giovedì, 17 Giugno 2021
HomeFOCUSQuell’agente segreto introverso e malinconico che si aggira per l’Europa prima del...

Quell’agente segreto introverso e malinconico che si aggira per l’Europa prima del diluvio

Quell’agente segreto introverso che si aggira per l’Europa prima del diluvio. Chi ha detto che il fumetto non può assurgere al livello di una vera e propria arte le opere uscite dalla fantasia e dalla penna di Vittorio Giardino. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Chi ha detto che il fumetto non può assurgere al livello di una vera e propria arte?

Le storie dell’agente segreto Max Fridman, personaggio introverso e malinconico, classico anti-eroe che si aggira stranito in un mondo dove ci aspetteremmo d’incontrare solo super-eroi alla 007, sia per la qualità della sceneggiatura, sia per quella del segno grafico, appartengono di diritto al genere del fumetto d’autore.

Sono uscite, nel 1982, dalla fantasia e dalla penna di Vittorio Giardino, bolognese ed ex ingegnere elettronico, che, a trent’anni passati, ha deciso di piantare il precedente lavoro per dedicarsi interamente alla sua vera passione, il fumetto: passione esigente, che richiede una applicazione continua, da vero perfezionista, almeno per raggiungere i risultati d’eccellenza cui è pervenuto, appunto, con l’invenzione dell’agente Max Fridman, dopo che i suoi primi lavori, apprezzabili ma non straordinari, non lasciavano presagire un simile exploit.

Le storie di questo nuovo personaggio sono ormai cinque, ma quella che lo ha rivelato è «Rapsodia ungherese», che si svolge a Budapest (con una coda in Romania e nel Mare Egeo) nel febbraio 1938; del resto, sono tutte ambientate alla vigilia della seconda guerra mondiale, in un’Europa carica di tensioni politiche e sociali, sulla quale già incombono funeste le ombre del conflitto imminente, con tutti i suoi orrori.

Max Fridman è un uomo schivo e solitario, un ebreo francese dalla barba rossa e dagli occhi azzurri, di quarant’anni, l’aria dimessa e un po’ stanca, da uomo disilluso e disincantato; e, in questo senso, richiama vagamente il Bogart di «Casablanca», anche nel fisico sottile, non particolarmente atletico.

Un altro elemento, però, lo avvicina a tutt’altro tipo umano, quello del suo celeberrimo connazionale Maigret: la pipa, che fuma incessantemente, a tutte le ore ed in ogni circostanza; invece, a differenza di Maigret, non ha moglie: in compenso, ha quel che l’altro non ha mai avuto: una figlia, una graziosa bambina di dieci anni, vivace e senza peli sulla lingua.

Reduce da esperienze misteriose e certamente poco allegre – Oreste Del Buono dice che sembra macerato da un passato impietoso -, Fridman si è stabilito a Ginevra, in una bella villa con un vasto giardino, dalla quale viene letteralmente strappato allorché i servizi segreti si ricordano di lui per affidargli una missione pericolosa e difficile; e lo fanno in un modo che sembra, e certamente è, una imposizione cui egli si sottomette palesemente controvoglia, come se una specie di ricatto lo costringesse a mettersi a disposizione ogni qualvolta, in alto loco, qualcuno decide di non poter fare a meno dei suoi servigi.

A Budapest sta succedendo qualcosa di poco chiaro: gli agenti francesi vengono ammazzati l’uno dopo l’altro, così, senza tante cerimonie: non vengono interrogati, né perquisiti, né derubati dei documenti; e non è questo lo stile abituale di alcun servizio segreto, nemmeno di quello tedesco e di quello sovietico, i due principali sospettati. Qualche cosa di molto strano deve bollire in pentola, e Fridman ha l’incarico di venire a capo della faccenda.

Ancor prima di giungere nella capitale magiara, sul treno che ve lo sta portando, un altro agente della rete di Parigi viene fatto fuori; e, una volta arrivato a destinazione, ben presto viene a trovarsi in pericolo lui stesso. Peggio ancora, si rende subito conto di non poter contare nemmeno sugli agenti francesi presenti in loco, anzi, di loro meno di chiunque altro: pare che il Deuxiéme Bureau non gradisca molto la sua missione, voluta direttamente dal ministero degli Esteri, per cui, invece di aiuto, tutto quel che riceve sono sospetti e antagonismo.

I due principali responsabili della rete locale di spionaggio, un ex legionario di nome Rigoni e una donna chiamata Cléo, si mostrano a dir poco ambigui; lei specialmente, una bellezza che, fra le altre cose, dirige una casa di appuntamento d’alto bordo, all’insaputa del suo collega e compagno, che è frequentata, guarda caso, anche dal capo dell’Abwehr tedesco (il quale, scontata concessione a certe aspettative del pubblico, è un piccolo degenerato senza scrupoli, il quale, oltre a giocare con la vita altrui senza ombra di rammarico, si abbandona a vizi sessuali violenti e grotteschi, come si intravede in una vignetta che lo mostra mentre si fa praticare una “fellatio” da una donna cui, nello stesso tempo, somministra vigorose frustate sul sedere).

Fin dall’inizio della sua missione a Budapest, Friedman si trova preso in un gioco degli specchi fra vecchie conoscenze e inquietanti sconosciuti, dove nessuno sembra essere quel che vorrebbe far credere e dove non ci si può fidare di nessuno: una filosofia che, in lui, diventa addirittura un’arte, dato che sembra particolarmente abituato a diffidare a trecentosessanta gradi e che ci trovi perfino una certa qual soddisfazione; in una vignetta, quando si decide a fare un’eccezione per una bella donna, ammette a voce alta: «Sto incominciando a fidarmi di te; e non mi piace».

Già, le donne: questo è un capitolo a parte, quasi una storia nella storia; uno psicanalista che ne avesse voglia, potrebbe scriverci sopra un trattato o poco meno, tanto sfuggente e ambiguo appare il comportamento di questo taciturno personaggio nei confronti del bel sesso. In un’altra storia, «La porta d’Oriente», ambientata ad Istanbul, pur corteggiato dalla maliosa Magda Witnitz, tutto quel che sa pensare tra sé e sé, è: «Quella donna mi ricorda qualcuno, ma non ricordo chi».

Gli piacciono le donne, al vecchio Max? Difficile dirlo, tanta è la riluttanza, quasi la ritrosia con le quali, alla fine, si concede qualche sobria avventura, in una delicata atmosfera romantica, con una tenerezza condita con forti dosi di distacco: un pezzo di ghiaccio sarebbe più espansivo di lui e, forse, lascerebbe trasparire una qualche minima emozione, cosa che non succede mai al nostro eroe, o piuttosto anti-eroe.

È vero che questa caratteristica, questa introversione, questa freddezza, non si limitano alla sfera sessuale e affettiva, ma investono tutto il suo personaggio; per esempio,  impossibile dire se provi paura nel corso delle sue avventure, avventure che sembrano più grandi di lui e nelle quali si muove come un pesce fuor d’acqua, e tuttavia assistito da una fortuna che non è solamente quella del giocatore dilettante, ma cui egli stesso dà un grosso aiuto, rivelandosi, alla fin fine, più scaltrito e pieno di risorse di quel che non si crederebbe.

Insomma, tutto in lui è diverso da quello che sembra: dietro la sua mediocrità borghese, la sua maschera tragicomica da Buster Keaton che non ride mai, sembrano esserci dieci, cento maschere pirandelliane; come Fernando Pessoa, Fridman non è un uomo, ma una specie di legione; eppure, al tempo stesso, noi continuiamo a sospettare, fino all’ultimo, che in lui non vi sia propria nessun segreto, che la sua natura sia davvero così piatta e ordinaria, come l’aspetto porterebbe a credere: e proprio in ciò sta il suo mistero.

Dicevamo delle donne di Vittorio Giardino: da esse si sprigiona un erotismo discreto, ma sottile e di gran classe; e non finiscono mai di stupirci, non sono per niente scontate o prevedibili; non si limitano a fare da elemento decorativo di storie sostanzialmente al maschile.

In «Rapsodia ungherese» assistiamo alla stupefacente trasformazione della co-protagonista da brutto anatroccolo a bellissimo cigno: si tratta di Etel, una pedina del tutto secondaria, che però viene a trovarsi in grave pericolo perché legata ai servizi segreti francesi e quindi coinvolta nella catena di omicidi ai loro danni. All’inizio della storia la vediamo, occhialuta, lentigginosa e paffutella, decisamente bruttina, morire di paura a bordo dell’autobus dal quale assiste, per caso, all’assassinio di un collega; poco dopo la vediamo gettarsi dalla finestra della sua casa, in accappatoio, per non cadere sotto i colpi di due sicari che hanno suonato alla sua porta.

Ci aspetteremmo di non vederla più; invece veniamo a sapere che si è salvata per miracolo, poiché un tendone ne ha attutito la caduta; e Fridman, giunto a Budapest, entra subito in contatto con lei, dalla quale spera di risalire al bandolo della matassa.

Non sarà così, ma intanto fra i due nasce una simpatia, che resta inespressa per un certo tempo; lui le trova una sistemazione segreta e si accontenta di dormire in poltrona, nella stanza accanto, quando la sua stessa camera d’albergo è fatta oggetto di attenzioni indesiderabili; solo più tardi, dopo essere scampati a diversi pericoli mortali, i due finiscono a letto, con estrema naturalezza, in una camera d’albergo fra le nevi dei Carpazi.

Ma lei, nel frattempo, è sbocciata in modo incredibile: tagliati i capelli alla “garçonne” (formalmente per sfuggire alle ricerche dei suoi sconosciuti persecutori) e indossato un vestito da sera azzurro, che ne valorizza a meraviglia gli occhi verdi, è divenuta una “femme fatale” e, chi sa come, improvvisamente si rivela perfino snella: evidentemente, come esistono le false magre, ci sono pure le false grasse; quanto agli occhiali, è quasi inutile dire che spariscono improvvisamente, come se non ne avesse mai avuto alcun bisogno.

Non vogliamo raccontare come la storia va a finire; diciamo soltanto che Fridman giunge sulla pista di una nave che trasporta, lungo il Danubio e poi nel Mediterraneo, un carico misterioso, destinato ai franchisti in Spagna; e che si pone al suo inseguimento, sempre accompagnato dalla bella Etel, che ormai lo segue non per necessità, ma puramente e semplicemente per amore.

I dialoghi sono in una lingua colta e raffinata, spesso in un vocabolario internazionale (ma senza traduzione), che va dal tedesco al magiaro, dal greco al francese; i particolari dell’abbigliamento, delle automobili d’epoca, dell’architettura, dell’arredamento e della musica suonata nei locali, sono curatissimi e perfettamente esatti, così come l’ambientazione storica, sia pure con qualche concessione ai cliché del genere, senza però cadute nel kitsch: neppure quando vi si avvicina pericolosamente, ad esempio nella festa di Carnevale, rigorosamente in maschera, con omicidio in diretta; oppure nel ballo fra le due donne più affascinanti, la bruna Etel e la bionda Cléo, di sapore vagamente saffico (sospetto apertamente insinuato da un innamorato infelice della seconda, che le osserva), che sembra tratto di peso dall’episodio analogo, avente per protagoniste Dominique Sanda e Stefania Sandrelli, nel film di Bertolucci «Il conformista».

Il disegno, minuzioso e preciso, è caratterizzata da quella che gli esperti del genere chiamano “linea chiara”: un tratto nitido e deciso, però estremamente dettagliato, che, se sacrifica un poco il senso del movimento nello spazio, in compenso valorizza al massimo le atmosfere, l’ambientazione, la gestualità dei personaggi, i loro sguardi, i loro sottintesi; in molte vignette non c’è neppure bisogno di parole, tanto chiara appare l’espressione delle facce; peraltro, i dialoghi sono sempre esaurienti e, quasi ciò non bastasse, le didascalie si aggiungono a fugare ogni possibile dubbio, a ribadire i concetti, affinché nulla sfugga all’attenzione del lettore.

Il sapore di questo insolito fumetto poliziesco, che ha le movenze di uno sceneggiato televisivo vecchia maniera e lo stile piano e levigato di un romanzo alla Simenon, sta tutto nella sapiente interazione fra il testo e il disegno, che fanno a gara l’uno con l’altro per creare una atmosfera estremamente evocativa; come nel caso del Corto Maltese di Hugo Pratt, il fatto che scaturiscano entrambi dalla creatività dello stesso autore conferisce compattezza e verosimiglianza all’insieme, quali difficilmente si potrebbero trovare nella collaborazione fra due diversi autori, per quanto dotati e affiatati.

Del resto, Max Fridman possiede tutte le qualità per piacere a un pubblico esigente, che vuole dal fumetto qualche cosa di più di un semplice, banale intrattenimento d’evasione; e infatti piace molto anche all’estero, specialmente in Francia (sua patria d’adozione) e negli Stati Uniti; come non di rado accade alle creazioni di casa nostra, con le quali la patria sembra essere un po’ avara di riconoscimenti, se non proprio francamente matrigna. Max Fridman, infatti, è il tipico eroe della modernità: spaesato, perplesso, chiuso in se stesso, nel cerchio stregato delle proprie angosce e delle proprie insicurezze; un uomo forte e fragile nello stesso tempo, che, a quanto pare, l’amore di nessuna donna riuscirà mai a sciogliere realmente, a indurre a fare pace con se stesso.

Ma lo desidera realmente, poi? Ci sia concesso dubitarne.

La vita da scapolo misterioso, con un passato pieno d’ombre, gli conferisce quel fascino impalpabile che, altrimenti, non avrebbe affatto: e le donne non gli cadrebbero più ai piedi, così, senza dover fare neanche la fatica di cercarle…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 28/11/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments