sabato, 18 Settembre 2021
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«Iposto delle fragole »: Omaggio a Ingmar Bergman

Il ricordo. Vogliamo dare il nostro modesto contributo per ricordare un regista che ha donato al pubblico mondiale tanti capolavori straordinari; e lo faremo limitandoci a parlare di uno solo di essi: Il posto delle fragole. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Qualche mese fa ci ha lasciato il grande regista svedese Ingmar Bergman, uno dei più grandi maestri del cinema mondiale d’ogni tempo. La televisione di Stato, come al solito, ha brillato per la sua distrazione, l’insipienza e la totale insensibilità. Avrebbe potuto e dovuto essere una occasione per ripresentare al pubblico almeno alcuni dei capolavori assoluti di questo sommo artista; invece, niente. Come quando è morta l’attrice Alida Valli, una delle più belle, brave e intelligenti interpreti del grande schermo italiano: nulla di nulla. Forse, per l’attrice di Pola (pardon, bisogna dire Pula: perché altrimenti i nazionalisti croati si potrebbero offendere, e bisogna pur mantenere rapporti di buon vicinato con tutti), ha pesato – chissà – il fatto di essersi imposta al pubblico all’epoca del regime fascista; e quindi, per certi “puritani” dalla memoria corta, in circostanze politiche, come dire?, quantomeno sospette, per non dire francamente equivoche. Le malelingue erano giunte perfino ad insinuare che la Valli fosse stata una delle innumerevoli amanti del Duce: eh già, impossibile concepire che un’attrice bella e brava possa aver fatto carriera per i suoi soli meriti professionali. Non sarà un atteggiamento mentale che nasce dalla consapevolezza di quanto siano caduti in bassi certi valori nel cinema e, in genere, nel mondo dello spettacolo odierno, e che tende inconsciamente a proiettare all’indietro un malcostume che oggi, sotto il bel cielo della Repubblica democratica, è così scopertamente dilagante?

Quanto a Bergman, non sapremmo dire; osiamo sperare che, almeno in questo caso, la politica non c’entri, per una volta almeno. Che c’entrino, nella inqualificabile dimenticanza e ingratitudine dimostrate dai responsabili dei nostri palinsesti televisivi, semplicemente l’ignoranza e la stupidità. Quegli stessi signori che da anni e anni ci propinano, ogni giorno e ogni sera, la più inguardabile spazzatura americana fatta di film e telefim tutti violenza, muscoli, giustizieri di ghiaccio e belle oche siliconate (e non abbiamo notato la benché minima differenza fra la gestione della tv sotto il governo Prodi rispetto al governo Berlusconi); quegli stessi signori che, pensando solo all’audience (ma sarà poi vero?), non si peritano di perseguitarci con giochi a quiz straordinariamente futili, melensi e ripetitivi, di talk-show demenziali, di reality degni di un pubblico di cerebrolesi: ebbene quei signori non hanno trovato il tempo e il modo di ricordare degnamente un così grande regista che ha tanto onorato la Decima Musa. Lo ha sempre fatto con la sua bravura e la sua poesia, che non avevano bisogno di cast hollywoodiani, di trame spettacolari, di budget astronomici e di effetti speciali. Anzi, un poeta che amava la semplicità della recitazione, i ritmi lenti, le pause lunghe, l’ascolto, la contemplazione, la sobria e maschia bellezza del non detto o dell’appena evocato, suggerito; che prediligeva la fotografia in bianco e nero, perché, da quel grande artista che era, in bianco e nero riusciva a creare paesaggi e atmosfere semplicemente straordinari, che avrebbero potuto insegnare qualcosa ai tramonti in technicolor di tanti furbi “capolavori” da cassetta, tipo Out of Africa. Un uomo che possedeva un forte senso dell’amicizia e della gratitudine, che rimase sempre fedele ai suoi maestri e ai suoi attori; che, per il ruolo di protagonista di un film  a cinque stelle come Il posto delle fragole, volle il suo maestro Victor Sjoström, uno dei più grandi registi del cinema svedese, che sarebbe morto appena tre anni dopo quella magistrale interpretazione. E, accanto a lui, la bravissima Ingrid Thulin e l’esordiente Bibi Andersson, che avrebbero interpretato tanti altri capolavori bergmaniani; Gunner Björstrand e un incredibile giovanotto dai capelli biondo-cenere, Max von Sydow, nella modestissima parte di un benzinaio (tre o quattro minuti in tutto), che appena l’anno prima era stato a sua volta protagonista di un film che segna una pietra miliare nella storia del cinema, come Il settimo sigillo. Anche questa è grandezza: da parte del regista e da parte dell’attore: calarsi con lo stesso entusiasmo nella parte, che sia una particina assolutamente secondaria o che sia quella del protagonista; una grandezza che le “stelle” viziate e strapagate del cinema internazionale d’oggi non sarebbero nemmeno in grado di comprendere, figuriamoci di imitare.

