sabato, 18 Settembre 2021
HomeFOCUSCinema d'autoreMothman o l’Uomo Falena è il ritorno del demone Pazuzu?

Mothman o l’Uomo Falena è il ritorno del demone Pazuzu?

Mothman o l’Uomo Falena è il ritorno del demone Pazuzu? Nella mitologia e nella religione babilonesi Pazuzu era il demone degli spiriti dell’aria e figlio del dio Hanbi. Nemico del demone femminile Lamasthu rapitore di bambini. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Nella sequenza iniziale del film «L’eseorcista», diretto nel 1973 dal regista William Friedkin e tratto dall’omonimo romanzo di Peter Blatty, padre Merrin si trova presso un sito archeologico della Mesopotamia, spazzato dal vento del deserto, allorché si imbatte nella statuetta di colui che diverrà il suo mortale avversario in un tremendo caso di possessione diabolica: quella di Pazuzu.

Ma chi era costui?

Ed è possibile che una tale entità si aggiri ancora sulla Terra, camminando su piedi umani o spiccando il volo come un enorme, sinistro uccello di sventura, terrorizzando le persone, come se l’Inferno stesso lo avesse vomitato dai suoi tenebrosi recessi?

Nella mitologia e nella religione babilonesi, Pazuzu era il demone degli spiriti dell’aria e figlio del dio Hanbi. Nemico del demone femminile Lamasthu, rapitore di bambini, era venerato dalle madri che portavano al collo il suo amuleto; però la sua opera non era solo benefica, ma anche malefica, poiché presiedeva ai venti di morte che soffiano dal deserto e che, secondo le credenze dell’epoca, diffondevano le epidemie.

Partendo da queste basi, alcuni moderni studiosi di demonologia ne hanno fatto una figura centrale fra gli spiriti del Male, capace di portare morte e distruzione con il suo alito pestilenziale. Nelle statuette mesopotamiche è raffigurato come un essere demoniaco dalla figura antropomorfa, con un volto spaventoso e con due paia di ali dietro la schiena, che gli consentono di spostarsi con velocità sbalorditiva attraverso l’aria.

Ebbene, alcuni indizi farebbero pensare che questa strana, malvagia entità non appartenga soltanto alla storia di imperi morti e di epoche remote, ma che si aggiri tuttora sulla Terra, seminando spavento e oscuri malesseri e generando un profondo senso di insicurezza in quanti hanno avuto la sfortuna di assistere alla sua apparizione.

Anche in questo caso, il cinema si è impossessato dell’argomento con il film «The Mothman Prophecies», diretto nel 2002 da Mark Pellington sulla base del romanzo di John Keel, e interpretato da Richard Gere e da Laura Linney, cavalcando l’onda di quella che, negli Stati Uniti d’America, è da molti considerata come una semplice leggenda metropolitana.

Si tratta dell’avvistamento, che sarebbe avvenuto nel biennio 1966-67 nel West Virginia, di una creatura che è stata denominata Uomo Falena (o Mothman, per analogia con Batman, di cui allora la televisione mandava in onda una serie di episodi) e che, secondo tutte le apparenze, ricorda perfettamente l’iconografia del temutissimo demone Pazuzu, quale ci è stata tramandata dalle antiche sculture babilonesi.

La credenza è talmente diffusa, a livello locale, da essere entrata nel folklore e nella cultura popolare; al punto che nella città di Point Plaesant,  nel West Virginia, è stata realizzata una grande statua di Mothman, con gli occhi rosso brace e le enormi ali demoniache, opera dello scultore Robert Roach. Essa fa bella mostra di sé sulla pubblica piazza, mentre nella stessa cittadina è stato aperto anche un museo dedicato al medesimo argomento.

Ora, pur conoscendo la ben nota propensione degli Americani a sfruttare commercialmente qualunque leggenda e qualunque credenza, anche le più improbabili (come avviene a Roswell, nel New Mexico, con il cosiddetto Ufo Crash del 1947 o come accade, negli Stati del Nord-Ovest, con l’inafferrabile Sasquatch), bisognerebbe andare cauti prima di liquidare la cosa con una semplice alzata di spalle .

È troppo facile attribuire la nascita di credenze come quella dell’Uomo Falena alla inguaribile credulità della gente poco istruita o, peggio, a disturbi e allucinazioni dei soliti mitomani o, ancora, alla disonesta furbizia di operatori turistici senza troppi scrupoli; lo studioso imparziale e immune da prevenzioni ha, invece, il dovere di esaminare i fatti puri e semplici, di vagliare le testimonianze e di trarre le debite conclusioni, anche alla luce di una opportuna comparazione con altri ambiti di ricerca, fra i quali, appunto, la mitologia e le religioni antiche.

Tutto è iniziato nel settembre del 1966, quando un “uomo alato” venne avvistato per la prima volta a Scott, nello Stato del Missouri.

Due mesi dopo incominciano le spaventate segnalazioni dalla zona di un deposito d’armi  abbandonato dai tempi della seconda guerra mondiale, posto fra i boschi qualche chilometro a nord di Point Pleasant, nel West Virginia: una zona selvaggia, impervia, ricca di fauna selvatica e in cui si trovano anche due centrali elettriche abbandonate.

John Keel,l’autore del libro da cui è stato tratto il film del 2002, ha condotto minuziose indagini per stendere il suo lavoro, dalle quali emerge un quadro piuttosto chiaro della situazione. Una consuntivo di esso si trova nel saggio di uno dei più noti studiosi, nei Paesi di lingua spagnola, di ufologia e fenomeni misteriosi, Antonio Ribera: «Chi ci osserva dagli Ufo?» (titolo originale: «De veras, los OVNIS nos vigilan? Seremos pronto invadidos?», Mexico, Editiorial Posada; traduzione italiana di Dino Riva, Firenze, De Vecchi Editore, 1976, pp. 155-58), di cui riportiamo un breve passaggio:

«Una delle prime osservazioni sull’uomo-pipistrello coincise con la mezzanotte del 15 novembre 1966, proprio di fronte a una delle centrali elettriche abbandonate. Due coppie di coniugi – Roger Carberry, Steve Mallette e le rispettive mogli – viaggiavano in automobile lungo una strada secondaria che corre parallela a una importante via di comunicazione. Improvvisamente si videro dinanzi una figura grigia, alta come un uomo (secondo il loro racconto), che aveva degli enormi occhi, riflettenti una fantastica luce rossastra. La figura possedeva anche un paio d’ali. Lo strano essere voltò loro le spalle e si lanciò contro la porta della centrale elettrica i disuso, pigliandola violentemente a calci. Terrorizzati i quattro abbandonarono di gran corsa quel posto. Mentre si dirigevano verso Point Pleasant a più di 160 all’ora, si accorsero che la spettrale apparizione li seguiva, tenendosi nel’aria, a perpendicolo sull’automobile, senza battere le ali. Denunciarono l’accaduto alla polizia e lo sceriffo Millard Halstead effettuò una ricognizione nella zona incriminata, recandovisi in auto con i quattro malcapitati. Nessuna traccia dello strano individuo; la radio dell’autopattuglia di Halstead cominciò tuttavia ad emettere uno strano suono: “Sembrava quello di un disco fatto girare più rapidamente di quanto fosse possibile”, dichiarò il poliziotto.

Keel rammenta che da allora si verificò una lunga sequela di sorprendenti avvenimenti. Incominciarono a essere bersagliati per primi gli Scarberry i quali, vivendo all’epoca in una roulotte, lamentarono attacchi del tipo poltergeist. Sebbene Scarberry si trovi attualmente sotto l’esercito e Linda,  la moglie, viva presso i genitori a Point Pleasant, gli strani fenomeni non hanno requie. I McDaniel, cioè i genitori di Linda, hanno notato che l’apparecchio telefonico fa cose strane e sospettano vi sia chi interferisce nelle comunicazioni.  Negli ultimi mesi, il loro appartamento è apparso risplendere di insolite luci e gli oggetti di casa si sono spostati per proprio conto senza che nessuno vi mettesse mano.  L’11 gennaio 1967, la signora McDaniel ha visto “l’uccello” in pieno giorno. La donna si trovava dinnanzi alla porta di casa quando scorse quello che a prima vista sembrava un piccolo aereo che volava seguendo una strada alberata, quasi radendo le chiome delle piante.  Ma quando ebbe modo di osservare bene l’oggetto che s’era frattanto avvicinato, s’accorse che si trattava d’un uomo alato. Questi passò a bassa altezza sopra il capo della McDaniel e, dopo aver descritto alcuni cerchi attorno al fabbricato di un vicino ristorante, s’involò perdendosi nell’aria. La donna ne riferì direttamente a John Keel il quale commenta che l’intervistata era persona che godeva ottima reputazione in tutta Point Pleasant, dove era impiegata presso un ufficio governativo. Secondo Keel, che ha frequentato questa famiglia, i McDaniel non sono certamente persone isteriche o dalla straripante immaginazione.

Tanto Linda come i suoi genitori affermano d’aver ricevuto visite di persone il cui aspetto concorda con quello dei leggendari e discussi “uomini in nero”. L’ultima visita risale al 23 dicembre 1967.

Un particolare curioso: diverse persone che furono testimoni delle apparizioni dell’”uccellaccio” ricevettero in seguito la visita di un individuo dalla statura piuttosto bassa, abbigliato con un vestito di color nero. Tutti i testimoni, avvicinati da Keel, descrissero l’uomo come un tipo orientale che poteva essere tanto siamese quanto birmano. Parlava lentamente e con voce nasale. Era opinione diffusa tra i testimoni che essi potessero essere ascoltati dallo strano essere solo quando fissavano direttamente i suoi occhi neri e brillanti. Diceva invariabilmente di chiamarsi Jack Brown, un nome molto comune in tutti gli USA., Keel riuscì a scoprire che le conversazioni avute con i testimoni miravano a conoscere le loro abitudini: con chi avevano parlato, dove stavano andando, cosa avevano o avrebbero fatto. Jack Brown girava con un piccolo furgone bianco che faceva molto rumore, come se avesse il tubo di scappamento rotto.»

Un altro avvistamento ebbe luogo quasi esattamente un anno dopo, il 25 novembre 1967, da parte di un venticinquenne residente a Clarksburg, Thomas Uri: secondo lui, Mothman aveva una statura di due metri e una ampiezza d’ali di almeno tre metri; si librava come un elicottero sopra la sua automobile e l’aveva seguita per un pezzo, senza mai farsi distanziare, nonostante questa fosse stata spinta alla massima velocità, circa 120 km. all’ora.

Un altro avvistamento si era verificato nel 1966, dodici giorni dopo quello “storico” delle due coppie di Point Pleasant, il 27 novembre, da parte di una ragazza diciottenne, Connie Joe Carpenter, alla periferia di New Haven, sempre nel West Virginia: «Era orribile – così ella descrisse, ancora terrorizzata, il volto dell’Uomo Falena – come fosse sortita dal più sconcertante film di fantascienza».

Anche stavolta l’essere evoluì muovendosi in verticale, al di sopra dell’automobile della testimone, come un elicottero, e mostrò un paio d’occhi rossi e luccicanti, che fanno pensare al Caronte dantesco, «che ‘ntorno a li occhi avea di fiamme rote». Altro particolare curioso: quando Keel la intervistò, la ragazza aveva ancora gli occhi fortemente arrossati, fenomeno che si era verificato a partire dal mattino successivo all’avvistamento,  dopo che aveva fissato lo sguardo in quello della mostruosa creatura.

In seguito, Connie Joe Carpenter fu protagonista involontaria di una serie di angosciose disavventure. Sposatasi nel febbraio successivo all’avvistamento, si trovò al centro di episodi misteriosi e inquietanti che, apparentemente, avevano lo scopo di spaventarla ulteriormente: da un tentativo di rapimento a bordo dell’automobile di uno sconosciuto, alla ricezione di biglietti minacciosi, alla visita di “uomini in nero”, alle manifestazioni del tipo “poltergeist”, a delle strane chiamate telefoniche.

Nei mesi successivi alla prima comparsa di Mothman, nel cielo della regione, presso le sponde del fiume Ohio, cominciarono ad apparire, specialmente di notte, luci misteriose che facevano pensare  ad U.F.O., mentre si verificavano continue interferenze nelle comunicazioni radio, anche della polizia. Migliaia di persone furono testimoni, nel marzo del 1967, della comparsa delle luci sul far della sera, per parecchi giorni consecutivi, sempre al di sopra del vecchio magazzino di munizioni, come se esse rispettassero uno schema stabilito; vi furono anche numerosi incendi nei boschi, di natura poco chiara.

Per completare il quadro, numerosi cani scomparvero dalla zona di Point Pleasant e parecchi animali da pascolo, ovini e bovini, vennero ritrovati morti, vittime di inspiegabili mutilazioni. Infine, una ventina di esseri umani, quasi tutti in giovane età, scomparvero senza lasciare alcuna traccia dietro di sé, nella zona di Braxton, sempre nel West Virginia. Per chi ha un po’ di dimestichezza con la storia dell’ufologia, aggiungeremo solo che nei pressi di Braxton si trova il villaggio di Flatwoods, ove nel 1952 era stato avvistato un altro “mostro” che nessuno aveva mai potuto identificare (cfr. il nostro precedente articolo «Cisco Grove e Hopkinsville: due casi ufologici fortemente anomali del 1964-65», apparso sul sito di Edicolaweb e, poi, in data 24/11/2009, anche su quello di Arianna Editrice.

Né gli abitanti della zona di Point Pleasant videro soltanto delle luci anomale evoluire in cielo; alcuni testimoni videro anche chiaramente degli U.F.O. metallici, dalla forte lucentezza, posarsi a terra e levarsi in volo presso le sponde del fiume Ohio, sempre nel marzo del 1967; e ciò mentre Mothman continuava, ora qui, ora là, a farsi vedere con quei suoi terribili, allucinanti occhi di colore rosso fuoco.

Dopo il mese di novembre del 1967 sembra che gli avvistamenti siano cessati bruscamente, e così i fenomeni misteriosi ed allarmanti che si erano verificati nel medesimo arco di tempo, quando ormai la popolazione stava diventando preda di una autentica psicosi. Tuttavia, fatto piuttosto strano, nessun giornale nazionale e nessuna delle maggiori reti televisive si occupò mai di queste vicende, come se ciò che accadeva nel West Virginia non fosse degno di alcuna attenzione; o, piuttosto, come se dall’alto fosse giunta la direttiva di ignorarlo.

Il collegamento fra Mothman e Pazuzu è stato avanzato, recentemente, da Farah Yurdzou, che ha notato le impressionanti somiglianze esistenti tra l’Uomo Falena del West Virginia e il demone della religione babilonese, nell’articolo «Pazuzu vive ancora» (sulla rivista «X Times», numero 18 dell’aprile 2010, pp. 48-51).

Bisogna dire, peraltro, che Yurdzou tende a pensare sia a Pazuzu che a Mothman come a delle creature dotate anche di un corpo fisico, le quali – in contesti culturali così diversi fra loro, quanto lo sono l’antica Mesopotamia e gli odierni Stati Uniti d’America – avrebbero dato origine a una “credenza”, sfociata in un vero e proprio culto religioso nel primo caso, in una sorta di sinistra leggenda metropolitana, nel secondo.

Per dirla con le sue parole (articolo sopra citato, p. 50):

«Dopo che la cultura mesopotamica finì, non sappiamo che cosa accadde a Pazuzu. Tornò forse nel suo mondo sotterraneo e continuò la sua attività in superficie?  Sembra, in realtà, che la leggenda di questo demone non scomparve nel XIV sec. A. C., ma ebbe piuttosto una trasformazione e fu adattata alle aspettative e ai gusti del XX secolo. Sì, Pazuzu è tornato ed è riapparso negli Stati Uniti con il nome di Mothman!»

Secondo Yurdzou, questo essere potrebbe appartenere al genere dei Rettiliani di cui parlano tante cronache ufologiche, e ciò spiegherebbe la coincidenza fra gli avvistamenti di Mothman e quella degli U.F.O. nei cieli del West Virginia, fra il 1966 e il 1967.

Di Pazuzu e della sua possibile “presenza” nella realtà odierna si è occupato anche il giornalista, saggista e romanziere Danilo Arona, nel suo libro «L’ombra del dio alato» (Marco Tropea Editore, 2003); se pure lui e Yurdzou non sono la stessa persona, dato che già altra volta egli si è servito di pseudonimi esotici (ha firmato un romanzo fantasy, edito da Delos Books, intitolato appunto «Pazuzu», con il nome di Yon Kasarai).

Quanto a noi, siamo propensi a credere che la somiglianza iconografica tra Pazuzu e Mothman potrebbe anche non essere casuale;tuttavia, di qui a sostenere che sono entrambi discendenti di una stirpe extraterrestre rettiliana, ce ne corre. Oltre al fatto che né Pazuzu, né Mothman presentano caratteri morfologici rettiliani, ci sembra molto più naturale pensare che, semmai, possa trattarsi di un’unica entità di natura spirituale e animata da intenzioni malefiche, che appare in tempi e luoghi diversi a seconda delle circostanze, tra le quali potrebbero anche essere le preghiere ed il culto ad essa riservato, come nel caso delle forme-pensiero.

In altri termini, i demoni delle religioni antiche potrebbero essere di natura simile a quella degli spiriti evocati nel corso delle cerimonie sciamaniche dei popoli nativi e, forse, anche a quelli evocati da certe sette moderne, in un contesto di magia nera e adorazione del Male: un po’ come pensava lo scrittore H. P. Lovecraft allorché immaginava che dei riti proibiti, tuttora praticati nascostamente, possano aprire una finestra spazio-temporale onde favorire il ritorno e l’irruzione dei Grandi Antichi sulla Terra, dalla quale erano stati cacciati in un lontano passato, ma che non si erano mai rassegnati ad una tale estromissione.

E allora, se questa ipotesi dovesse contenere anche solo un piccolo nucleo di verità, sorge inevitabile – e tremendamente imbarazzante – la domanda: chi sta tentando di ripristinare il culto del demone Pazuzu, oggi, allo scopo di farlo ritornare tra noi, potente e terribilmente malvagio, come lo era allorché imperversava nell’antica terra di Babilonia?

Ed è una circostanza del tutto casuale il fatto che la letteratura di grande tiratura (non vorremmo proprio dire “di consumo”, ma il concetto non è troppo diverso) ed il cinema destinato al più vasto pubblico, lo abbiano – per così dire – risvegliato dal suo sonno millenario, in cui giaceva sotto le sabbie infuocate del deserto mediorientale?

Ed è ancora una coincidenza il fatto che, mentre ormai il nome di Pazuzu è diventato familiare a milioni di lettori e di spettatori del cinema, una entità molto simile a lui, se non identica, sia stata avvistata ai nostri giorni, spargendo paura e disorientamento?

Ancora: è una semplice coincidenza il fatto che i due Paesi in cui l’avventura di Pazuzu ha avuto inizio ed è poi ricominciata, a distanza di oltre tremila anni – l’Irak e gli Stati Uniti d’America -, siano attualmente straziati e ossessionati dai fantasmi devastanti della guerra, della violenza, del terrorismo, dell’intolleranza fanatica e della morte?

O è il demone Pazuzu che dispensa a piene mani i suoi malefici influssi verso gli umani, mai stanco né sazio di diffondere desolazione, rabbia e paura?

Se, poi, invece che Pazuzu o Mothman, lo volessimo chiamare con un altro nome; con quel nome che, per migliaia d’anni, ha fatto tremare di spavento gli esseri umani e che a stento si osava pronunciare a voce alta, almeno prima della moderna secolarizzazione: la cosa, allora, diverrebbe un poco più chiara, più coerente, più lineare, nella sua tremenda semplicità?

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 04/01/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 26 Gennaio 2018

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments