giovedì, 25 Febbraio 2021
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Quel «pianeta proibito» che giace in fondo a ciascuno di noi

Quel pianeta proibito che giace in fondo a ciascuno di noi. Nel 1956 Fred McLeod Wilcox realizza “Il pianeta proibito” Forbidden Planet sceneggiato da Cyril Hume fotografato da George J.Folseyun film culto in anticipo sui tempi. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Fred McLeod Wilcox, classe 1907, era già famoso nell’immediato dopoguerra per aver girato a Hollywood alcuni film memorabili nel genere dedicato all’infanzia, specialmente «Torna a casa Lassie», del 1943 (seguito da «Il coraggio di Lassie», del 1946: entrambi interpretato da una giovanissima e indimenticabile Elizabeth Taylor) e una versione del romanzo per bambini di Frances Hodgson Burnett «Il giardino segreto», del 1949.

Eppure fu in un genere completamente diverso che il regista americano centrò il maggiore risultato della sua carriera, dirigendo un film che è apparso fin da subito, e si è confermato tale nel corso del tempo, come una delle pellicole più riuscite nella storia di un nuovo genere, che proprio in quegli anni, da poco terminata la seconda guerra mondiale, stava muovendo i primi passi, affiancato dalla letteratura, dai fumetti e, per ultimo, dalla televisione: la fantascienza.

Stiamo parlando de «Il pianeta proibito» (titolo originale: «Forbidden Planet», sceneggiato da Cyril Hume, fotografato da George J. Folsey e prodotto dalla MGM, su soggetto di Irving Block e Allen Adler, con la scenografia di High Hunt ed Edwin B. Willis e con la colonna sonora di Beebe e Louis Barron: una pellicola a colori della durata di quasi un’ora e mezza, che si avvale di effetti speciali i quali, oggi, non possono che far sorridere, ma che allora produssero, invece, una forte impressione sul pubblico, contribuendo non poco alla sua entusiastica accoglienza. Accoglienza che, per una volta, mise d’accordo – e non è certo cosa da nulla – pubblico e critica, questi due eterni amici-nemici, ciascuno dei quali rivendicala, da sempre, la priorità nel “vero” giudizio su di un’opera artistica o letteraria.

L’idea originaria risente un po’ di Shakespeare, un po’ di Stevenson e un poco, se il riferimento non sembri eccessivo, di Platone. Come Prospero ne «La tempesta» di Shakespeare, il dottor Edward Morbius (magistralmente interpretato da Walter Pidgeon), che vive sul pianeta Altair IV, tutto solo, con la bella e giovane figlia Altaira (Anne Francis), sembra aver dominato la natura e aver posto ogni cosa sotto il suo magico potere; ma, come il dottor Jekyll di Stevenson, egli deve fare i conti con il proprio lato oscuro, con i propri istinti sfrenati, che lentamente prendono il sopravvento su di lui e lo trascinano sotto l’imperio di un feroce egoismo, primitivo e incontrollabile. Infine, come nel racconto platonico del «Timeo» e del «Crizia» relativo ad Atlantide, si parla di un’antica e gloriosa civiltà che raggiunse un livello incredibilmente sofisticato di splendore e di potenza tecnologica, ma che, da un giorno all’altro, si perdette irreparabilmente e scomparve dalla faccia della terra per un inconcepibile peccato di orgoglio luciferino, per aver contratto un sacrilego patto con le forze demoniache evocate dal suo stesso sapere.

Così, quando l’astronave interplanetaria comandata da John J. Adams (Leslie Nielsen) atterra sul misterioso pianeta che sembra disabitato, ed il suo equipaggio rimane estasiato davanti ai paesaggi da Giardino dell’Eden e alla inspiegabile mitezza che spinge perfino le tigri ad avvicinarsi mansuete come docili gatti domestici, esistono già, ma assai ben dissimulate, le condizioni per lo scatenarsi del dramma, generato, come si scoprirà solo verso la fine della vicenda, dal selvaggio, irrefrenabile egoismo di Morbius, il cui inconscio odia gli intrusi e vorrebbe vederli scacciati o annientati, essendo la sua mente e la sua anima sottoposte allo stesso processo di “hybris” che già provocò l’autodistruzione della civiltà dei Krel, delle cui conquiste tecnologiche egli è l’erede e il beneficiario (compreso un simpatico robot tuttofare amico di sua figlia, versione moderna e tecnologica dello scespiriano spiritello Ariel).

