giovedì, 23 Settembre 2021
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Il nocciolo della questione

E’ amare. The Hearth of the Matter è un romanzo dello scrittore inglese Graham Greene del ’48 e che ha ispirato a sua volta il film omonimo apparso nelle sale italiane chi sa perché con il titolo fuorviante L’incubo dei Mau Mau. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Il nocciolo della questione (The Hearth of the Matter) è un romanzo dello scrittore inglese Graham Greene (1904-1991), pubblicato nel 1948, e che ha ispirato, a sua volta, sia pur vagamente, il film omonimo (ma apparso nelle sale italiane, chi sa perché, con il titolo, assai fuorviante, L’incubo dei Mau Mau) del regista George More O’Ferrall, del 1953.

Nel romanzo di Graham Greene, come anche negli altri suoi romanzi e racconti, il “nocciolo della questione” è sempre una discesa nella verità dell’anima, una verifica impietosa, ma necessaria, dei propri sentimenti e della propria essenza interiore, in un mondo che, sempre più spesso, irrompe con violenza nei destini privati delle persone e le mette bruscamente di fronte alla necessità di scelte radicali, difficili e dolorose: così ne Il potere e la gloria, così ne La fine dell’avventura, così in Una pistola in vendita, e, sia pure in circostanze meno drammatiche, ne Il treno d’Istanbul o Il nostro agente all’Avana. In altre parole, il nocciolo della questione è una resa dei conti con se stessi, che le circostanze esterne affrettano e precipitano, ma che attendeva comunque l’occasione di presentarsi, perché nessuno può raccontarsela all’infinito e ciascuno, prima o dopo, è chiamato a fare i conti con la propria coscienza, con i propri valori, con il senso della propria vita.

Ecco, allora, che, se qualcuno ci domandasse quale sia, per noi, il nocciolo della questione, forse ci troverebbe impreparati: perché molti di noi vivono in maniera distratta e superficiale, presi da cento e cento cose secondarie, o anche meno che secondarie, da infinite cose insignificanti, le quali, però, volta a volte, ci paiono importanti, molto più importanti e meritevoli di attenzione, di quel che non sono; e così, di equivoco in equivoco, di miraggio in miraggio, finiamo per perdere di vista l’essenziale, o, addirittura – e il caso non è poi tanto raro – per non averlo mai visto, e forse neppure sospettato, nell’intero arco della nostra vita. Nessuna esagerazione: conosciamo personalmente degli individui i quali sono giunti a sessanta o settant’anni di età, senza aver mai neppure sospettato che vi sia un nocciolo della questione; senza avere mai neppure immaginato che, alla fine, la vita ci domanda di fare i nostri conti con essa, di tirare le somme, di fare un bilancio. Incredibile ma vero, vi sono persone che, per tutta la vita, non hanno mai spinto i loro interessi più in là delle creme di bellezza, dell’abbigliamento, del mangiare, degli svaghi, del pettegolezzo e della maldicenza sociale; che non hanno mai imparato nulla di ciò che è importante, anche se hanno appreso, e con la massima serietà e il più grande zelo, un gran numero di sciocchezze e di frivolezze, che non hanno arricchito di un grammo la sostanza spirituale e morale della loro esistenza.

Ma qual è, allora, il nocciolo della questione?

Il nocciolo della questione è amare; è imparare che la vita ci chiede amore, amore da offrire, senza tenere il calcolo meschino delle entrate e delle uscite, del dare e dall’avere; e che il vero amore non è mai possessivo, non è mai egoistico, non è mai condizionato, né si aspetta qualcosa in cambio, ma è benevolo, gratuito, disinteressato, lento all’ira e pronto al perdono. Chi ha compreso questo, ha compreso il nocciolo della questione; e chi non l’ha compreso, o non lo vuol comprendere, è destinato a rimanere fuori, all’esterno, ai margini della vita vera: in una terra illusoria, fatta di equivoci e popolata di persone e situazioni ambigue, interessate, a caccia del loro bravo tornaconto, incapaci di liberarsi dalla dura scorza del loro ego. Ed è destinato a rimanere solo. Non importa se si troverà in mezzo ad una folla numerosa di individui simili a lui: perché si tratta di una folla solitaria, dove la somma degli egoismi individuali non produce la benché minima scintilla di calore, né il più tenue raggio di luce.

Ma fanno tutti così, vivono tutti così, obietterà qualcuno, abituato a misurare la verità delle cose in base al numero e alla quantità. Rispondiamo: può darsi (non tutti, peraltro: diciamo, se non vogliamo esagerare, “la maggioranza”), ciò non sposta di un millimetro i termini della questione. Se tutti brancolano nel buio, il fatto di essere molti non allevia la loro pena, non attenua la loro confusione. La nave dei folli se ne va alla deriva sulle onde del mare: sono in tanti, a bordo, ma finiranno tutti in bocca ai pesci: la prima burrasca rovescerà la nave ed essi saranno perduti. Un esercito in marcia nella nebbia, che precipita in fondo ad un burrone, non offre garanzie di sicurezza ai singoli soldati, per il fatto di essere numeroso: finiranno tutti nell’abisso.

