sabato, 18 Settembre 2021
HomeFOCUSCinema d'autoreNelle cattedrali svedesi vuote di fedeli l'annunzio di un mondo post-cristiano...

Nelle cattedrali svedesi vuote di fedeli l’annunzio di un mondo post-cristiano efficiente, ma angosciato

Nelle cattedrali svedesi vuote di fedeli l’annunzio di un mondo post-cristiano efficiente ma angosciato. Il grande regista Ingmar Bergman ha colto il dramma di un mondo post-moderno che si sta allontanando sempre più da Dio. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Tra i grandi registi del cinema contemporaneo, quello che forse più di ogni altro ha colto il dramma di un mondo post-moderno che si sta allontanando sempre più da Dio, e che invano cerca di reprimere la propria inquietudine raddoppiando gli sforzi per darsi una struttura sociale efficiente e progredita, è stato lo svedese Ingmar Bergman, del quale abbiamo già avuto occasione di parlare (cfr. F. Lamendola, «Il posto delle fragole»: omaggio a Ingmar Bergman, sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice).

Egli ha colto la condizione spirituale della sua patria nei primi decenni dopo la seconda guerra mondiale, quando una serie di fattori positivi (vasta disponibilità di minerali di ferro, di carbone, di energia idroelettrica e di legname; neutralità nelle due guerre mondiali e nella «guerra fredda»; alto livello d’istruzione di una popolazione poco numerosa e tradizionalmente disciplinata) stavano trasformando definitivamente un Paese già povero e marginale, prevalentemente agricolo, in una nazione ricca, socialmente evoluta, con un altissimo livello di efficienza dei servizi pubblici, scuola e sanità in testa.

Nella cosiddetta «trilogia del silenzio», in particolare, Bergman ha descritto lo smarrimento e il senso d’angoscia di una società cui, materialmente, non manca quasi più nulla, ma che avverte in maniera sempre più dolorosa l’assenza di Dio o, per dir meglio, il proprio aver voltato le spalle a Dio. Sono tre capolavori, supportati da bravissimi attori e da un direttore delle fotografia dal colpo d’occhio straordinario: Come in uno specchio, del 1960; Luci d’inverno Il silenzio, entrambi del 1963. Chi non ricorda la dolente, tormentata figura del pastore luterano Tomas Ericsson di Luci d’inverno (interpretato dall’attore Gunnar Björnstrand) che, dopo la morte della moglie, perde la fede e si mostra totalmente incapace di dare aiuto a quanti glielo chiedono, respingendo con durezza la povera Märta (l’attrice Ingrid Thulin), che si è innamorata di lui; e assistendo passivamente al suicidio del pescatore Jonas (Max von Sydow), che è terrorizzato dallo spettro di una guerra nucleare?

Non bisogna sopravvalutare, tuttavia, il dato biografico e nazionale. Certo, Bergman era figlio di un pastore protestante: ma anche Nietzsche lo era stato. Certo, in quei film si parla della crisi, forse irreversibile, della religiosità del popolo svedese: ma non era forse la cifra, il simbolo di una condizione generalizzata, di un mondo post-moderno che è anche, fatalmente, post-cristiano, e che invano cerca di soffocare il grido d’angoscia che sale verso l’Essere dalle sue profondità, non riuscendo ad appagarsi di un’etica del finito e di una prospettiva esistenziale fondata sul relativo e sull’effimero?

È il dramma dell’Europa, anzi, del mondo secolarizzato, quello raccontato da Bergman, ormai quasi mezzo secolo fa, con profetica intuizione; un mondo dove alla nietzschiana «morte di Dio» non è succeduta alcuna nuova alba, alcuna trasvalutazione di valori, se non una eclisse del sacro che ha reso profano tutto lo scenario della vita, ma senza illuminarlo di nuove speranze e, anzi, stendendo un velo di angoscia sulle superbe conquiste della tecnica, così come sugli orgogliosi progressi realizzati in campo sociale.

La Svezia è stata una delle ultime nazioni d’Europa ad aprirsi al cristianesimo e, ora, sembra essere tra le prime ad avere inaugurato l’era post-cristiana. Il re Olaf Skotkonung si convertì alla nuova religione solo nel 1008 (quasi sette secoli dopo l’editto di Costantino), gesto che aprì una lunga serie di lotte interne dovuta alla fiera reazione dell’elemento pagano; la cattedrale di Uppsala venne consacrata solo nel 1140. Ma bisogna aspettare fino al XIV secolo perché la Svezia abbia il suo santo di fama internazionale: santa Brigida (1303-1373), al secolo Brigitta Persson, una nobildonna che fondò l’ordine di S. Agostino, e la cui festa cade il giorno 7 di ottobre.

