sabato, 25 Settembre 2021
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Un film al giorno: « Compagni di scuola» di Carlo Verdone (1988)

Cinema: un film al giorno: «Compagni di scuola» di Carlo Verdone (1988). Con questo film, Verdone ha tracciato un ritratto impietoso, ma umanamente convincente, di una generazione che ha miseramente fallito. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Le cene di classe sono sempre, più o meno malinconiche, ma quella che la bella Federica Polidori organizza nella sua lussuosa villa sull’Appia antica, a quindici anni dal diploma liceale, le sorpassa tutte in tristezza e squallore. Dei baldi giovanotti d’un tempo, delle splendide fanciulle, dei loro sogni, delle loro aspettative non rimane più nemmeno l’ombra. Non ce n’è uno, fra tutti, che abbia saputo realizzare i propri desideri; non ce n’è uno che non sia un fallito, anche se è riuscito a fare i soldi o ad arraffare una fettina di potere.

Sulla scia de Il grande freddo dell’americano Lawrence Kasdan, cui chiaramente si ispira, ma senza la sua tetra amarezza, Carlo Verdone, con il suo Compagni di scuola,ha realizzato il definitivo salto di qualità dagli schemi ormai logori della commedia all’italiana e da quel mondo popolato esclusivamente di macchiette simpatiche, ma improbabili nel loro iper-realismo, per regalarci uno spettacolo godibilissimo, che unisce momenti di autentico divertimento ad altri di penetrante introspezione psicologica; il tutto pervaso da una struggente malinconia, che è la vera chiave di lettura del film.

Nessuno degli invitati sa che Federica (l’attrice Nancy Brilli) non possiede più un centesimo, perché il suo ex marito si è stancato di lei e le ha dato il benservito. Quello è il suo ultimo giorno da regina nella villa sulla Appia, e lei vuole chiudere in bellezza la sua smagliante carriera di ricca mantenuta. Perciò ha invitato tutti i vecchi compagni di liceo, nella cornice fastosa che ormai non le appartiene, quasi per dare un addio alla “beata gioventù” e ai suoi stessi sogni di un tempo. Però Federica non ha un temperamento malinconico e l’elegia non le si addice. Al contrario, lei è un tipetto sveglio, dalle risorse inesauribili; un’avventuriera che sa improvvisare e che non ha paura di ricominciare daccapo, a trentacinque anni o giù di lì, una nuova vita. Il che significa, nel suo caso, trovare un altro pollo da spennare.

Perché, allora, ha voluto questa improbabile rimpatriata, a tre lustri dal fatidico diploma in un liceo “bene” della capitale? Probabilmente non lo sa esattamente neanche lei; un po’ di nostalgia, certo, nel momento in cui si accinge a ripartire da zero; e, forse, più ancora, la curiosità di vedere come se la sono cavata gli altri, nella segreta speranza – che sarà esaudita oltre ogni aspettativa – di non uscire troppo malconcia dal confronto e, quindi, di salvare dal naufragio almeno un poco della necessaria autostima.

Quello che arriva in ritardo, perché ha sbagliato strada e indirizzo, è il solito “er Patata”, così soprannominato dai compagni, ai tempi del liceo, per la sua goffaggine e la sua totale mancanza di sex-appeal: al secolo Piero Ruffolo (Carlo Verdone), che attualmente insegna in una scuola privata dalle parti della via Cassia e che, di tutti, è forse il più umano, ma anche il più terribilmente represso e perbenista.

Già mentre vagava alla estrema periferia di Roma, si era imbattuto in una mini-avventura, perché, fermatosi a orinare dietro un albero, era stato messo bruscamente in fugga da un lungo e minaccioso serpente. Poi era capitato nella villa sbagliata e alla festa sbagliata, presso alcuni attempati aristocratici. Da lì aveva telefonato a Federica e aveva ottenuto le informazioni giuste, non senza aver prima collezionato un paio di gaffes quanto mai imbarazzanti: quella di essersi fatto sentire mentre definiva “delle mummie” i suoi ospiti involontari ma cortesi; e poi quella, al momento di andarsene, di farsi cadere  dalla giacca un vaso di fiori, che aveva rubato per non presentarsi da Federica a mani vuote.

Intanto, alla villa di Federico, poco dopo la metà del pomeriggio, uno alla volta, sono arrivati tutti gli altri: baci, abbracci, frasi stereotipate, sorpresa e finta difficoltà a riconoscersi reciprocamente. Quello che non suscita alcuna finzione, ma stupore autentico, anzi sgomento, è il povero Piermario Fabris (impersonato dall’attore Fabio Traversa). Macilento, invecchiatissimo, addirittura irriconoscibile, Fabris pare lo spettro di se stesso ed è accolto come una specie di fu Mattia Pascal redivivo, ma uscito stravolto da qualche cataclisma esistenziale, per essere poi subito sommerso dai frizzi e dalle battute feroci degli ex compagni. Fra tutte, le più spietate sono quelle che gli rivolge, a raffica, Walter Finocchiaro (il bravo attore Angelo Bernabucci), un macellaio buzzurro e grossolano, ma anche estremamente spiritoso; tipico parvenu venuto su dal niente, che sfoggia abiti di gran lusso e catenina d’oro massiccio al collo, ma che ha conservato tutta la rozzezza e la volgarità del cialtrone che erra e che è rimasto.

Un florilegio delle freddure che Walter, e non lui solo, snocciola a getto continuo ai danni dello sfortunato Fabris (impossibile chiamarlo con il nome di battesimo, per tutti lui è e rimane l’anonimo, patetico, deamicisiano “Fabris”) potrebbe adornare un’antologia del buon umore; quel buon umore che nasce da una robusta dose di cattiveria nei confronti del prossimo. Eccone alcune: «Aho, m’arendo: chi c’ avresti da esse’, te?»«Tu c’hai avuto un crollo, dell’ottavo grado della scala Mercalli»«Guàrdate com’eri, guàrdate come sei: me pari tu’ zio!»«No, de profilo no! Teribbile! Nun lo posso vède’»; e via sfottendo.

Tanto fanno e tanto infieriscono che ben presto Fabris, rendendosi conto di essere la vittima designata dell’ironia dell’intera serata, manda tutti a quel paese e rimonta in macchina per andarsene. Proprio mentre sta per varcare il cancello, incrocia Piero che sta arrivando in macchina, trafelato, e che – scalognato come sempre – la danneggia seriamente in una cunetta del cortile. Anche lui non riconosce l’ex compagno di scuola e, mentre gli chiede informazioni dal finestrino abbassato, senza saperlo butta lì la frase che, per l’altro, è come la classica goccia che fa traboccare il vaso: e si becca uno stizzito: «Ma vaffanculo!». Dopo di che il malridotto Fabris esce di scena in maniera definitiva.

È impossibile seguire la trama del film in modo ordinato, perché la vicenda si disperde, fin quasi dall’inizio, in una serie di episodi minori, abilmente concatenati, intrecciati, sovrapposti da una regia che non perde un colpo; e sorretti da una sceneggiatura formidabile (firmata, oltre che da Verdone, da Piero De Bernardi e Leo Benvenuti), che è come una continua, inesauribile girandola di fuochi d’artificio.

Il gruppo, infatti, si scompone in una serie di gruppetti o di coppie, ma la coesione della pellicola non ne risente perché la vicenda, pur così frammentata, conserva un saldo impianto unitario, tenuto insieme dal filo rosso dei mille tradimenti, infedeltà e compromessi, che hanno trasformato gli allegri e speranzosi liceali in un’armata di sconfitti, di codardi, di furbastri senza arte né parte e di cinici imbroglioni disposti a qualsiasi bassezza, pur di sopravvivere o di prendersi una temporanea rivincita sulla vita, che li ha impietosamente bistrattati.

Il primo di questi tentacinquenni dal bilancio fallimentare è Piero, che si definisce pomposamente “docente”, forse per far credere di essere insegnante universitario (come sottolinea crudelmente  Valenzani), mentre insegna lettere in un modesto liceo privato di periferia. È il classico professore velleitario e patetico nel suo desiderio piccolo-borghese di “distinzione”, sia in senso sociale che culturale. Si è sposato, disastrosamente, con una popolana sciatta e volgarotta dal fisico pesante e già sfiorito, Cinzia (Serena Bennato), che  ciabatta per casa in vestaglia e bigodini, come una vecchia sfatta, e che – orrore degli orrori per il sensibile marito – parla solo in stretto dialetto romanesco. I due hanno anche un figlio, un bambino sugli otto anni, Marco (Francesco Salvadori), enfant terrible all’amatriciana, che ha preso tutto da sua madre, per la quale parteggia nel conflitto latente che oppone i due genitori.