La civiltà moderna, e il diabolico consumismo che la contraddistingue, congiurano in tutte le maniere affinché le persone cessino di essere tali, e, regredite allo stato di numeri nella folla anonima, si smarriscano nei labirinti di ciò che è secondario, o ininfluente, o addirittura distruttivo, e perdano di vista ciò che è essenziale, e che rappresenta il bene dell’anima. Fanno di tutto e, sempre più spesso, ci riescono, perché sembra proprio che siano ormai pochissime le persone che hanno conservato la loro liberà interiore, la loro autonomia intellettuale e spirituale, la loro coscienza morale, vigile e ben desta; che sono rimaste persone e che si pongono la domanda fondamentale su cosa conti realmente, alla fine, una volta che la vita sia stata sfrondata di tutto ciò che è inessenziale. Pure, la civiltà moderna l’abbiamo costruita noi; e così come l’abbiamo costruita, la possiamo anche mutare radicalmente, come il buon architetto che, accortosi di una serie di gravi carenze strutturali nell’edificio che ha innalzato, si affretta a porvi mano, per rimediare agli errori e, se necessario, per rifare di sana pianta ciò che aveva costruito. Bisognerebbe essere folli per non intervenire, se ci si accorge di aver costruito la propria vita su un edificio pericolante, anche se bello a vedersi, almeno in apparenza; così come sarebbe folle il comandante di una nave se, dopo essersi accorto di essere andato completamente fuori rotta, si ostinasse a navigare nella direzione sbagliata, invece di tornare indietro e rimettersi sulla rotta giusta.

Il nocciolo della questione è l’amore, e dunque il bene.

Ma che cos’è il bene? Di certo non è soltanto il mio bene; bisogna che sia anche il bene altrui, altrimenti avremmo non già il bene, ma i beni, e codesti beni sarebbero inevitabilmente in perenne conflitto gli uni contro gli altri. Poniamo, ad esempio, che io consideri “bene” l’amore di un’altra persona. Ma se, per ottenerlo, devo strappare quella persona ad un’altra relazione, nella quale il bene era già realizzato, non mi potrò giustificare, pensando che io posso offrire a quella persona un bene maggiore di quello che attualmente riceve: perché un bene più grande si traduce, semmai, in un bene per un numero più grande di persone, e non in un male per qualcun altro. Un bene che si realizza al prezzo del male altrui non è bene, è male, e rappresenta un disordine, un’ingiustizia. Ingiusto, infatti, è provocare della sofferenza a chi non l’ha meritata; e disordinata è una ricerca del proprio bene che si attua calpestando il bene altrui e infrangendo gli altrui legittimi desideri. Non potrà mai essere presentato come un bene ciò che provoca il male; al massimo, lo si potrà considerare, ma solo in casi estremi, come il male minore in una data situazione, irrimediabilmente compromessa e piena di pericolo per chi la sta vivendo. Ma il male minore non è il bene, è solo una dolorosa necessità. Il bene è tutt’altra cosa: porta gioia e pienezza, non reca amarezza a nessuno, non rattrista nessuno, se non, forse, i malvagi incancreniti nel loro mostruoso egoismo e nella loro cattiveria, refrattari a qualunque redenzione.

Noi ci raccontiamo un mucchio di storie pur di metterci a posto con la nostra coscienza; fingiamo di credere alle nostre stesse bugie, alle nostre falsità, alle nostre astuzie raffinate. Una nota esponente del mondo dello spettacolo e del gossip nazionale si è, di recente, auto-nominata la “fatina buona” e si è assunta la missione di spiegare ai bambini che non è poi un dramma se il papà e la mamma, a un certo punto, non sia amano più e decidono di lasciarsi. La suddetta signora – che ha scritto un libri di fiabe per bambini, alla luce dei nuovi “valori” della società edonista, unendo così l’utile materiale alla crociata ideale – si è separata da tempo dal marito e, probabilmente, vuole esorcizzare i suoi sensi di colpa di madre, dicendo a se stessa, e addirittura insegnando a tutti gli altri, che la separazione dei genitori è la cosa più naturale del mondo, e che i bambini di genitori separati, purché adeguatamente “informati”, non ne soffriranno per niente. Ma quante balle ci si racconta per non sentirsi in colpa, per non guardarsi dentro con vera onestà. I bambini, infatti, non possono non soffrire per la separazione dei genitori, anche se è auspicabile che una separazione “civile”, nel senso di non violenta e non rancorosa, possa attenuare la loro sofferenza; ma rimuoverla, no: quella è una ferita che resterà per sempre.

