venerdì, 17 Settembre 2021
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Un film al giorno: «El Alamein, la linea del fuoco» di Enzo Monteleone (2002)

Il film: «El Alamein la linea del fuoco» di Enzo Monteleone (2002). Finalmente si torna a parlare della battaglia di El Alamein dopo che sulle vicende della «guerra fascista» la cultura dominante aveva steso un velo di oblio. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Finalmente si torna a parlare della battaglia di El Alamein, dopo che sulle vicende della «guerra fascista» la cultura dominante, quella di matrice marxista, aveva steso un velo di oblio, al punto da lasciare a dei singoli reduci, come Paolo Caccia Dominioni, la custodia della memoria dei nostri soldati caduti sul fronte dell’Africa settentrionale (come, del resto, sugli altri, fronti): quasi che non fossero figli che hanno ben meritato la riconoscenza della Patria, e dei quali dovrebbero essere le istituzioni a farsi carico di tramandare, doverosamente, il ricordo.

Ne abbiamo già parlato nel precedente articolo: «Ci son voluti sessantasei anni per ridare il dovuto onore ai caduti di El Alamein» (sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice), sforzandoci di mostrare come quella battaglia, lungi dall’essere un semplice episodio militare della seconda guerra mondiale, e sia pure strategicamente rilevante, in Italia dovrebbe essere riguardata come una delle decisive battaglie per l’indipendenza e la sovranità nazionale. La nostra sconfitta ebbe, infatti, l’inevitabile conseguenza di rendere possibile, meno di un anno dopo, lo sbarco anglo-americano in Sicilia, la caduta del fascismo e tutto quel che ne seguì (chiamato «liberazione» dalla Vulgata repubblicana e democratica, e che a noi sembrerebbe più giusto chiamare fine dell’Italia come stato indipendente e sovrano).

Perciò, gli storici di tendenza antifascista hanno poco da ironizzare sul famoso cavallo bianco fatto venire in Libia in vista dell’ingresso trionfale di Mussolini ad Alessandria, ingresso sempre rinviato e, alla fine, mestamente abbandonato.

La verità, anche se il discorso oggi non piace e suona politicamente assai scorretto, è che la sconfitta italo-tedesca di El Alamein fu un evento luttuoso per la nostra storia nazionale; a meno di considerare la sconfitta della Patria come il prezzo giusto e necessario per il ritorno della democrazia parlamentare, per l’instaurarsi di una pluridecennale egemonia culturale marxista, per l’asservimento dell’Italia agli Stati Uniti (con oltre 100 basi americane e N.A.T.O. sul nostro territorio) e, soprattutto, per il consolidarsi di quella rete di poteri occulti: mafia, Massoneria, servizi segreti più o meno deviati, che tuttora tiene l’Italia in pugno.

Nel rievocare la battaglia di El Alamein, bisognerebbe ricordare anche – contrariamente a ciò che insegna la Vulgata storiografica oggi dominante – il sacrificio di alcune migliaia di soldati tedeschi che si batterono al nostro fianco, e che già all’inizio del 1941 ci avevano permesso di conservare la Libia, gravemente minacciata dall’offensiva inglese del generale Wawell.

Quando si parla del soldato tedesco, il pensiero corre subito a Cefalonia, alle Fosse Ardeatine, a Marzobotto: episodi atroci, certamente; comunque, episodi posteriori al voltafaccia italiano dell’8 settembre 1943. Una visione equa ed imparziale esigerebbe, invece, che si ricordasse che i Tedeschi, fino a quella tragica data, furono nostri alleati  e che ci permisero di salvare il salvabile, quando l’insipienza dei nostri comandanti, o peggio, il tradimento deliberato di alcuni di essi, stavano vanificando il sacrificio di decine di migliaia di soldati, aviatori e marinai, che tuttavia stavano scrivendo pagine di autentico eroismo.

Così, ad esempio, bisogna pur dire che, ancora nel luglio del 1943, i soldati tedeschi si battevano strenuamente, con un alto tributo di sangue, per difendere la Sicilia, ossia il nostro suolo nazionale invaso; e questo mentre i soldati italiani cominciavano a sbandarsi e a scappare, come se quella non fosse stata la loro patria in pericolo: non l’Albania o l’Etiopia, ma proprio la Patria, minacciata nella sua sopravvivenza, come ai giorni di Caporetto e del Piave.