Nella grigia esistenza di questo professorino di (ex) belle speranze, sempre più sprofondata nello squallore dei sogni infranti dalla prosa della vita, è sbocciato il timido fiore di una ambigua e segreta relazione con Cinzia, una sua studentessa, che, soffocata da un padre possessivo e autoritario, ha visto in lui – con una bella dose di idealizzazione, per non dire di ingenuità – chissà quale figura paterna, dolce e rassicurante.

Lei è fresca, deliziosa, desiderabile, ma anche piuttosto infantile; vive in un mondo di vaghi sogni alla Madame Bovary ed è chiaro che Piero, a sua volta, ha trovato in lei un angolino di evasione ad occhi aperti; abbastanza serio da fargli, talvolta, accarezzare l’idea di rompere con l’insopportabile consorte e tentar di rifarsi una vita raccogliendone i cocci; ma non serio al punto da costringerlo a guardarsi dentro bene a fondo e da trarre le logiche conseguenze della sua condizione di uomo insoddisfatto e amareggiato.

La loro, infatti, non è proprio una relazione sessuale nel senso tecnico della parola, perché Cristina, è una sedicenne romantica e sprovveduta e il suo maturo spasimante possiede ancora abbastanza coscienza (o abbastanza viltà) da non spingere le cose su un piano esplicitamente sessuale. Oltre a vedersi a scuola, dove però devono stare bene attento a non farsi scoprire, si sentono quotidianamente al telefono, scambiandosi tenere frasi e bacini innocenti. Ma, anche lì, il loro rapporto è seriamente minacciato, perché il padre di lei ha mangiato la foglia e ha già minacciato di denunciare Piero per molestie a una minore. Quando è lui ad alzare la cornetta, al povero professore non resta altro da fare che fingere di aver sbagliato numero, contraffacendo la propria voce, e riattaccare tristemente.

Ecco, poi, tra gli ex compagni di scuola, l’euforico Bruno Ciardulli (Christian De Sica), in arte Tony Brando, un cantante che ha inciso un disco ormai dimenticato e che non sa più da che parte girarsi per far fronte alla muta dei creditori. Buffone per natura e per necessità, privo di dignità e di rispetto per se stesso, si riduce a mendicare dagli ex compagni qualche spicciolo per pagare almeno i creditori più pressanti. Al macellaio arricchito, Walter, tenta di rifilare un brutto quadro di arte astratta che tiene nel bagagliaio della macchina, ma l’altro gli osserva con cinismo – e non senza ragione – che i suoi clienti, vedendolo appeso, perderebbero la voglia di mangiare e di comprare carne; e quando, poi, sente il prezzo, gli ride in faccia senza tanti complimenti, né si commuove per il fatto che l’altro cala la cifra di  qualche zero.

Ed ecco Walter, il cafone “rifatto”, che con la sua voce roca e la sua comicità pesante e spesso crudele, ma irresistibile, strappa a tutti la risata a spese di qualcun altro. A un certo punto, mentre sta giocando a poker con alcuni compagni, si accorge di essere stato derubato di una discreta somma di denaro e non si perita di gelare la festa, lanciando la sua accusa nella sala. Passato il primo istante di sbigottimento, tutti gli sguardi si rivolgono, d’istinto, verso la squattrinato Bruno: il quale, amareggiato da quei sospetti e da quegli sguardi di muto rimprovero, non perde l’occasione per spogliarsi quasi nudo per mostrare che non ha su di sé il denaro, improvvisando una sorta di lap dance che gli consentirà, tuttavia, di raggranellare qualche bigliettone dai compagni impietositi, che riceve con servili espressioni di ringraziamento.

Ed ecco il bel tenebroso Mauro Valenzani, freddo, intelligente, amorale, l’unico che ha fatto veramente carriera e ha raggiunto la carica di sottosegretario, con tanto di auto blu e scorta armata. Un episodio tragicomico è quello in cui Bruno, presentatosi alla villa con una calza da donna sul volto e una pistola giocattolo in pugno, per simulare una rapina, viene aggredito, picchiato e immobilizzato dai due “gorilla” di Valenzani. Chiaritosi l’equivoco, un sorriso di compassione da parte di tutti accoglie la rivelazione della sua vera identità: possibile che Bruno non abbia ancora perso la voglia di fare il buffone, ora che non è certo più uno studentello liceale, e che non sappia inventare degli scherzi meno idioti e di cattivo gusto?

Poi ci sono due amici terribili, Armando Lepore (Maurizio Ferrini) e Rino Santolamazza (Alessandro Benvenuti), che si sono messi d’accordo per giocare una beffa all’intera compagnia. Fanno finta che il secondo abbia subito, anni prima, un gravissimo incidente automobilistico, che gli ha distrutto la famiglia e lo ha lasciato invalido nel fisico e fragile nella psiche; sicché deve farsi spingere dal secondo sulla sedia a rotelle e, ogni qual volta ode nominare la parola “automobile”, farfuglia parole incomprensibili e infine scoppia a piangere platealmente, grugnendo e sbavando in maniera intollerabile.

Inutile dire che i due bricconi mettono tutti nel sacco e riescono a imbarazzare crudelmente, uno dopo l’altro, gli ex compagni, mentre Armando fa leva sul senso di colpa dei presenti per avvelenare ogni battuta scherzosa. Ma il tiro peggiore lo riservano alla zitella della compagnia, l’antipatica e poco avvenente Jolanda Scarpellini (Isa Gallinelli), costretta, al momento di mangiare, ad imboccare l’invalido Lino oltre ogni limite di sopportazione, finché questi non le sputa letteralmente il cibo addosso, facendola fuggire, disgustata e inorridita.

Un posto a parte spetta a Ottavio Postiglione (Luigi Petrucci), caratteristico tipo di pedante che parla sempre, con esasperante logorrea, sentenziando su tutto e facendo sfoggio di un nozionismo a trecentosessanta gradi, capace di stendere knock out anche l’interlocutore più paziente e bene educato. Pur di non udirlo blaterare all’infinito, Walter e alcuni altri gli somministrano un sonnifero che lo spedisce nel mondo dei sogni, sul divano.

Altri personaggi maschili assai gustosi sono Luca Guglielmi (Piero Natoli), l’ex marito di Valeria, la vamp della classe, che farebbe qualunque cosa per tentare di farla tornare a sé; il timido e romantico Francesco Toscani (Giovanni Vettorazzo), scapolo, che per tutti quegli anni ha nutrito un amore platonico per la compagna di banco Margherita e che, per la prima volta, oserà rivelarle i suoi sentimenti; e, non ultimo, l’anziano maggiordomo della villa, costretto a destreggiarsi fra quella selva di ospiti difficili, che osserva con l’occhio disincantato di chi ne ha viste troppe nella sua vita per stupirsi ancora di qualcosa.

Ed ecco la galleria delle donne, non meno tribolate e intimamente insoddisfatte dei maschietti; che cercano di nascondere, dietro le creme e il rossetto, l’avanzare degli anni e, soprattutto, il misero naufragio delle loro velleità giovanili.

Federica, la padrona di casa, è la più sconfitta di tutte, ma è anche la più forte; e si capisce che, fra tutte le altre, è quella che meno perderà tempo a commiserarsi e che per prima si darà da fare per risalire a galla. Attualmente è ridotta ai minimi termini, anche se gli altri non lo sanno: senza più una lira, senza una casa, senza un amore che le riempia l’esistenza. Però sa celare le sue amare sconfitte dietro una facciata brillante e spensierata e si dimostra ospite attenta e premurosa.

La primadonna della compagnia, a parte Federica, è però Valeria Donati (Eleonora Giorgi), giornalista di belle speranze che ha rotto col marito, suo ex compagno di classe, che è venuto anche lui, con poco tatto ma con molte speranze di riprendersela, alla festa. Quando se lo trova davanti, Valeria, in un primo tempo, vorrebbe quasi andarsene, sostenuta dalla sua amica zitella Jolanda, che riversa sull’ex marito di lei tutta la sua frustrazione di donna insoddisfatta e il suo rancore nei confronti del mondo maschile. Poi, però, decide di restare: un po’ per non provocare uno scandalo, un po’ perché non sa bene ciò che vuole e, sotto sotto, forse non le dispiacerebbe rappacificarsi con Luca.

C’è poi Maria Rita Amoroso (Athina Cenci), una psicologa alla quale tutti si rivolgono per avere consigli e conforto, e che, dotata di animo buono, si prodiga per aiutare tutti quelli che può. Ma si intuisce che lei per prima non è felice; che la sua vita – almeno quella affettiva – è stata un amaro fallimento, anche perché tutti le hanno cucito addosso la maschera della “infermiera” e nessuno ha mai visto in lei una donna desiderosa di amore, o almeno di comprensione,  come lo è qualsiasi altra. Ha finito, così, per accettare la maschera che gli altri le hanno imposto, facendo della sua vita una specie di missione e, di se stessa, una buona samaritana senza alternative; però ne soffre e accumula tensione, in silenzio, non compresa da alcuno.

Altre figure interessanti sono quelle di Gloria Montanari (Luisa Maneri), ragazza-madre che non ha nessuno cui lasciare il bambino ancora lattante e, perciò, si presenta alla villa con la creatura al collo; della dolce Margherita Serafini (Giusi Cataldo), che è ora sposata a un carabiniere geloso e asfissiante, il quale verrà a riprenderla sul più bello della festa; e Gioia Savastano (Carmela Vincenti), la più brillante e divertente, che però non è quella che sembra e nasconde, anche lei, la ferita che la vita le ha inferto: l’impossibilità di avere figli.

Abbiamo lasciato per ultima l’adolescente Cristina (Natasha Hovey), unica liceale vera in un mondo  di ex liceali frustrati e disillusi, appunto perché il suo personaggio si distacca nettamente, e non solo per motivi anagrafici, dagli altri. È una ragazza di buona famiglia, oppressa da un genitore rigido e all’antica; ingenua e romantica, si è innamorata di Piero e, sia pure in modo platonico, ne è divenuta l’amante.

Gli ex compagni di Piero vengono a sapere della sua esistenza ascoltando in gruppo, a una derivazione del telefono, una conversazione fra i due. Dapprima hanno creduto che l’interlocutrice di lui fosse la moglie, che, ovviamente, nessuno di loro conosce di persona; ma ben presto si rendono conto di come stanno le cose, compreso il fatto che  si tratta di una sua studentessa; e,  quando Piero rientra in sala, lo accolgono con una ironica ovazione: anche perché, in fondo, non lo credevano capace di tanto. Messo alle strette dai loro salaci commenti, Piero balbetta che hanno frainteso tutto, che il sentimento che lo lega alla misteriosa ragazza è qualche cosa di unico ed estremamente delicato che essi, nella loro grossolanità, non sono in grado di comprendere.

A questo punto sono tutti curiosi di conoscere la mirabile fanciulla, tanto più che Piero ha la dabbenaggine di mostrar loro una fotografia di lei, che appare quale realmente è: semplicemente adorabile.  Valenzani, allora, è preso dal capriccio di fare la sua conoscenza, probabilmente già meditando il colpo gobbo ai danni dell’ex compagno; e mette a disposizione di questi (che ha danneggiato la propria vettura arrivando alla villa) la sua auto blu, per andarla a prendere e portarla alla festa. Piero per un po’ si schermisce, poi si lascia convincere e, dopo aver telefonato a Cristina, torna a Roma con l’autista di Mauro, per prenderla con sé.

L’arrivo di Cristina produce un notevole effetto su quei trentenni sfioriti e più o meno amareggiati, portando un soffio di freschezza e d’innocenza. E, mentre Piero comincia ad accarezzare l’idea di fare chiarezza nella propria vita, affrontando una aperta rottura con sua moglie e tutte le relative conseguenze, Valenzani prende a circuire abilmente l’inesperta ragazzina, in un gioco sempre più serrato. Tra l’altro, il cinico politicante ha la misura dell’ingenuità di Cristina quando le chiede come mai abbia preso una sbandata per Piero e lei, candidamente, gli risponde che lui «la fa sentire sicura». Sul volto di Mauro si dipinge un sorriso incredulo: «Ti fa sentire sicura, er Patata?»; e le rivela che il “suo” Piero era noto a tutti come “er Patata”, invitandola a dargli in futuro, coi suoi compagni di classe, quel nomignolo.

Intanto Piero, dopo un colloquio con la psicologa Maria Rita, prende il coraggio a due mani e telefona alla moglie per darle un appuntamento in strada e giungere, seduta stante, a un chiarimento definitivo. Quella che segue è una delle scene più divertenti del film. La moglie di Piero si presenta con il suocero e il figlio, che, istigato dalla madre, tenta di tagliare i copertoni della macchina di lui; mentre lei gli fa una volgarissima scenata di gelosia, agitando il seno discinto e chiedendo, provocatoriamente, “che cos’abbia quell’altra” che lei non ha. Poi ci si mette anche il suocero (il bravissimo Gianni Musy), che cerca di far ragionare il genero e gli dice che anche lui, da giovane, ha avuto innumerevoli amanti, ma che non aveva mai pensato di lasciare la moglie, perché “la famiglia è sacra”.

Alla fine Piero torna alla villa di Federica, credendo di aver definito per sempre le cose con sua moglie e di poter guardare in faccia la sua nuova vita; ma solo per imbattersi in Cristina che, piangente, lo accusa di averla lasciata sola. Subito dopo compare Mauro, che si ricompone uscendo da uno spogliatoio (tutto il gruppo si era spostato in riva al mare, a pochi metri dalla villa, ormai a notte fonda) e perfino l’ingenuo Piero non ci mette più di pochi istanti a intuire quello che dev’essere accaduto. Furibondo, si getta sull’altro e lo colpisce con un pugno, ma viene subito immobilizzato dalle guardie del corpo e, nella colluttazione, inghiotte il filtro della sigaretta: particolare in sintonia col suo essere eternamente in bilico fra il serio e il grottesco. Valenzani, irritato e sprezzante, riparte con la sua scorta, lasciando negli altri pochissimo rimpianto.

Cristina, sconvolta, si fa riaccompagnare a casa da Maria Rita: adesso ha visto bene tutta l’insufficienza di Piero e il loro tenero romanzo è finito. Anche gli altri ospiti della villa se ne vanno, uno dopo l’altro. Per molti, nel corso della notte, è arrivato il momento della verità. Valeria, con gran dispetto della sua amica Jolanda, ha dato una nuova chance al marito Luca, cedendo alla sua corte insistente; Lino, da falso invalido che era, è finito veramente all’ospedale, perché la sua recita è stata scoperta da Bruno e un’automobile lo ha investito davvero; Francesco ha confessato il suo amore a Margherita che, pur ricambiandolo, deve rientrare a casa, perché il marito è venuto a riprendersela; Maria Rita ha avuto una improvvisa, fugace cristi isterica, spogliandosi e gridando agli altri, allibiti, tutta la sua frustrazione, per poi ricomporsi velocemente e riprendere i panni della brava dottoressa cuorinfranti. Infine Federica, dopo aver confessato di essere rimasta povera in canna e senza più un tetto sopra la testa, decide di andarsene insieme a Gloria, con il suo bambino: tanto, per la prima volta in vita sua, non c’è nessuno che l’aspetti.

Il giorno che sorge illumina la scena di Piero che, con l’aiuto di Bruno, spinge a mano la sua auto fuori dal cortile. Adesso dovrà affrontare la propria vita e assumersi la responsabilità di darle una svolta; oppure precipitare di nuovo nella palude della tranquilla disperazione. Forse ha perduto Cristina per sempre, ma è ancora possibile che riesca a diventare uomo, a uscire dai panni dell’eterno liceale in cui era rimasto bloccato.

Con questo film, Verdone ha tracciato un ritratto impietoso, ma umanamente convincente, di una generazione che ha miseramente fallito e che ha tradito la propria giovinezza e le proprie profonde aspirazioni, adagiandosi nella piatta mediocrità di un’esistenza abitudinaria e inautentica. Il regista (nato a Roma nel 1950) ha saputo trovare la giusta chiave di svolgimento fra il bozzetto di costume e lo scavo psicologico, alternando sapientemente effetti umoristici e momenti seri, interpretando al tempo stesso, come attore, uno dei suoi personaggi più efficaci e riusciti. Inoltre ha saputo scegliere un cast di attori che, come caratteristi, fanno tutti egregiamente la loro parte; a cominciare da quell’Angelo Bernabucchi che, nel ruolo dell’ignorante arricchito e presuntuoso, trascina però gli altri nella sua risata gutturale e irresistibile.

Un cenno a parte per la giovane Natasha Hovey, che già Verdone aveva voluto accanto a sé nel gradevole Acqua e sapone, del 1983, in un rapporto non poi tanto diverso fra lei e il personaggio interpretato dall’attore-regista. La sua carriera di attrice non è decollata, nonostante un paio di interpretazioni di qualche rilievo: oltre ai Demoni di Lamberto Bava (1985), è apparsa in Volevo i pantaloni di Maurizio Ponzi (1990), tratto dal best-seller di Lara Cardella; ma, stavolta, non più nel ruolo di protagonista. Ed è un peccato, perché, pur senza possedere i mezzi espressivi di una grande interprete, la sua è stata una presenza fresca e gentile, che ci sarebbe piaciuto vedere ancora, diretta da qualche altro regista di talento.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 18/02/2008 e del 14/03/2017 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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