Così, vogliamo dare il nostro modesto contributo per ricordare un regista che ha donato al pubblico mondiale tanti capolavori straordinari; e lo faremo limitandoci, in questa sede, a parlare di uno solo di essi, per non disperderci eccessivamente: Il posto delle fragole, apparso sugli schermi esattamente mezzo secolo fa: nel 1957.

La storia è relativamente semplice. Un anziano medico, il settantottenne Isak Borg, residente a Stoccolma, deve recarsi a Lund, sulla punta meridionale della Svezia, per la solenne cerimonia del suo giubileo professionale: il traguardo dei cinquant’anni di onorato lavoro al servizio della comunità (bei tempi e bella società, quelli che sanno dire “grazie” a un medico che, con dedizione e umanità, ha curato la salute dei suoi concittadini per tutta la vita). Alla vigilia del giorno stabilito, un sogno angoscioso lo riempie di disagio (straordinariamente efficaci le sequenze oniriche, che costituiscono quasi l’ossatura dell’intera pellicola). Sogna di aggirarsi, stranito, in una parte sconosciuta della città, per le vie inspiegabilmente deserte, notando con stupore e preoccupazione che gli orologi pubblici sono privi di lancette. A un tratto, con fracasso, avanza sul selciato un carro funebre trainato da cavalli neri; giunto all’altezza del dottor Borg, il carro urta contro un lampione e perde una ruota, mentre la bara scivola a terra proprio ai suoi piedi. Egli si avvicina e vede, con raccapriccio, una mano uscire da sotto il coperchio; poi appare il volto del defunto: ed è il suo stesso volto; infine la mano del morto lo afferra e cerca di attirarlo a sé. A questo punto, in preda a una forte agitazione, il dottore si sveglia e si rende conto che ha avuto un incubo; un incubo, tuttavia, che voleva dirgli forse qualcosa. Incapace di rimanere a letto, si alza e apre le imposte della finestra: è già l’alba e, siccome siamo in estate, a quelle latitudini è già chiaro quasi come a giorno fatto, anzi si può dire che la notte non è che un breve, magico crepuscolo (cfr. Le motti bianche di Fjodor Dostoevskij).

Allora, d’impulso, prende una decisione: non partirà per Lund in aereo, come stabilito da tempo, ma in automobile, dato che la cerimonia avrà luogo solo alle cinque del pomeriggio e ha davanti a sé quattordici ore di tempo. Così potrà approfittarne per passare a far visita alla sua vecchissima madre, una signora quasi centenaria ma ancora perfettamente lucida e relativamente arzilla, che vive tutta sola nonostante lo stuolo di figli (dieci tra maschi e femmine), generi, nuore e nipoti. Forse il sogno, premonitore di morte, gli ha insinuato il timore che l’aereo possa cadere; ciò non viene esplicitato, e lo spettatore è libero di pensarlo oppure no. Il dottore informa della sua decisione la vecchia governante, una donnina fisicamente gracile ma dal carattere ferreo, con la quale – lo si intuisce fin dalle prime battute – esiste, da moltissimi anni, un rapporto inconfessato di amore-odio. Il dottore è rimasto vedovo da molti anni e l’anziana governante, a suo modo, ne è innamorata; ma le rigide barriere di classe vietano ogni forma d’intimità, tanto che i due si danno impeccabilmente del “lei”, pur vivendo da soli nella stessa casa. La donna cerca di opporsi al cambiamento di programma, brontola, protesta; ma, quando lo vede irremovibile, finisce per preparargli lei stessa la valigia e per servirgli la colazione, pur lamentandosi del fatto che il suo padrone, da quel vecchio egoista che è, le sta rovinando “il giorno più bello della sua vita” (da ciò, fra l’altro, si comprende quale attaccamento esistesse fra i due anziani e quali vincoli di affetto, pur se mai esplicitamente dichiarati, li legassero dopo tanti anni di vita in comune). Ma il dottore le dice che lei può benissimo recarsi a Lund in aereo: si ritroveranno a casa del figlio di lui, Evald, in tempo per recarsi alla cerimonia.

Mentre Isak sta facendo colazione, entra nel soggiorno una giovane donna dallo sguardo dolce e malinconico, che qualche segreta sofferenza ha visibilmente turbato e un po’ indurito. È  Marianne (l’attrice Ingrid Thulin), la moglie di Evald, che da un po’ di tempo vive nella sua casa. Come si verrà a sapere in seguito, non si tratta di una visita di cortesia: Marianne è in grave dissidio col marito perché aspetta un figlio che lui, assolutamente, non vuole; pertanto si è recata da Lund a Stoccolma in cerca di un luogo ove riflettere e, probabilmente, di una parola di incoraggiamento e consolazione da parte del suocero. Parola che non ha trovato: ma anche questo lo verremo a sapere dopo. Quando il dottore le dice che sta per partire in automobile, Marianne si offre di fare il viaggio con lui: la cerimonia del giubileo le offre l’occasione di rivedere Evald e, forse, di chiarirsi con lui;  e il viaggio in auto le si presenta come un gradevole diversivo per raccogliere i suoi pensieri e, forse, fare un estremo tentativo per superare la corazza di gelida cortesia e apparente bonarietà con cui il suocero l’ha sempre tenuta a distanza: come ha fatto, del resto con tutte le altre persone che hanno fatto parte della sua vita.

L’automobile, un vecchio modello che il dottore, probabilmente, da tempo non guida più per lunghi viaggi, si mette in movimento per le strade ancora semideserte della capitale, nell’aria afosa e pesante che preannuncia da lontano il temporale, mentre l’orologio di una chiesa batte le quattro. Fin dai primi chilometri, suocero e nuora cominciano a giocare a carte scoperte: Marianne accusa il vecchio di essere un egoista che si è circondato di un alone di gloria professionale, ma che non inganna coloro che lo conoscono da vicino. Secondo lei suo figlio lo rispetta, ma lo odia; e il fatto che Isak abbia preteso la sollecita restituzione di un prestito, pur essendo assai agiato, mentre Evald è in strettezze, mostra la sua grettezza e insensibilità. Inoltre Marianne gli rinfaccia il modo inumano col quale Isak l’ha accolta, quando lei si è presentata, sola e disperata, a casa di lui (senza però rivelargli di essere incinta): le ha detto, testualmente, “Non sperare di immischiarmi nelle tue beghe coniugali, perché non mi interessano minimamente”. Il dottore non si sottrae a quelle accuse, anzi le sollecita con i suoi soliti modi velati d’imperturbabile cortesia; ma, in realtà, ne è toccato più di quanto non sembri.

Il viaggio è contrassegnato da alcune soste che ne scandiscono il ritmo e ciascuna delle quali offre al vecchio dottore una occasione per fare un bilancio della propria vita. Il paesaggio che scorre lungo la strada è quello splendido, boscoso e collinoso, che si snoda lungo le rive del Mar Baltico: il paesaggio più amato dal regista svedese, e che ricorre in quasi tutti i suoi film. La prima sosta avviene davanti alla casa di campagna della famiglia di lui, ove la sua numerosa famiglia soleva trascorrere, ogni anno, le vacanze estive. Dai dieci ai vent’anni, anche il giovane Isak vi ha trascorso le estati; e lì è nato – e poi si è spento – il suo primo amore per la dolce cugina Sara. Rimasto solo per qualche minuto (Marianne si è allontanata per fare un bagno), ha come una allucinazione e gli sembra di rivedere Sara che si è recata nel boschetto dietro casa per raccogliere un cestino di fragole per il compleanno di uno zio terribilmente sordo, mentre tutta la famiglia è indaffarata nei  preparativi per la ricorrenza. E lì, nel “posto delle fragole” (espressione che in Svezia, per motivi climatici e culturali, ha una pregnanza che da noi non possiede: come dire il luogo del sole,  dell’estate, della giovinezza e dell’amore, in un Paese caratterizzato da lunghissimi e freddi inverni senza luce), Sara, segretamente fidanzata con Isak, viene corteggiata e quasi sedotta da un fratello di lui che, più tardi, finirà per sposare. Il dottore rivede tutto come se il passato ritornasse a vivere sotto i suoi occhi meravigliati: la sala da pranzo, la tavolata piena di giovani e di ragazze, l’insopportabile spettegolare delle due sorelline gemelle (una delle quali è interpretata dalla figlia di Bergman), che rivelano il bacio clandestino che c’è stato fra Sara e il cugino, facendola arrossire di vergogna e scappare nell’altra stanza.