Viviamo in un momento storico in cui l’individualismo e l’edonismo, sempre più diffusi e sempre più esasperati (all’insegna del motto: insegui i tuoi sogni; costruisci la tua felicità), hanno generato un fenomeno nuovo, ancor più inusitato e sconcertante: l’auto-permissivismo di massa. In base ad esso, non solo le persone si sentono moralmente autorizzate a cercare in ogni modo il soddisfacimento dei loro desideri, dei loro impulsi, dei loro istinti, anche i più torbidi e discutibili, e nel disprezzo più totale dei bisogni, dei desideri e dei diritti dell’altro, ridotto a semplice strumento del proprio piacere; ma, addirittura, pretendono di imporre alla società, alla legislazione civile, e, nel caso dei credenti, o sedicenti tali, alla Chiesa stessa, il loro nuovo codice dei valori, nel quale sia ufficialmente riconosciuto, e proclamato ad altissima voce, che essi sono nel giusto, che è perfettamente legittimo ciò che fanno, e che se qualcuno avesse, per caso, delle obiezioni in proposito, si deve preparare a ricevere una bella querela, perché la giustizia è al servizio dei nuovi valori e non si può tollerare che qualcuno li insulti o ne metta in dubbio la liceità. Il problema, insomma, non sono più gli individui che, violando le norme morali e perseguendo egoisticamente e prepotentemente i loro interessi, prevaricano il prossimo da mattino a sera, calpestando la sua vita e addossando agli altri, a cominciare dai loro stessi figli, il prezzo – salatissimo – delle loro scelte superficiali, immature, capricciose; no, il problema sono coloro i quali si permettono di denunciare tale stato di cose. Non gli incendiari, dunque, ma i pompieri. Che si mettano a tacere i pompieri, con i loro stupidi allarmismi e la loro oscurantista mania di drammatizzare tutto, e le cose prenderanno una piega semplicissima e perfettamente ragionevole.

Una o due generazioni fa, la società chiedeva ai genitori di comporre le loro incomprensioni e di ridurre le loro pretese egoistiche, per amore della famiglia e per amore dei figli; oggi la società consente, quando non incita addirittura, a sfasciare le famiglie e ad infliggere ai figli il trauma della separazione, non appena si incontra un “lui” o una “lei” più giovani, più carini, più affascinanti dei rispettivi mariti e delle rispettive mogli. L’importante è la “felicità” dell’individuo; tutto il resto non conta. Va’ dove ti porta il cuore è la filosofia (da Baci Perugina) oggi imperante ovunque. Si vede che erano fessi e masochisti i nostri nonni, che stringevano i denti e si sforzavano di recuperare eventuali dissapori con il coniuge, per preservare il bene, considerato sacro – specialmente se le nozze erano state religiose – della famiglia, e quello della indissolubilità del matrimonio. Inutile, in questa prospettiva, parlare della illiceità morale dell’aborto: se la vita appartiene all’individuo, è chiaro che la donna dispone della propria e anche di quella del nascituro – compreso il diritto di negargliela. E altrettanto inutile è parlare dell’assurdità e dell’egoismo delle coppie omosessuali che pretendono di adottare, o di acquistare, o di far nascere con svariati espedienti medici, dei figli, protestando il loro diritto ad essere genitori “come tutti gli altri”. È perfino imbarazzante dover spiegare perché si tratti di una pretesa assurda ed egoistica, malamente camuffata da “amore”. Amore di chi, amore per chi? Per l’altro, o per se stessi? È perfino umiliante dover scendere a discutere di simili enormità, doverle trattare in maniera seria, data la loro natura aberrante. Ma che c’entrano, tutti questi comportamenti, con il bene? Il bene di chi? Forse dei figli, che soffrono nell’assistere, impotenti, alla separazione del loro papà e della loro mamma, esperienza che, piaccia o non piaccia, è sempre e comunque straziante? O forse il bene di quei figli che vengono soppressi allo stato di embrioni, perché la loro nascita disturberebbe gli equilibri dei genitori, e specialmente delle loro madri, in tutt’altre faccende affaccendate?

Ecco: il nocciolo della questione è capire che il bene non è il proprio bene, a discapito di quello altrui. Esiste una solidarietà universale nel bene, così come esiste nel male. Se anche una sola creatura soffre, soffrono, in varia misura, tutte le altre; e se anche una sola creatura è felice, la sua felicità si propaga, come i cerchi nell’acqua, al mondo intero. I nostri destini, i nostri stati d’animo, i frutti delle nostre azioni, sono strettamente interconnessi: molto più di quel che non crediamo. Una singola ingiustizia rende il mondo un po’ più ingiusto; un singolo atto d’amore, contribuisce a redimerlo e a illuminarlo. Anche questo è il nocciolo della questione: capire che siamo tutti collegati, che nulla di ciò che facciamo, che diciamo, che pensiamo e che sentiamo, rimane senza conseguenze, nel bene come nel male. Infine, il nocciolo della questione è capire che noi, da soli, non saremo mai capaci di amare veramente, di cercare il vero bene. Per questo, c’è bisogno di Dio…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 29 Marzo 2018

Del 15 Settembre 2020

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