Il passaggio dall’atmosfera innocente iniziale, a quella carica di tensione e di paura che culmina negli assalti notturni contro l’astronave lanciati da una misteriosa e sinistra entità, davanti alla quale i laser dei terrestri sembrano inefficaci come giocattoli, è segnato da una sottile ma profonda inquietudine, che vede il primo chiaro segnale di allarme nel balzo inatteso della tigre contro Altaira: Adams, che fin dal primo istante è rimasto conquistato dal fascino sensuale ma innocente della ragazza, si vede costretto a colpire il felino con un raggio laser della propria pistola: e Altaira ne rimane più turbata che spaventata, poiché si rende conto che un incantesimo è stato spezzato e che la realtà, la realtà “vera”, che ora sta per emergere dal paese di favola creato da suo padre, non lascerà più niente come era prima; l’armonia si è rotta e incomincia la storia, con le sue ombre e le sue luci, dominata dal liberi arbitrio e, quindi, anche dalla possibilità del male (manca poco che l’avvenente fanciulla non si accorga solo allora, reminiscenza biblica, di indossare degli abitini veramente cortissimi e che non provi un improvviso pudore sotto gli sguardi, non precisamente casti, che il baldo comandante scocca verso le sue gambe nude).

Ha scritto Alessandro Bernardi nel volume «Cento anni di cinema», edito dal «Corriere della Sera» nel 1994 (pp. 283-5):

«… Nel 1956 Fred McLeod Wilcox realizza “Il pianeta proibito” (Forbidden Planet), un film culto, in anticipo sui tempi. L’incrociatore interplanetario C-57D entra nell’orbita del pianeta Altair IV, “stella si prima grandezza”. Il comandante Adams (Leslie Nielsen) sbarca sul pianeta e ad accoglierlo trova il professor Morbius (Walter Pidgeon), unico superstite del Bellerofonte, una nave spaziale atterrata in quelle lande desolate venti anni prima e data per dispersa. Il professore ha una figlia, l’avvenente e innocente Altaira (Anne Francis). Guidati da Morbius, i visitatori compiono un tour “archeologico”, alla scoperta dell’avanzatissima ma scomparsa civiltà dei Krel, gli abitanti di Altair IV: “Che altezze raggiunsero! – commenta il professore – Ma poi, alle soglie di chissà quale suprema impresa che avrebbe coronato la loro storia, questa razza divina perì in una sola notte”… Misteriosi fatti cominciano, nel frattempo, a verificarsi a bordo e nei pressi dell’astronave terrestre. C’è un’oscura, indecifrabile presenza su quel pianeta: i”mostri dell’Id”. Così li definisce Morbius: sono l’incarnazione, ancora viva, del magma bestiale da cui i Krel erano riusciti a evolversi. I laser non possono alcunché contro quella mostruosa creatura invisibile. Ma Adams scopre che la terrificante entità è soltanto una proiezione della mente di Morbius, il quale – grazie alla tecnologia dei Krel – è riuscito a raddoppiare il suo potenziale intellettivo, ma ha risvegliato anche i mostri del subcosciente, gli stessi che distrussero la meravigliosa civiltà di Altair IV. La morte di Morbius uccide la creatura. E Altaira, Adams e il suo equipaggio si affrettano a lasciare il pianeta proibito.

Proibito: perché? Un vago sentore di zolfo circonda le stupefacenti architetture Krel. Negli anni Cinquanta c’era ancora qualcuno, a Hollywood, convinto che l’uomo dovesse rispettare limiti precisi nella propria evoluzione tecnologica. Al di là di queste barriere invisibili, autentiche colonne d’Ercole della mente, sta una landa inesplorata e maledetta da Dio Morbius, in realtà, appartiene a quella lunga serie di medici, scienziati e studiosi che nella letteratura e nel fantacinema hanno osato sfidare le prescrizioni divine, dannandosi in terno. Jeyll, Caligari, Rothwang, il barone Frankenstein, Mabuse, il dottor Cyclops, lo stesso Horace Holly che in “She” ci racconta la storia dell’amore senza confini tra Ayesha e Leo Vincey Callicrate: tutti hanno mosso il passo fatale, hanno venduto l’anima al diavolo in cambio di una conoscenza superiore. Il loro peccato, la colpa che devono scontare è appunto questa “sulfurea” capacità d’immaginare, di speculare sulla materia di cui sono fatti i sogni, di perdersi in orizzonti vietati, verificando l’insondabile, sondando l’intangibile. Deplorando il mito faustiano s’incatena anche la fantasia, i cui voli hanno partorito spesso risultati concreti. Morbius è un folle o un eroe? Il fascino di opere come “Il pianeta proibito” risiede proprio in questo interrogativo, nell’ambiguità del giudizio finale da parte dello spettatore, che ha seguito lo stesso percorso dei protagonisti e rischia – ma soltanto per la durata del film – un’identificazione pericolosa, un’0attrazione fatale e sottilmente diabolica. Turbato, sedotto e abbandonato lo spettatore è andato oltre e allo stesso tempo è rimasto al di qua delle colonne d’Ercole, ha provato il brivido dell’imprevisto e della profanazione, l’orgoglio di Prometeo, il piacere del male, ha viaggiato sotto il sole di Satana e ora ne evita le conseguenze, alzandosi dalla poltrona, lasciando la sala cinematografica. Ha fatto quello per cui i suoi eroi inquieti vengono condannati: ha fantasticato.

Ne “Il pianeta proibito” sono rintracciabili tutti gli elementi che il cinema fantastico a seguire amplificherà e spettacolarizzerà al’ennesima potenza: computer, robot, alieni, tecnologie sofisticatissime ma anche esiziali, società auspicabili e deprecabili.»

È interessante il passaggio in cui si evidenzia come, nella cultura statunitense degli anni Cinquanta, e addirittura nella “fabbrica dei sogni” hollywoodiana, vi fosse ancora qualcuno che si poneva il problema etico dei futuri sviluppi della tecnologia e che pensava come non fosse lecito, per l’uomo, abbandonarsi all’ebbrezza di costruire macchine sempre più potenti e sofisticate e di affidarsi interamente, senza freni e senza alcun senso del limite, ad una scienza sempre più auto-referenziale, che nessuno comprende dove stia andando.

Echi della guerra fredda e riflessi del terrore d’un possibile olocausto nucleare, senza dubbio, e così pure reminiscenze della recente tragedia – la guerra dei trent’anni del XX secolo, 1914-1945 – che tante sciagure e tanti lutti aveva inflitto all’umanità; ma anche meditazione sul futuro, sul senso della storia, sul posto dell’uomo nella natura e sull’impiego della tecno-scienza, che, da strumento, rischia di diventare il fine del progresso umano: tutto questo è presente ne «Il pianeta proibito» di Fred McLeod Wilcox, un regista che a quarantanove anni coglie il frutto più ambito della sua carriera e lascia un segno non effimero nella storia del cinema, destinato a imprimersi profondamente nella mente e nel cuore di quanti lo hanno visto – specialmente di quanti lo hanno visto al suo apparire, quando eravamo tutti più ingenui di oggi e quando i modesti effetti speciali della entità malvagia che assale il campo dei terrestri creavano nel pubblico un sentimento di autentica apprensione, se non di vera e propria paura.

Oggi, smaliziati come siamo, le scenografie del 1956 e i fondali dipinti del Pianeta proibito, quell’incrociatore spaziale che sembra un classico disco volante e quelle tute da astronauti che paiono uscite dai disegni di un giornalino a fumetti, non riuscirebbero a impressionare nemmeno un bambino: il disincanto del mondo si misura anche su questi parametri, così come sul senso di sufficienza, e magari di malcelato fastidio, davanti a un film che si ostina a interrogarci sui limiti etici del progresso scientifico e che, nonostante le sue palesi ingenuità, continua a mettere il dito sopra un nervo scoperto della nostra cultura e della nostra visione del mondo: vale a dire sulla nostra responsabilità nell’uso che intendiamo fare del sapere.

Se il dottor Morbius è un tipico eroe moderno, dilaniato da una lotta interiore e minato, nel suo stesso Io, da conflitti che non riesce a ricomporre e, anzi, dei quali non è neppure del tutto consapevole, allora il comandante Adams e la bella e fresca Altaira sono due tipici eroi post-moderni: come Adamo ed Eva dopo la cacciata dal paradiso terrestre, essi devono rassegnarsi a vivere portando sulle spalle il fardello del libero arbitrio, sapendo che la presunzione di auto-sufficienza può condurli al disastro, così come è stato per il padre di lei e così come è stato, prima ancora, per la remota e misteriosa civiltà dei Krel, fiorita in tempi immemorabili, di cui non restano che le mute e inquietanti testimonianze architettoniche.

Il cinema americano, dopo di allora, non ha saputo battere la via indicata da questo film coraggioso e pionieristico: non ha saputo guardare bene in faccia i fantasmi della società moderna e ha preferito proiettare sistematicamente sull’”altro”, sul nemico esterno (extraterrestre o no), i conflitti, le angosce, le contraddizioni dell’Io. In quasi tutti i film americani, il dramma si chiude con la sconfitta e l’eliminazione fisica di quelle forze che hanno messo in pericolo, agendo dal di fuori (malviventi, pellerossa, alieni, mutanti, serial killer, amanti traditi, soci d’affari divenuti implacabili antagonisti o perfino gli agenti della natura: i terremoti, le eruzioni vulcaniche) la meritata pace e il sacrosanto diritto alla felicità dei protagonisti. È la strada più facile, metafora del colpevole semplicismo con cui la nostra civiltà tende a scaricare all’esterno la propria incapacità di guardarsi dentro, di riconoscere in se stessa i germi latenti dell’autodistruzione. Così, Morbius immagina che sia l’arrivo dei terrestri a ridestare le forze malvagie: e non comprende che esse sono dentro di lui…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 12/05/2015 e del 13/05/2015 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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