Riportato alla realtà da una simpatica ragazza che assomiglia stranamente a Sara e che gli chiede un passaggio per sé e per due suoi amici, il dottore riprende il viaggio con Marianne e i tre autostoppisti. La ragazza si chiama anche lei Sara, strana coincidenza (e nel film entrambe le parti, quella del primo amore di Isak e quella della disinibita ragazza moderna, sono affidate alla brava Bibi Andersson) e, in poche battute, fra lei e il vecchio dottore si instaura una simpatica complicità, fatta di battute scherzose e di autoironia. Sara viaggia con il ragazzo di cui è innamorata, studente in teologia, e con un amico che studia per diventare medico, diretta verso l’Italia per trascorrervi una vacanza: suo padre, astutamente – a suo dire – le ha imposto di farsi accompagnare da entrambi i giovanotti, per neutralizzali a vicenda. Ma Sara non se ne preoccupa e flirta con entrambi, atteggiandosi a esperta della vita più di quanto, forse, non sia in realtà.

D’un tratto, a una curva, lungo la strada deserta sbuca nella direzione opposta un’automobile che quasi li investe: il vecchio sterza e va a finire nel fosso, fortunatamente senza alcun danno né per le persone né per il mezzo; l’altra macchina, invece, si capovolge. Ne esce illesa una coppia, marito e moglie, i quali – dopo un vano tentativo di far ripartire la loro auto, frattanto rimessa sulle ruote dagli sforzi congiunti dei ragazzi e del proprietario – devono chiedere anch’essi un passaggio sulla capace automobile del dottore. Si tratta di un ingegnere e di un’attrice cinematografica che hanno, evidentemente, un rapporto estremamente conflittuale. Litigano anzi in modo così insopportabile che Marianne, ben presto, “per il bene dei ragazzi” che hanno dovuto assistere, esterrefatti, alla scena poco edificante, deve invitare i due a scendere. Isak non ha detto una parola ma, come si capirà in seguito, ha rivisto in quella coppia amareggiata e infelice il suo stesso matrimonio con la moglie ormai defunta da molti anni. La pietà, mista a un profondo disagio che confina quasi col disgusto, è il sentimento che accompagna i due occasionali compagni di viaggio quando scendono senza protestare e, anzi, la donna mormora, vergognosa, un rapido: “Perdonateci, se potete”. Si tenga a mente la parola perdono: la ritroveremo nel corso del film e, forse, è la segreta chiave di lettura dell’intera opera.

Ora l’automobile è giunta nei pressi del paese natio di Isak. Un benzinaio gentilissimo, che ricorda con enorme gratitudine il dottore e che non vuol essere pagato per il rifornimento di benzina (Max von Sydow), chiama fuori anche la moglie incinta e afferma che il loro bambino, se sarà un maschio, si chiamerà Isak; invitano inoltre il vecchio alla cerimonia del battesimo. Poco dopo i cinque viaggiatori fanno tappa per il pranzo, che si svolge in un ristorante all’aperto, sulla riva del mare. I due amici di Sara discutono sull’esistenza di Dio e litigano simpaticamente, con gran divertimento di Sara che non sa decidere chi dei due abbia ragione. Terminato il pranzo, e mentre il temporale è ormai vicino, Isak li lascia momentaneamente per recarsi a far visita alla madre, che abita in quella cittadina; Marianne si offre di accompagnarlo, forse – come si capirà dopo – per osservare l’anziana donna e cercar di leggere in lei i segni che possano spiegare come suo figlio sia diventato così gelidamente insensibile ai problemi umani del prossimo.