Quando, poi, Lutero sollevò in Germani la bandiera della Riforma, la monarchia svedese fu una delle primissime ad aderirvi. Ciò avvenne all’epoca del re Gustavo Eriksson Vasa, che aveva appena sconfitto la dominazione danese (1523), mentre la sua eminenza grigia, Mastro Olof, introdusse rapidamente la Riforma luterana, recidendo, uno dopo l’altro, tutti i legami con la Santa Sede. Il re divenne capo della Chiesa nazionale; da allora, i ministri del culto sono funzionari pagati dallo Stato, come del resto negli altri paesi luterano. Si ricordi, nell’Ottocento, la violenta polemica di Kierkegaard contro la Chiesa luterana danese, da lui accusata di non avere più nulla di cristiano, e si potranno immaginare pregi e difetti di una sistemazione dei rapporti fra Stato e Chiesa che si risolve in un compromesso puramente burocratico e finanziario, senza lasciare quasi nulla all’autentico ardore della fede (cfr. i nostro saggi: Kierkegaard, maestro del ritorno in noi stessi, è la guida per uscire dalla palude; e Il paradosso della fede: «Timore e tremore» di Kierkegaard, sempre sul sito di Arianna).

Così, venendo ai nostro giorni, quello stesso Stato che paga lo stipendio ai ministri del culto, affinché essi contribuiscano all’equilibrio psicologico e spirituale de cittadini (la Svezia, nonostante il benessere raggiunto, ha un alto tasso di alcolismo e una elevata percentuale di suicidi), finanzia anche quelle strutture pubbliche – scuola e sanità – mediante le quali cerca di «normalizzare» le sue  inquietudini, ad esempio diffondendo una cultura sessuale che non lasci nulla all’imprevisto e che scongiuri il pericolo di situazioni indesiderate.

È una situazione che allo svedese medio – anti-intelletuale per natura e conformista per educazione – appare come perfettamente naturale, ma che colpisce subito il visitatore straniero, specie se proveniente da paesi di cultura cattolica. Colpisce, soprattutto – ma già lo notava Kierkegaard, e altrettanto lo notava Bergman – la pretesa di ridurre il fatto della fede a una sorta di rasserenante quietismo, a una camomilla da bere alla sera per assicurarsi una buona digestione e un riposo notturno senza imprevisti; come se la fede non fosse, anche, la vertigine dell’assoluto e la sovversione di tutte le certezze. Colpisce anche – e, di nuovo, ve n’è traccia in moltissimi film di Bergman – la pretesa di dissipare ogni alone di mistero, ogni tensione alla trascendenza nell’educazione sessuale, come se l’incontro fra il maschile e il femminile si potesse risolvere nei limiti di un prontuario biologico ed igienico; come se la sessualità non fosse una delle porte attraverso cui si può accedere a una dimensione altra, oltrepassando persino – talvolta – la propria natura ontologica, fino a intravedere uno squarcio di eternità.

Proprio mentre Bergman portava nelle sale cinematografiche Come in uno specchio, un saggista francese soggiornava in Svezia per descrivere la realtà viva di quel paese ai suoi connazionali. Lo scrittore era François-Régis Bastide e il libro in cui raccontò al pubblico francese (e mondiale) la sua esperienza, intitolato, semplicemente, Suède, venne pubblicato nel 1961 dalle prestigiose Editions du Seuil di Parigi.

Negli anni Sessanta del Novecento le persone incominciavano a viaggiare più che in passato (ammesso che ciò sia, di per sé, un elemento di progresso), ma il turismo internazionale di massa era solo ai primi passi e non pochi preferivano conoscere il mondo standosene seduti in poltrona e leggendo un buon libro; metodo che – sia detto per inciso -, non è necessariamente peggiore di quello che consiste nell’affidarsi ai desolanti viaggi organizzati delle grandi compagnie turistiche. In breve, in quegli anni esisteva ancora spazio per una saggistica di viaggio di buon livello letterario, il cui scopo non era necessariamente quello di preparare il terreno al viaggio effettuato in prima persona, ma anche, volendo, di sostituirsi ad esso, trasportando il lettore in luoghi che non avrebbe, forse, mai visitato di persona, e osservando il mondo per conto suo, fornendogli, per così dire, un prolungamento della propria facoltà visiva.

Il libro di François-Régis Bastide, a nostro parere, rientra in questa categoria. Scritto senza troppe pretese letterarie, e tuttavia in forma abbastanza curata e piacevole; ricco di riflessioni intelligenti, oltre che di puntuali osservazioni tratte dall’esperienza diretta («sul campo», direbbe un antropologo); dosando con istintivo equilibrio la parte oggettiva e descrittiva e quella introspettiva e riflessiva, il quadro che ci presenta del Paese scandinavo è, certamente, meno pretenzioso di un saggio etnografico, ma più ricco e interessante di un piatto reportage ad uso banalmente turistico.

Le pagine dedicate alla problematica religiosa confermano, a nostro avviso, questo giudizio; e ci piace riportarne qualche passaggio, perché anche il lettore possa farsene un’idea (F. R. Bastide, Svezia, traduzione italiana di Maria Cristina Gaetani, Mondadori, Milano, 1961: la pubblicazione fu contemporanea in Francia e in Italia e questo, crediamo, spiega anche le frequenti citazioni dell’Italia, come se l’autore si rivolgesse specificamente a un pubblico sia francese che italiano; pp. 121-126):

Ho parlato a più riprese della religione. A dire il vero, avrei dovuto affrontare questo grave argomento nel capitolo delle conquiste sociali e non piace forse di trovare la religione tra le ragioni d’angoscia in Svezia…Io pensavo che gli svedesi, che praticano così volentieri il nudismo, adorassero il Sole come il loro Creatore, confusi in una vaga religiosità pagana, e aveva pronte, a quel proposito, le mie brave frecciate, come i cattolici medi quando si tratta di protestantesimo. Vedevo molte chiese. Mi si enumeravano, senza troppa convinzione, tutte le diverse sette, ritrovavo gli stessi nomi che si trovano in Inghilterra (battisti, metodisti, ecc.), sentivo nomi nuovi (swedemborghiani, pentecostisti, ecc.), ma soprattutto sentivo la pesante presenza di questa Chiesa di Stato, di questo Lutero nazionalizzato, burocratizzato, a cui appartengono, ufficialmente, tutti gli Svedesi, a meno che non s dichiarino espressamente atei. È un fatto però che le chiese, gotiche o moderne, sono quasi sempre deserte. La vita dei pastori è assicurata dallo Stato, non importa quale sia il numero e l’ardore delle pecorelle.  La religione appare allora come un ingegnoso sistema per riscuotere quote o tasse, in cambio delle quali lo Stato insegna ai bambini, a tutti i bambini, a leggere la Bibbia. Questa Bibbia la si ritrova anche in tutte le stanze di tutti gli alberghi svedesi; le pagine più lette mi sono parse quelle del Cantico dei cantici

Recentemente un importante giornale di Stoccolma portava in prima pagina questo titolo: «L’inferno non esiste». Ho fato un salto e ho letto. Si trattava di un raduno di teologi e vescovi a cui lo Stato aveva chiesto di fare un piccolo sforzo per diminuire nella coscienza dei fedeli questo timore, veramente sorpassato, dell’inferno; come non obbedire a una simile richiesta, quando viene dallo Stato sovrano? Si è fatto il piccolo sforzo. Non so se adesso gli Svedesi dormano tranquilli; in ogni caso, è indubbio che l’inferno dava loro fastidio.

L’inquietudine religiosa esiste realmente, molto profonda. Me ne sono convinto osservando che la maggior parte delle conversazioni, la sera, oltre una certa ora, in casa di amici svedesi, verte insensibilmente su Dio, benché i miei amici si proclamino atei. Lucien Maury in un libro recente Metamorfosi della Svezia, che è la testimonianza più importante di un francese per cui la Svezia ha pochi segreti, osserva molto giustamente: «Religione del rimorso, dello scrupolo indefinitamente rimuginato, sofferto, assaporato, che determina quelle coscienze malate di cui sono popolate le letterature del Nord…». Di modo che anche presso coloro che non sono praticanti, c’è bisogno di credere e un’innata facilità a trasferire nel campo metafisico – non dirò religioso – ogni cosa, una canzone popolare, una pietra runica che ricorda i Vichinghi, sperduta nella landa grigia, il problema sessuale, le virtù civiche, ecc. È forse il fantasma di Lutero? È forse la nostalgia dell’antico cattolicesimo svedese? Non lo so ancora. Mi sembra che ogni svedese porti in sé una religione misteriosa, non ancora formulata, degna delle speculazioni appassionate dei primi cristiani. Basta leggere il recente Barabbas di Pär Lagerkvist per convincersene.

Questo magnifico libro ha avuto larga risonanza in Svezia e mi sembra che l’uomo-Barabba sia un chiaro simbolo dello svedese ala ricerca di una fede, nolens volens, credente senza fede, «ateo religioso». Da un lungo testo pubblicato in francese da L’Age nouveau, testo piuttosto filamentoso in cui il ‘pensiero’ trascina abbozzi di argomenti, di dubbi, di risposte, ecc., traggo questa confessione di Lagerkvist che mi sembra corrispondere alla vera tonalità dell’anima svedese: «Non ci è dunque possibile credere? Egli non credeva in Dio; credeva al divino nell’uomo; non ne aveva mai dubitato, anche quando tutto rimaneva ancora celato. La forza del divino è troppo grande, troppo attiva, nonostante tutto, nel mondo, perché si possa negarla. La sentiamo in noi, non disperiamo… Come questo divino abbia potuto nascere in noi, rimane un mistero per sempre incomprensibile. Non abbiamo bisogno di capirlo per adempiere al nostro sacro compito di uomini. Noi siamo nati per una lotta contro forze superiori: ne faremo il nostro compito. Non falliremo».

Lo so bene: per la maggior parte degli Svedesi la religione non esiste. Per lo meno, essa è lettera morta, vivificata artificialmente dallo Stato per un fine igienico. Quel salmo che tutti gli scolari svedesi intonano la mattina prima di mettersi al lavoro, quel paragrafo della Costituzione che stabilisce che nessuno può diventare Primo Ministro se non ha fatto la prima comunione, questa presenza della Chiesa in tutti gli atti importanti della vita, per tutti i cittadini del regno tutto questo non conta, dice la maggior parte degli Svedesi. Eccone la prova più convincente: l’Annuario Statistico della Svezia che ho sotto gli occhi, vero e proprio condensato d tutte le attività del paese, dove si trova tradotto in cifre, tutto intorno a ogni cosa, questo Annuario non parla affatto della religione, Non c’è nulla da dire se non: Art. 1°: tutti gli Svedesi sono luterani; Art. 2°: Quelli che non lo sono, sono ebrei, cattolici, swedemborghiani o pazzi incurabili. Si potrebbe fare una statistica per province, per città, ecc., delle presenze in chiesa, ma sarebbe una statistica inutile e imbarazzante… Infatti quelle belle chiese, alcune delle quali sono veri gioielli d’arte romanica e che sono spesso decorate, «rimodernate» da grandi artisti moderni, lucidate, dotate di microfoni e di aria condizionata… queste belle chiese sono vuote; tranne il 24 dicembre, ben inteso. Quelle 13 diocesi, quelle 2.500 parrocchie, quei 3.000 pastori, quei 16 professori di teologia girano ne vuoto intorno ai loro sette milioni d parrocchiani teorici, e non dimenticherò mai, a questo proposito, una conversazione di parecchie ore con un pastore, nel treno che ci portava da Karlskrona a Kalmar. Il pastore, uomo molto intelligente, voleva dimostrarmi di servire a qualcosa, da un lato, e, dall’altro, che il dogma dell’Assunzione era puerile; si dibatteva tra questi due problemi non contraddittori come se io fossi stato Dio sa quale inquisitore. Non temeva che una sola cosa: che gli parlassi della mia religione. Io non volevo ferirlo: certo che serviva a qualcosa, ci vuole pur qualcuno che registri e nascite e i decessi. Lui, lo vedevo, desiderava farmi una dimostrazione apologetica. In breve, non ne uscimmo fuori che quando il treno si fermò, sfiniti. So benissimo che c’è un buon numero di giovani pastori con una vocazione autentica, che non sono entrati nella Chiesa «tanto per campare», e che vorrebbero vederla libera dalle sue costrizioni temporali, da questo Stato troppo religioso che l’addormenta amministrativamente. Esiste soprattutto un potenziale enorme di fede inutilizzata, male informata., abbandonata a se stessa., che le sette si disputano come una manna. Questi 800.000 settari svedesi, ardenti, puritani, che passano la vita nella contemplazione del peccato, quali che siano le esagerazioni a cui li trascinano i loro principi (e nessuno ha il diritto di metterli in ridicolo), questi 800.000 settari sono il segno della crescente inquietudine religiosa del popolo. No, il sole, la notte, il freddo, la luna non spiegano tutto. Che questa fede sia nostalgia della fede non cambia nulla. Che le chiese siano vuote, in realtà non conta. Esse saranno piene il giorno ce Dio lo vorrà: questo dicono i veri luterani che sono prima di tutto cristiani, ecumenici accaniti e molto tolleranti verso il cattolicesimo. Gli stessi cattolici, che sono soltanto 60.000 in tutto il paese, incoraggiati nella loro fede da qualche sacerdote e dal convento domenicano di Stoccolma, crescono lentamente di numero. Di tanto in tanto, una conversione spettacolare. Nei giornali, sempre più numerose compaiono spiegazioni, evidentemente semplicistiche, del cattolicesimo, a cui molte anime inquiete cercano di accostarsi…Il più delle volte, non come ci si accosta a una religione, ma piuttosto a una psicanalisi. Come potrebbe essere altrimenti, in un paese in cui accade, com’è successo a me a Stoccolma, in Valhallavägen, di trovare per la strada un mucchio di volantini da cui si staccavano due parole: «Vescovi… Sessualità». Era un comunicato della Chiesa sulle regole che un cristiano deve seguire nella sua vita sessuale. Questo accadeva dopo un’ondata di scandali. La Chiesa parlava. Bisognava pure che qualcuno parlasse. Si raccoglievano quei volantini dalla strada, si leggevano borbottando., In un momento ho visto la Valhallavägen sconvolta da un gran «grubblamento» che Cristo soltanto poteva placare. Ma come arrivare a Cristo? Si rientrava in casa propria stringendo il volantino tra le dita. Forse si provava una certa difficoltà a capire come lo stesso Stato potesse con la mano destra mantenere i vescovi moderatori  della sessualità e, con la sinistra, costruire le lussuose farmacie in cui altri specialisti della «moderazione» insegnano regole meno spirituali ma più efficaci…Forse lo Stato faceva un po’ di confusione tra le due mani, vero?

Quelle grandi e bellissime chiese vuote; quei pastori ingrigiti nella loro mentalità di funzionari statali; quelle sette che crescono continuamente di numero; quel conversare di Dio fino a tardi, pur proclamandosi atei; quel senso di inquietudine che non sa esprimersi in un concreto perché, ma che dilania dall’interno la polpa di una società così bene ordinata ed efficiente…

Tutto questo non è solo svedese o scandinavo, ma è la cifra di una tendenza spirituale che avanza a grandi passi in tutto il mondo cristiano e in tutto il mondo occidentalizzato (in Cina, per esempio; ma non nei paesi islamici, e tanto meno in India).

Forse siamo giunti alla fine; forse, questa non è che la premessa di un nuovo inizio.

Certo è che nemmeno le streghe svedesi, che si riunivano per il Sabba presso la chiesa sconsacrata di Blokula, nella notte di mezza estate, avrebbero potuto immaginare che sarebbe arrivato il giorno in cui dei pastori imborghesiti e, spesso, senza fede, avrebbero celebrato la messa sotto le volte risuonanti nel vuoto, delle loro cattedrali deserte.

È questo il destino dell’Occidente: perdere il legame con Dio e, magari, venire conquistato – materialmente o culturalmente, poco importa – da popoli che quel legame hanno saputo conservare? Ma, d’altra parte, è proprio vero che perdere il legame con la religione significa perdere anche la fede? E che perdere la fede significa perdere il rapporto con Dio?

Non può essere che l’uomo post-moderno e post-cristiano ritrovi Dio, dopo il naufragio delle sue antiche certezze, semplicemente accorgendosi che Dio, da sempre, gli cammina incontro, solo che egli sappia vederlo; solo che sia abbastanza umile da proclamare apertamente la propria impotenza e povertà, e da gettarsi nelle braccia di Colui che lo ha trovato sin dall’inizio?

Poi nessuno proferì più una parola. Ciò che bisognava dire pareva già detto. In loro restava soltanto una ricchezza, che il pensiero non riusciva ad abbracciare, e segretamente la custodirono. In silenzio si separarono per cercare ognuno il suo posto e continuare a vivere. (da: Pär Lagerkvist, Ospite della realtà. Il sorriso eterno, traduzione italiana Giacomo Prampolini, Mondadori, Milano,  1992, p. 207).

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 22/07/2008 e del 13/02/2017 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments