domenica, 13 Giugno 2021
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L’universo di Conan il barbaro piace perché, come il nostro, è un mondo di totale distruzione

L’universo di Conan il barbaro piace perché come il nostro è un mondo di totale distruzione. Il pubblico odierno ama quelle saghe perché è un pubblico imbarbarito. Si faccia attenzione: non un pubblico barbarico ma imbarbarito. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Chi non conosce, almeno di fama, il personaggio rozzo e truculento, ma, a suo modo, affascinante e perfino un po’ romantico, di Conan il Barbaro, o Conan il Cimmerio, creato dalla fantasia dello scrittore americano Robert Ervin Howard, negli anni ’30 del Novecento? A renderlo popolarissimo sono state le versioni cinematografiche, ove ha il volto e la possente figura Arnold Schwarzenegger, oltre che numerose serie di fumetti e cartoni animati, serie televisive, giochi di ruolo, videogiochi e giochi da tavolo. Nella mitologia heroic fantasy creata da Howard, Conan viene dalla terra dei Cimmeri, in un vago e remoto settentrione, e la gente cui appartiene discende dalla razza che popolò Atlantide, la favolosa isola-continente sprofondata nelle acque dell’Oceano Atlantico, secondo il celebre racconto fatto da Platone nei due dialoghi, il Timeo e il Crizia. I Cimmeri di Howard, però, dopo una serie di vicissitudini e di guerre con altre popolazioni, hanno completamente smarrito la memoria delle loro origini; si sono imbarbariti, hanno scordato ogni traccia del raffinato livello di civiltà raggiunto dai loro progenitori, e si sono temprati fisicamente e psicologicamente, diventando dei barbari agili ed estremamente robusti, atti all’uso delle armi e ad ogni genere di esercizi fisici, come la capacità di arrampicarsi su per le ripidissime pendici dei monti.

Già da queste circostanze fa capolino la “filosofia della storia”, se così vogliamo chiamarla, di Howard; e si tenga presente che quando egli pubblicò la prima avventura della sua saga, nel 1933, era ancor vivo, non solo in Europa, ma anche in America e nel resto del mondo, il dibattito suscitato dall’opera di Oswald Spengler Il tramonto dell’Occidente, apparsa in due volumi, nel 1918 e nel 1922, in cui il pensatore tedesco sosteneva che tutte le civiltà umane sono simili a degli organismi viventi e che tutte, in un certo lasso di tempo, passano dalla fase giovanile, a quella della maturità, poi della decadenza – che egli chiama fase della civilizzazione, caratterizzata dal centralismo politico, dall’urbanismo, dal gigantismo architettonico e dalla mancanza di originalità artistica e scientifica – e, infine, si esauriscono e muoiono. Ebbene, anche per Howard la storia dell’umanità è caratterizzata dal continuo succedersi delle civiltà; solo che il suo interesse si appunta non sulla fase del loro sorgere o del loro culminare, bensì su quella del loro decadere, e specialmente del loro “imbarbarirsi”. Howard, infatti, è attratto dalla figura del barbaro, un guerriero forte e spietato che si muove in un mondo al crepuscolo, che disprezza le cose raffinate e deride il lusso della decadenza. Conan, pertanto, come anche gli altri personaggi che si muovono attorno a lui, nel corso delle sue avventure, si può considerare, essenzialmente, come un guerriero del tramonto: in questo senso, per quanto possente egli sia e per quanto mostri di avere anche delle doti non indifferenti di astuzia e, se occorre, di prudenza, esprime una visione essenzialmente nichilista della storia e della condizione umana: ogni cosa, infatti, esce dal nulla e al nulla ritorna, inesorabilmente.

Il lettore dai gusti raffinati potrebbe obiettare che tutto questo è solo ciarpame letterario; che le storie di Conan sono monotone, ripetitive, e, oltretutto, scritte con uno stile corrivo e giornalistico, che raramente lascia trapelare un bagliore di autentica creatività; infine, che la loro mitologia è confusa, banale, grossolana e puerile. Noi non abbiamo obiezioni sostanziali da fare in proposito, tranne una: che non si deve confondere la qualità letteraria con la significatività culturale. Il fatto è che le storie di Howard sono sempre piaciute al pubblico, sia quello della carta stampata, sia quello del cinema e della televisione, sia quello dei fumetti. Fanno male, dunque, gli esponenti della cultura “alta”, a disprezzare e ignorare il “fenomeno Conan”, perché, piaccia o non piaccia, esso è significativo di un certo stato d’animo, di un certo atteggiamento psicologico, di una certa tendenza profonda della nostra società, nella fase storica che stiamo attraversando.

Utili per una ulteriore riflessione ci sembrano le osservazioni svolte in proposito dal giornalista, scrittore e saggista, specializzato nella letteratura di fantascienza, fantasy e horror, Giuseppe Lippi (nella Introduzione  a: Robert E. Howard, L’ira di Conan, una antologia comprendente 8 dei 15 romanzi e racconti dedicati dallo scrittore americano al personaggio di Conan il Barbaro, fra i quali Lo stagno dei Neri; titolo originale: The Pool of the Black, etc; 1933-1935; traduzione Diana Georgiacodis e Lidia Lax, Milano, Arnoldo Monadori Editore, 1990, pp. VI-X):

… Ogni eroe howardiano è un ribelle che lotta fino al parossismo per affermare il proprio diritto  all’indipendenza e alla libertà. È vero che i mezzi adoperato sono a volte un tantino brutali, ma questo ha a che fare con le motivazioni psicologiche di Howard, con la sua collera repressa  molto più che con eventuali convinzioni ideologiche.

L’”antropologia spontanea” di Howard non si rifà al mito ariano, sebbene condivida l’idea ottocentesca di supremazia dell’uomo nordico:  secondo lui le civiltà si succedevano ciclicamente, un po’ come nel mito dell’eterno ritorno, ma la costante della storia non era il perfezionamento dell’uomo, bensì il suo tendere all’abbrutimento. Per quante civiltà raffinate e colte potessero esprimersi nelle età dell’uomo, a trionfare alla fine sarebbe stata la barbarie. E il barbaro, se non proprio germano, è nei racconti di Howard un celta, un vichingo o un altro valoroso nordeuropeo. Nel caso di Conan  Howard immagina che la stirpe dei cimmeri discenda da quella di Atlantide  e che sia destinata, un giorno, a dar luogo alla razza di suoi antenati celti.

In questo modo Robert Ervin Howard aveva trovato il suo progenitore ideale: un guerriero inventato da lui stesso  e che rispondeva a tutti i canoni della mitologia germanica. A questo proposito è molto istruttivo il saggio “L’era hyboriana”, dove Howard si appassiona con fervore alle questioni “razziali” del suo passato mitico, come fa del resto in buona pare dei racconti. A differenza di altri classificatori e gerarchizza tori dell’umanità, tuttavia, Bob Howard sostiene la supremazia degli irlandesi con i capelli neri e gli occhi azzurri solo per ragioni di bandiera: ma in molte storie riconosce il valore dei piccoli e scuri pitti (che immagina di ceppo mediterraneo) e in altre parteggia per i selvaggi negri dell’immaginario Kush. In altre parole, è un antropologo tollerante che “tiene” per i celti perché sono la squadra del cuore ma che riconosce sportivamente il valore degli altri (purché barbari).

All’epoca in cui furono scritte le storie di Conan, e cioè i primi anni Trenta, la teoria della discendenza ariana era stata abbandonata da tutti gli scienziati seri dopo aver furoreggiato per circa un secolo. Nella cultura popolare e demagogica, invece, manteneva intatto il suo fascino: Howard l’avvertì senz’altro ma preferì parafrasarla piuttosto che accettarla “in toto”, e in definitiva decise di crearsene una sua versione personale. Al posto dei nobili figli dell’India da cui sarebbero discese le nazioni europee le loro lingue, egli immagina che il ceppo originario dell’umanità si sia evoluto in terre di leggenda come Atlantide e il “continente thuriano”, non si sa quante decine di migliaia di anni fa. Distrutte da un cataclisma, queste civiltà lasciarono il posto alla variopinta Era Hyboriana che fa da sfondo alle avventure di Conan e che è dominata dall’omonima fiorente civiltà, alla quale come al solito si oppongono i barbari. Della dottrina ariana Howard conserva, se si vuole, il lato preadamitico  (guardate, egli dice, che esistettero fiorenti imperi e reami imponenti molto prima dell’epoca biblica di Adamo); oltre a questo, la ricerca di un’innocenza che risalga a prima del peccato originale.

È proprio perché vogliono esser innocenti, cioè non corrotti, che gli eroi di Howard sono barbari: in questa idea traspare l’altro mito dell’età romantica, che contrappone Natura a Cultura cercando la purezza nella prima. Le ragioni che possono aver indotto a immaginare questa opposizione, speculano alcuni studiosi, sono forse di ordine inconscio: utilizzando li strumenti della psicologia per indagare la storia delle idee si vede che esiste un vero e proprio conflitto, in tutti gli uomini, fra il fascino regressivo delle “immagini materne” (incarnate nella Madre Natura) e “l’altra maniera di rapporto con l’universo, più tarda a manifestare nel bambino ma meno distruttiva o meno anarchici nell’adulto, e che corrisponde all’identificazione alle ‘immagini paterne’ (prolungate dalle istituzioni religiose e culturali” (Poliakov).

Il mito delle origini “pure” esprimerebbe, insomma, il desiderio inconscio di sopprimere il giogo sociale della legge e della natura, valendosi dei diritti di una Natura “onnivalente”.

In Howard questo conflitto fu particolarmente violento e si concluse in tragedia personale con il suicidio dell’autore, incapace di accettare il “giogo delle istituzioni religiose e culturali” e dunque incapace di pervenire all’identificazione con le immagini paterne. Di qui le caratteristiche anarchiche e distruttive della sua narrativa, , che hanno fatto parlare di un “universo di distruzione totale” (L. Sprague de Camp).

Colorita e avventurosa fin che si vuole, la narrativa howardiana ha un fondo di violenza e pessimismo che l’accosta, questo sì, alle leggende nordiche sul crepuscolo degli dei e ai racconti epici sul fato degli eroi. In Howard, come nelle credenze dei celti, è la storia a doversi uniformare al mito e non viceversa: per questo egli elaborò una fantastoria del mondo e vi fece scrupolosamente aderire  i suoi barbarici e sanguinosi paladini.

Quanto alla mitologia e alla stessa geografia del mondo di Conan, non ci attarderemo nelle pur dotte e interessanti disquisizioni di matrice psicanalitica: se Howard abbia prediletto i suoi barbari dalla chioma nera, piuttosto che bionda, per il fatto che lui stesso era scuro di capelli, è cosa che può interessare, appunto, lo psicanalista; allo studioso di letteratura importa poco, e altrettanto vale per lo studioso della cultura, della società e del folklore. Certo è che, se Howard fosse stato biondo e se i suoi barbari fossero stati di ascendenza teutonica – è un’altra acuta osservazione di Giuseppe Lippi, e ci sembra azzeccatissima, anche se involontariamente quasi comica -, apriti cielo!, la critica politicamente corretta ne avrebbe dedotto che egli volle fare una apologia della “bestia bionda” nietzschiana, o, peggio ancora, del superuomo ariano, caro alla mistica razziale del Terzo Reich: il che avrebbe decretato, ipso facto, la censura totale, col risultato che il personaggio di Conan non avrebbe mai “sfondato” e non sarebbe entrato a far parte, come invece è accaduto, del nostro immaginario collettivo, nel bene come nel male.

Quanto al fatto che il mondo delle saghe crepuscolari di Howard sia un mondo barbarico, ciò è di grande interesse per noi, proprio in considerazione del successo che quelle storie hanno avuto, e continuano ad avere, nella nostra società. E lasciamo che i critici raffinati storcano il naso; tanto storcono sempre il naso, quei signori lì, davanti alla letteratura popolare, buona o cattiva che sia: lo hanno fatto anche per Carolina Invernizio, o per Liala, o per Salgari, o per Luigi Motta; però non lo storcono per gli scrittori di tendenza progressista e modernista, anche se, pur con le loro ambizioni intellettualoidi, sono appena una spanna (nel migliore dei casi) al di sopra del livello qualitativo della letteratura di consumo. Valga per tutti il caso di Alberto Moravia, mediocrissimo scrittore e autentico pornografo, che, in virtù della sua ideologia di sinistra e delle numerose amicizie negli ambienti dell’intellighenzia italiota, è stato contrabbandato, per anni, come un grande narratore; o, più recentemente, quello di Umberto Eco, uno scrittore che non ha assolutamente niente da dire, e che si è limitato a trasferire i suoi giochi di prestigio semiologici, talvolta pur azzeccati, nell’ambito della narrativa che vorrebbe essere impegnata, con risultati a dir poco imbarazzanti.

Conan, dunque, affascina il pubblico odierno, non a dispetto del fatto che sia un barbaro, immerso in un mondo di barbari, ma proprio per ciò; e, se si tratta di storie mal scritte, ingenue, rozzamente delineate, ciò sta a indicare che non è una consonanza superficiale, ma che il pubblico odierno ama quelle saghe proprio perché è un pubblico imbarbarito. Si faccia attenzione: non un pubblico barbarico, ma imbarbarito: c’è una profonda differenza tra le due cose. Il barbaro è tale per nascita, per natura e per vocazione; colui che si è imbarbarito, invece, ha una civiltà alle spalle, o, almeno, il ricordo o il riflesso di una civiltà, poi degenerata e dissolta. E tale è il nostro caso:  non siamo barbari, perché abbiamo una nobile civiltà alle spalle, quella millenaria del cristianesimo, e, prima di essa, quella greco-romana; ma ci siamo imbarbariti, nel senso che preferiamo in ogni ambito, cultura compresa, le cose brutte, rozze e scostanti alle belle, raffinate e gradevoli. È una situazione da cui difficilmente si esce, perché indica una pulsione autodistruttiva, un cupo istinto di morte…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 04 Febbraio 2018

Del 15 Settembre 2020

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