La vecchia signora ha novantasei anni ma è ancora autosufficiente e ragiona perfettamente. Ha conservato in una scatola di cartone tutte le fotografie dei figli e dei nipoti e Isak le chiede di prenderne una: un piccolo gesto che, insieme ad altri – la disponibilità ad ascoltare le critiche feroci della nuora, la silenziosa pietà per la coppia vittima dell’incidente, la benevolenza mostrate verso i tre ragazzi in autostop – indica che qualcosa si sta muovendo nella dura scorza protettiva che si è costruita nel corso degli anni, forse proprio in seguito a quel primo dispiacere d’amore con la tenera cugina Sara. L’anziana donna, comunque, è amareggiata perché, di tanti parenti, nessuno la viene mai a trovare; però, quando Isak si congeda con un bacio dopo una visita breve e piuttosto formale, non lo trattiene e non protesta. Marianne ha osservato tutta la scena con estremo interesse e si è fatta una sua idea: il gelido cuore della signora è all’origine della vita inautentica del figlio. E rivede, nei modi di fare e persino nelle parole di lui, gli stessi gesti e le stesse parole di Evald, suo marito, che tanto somiglia al padre.

Tornati all’automobile, suocero e nuora ripartono con i tre ragazzi, mentre fuori piove a dirotto. I due giovanotti erano addirittura venuti alle mani, ma senza cattiveria, per le loro dispute teologiche; mentre Marianne va a separarli e li riconduce indietro, Isak chiede alla ragazza chi dei due preferisca, lei risponde che ancora non è riuscita a decidersi. Istintivamente si sente più attratta dallo studente di teologia, ma la vita che egli potrà un domani offrirle non sarà certo esaltante (ritorna qui un dato autobiografico del regista trentasettenne: figlio di un pastore luterano, ebbe a dire che “la sua infanzia si era svolta come su un vassoio”, vale a dire sotto gli occhi curiosi di tutta la comunità). Lo studente in medicina, invece, è molto ambizioso e ha una brillante carriera innanzi a sé: e Sara è attratta anche dalla prospettiva di una vita comoda e brillante. Però, dietro il tono di apparente cinismo con cui la giovanissima Sara parla dei suoi due innamorati, si intravede un animo franco e leale con se stesso, capace di una sconcertante innocenza e onestà interiore.

Il viaggio riprende verso l’ultima tappa. Mentre Marianne è al volante, il dottore si addormenta e di nuovo gli si presentano dei sogni inquietanti ed angosciosi. Dapprima rivede la cuginetta Sara, che gli mostra la famiglia felice in riva al mare (semplicemente stupende le immagini dell’infanzia in riva al Baltico, degne del pennello di un grande pittore impressionista). Poi Isak viene introdotto in una sala dell’università (ma l’ingresso, kafkiano, sembra quello di una stanza d’albergo o di un piccolo appartamento), ove deve sostenere un esame di medicina. Sempre più a disagio, sostiene una serie di brutte figure: non riesce a vedere nel vetrino del microscopio; non ricorda quale sia il primo dovere di un medico (il primo dovere di un medico, lo ammonisce allora l’esaminatore, è domandare perdono); scambia per morta una paziente, ben viva, di cui dovrebbe diagnosticare la malattia. Il verdetto è spietato: incompetenza: perché – come gli vien detto – sebbene egli conosca un mucchio di cose, in realtà non sa proprio niente. Non si tratta, evidentemente, di incompetenza professionale, ma umana: aggravata dalla insensibilità e dalla freddezza da lui costantemente dimostrate.

Poi viene accompagnato in riva al mare, di notte, dove vede sua moglie che si incontra con un altro uomo: il suo amante, o forse uno dei suoi amanti (per cui si deduce, come poi viene suggerito esplicitamente da una battuta di Evald, che quest’ultimo non è probabilmente suo figlio). La donna è stata gettata fra le braccia di quegli amori adulterini dalla scostante freddezza del marito: creatura appassionata, non ha mai trovato nel matrimonio quello che forse cercava. Ora Isak la rivede come se la scorgesse per la prima volta, e un’espressione di profonda pietà gli si dipinge sul viso. È un altro tassello del mosaico, un altro momento di verità nel bilancio che il dottore sta facendo nel corso di quella strana giornata. In contrasto con il meraviglioso paesaggio marino illuminato dalla lune e incorniciato dai rami contorti dei pini, un paesaggio onirico che sembra evocare l’atmosfera shakespeariana del Sogno di una notte di mezza estate, solo ora il dottore capisce quanto male egli abbia inflitto, senza nemmeno rendersene conto, non solo a sua moglie ma a tutte le persone che hanno fatto parte della sua vita.

Quando si risveglia, l’automobile si è fermata perché i ragazzi volevano sgranchirsi le gambe e raccogliere dei fiori per lui, poiché Marianne li ha informati della cerimonia che lo attende quando giungeranno a Lund. Tra lui e la nuora si svolge un dialogo drammatico, ma meno teso e distante di quello del primo mattino. Lui le confessa di sentirsi come uno che è già morto, e lei gli confida di essere incinta e che quella gravidanza è la causa della rottura col marito. Il vecchio ne rimane profondamente colpito e si ripromette di fare qualcosa, quando saranno arrivati, per riconciliare i due sposi. La scena è interrotta dal ritorno schiamazzante dei tre ragazzi che offrono i fiori di campo al dottore e gli cantano una canzone; poi il viaggio riprende.

Ora siamo giunti a Lund. Isak e Marianne, sempre accompagnati dai tre giovani amici, hanno giusto il tempo di passare dalla casa di  Evald dove il dottore, con l’aiuto della governante (giunta in aereo) lo aiuta a cambiarsi. L’incontro fra Evald e la moglie è imbarazzato ma colmo di amore trattenuto; poi, fra un suono di campane e una salva d’artiglieria, la cerimonia ha inizio in pompa solenne. In latino, viene letta al dottore la motivazione dell’alata onorificenza, alla presenza di tutto il corpo accademico e del municipio cittadino; Sara e i suoi due amici sono tra il pubblico e lo acclamano, battendogli le mani. Isak è commosso, ma, proprio al culmine della cerimonia, si ritrova a vagare con la mente sugli strani eventi che hanno caratterizzato quella giornata ed è indotto a fare un bilancio. Si tratta di un amaro bilancio: la sua è stata una vita mancata, mancata per paura. Paura di vivere: come quella che ora paralizza il figlio Evald, che ha orrore di mettere al mondo un figlio, “perché la vita è male” ed egli non vuole la responsabilità di esporre alla sofferenza una creatura innocente. Però, se è troppo tardi per Isak per ricominciare, non lo è – forse – per Evald e per Marianne, e non lo è – soprattutto – per i giovani come l’impertinente, simpatica Sara e i suoi due corteggiatori: loro, forse, riusciranno a vivere una vita autentica, se non soffocheranno la voce della loro verità interiore.

Quella sera, dopo la cerimonia, prima di andare a letto Isak tira le somme di quel giorno memorabile e dell’intera sua vita. Chiede perfino scusa alla vecchia governante di averla trattata duramente al mattino e le offre di darsi del tu; ma lei, con ruvido buon senso di donna pratica, osserva che la gente subito si metterebbe a spettegolare e a ricamare chissà cosa su di loro, quindi è meglio lasciare le cose come stanno. Poi Isak ode delle voci nel giardino, si affaccia alla finestra e riceve l’ultimo saluto dai tre giovani, mentre Sara gli dichiara – scherzosamente, ma forse non del tutto – che lui è stato, è e sarà per sempre l’amore della sua vita. Infine, già coricato a letto, ha un ultimo, breve colloquio con Evald, al quale osa chiedere – per la prima volta interessandosi alla vita del figlio – come andrà a finire tra lui e la moglie. Evald non lo sa, e non lo sa neppure Marianne che, prima di recarsi col marito alla festa da ballo che seguirà alla cerimonia, è passata da casa per cambiarsi le scarpe. E così non lo saprà neanche lo spettatore: lei è decisa a tenersi il bambino, lui a rifiutarlo; eppure si amano: forse – e magari con una parola buona del vecchio – riusciranno a trovare un’intesa. O forse no; però la speranza esiste.

La speranza, appunto, sembra essere il messaggio finale di questo film-capolavoro che si chiude con l’intenso primo piano del dottor Isak Borg che, ripensando ai fatti della giornata e, soprattutto, a quelli della sua lunga vita, per la prima volta sembra in grado di affrontare il mistero della notte con animo sollevato da una ritrovata freschezza interiore. Non è mai troppo tardi per capire, per diventare un poco più umani. Non è mai troppo tardi per riconoscersi e per scegliersi, fosse pure alla veneranda età di settantotto anni.

Forse, il “posto delle fragole” è proprio quello: nella zona più intima e segreta della nostra anima, ove non è più dato di mentire neanche a noi stessi. E dove possiamo finalmente perdonarci, dopo esserci sottoposti al giudizio severo della nostra coscienza. 

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 30/09/2007 e del 9/02/2016 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 14 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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