra il fucile e continua a ripetere: Che cosa ho fatto! Amba uccisa!; né si lascia consolare in alcun modo.

Da quel giorno diventa cupo e irritabile: sa di aver commesso un gesto molto grave, che ha turbato l’equilibrio della natura. Pensa che la tigre, adesso, gli manderà contro un’altra tigre, per ucciderlo. Infine, una notte, vede o crede di vedere il Kanga, lo spirito della tigre che lo vuole assalire; e, spaventatissimo, ricorda al capitano la sua offerta di condurlo a vivere con sé, in città. Ormai lo spirito della tigre non vuole che Dersu viva più nella foresta.

La decisione di lasciare per sempre la taiga e di trasferirsi in città viene rafforzata dal rapido e inesorabile venir meno della vista di Dersu. Il cacciatore dalla mira infallibile sta diventando cieco, e non c’è più posto per lui in un ambiente ostile e difficile, dove solo chi ha i sensi perfettamente efficienti può sperare di sopravvivere. Così, nel cuore dell’inverno, terminata la missione esplorativa, il capitano conduce Dersu a casa propria, a Khabarovsk, ove lo attendono la moglie e un figlio di circa dieci anni. Il ragazzino è addirittura entusiasta del vecchio cacciatore e rimane estasiato ad ascoltare le storie che suo padre gli racconta su di lui; ma Dersu intristisce giorno dopo giorno. La vita di città non fa per lui. Un giorno litiga col venditore d’acqua, quando lo vede ricevere del denaro dalla moglie del capitano, accusandolo di essere cattivo omo; un’altra volta vorrebbe andare a pulire il fucile facendo esplodere qualche colpo, ma gli viene spiegato che in città non si può andare in giro sparando; infine la polizia lo arresta perché era andato a fare legna in un parco, non volendo che la famiglia dei suoi ospiti debba pagare del denaro per acquistarla. Il capitano lo fa subito rilasciare, ma Dersu sente che non può rimanere oltre. Guardando attonito i muri della stanza, mormora: Come possibile vivere in scatola?

Il figlio del capitano è costernato all’idea della sua partenza, ma quest’ultimo comprende che non c’è altro da fare e dona al suo amico una carabina ultimo modello, di grande precisione, in modo che possa riprendere la sua vita di cacciatore nonostante l’indebolimento della vista. Pochi giorni dopo la partenza di Dersu, la polizia chiama il capitano per identificare un cadavere trovato a qualche miglio dalla città. È Dersu che, evidentemente, qualcuno ha assassinato per rubargli quel bel fucile nuovo: l’arma, infatti, non viene più ritrovata. Mentre due becchini del comune improvvisano frettolosamente una buca nel terreno gelato e vi depongono il corpo di Dersu, il capitano, affranto dal dolore, comprende che proprio quel regalo è stato la causa involontaria della tragedia: come se la “civiltà” occidentale si rivelasse un frutto avvelenato nei confronti dei popoli cosiddetti primitivi, anche quando si presenta loro in veste amichevole e disinteressata.

Accanto al tema dell’amicizia, il film Dersu Uzala, una co-produzione nippo-sovietica del 1975, ne tratta anche altri, tra cui quello del problematico rapporto natura-cultura e quello della dialettica civiltà-barbarie. Chi è l’uomo veramente civile e chi il barbaro, nel film di Kurosawa: il generosissimo indigeno che non è mai andato a scuola o l’uomo bianco che conosce tante cose, ma che è capace di tradire e di uccidere per un oggetto del valore commerciale di qualche rublo?

Chissà perché, alcuni critici iper-sospettosi hanno creduto di vedere in questo film, vincitore di numerosi premi tra i quali quello per il miglior film al Festival di Mosca e Oscar, nel 1976, per il miglior film straniero, tracce di furbizia commerciale e di ammiccamenti al cinema da cassetta. Quanto a noi, nulla ci sembra più gratuito di tali insinuazioni: Dersu Uzala è, puramente e semplicemente, un capolavoro nella storia del cinema mondiale. Coi suoi ritmi volutamente lenti, col suo stile volutamente “verista” e quasi documentaristico, con la stringatezza estrema dei dialoghi, con lo splendore della fotografia e del colore, con la cura dei suoni e delle voci della natura (le acque del disgelo, il ronzio degli insetti, il crepitare delle fiamme) Kurosawa ha fatto della poesia pura e ci ha dato una grandissima lezione d’arte.

Il regista giapponese, autore di opere come La fortezza nascosta, Rashomon, I sette samura, Il  trono di sangue, nel 1971 (a sessantun anni, essendo nato a Omori il 23 marzo del 1910) aveva tentato il suicidio e, per diversi anni, non aveva più lavorato.  Dersu Uzala segna il suo ritorno al cinema dopo quella pausa drammatica, e nel cinema egli continuerà a lavorare infaticabilmente, fino alla vigilia della sua morte, avvenuta a Sayagaya  il 6 settembre del 1998.

Dersu Uzala, ispirato dai libri del capitano Vladimir K. Arsenev (traduzione italiana dell’editore Ugo Mursia di Milano), è uno di quei film che tutti dovrebbero vedere almeno una volta nella vita. Specialmente i giovani, che vi troveranno una miniera di tesori semi-nascosti: tesori di sensibilità, di intelligenza, di estatica contemplazione della bellezza; tesori non appariscenti al primo sguardo, e che richiedono, per essere riconosciuti, capacità di ascolto e di silenzio interiore. Un consiglio a tutti gli insegnati: far vedere questo film ai propri alunni, dalle elementari alle ultime classi delle superiori. A diversi livelli di comprensione e, s’intende, debitamente presentato, è un capolavoro che può essere fruito anche da un pubblico molto giovane perché, come tutte le opere che hanno qualcosa di profondo da dire, non nega di rivelare il suo messaggio a chi lo accosta con semplicità, apertura coscienziale e purezza d’animo.

Già pubblicato su Arianna Editrice il 04/10/2007 e  sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 gennaio 2018

Del 15 Settembre 2020

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