Questo della presenza tedesca è un aspetto che anche il film di Enzo Monteleone non ama affrontare, e infatti lo sorvola disinvoltamente, sebbene le cifre parlino chiaro: dei 108.000 soldati dell’Asse schierati ad El Alamein alla fine di ottobre del 1942, poco più delle metà erano Italiani, il resto Tedeschi. Questi ultimi, inoltre, avevano le armi migliori, a cominciare dai carri armati; senza il loro appoggio, il fronte non avrebbe retto nemmeno un giorno.

E c’è di più.

L’aiuto tedesco fu indispensabile non solo a livello tecnico e logistico, ma anche e soprattutto a livello strategico. Fosse stato per i nostri generali, la campagna del Nord Africa sarebbe finita già da un pezzo con la disfatta totale: come si era visto a Sidi El Barrani nel 1940 e in tanti altri luoghi, dall’Albania all’Africa Orientale.

Benché valorose a livello individuale, le truppe italiane erano dirette da un’azione di comando a dir poco inadeguata; la stessa di sempre, del resto: quella di Custoza, di Lissa, di Adua e di Caporetto. Anche gli ufficiali subalterni diedero prova di grande spirito di sacrificio; erano i generali degli alti comandi (e gli ammiragli) a non essere all’altezza del compito, quando, addirittura, non favorivano apertamente la vittoria del nemico, come il generale Gambara nella battaglia della Marmarica (si veda in proposito l’illuminante libro di Antonino Trizzino «Gli amici dei nemici», edito da Longanesi, di cui abbiamo parlato nell’articolo «Una pagina al giorno: Mozzare le mani ai naufraghi, di A. Trizzino», sempre sul sito di Arianna).

Avrebbero meritato altri comandanti e altri comandi, quei valorosi soldati i quali, nell’autunno del 1942, con le uniformi a brandelli, senza più munizioni, perfino con l’acqua razionata, cedettero solo quando il numero e la potenza di fuoco del nemico li sommerse letteralmente. Rommel, piaccia o no, svolse questa funzione; benché nominalmente fosse sottoposto al Comando italiano (generale Bastico), in pratica egli diresse non solo il suo Afrika Korps, ma anche le nostre divisioni. E le diresse egregiamente, riuscendo ad ottenerne il massimo: il massimo che potevano dare, in quelle infauste circostanze.

Ecco come Rommel, la «Volpe del deserto», si è espresso sui soldati italiani (da: A. Petacco, «La seconda guerra mondiale», Roma, Armando Curcio Editore, vol. 3, p. 874):

«È per me un dovere, come camerata e in particolare come comandante in capo delle unità italiane, stabilire con tutta chiarezza che la colpa delle disfatte subite nei primi giorni di luglio davanti a El Alamein non è dei soldati. Il soldato italiano era volonteroso, generoso, buon camerata e per le sue condizioni aveva dato un rendimento superiore alla media. Bisogna dire che le prestazioni di tutte le unità italiane, ma specialmente delle unità motorizzate, superarono di molto ciò che l’esercito italiano ha fatto negli ultimi decenni. Molti generai e ufficiali suscitarono la nostra ammirazione dal punto di vista umano come da quello militare. La sconfitta degli italiani fu una conseguenza dell’intero sistema militare e statale italiano, del cattivo armamento e del poco interesse che molte alte personalità, capi militari e uomini di Stato, avevano per questa guerra. Spesso l’insufficienza italiana impedì la realizzazione dei miei piani. Di regola le cause degli inconvenienti che si notavano nell’Esercito Italiano erano queste: in media, il comando italiano non era all’altezza della guerra nel deserto, la quale richiede fulminee decisioni e rapidissima attuazione delle medesime. L’addestramento della fanteria non rispondeva affatto alle esigenze di una guerra moderna. L’armamento della truppa era così cattivo  che già per questa ragione essa non poteva tener fermo senza l’aiuto tedesco. Oltre alle manchevolezze tecniche dei carri armati italiani – troppo corta gittata dei cannoni e debolezza dei motori – soprattutto l’artiglieria, con le insufficienti mobilità e lunghezza di tiro, offriva un chiaro esempio del cattivo armamento. Le unità erano dotate di armi anticarro in misura del tutto insufficiente. Il vettovagliamento delle truppe era così cattivo che gli italiani dovevano spesso chiedere viveri ai camerati tedeschi. Effetti particolarmente nocivi produceva la differenza di trattamento in ogni campo tra l’ufficiale e il soldato. Mentre la truppa doveva alimentarsi senza cucine da campo, gli ufficiali italiani non rinunciavano, in parte, a farsi servire parecchie portate. Molti ufficiali non ritenevano necessario stare con le truppe durante un combattimento ed essere loro di esempio. Tutto sommato, non c’è da meravigliarsi se nel soldato italiano, del resto straordinariamente sobrio e senza pretese, si sviluppavano complessi d’inferiorità che nei momenti di crisi lo rendevano temporaneamente inutilizzabile. In tutte queste cose non erano da attendersi mutamenti nei prossimi tempi, sebbene molti comandanti intelligenti vi si adoperassero con coscienza».

Un problema di classe dirigente, come si vede, prima ancora che un problema di ordine militare: il problema di una classe dirigente che non sa o non vuole prendere in mano, con mente aperta e con coraggio personale, la direzione del Paese; ma che preferisce scaldare le sedie, mandare i gregari allo sbaraglio, rinviare «sine die» i grandi problemi strutturali della società, di cui quelli dell’esercito non sono che un aspetto.

Una classe dirigente semi-feudale, egoista, cialtrona, parassitaria e vile; una classe sempre capace di riciclarsi e di far finta che «tutto cambi, affinché tutto resti come prima», per conservare gattopardescamente le proprie posizioni di potere. Esempio clamoroso di tutto ciò è la stupefacente carriera del maresciallo Badoglio, il massimo responsabile, sul campo, della disfatta di Caporetto, che non solo non fu chiamato a rispondere delle sue incredibili manchevolezze, ma che (con l’aiuto della Massoneria), di promozione in promozione, di voltafaccia in voltafaccia, arriverà a presiedere il governo l’indomani della caduta di Mussolini, per volontà del re Vittorio Emanule III, con il quale fuggirà allegramente a Pescara, il mattino del 9 settembre 1943, lasciando in balia della reazione tedesca, Roma, l’Italia e l’esercito.

Ma torniamo alla battaglia di El Alamein.

Le battaglie di El Alamein furono, in realtà, due.

Nella prima, combattuta dal 1° al 27 luglio del 1942, il generale Rommel tentò di sfondare le linee inglesi per aprirsi la strada verso Alessandria, distante meno di 100 chilometri, ma venne contrattaccato dall’Ottava armata britannica del generale Auchinleck. Lo scontro terminò in parità tattica, anche se, a livello strategico, si trattò di un successo difensivo inglese. Non era stata una battaglia ad armi pari. Si erano affrontati 96.000 uomini dell’Asse (dei quali 56.000 Italiani) e 150.000 del Regno Unito e del Commonwealth; 580 carri armati dell’Asse e 1.110 britannici; meno di 500 aeroplani dell’Asse e oltre 1.500 britannici.

Nei mesi successivi, inoltre, apparve evidente quale madornale errore strategico fosse stato, da parte italo-tedesca, quello di lasciar cadere la prevista invasione di truppe aviotrasportate della base inglese di Malta (e qui la responsabilità fu proprio di Rommel): nel solo mese di agosto, un decimo della marina mercantile italiana venne colato a picco da aerei e sommergibili nemici, mentre cercava di assicurare i necessari rifornimenti di viveri, munizioni e, soprattutto, di benzina, alle truppe italo-tedesche schierate in Egitto.

La seconda battaglia di El Alamein fu lanciata dal nuovo comandante dell’Ottava armata britannica,  Bernard  Montgomery, il 23 ottobre e si concluse il 4 novembre, con lo sfondamento delle posizioni italo-tedesche, nonostante l’accanita e valorosissima resistenza dei difensori. In questa seconda battaglia, la sproporzione delle forze in campo era ancora più accentuata a favore dei Britannici: 250.000 uomini contro 108.000; 1.000 carri armati, compresi 270 giganteschi «Sherman» statunitensi, contro meno di 500; e una superiorità aerea di oltre 3 a 1, con conseguente, assoluto dominio dei cieli da parte degli Alleati. A ciò si aggiunga la gravissima carenza di combustibile per i carri armati e i mezzi di trasporto che affliggeva le forze dell’Asse, mentre gli Inglesi, per la via del Canale di Suez, ricevevano dall’Impero britannico e dagli Stati Uniti d’America ogni genere di rifornimenti; e si avrà un quadro abbastanza eloquente della situazione.

In quelle condizioni, il maresciallo Montgomery non poteva non vincere; e vinse, nei tempi che aveva preventivato, ossia una dozzina di giorni, senza alcun bisogno di particolare abilità strategica (il campo di battaglia si riduceva a una striscia di 65 km. fra la costa del Mediterraneo e l’intransitabile Depressione di El Qattara, a sud).

Vinse senza troppo fatica e senza avere la generosità di riconoscere il valore dell’avversario: perché, uomo piccolo e meschino quale egli era, gli sarebbe sembrato, così facendo, di ammettere implicitamente quanto poco avesse meritato quella vittoria, che gli valse il titolo di Visconte di Alamein e la nomina a pari d’Inghilterra.

E adesso torniamo al film di Monteleone.

La storia personale, attorno alla quale ruota la grande storia con la «s» maiuscola, è quella del giovane fante palermitano Serra (interpretato dall’attore Paolo Briguglia), uno studente universitario che si è arruolato di recente e che sogna di partecipare all’ingresso trionfale ad Alessandria d’Egitto, che in Italia si dà per imminente. Assegnato al Ventottesimo Reggimento di fanteria della Divisione «Pavia», viene accolto in modo piuttosto burbero dal tenente Fiore (Emilio Solfrizzi) e più benevolo dal sergente Rizzo (Pierfrancesco Favino), un veneto che ha già fatto due anni di guerra «vera» e che, catturato dal nemico, è riuscito a evadere e a tornare nelle linee italiane, perché «per un soldato non è mica bello essere prigioniero».

Serra è appena giunto al proprio reparto, e già si rende conto di quanto sia lontana la realtà dalle sue aspettative, alimentate dalla propaganda del regime. Non che a marciare trionfalmente per le vie di Alessandria, le truppe italiane si preparano a sostenere l’inevitabile offensiva nemica, ma le condizioni in cui versano sono quasi pietose: l’armamento è ridicolmente insufficiente, perfino il rancio arriva quando arriva; l’unica cosa che non scarseggia è il lucido da scarpe, spedito dall’Italia in quantità massicce per la tanto sospirata sfilata ad Alessandria e al Cairo.

Il morale non è molto alto, eppure i commilitoni di Serra danno prova di un ammirevole spirito di adattamento e di una capacità di sacrificio senza limiti: con pazienza, con tenacia, senza lamentarsi inutilmente, ciascuno si arrangia come può per supplire alle mancanze logistiche e alla palese incompetenza dei comandi. Nel complesso, l’aria che si respira è di forte cameratismo e, soprattutto, di alta dignità e senso del dovere; quanto a credere nella vittoria annunciata, e magari in una vittoria imminente, quello è tutto un altro discorso.

Mano a mano che ci si avvicina alla data fatidica dell’attacco inglese, che molti indizi fanno ritenere vicino, l’atmosfera si fa sempre più opprimente, ossessiva, quasi claustrofobica. La vita di trincea è estenuante, al limite della pura e semplice sopravvivenza; e, «mutatis mutandis», la situazione morale e materiale dei soldati ricorda molto da vicino «Uomini contro» di Francesco Rosi, del 1971, tratto dal libro di Emilio Lussu «Un anno sull’altipiano» (con un audace parallelismo sociologico e psicologico fra la prima e la seconda guerra mondiale), anche se il riferimento più immediato è quello a «Il deserto della Libia» di Mario Tobino

Nel corso di una ricognizione verso la Depressione di El Qattara, poi, il protagonista, che è stato fraternamente accolto dai commilitoni Spagna (Luciano Scarpa) e De Vita (Thomas Trabacchi),  scopre l’aspetto grottesco e allucinante della guerra, allorché giunge in una postazione italiana presidiata  ormai soltanto da una guarnigione di cadaveri; e ne trae l’insegnamento che «la morte è bella solo sui libri di scuola; nella vita fa solo pietà, è orrenda e puzza».

Intanto, nel cuore della notte, si scatena l’offensiva britannica, con uno spaventoso spiegamento di mezzi; e, nonostante l’indomito coraggio dei difensori, la sconfitta è inevitabile. Il tenente Fiore e il sergente Rizzo, così come tanti altri ufficiali, sottufficiali, graduati e soldati delle divisioni «Pavia», «Brescia», «Folgore» del X Corpo d’armata (e di tutte le altre divisioni impegnate sul campo) si sacrificano per consentire la ritirata di quei giovani soldati, come il fante Serra, che potranno sopravvivere per conservare il ricordo dei compagni caduti.

Oggi, soprattutto per l’opera tenace del già nominato Paolo Caccia Dominioni, quelle salme sono state ricomposte nel Sacrario militare italiano di Quota 33, sulla strada litoranea per Alessandria: dove giacciono i resti di ben 5.000 soldati italiani e di circa 200 ascari libici.

Il film è girato con sobrietà e l’ideologia antimilitarista ad esso sottesa non prevarica mai sulle ragioni narrative e sulla asciutta tecnica del montaggio. La sceneggiatura è del regista, che già si era cimentato su questo tema girando, con i reduci della battaglia, il documentario «I ragazzi di El Alamein». Alcuni difetti marginali (le musiche non sempre felici, qualche sbavatura populista) non inficiano la validità complessiva dell’opera, cui molto contribuisce la bravura degli interpreti.

La scena della battaglia finale, quando i giganteschi carri armati britannici irrompono attraverso le esili linee difensive e i nostro fanti li affrontano bravamente con qualche lanciagranate, bombe a mano e semplici bottiglie incendiarie, è potentemente realistica e fa quasi paura, tale è il verismo delle inquadrature.

La cornice notturna mette efficacemente in risalto i lampi dei tiri d’artiglieria e gli scoppi delle esplosioni, che accendono di fiamme gialle e vermiglie l’oscurità del deserto e conferiscono all’insieme un effetto allucinante e quasi surreale.

Senza enfasi e senza retorica, il regista – che si è documentato per anni prima di mettersi dietro alla cinepresa – riesce egregiamente nell’intento di rendere la situazione del soldato italiano, costretto a battersi quasi a mani nude contro un avversario dall’immensa superiorità tecnologica, con l’unica prospettiva di tenere alto l’onore, fino all’estremo sacrificio, ma senza la benché minima speranza di vittoria.

La grandezza umana dei soldati italiani emerge proprio dalla loro duplice, vana lotta contro le forze nemiche soverchianti e contro la irrimediabile deficienza dei mezzi di cui possono disporre alla vigilia della lotta decisiva.

E la vera protagonista del film non è la battaglia, evento disumano e pauroso, dove il nemico non si materializza se non all’ultimo momento ed ha l’aspetto delle enormi masse d’acciaio dei mezzi cingolati che irrompono nel buio, ma la dignità con cui i difensori accettano l’impari lotta e il rassegnato eroismo con cui vanno incontro al proprio destino.

Il fatto che il film di Enzo Monteleone sia stato riconosciuto dalla Direzione generale per il cinema del Ministero per i beni e le attività culturali come di rilevante interesse culturale, in base alla delibera  ministeriale dell’8 luglio 2001, fa bene sperare.

Finalmente si può tornare a parlare di El Alamein, senza enfasi retorica e nazionalistica, ma anche senza assurdi complessi di colpa, che avviliscono l’onore dovuto ai caduti.

È un primo passo, un piccolo passo, sulla via che potrebbe portare l’Italia ad essere finalmente un Paese normale.

Un Paese che sa guardare in faccia le pagine del proprio passato recente e di quello meno recente,
per poter guardare avanti con animo riconciliato.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 04/06/2009 e del 12/02/2016 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 14 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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