domenica, 13 Giugno 2021
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Un film al giorno: «Gabriela», di Bruno Barreto (1983)

Un film al giorno: «Gabriela», di Bruno Barreto del 1983. Tratto dal celebre romanzo di Jorge Amado «Gabriella, garofano e cannella» vede la luminosa presenza nella parte del co-protagonista del grande Marcello Mastroianni. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola  

Abbiamo deciso di estendere la rubrica «Un film al giorno», finora limitata rigorosamente al cinema  italiano, anche a quelle pellicole le quali, realizzate in co-produzione italo-straniera, abbiano messo in evidenza attori o registi italiani o alle quali, comunque, abbia dato un consistente contributo la nostra cinematografia.

La luminosa presenza di Marcello Mastroianni nella parte del co-protagonista giustifica in pieno, perciò, l’inclusione, nella nostra panoramica, del film di Bruno Barreto «Gabriela», del 1983, tratto dal celebre romanzo di Jorge Amado «Gabriella, garofano e cannella».

Il regista brasiliano Bruno Barreto si era già cimentato con la trasposizione di un romanzo di Amado sei anni prima, nel 1977, con «Donna Flor e i suoi due mariti», che gli era valso un notevole successo, rivelandolo al pubblico e alla critica internazionali, anche – e, forse, soprattutto – per l’indimenticabile interpretazione dell’attrice Sonia Braga, un autentico vulcano di simpatia e di sensualità.

Per ripetere il successo, Barreto ha chiamato di nuovo Sonia Braga ad indossare i panni della protagonista; tanto più che la bella attrice brasiliana aveva già interpretato, tra le varie telenovelas degli anni Settanta e Ottanta, (tra cui la notissima  «Dancing Days») proprio quella ispirata a «Gabriella, garofano e cannella», per cui si trattava di un personaggio a lei già ben familiare. Come protagonista maschile, invece, Barreto ha scelto il nostro Mastroianni, notoriamente a suo agio nei panni dell’uomo affettivamente incerto, abbagliato dalle donne, ma anche timoroso di legarsi definitivamente.

La storia è piuttosto semplice e, in effetti, sia nel romanzo che nel film (sceneggiato dal regista insieme a Leopoldo Serran), costituisce poco più che un esile pretesto per mettere in scena il mondo favoloso del Brasile di inizio secolo, più precisamente il Nord-est e la città di Bahia, trasfigurata al punto da divenire – un po’ come il paese di Macondo per Gabriel Garcia Marquez – una sorta di luogo dell’anima, dove il sesso è gioco, la vita è costantemente in bilico fra sensuale allegria e opaca tristezza, e la magia fa capolino ad ogni angolo di strada, nei tramonti infuocati dei Tropici soffusi di aromi e di sapori esotici.

In breve, il proprietario di un bar, Nassim, immigrato di incerte origini (lo chiamo “il Turco”, ma in realtà è Siriano, anzi, figlio di un Arabo e una Napoletana), rimasto senza cuoca, un mattino se la va a cercare tra i disperati che ogni giorno si offrono al mercato, in genere contadini che hanno fatto giorni e giorni di cammino da qualche desolata regione dell’interno.

L’occhio gli cade su di una ragazza, sporca e impolverata all’inverosimile, che sostiene di saper cucinare; se la porta al locale e la mette alla prova. Una volta ripulita, la ragazza – Gabiela – si trasforma da creatura selvatica e quasi scimmiesca, in una magnifica giovane: bella, brava e devotissima al padrone, per il quale incomincia a cucinare dei manicaretti deliziosi, che mandano in visibilio la clientela..

Ma il bello arriva quando Gabriela, invece di servirsi di una sguattera, incomincia a portare le pietanze di persona dalla cucina fino al bar di Nassim, suscitando la focosa ammirazione di tutti i clienti maschi, immersi nella noia delle lunghe giornate dove non accade mai nulla di nuovo, e dove tutti, liberali e conservatori, proprietari terrieri (i famigerati «colonnelli») e giornalisti, cercano di ammazzare il tempo nelle insulse chiacchiere e nei pettegolezzi provinciali.

A volte si parla di politica, più spesso della vita privata degli onesti cittadini: proprio il giorno in cui ha assunto Gabriela, per esempio, Nassim è stato quasi testimone oculare di un classico delitto d’onore, con un maggiorente locale che ha ammazzato senza tanti complimenti la moglie e l’amante di lei, sorpresi in flagrante nel letto coniugale.

In queste conversazioni, Nassim non si discosta punto dalla mentalità corrente e anzi afferma, senza mezze misure, che, al suo paese – la Siria – le moglie adultere vengono tagliate a pezzi dai mariti traditi; usanza che egli, pur essendo scapolo, dichiara di  approvare senza riserve. Eppure, nonostante queste focose affermazioni, Nassim ha un animo buono e gentile; e, inoltre, soffre di solitudine: per cui non tarda ad accorgersi di quanto sia bella e desiderabile la sua nuova cuoca, e se la porta a letto.

Particolarmente divertente è la scena in cui un giorno, al bar, Nassim si china sotto il banco per prendere una bottiglia ordinatagli da un cliente; e, mentre è abbassato, ode l’intero locale, a quell’ora particolarmente affollato, ammutolire all’improvviso. Pensando a una rapina, egli afferra la pistola che tiene nascosta in un angolo e si alza di colpo, pronto a fronteggiare i supposti malviventi: per trovarsi faccia a faccia con Gabriela, che si è portata al banco con il vassoio delle pietanze appena sfornate. La clientela ha perso la favella non per la paura di una rapina, ma per la sensualità conturbante delle ragazza, tale da mozzare il fiato a tutti quanti.

Imbarazzato, Nassim rispedisce Gabriela in cucina e poi, quella sera, le chiede di entrare nel locale con più discrezione: i morsi ella gelosia cominciano a tormentarlo. Ma la donna è tanto brava in camera da letto, quanto tra pentole e fornelli; ogni contrarietà sparisce dalla fronte del brav’uomo che, in fondo, è una persona affettuosa e sensibile.

Più tardi, parlando con un amico, Nassim arriva alla conclusione che l’unico modo di proteggere Gabriela dalle brame dei suoi compaesani è quella di sposarla: gesto che richiede qualche coraggio, perché la poverina è proprio figlia di nessuno, non sa leggere, non sa nemmeno la sua età, ed è necessario che un amico avvocato le procuri dei documenti falsi: tutto questo in un’epoca e in una società dove gli uomini sposavano le brave ragazze di buona famiglia: serie, istruite, e – soprattutto – rigorosamente  vergini.

La stessa Gabriela rimane stupita dalla proposta di matrimonio; nella sua semplicità, le sembra una cerimonia inutile, dato che ella non riesce a vedere la differenza fra due amanti e due sposi. Comunque ben presto accetta, così come accetta tutto quello che le chiede Nassim: e, al termine della cerimonia, con tanto di abito bianco, la serva Gabriela diventa «donna» Gabriela, la rispettabile consorte di un rispettabile cittadino della comunità.

La sua nuova posizione sociale le impone, però, anche dei nuovi obblighi sociali, ai quali ella – di solito così adattabile e spensierata – si adegua solo con molta difficoltà. Una sera, per esempio, Nassim le impone di accompagnarlo ad una noiosissima conferenza di un sedicente poetastro, che declama lunghi versi da sbadiglio, per la gioia della borghesia locale, tutta  azzimata per l’occasione; mentre lei avrebbe voluto andare al circo. Al termine della serata, durante la quale è mancato poco che Gabriela si addormenti, il marito la riaccompagna a casa e poi torna al bar; ma l’uomo si è appena allontanato, che lei esce dalla finestra e si reca allo spettacolo del circo, dove si diverte da matti, scalza ed eccitata come una bambina.

Il matrimonio è oscurato da un impercettibile malessere: Gabriela si annoia nel ruolo di moglie seria e posata, Nassim nota in lei un affievolirsi della sua spontaneità e spensieratezza. Un brutto giorno, durante una lite con un garzone, l’uomo viene a sapere che la moglie lo tradisce: corre a casa e la sorprende a letto con uno dei suoi migliori amici. Per un momento, sembra sul punto di fare fuoco con la pistola che stringe in pugno; poi si limita a stendere con il calcio dell’arma il malcapitato, e impartire a Gabriela, tutta nuda (per la gioia dei curiosi) una sonora lezione a base di ceffoni: indi la scaccia.

La vita di Nassim riprende tra casa e lavoro, ma è una vita spenta e malinconica, sulla quale pesa un grande senso di vuoto. Gabriela, da parte sua, non ha dimenticato l’amato padrone (continuava a chiamarlo così anche dopo sposati); e, nonostante il divorzio sia stato formalizzato, continua a spiarlo di nascosto, perché gli vuole ancora bene.

Una sera, in giardino, Nassim se la trova davanti all’improvviso: ha scavalcato il muro con l’agilità di un gatto e lo fissa in silenzio, in attesa. Ed ecco che il Siriano, d’impulso, le strappa la veste e si congiunge a lei, lì per lì, senza neanche trascinarsela in casa: l’amore ha trionfato, la vita a due potrà riprendere, allegra come lo era prima del matrimonio.

Questa, la trama. Sullo sfondo, una società provinciale annoiata e sostanzialmente ipocrita, ma in fondo bonaria, che Barreto (come Jorge Amado) sa guardare con indulgenza, mettendone in evidenza i difetti, ma senza mai cadere nell’amarezza o, peggio ancora, nel moralismo; anzi, con un sorriso di malizia irriverente.

In particolare, è divertente il contrasto fra i «progressisti» ed i «conservatori»: quelli decisi a puntare sul commercio marittimo, e quindi sull’apertura di un canale, per portare il progresso in quel luogo un po’ dimenticato; questi, latifondisti del caffè o del cacao, determinati a conservare le posizioni raggiunte e a imporre in eterno la loro egemonia, servendosi anche di vere e proprie bande armate a cavallo.

Una trama esile, dicevamo, per sostenere un film di oltre cento minuti, e sia pure servito da un cast di bravi attori. L’inventiva del regista dovrebbe fare il resto; ma Barreto, in questa seconda prova, ha centrato solo in parte il bersaglio, e comunque non è riuscito ad esprimersi a meglio, come aveva fatto nel brioso e irresistibile «Donna Flor e i suoi due mariti».

Il ritmo narrativo è sciolto, l’ambientazione è efficace, la fotografia è di prima qualità e i dialoghi sono ben scritti: eppure, c’è qualcosa che non funziona.

Gli attori sono bravi, ma sembra che manchi loro una marcia in più.

Mastroianni è un po’ troppo trasognato e un po’ troppo spento; il suo abituale senso della misura appare talvolta fuori parte, così come i suoi improvvisi slanci erotici lasciano molto a desiderare, quanto a credibilità.

Sonia Braga è, come sempre, bella e sensuale; e, inoltre, si concede in alcune scene di nudo integrale, che fanno la delizia di un certo pubblico di bocca buona: ma basta tutto ciò per animare veramente il suo personaggio? Francamente, ci era sembrata molto più convincente nei panni della ingenua Donna Flor, dove poteva meglio esprimere la sua duplice vena: erotica e romantica, variamente intrecciata. Due anni dopo, con «Il bacio della donna ragno» di Hector Babenco, avrebbe raggiunto l’apice della sua carriera; per poi scivolare in una serie di interpretazioni sempre più convenzionali e ripetitive.

Gli altri attori, fra i quali spiccano Antonio Cantafora, Riccardo Petraglia e Paulo Coulart, formano uno sfondo cittadino vario e spiritoso, ma alquanto convenzionale; la figura del professore un po’ ridicolo, che corteggia la sua amata con il libro di poesie sottobraccio, per poi convertirsi all’amore carnale di una focosa mantenuta, è veramente un po’ troppo caricaturale e, perciò, non risulta divertente, ma involontariamente patetica.

E il regista? Bruno Barreto, come dicevamo, non riesce a bissare il successo del film precedente, forse per un eccesso di mestiere, forse per un eccesso di prudenza: non si butta, non ci mette un po’ di fuoco; si tiene costantemente su un livello narrativo corretto e dignitoso, ma poco mosso, anzi, a tratti un po’ monotono.

Che cosa resta, allora, di un film che aveva tutte le carte in regola per riuscire pienamente, mentre è rimasto nell’area della semplice mediocrità?

Oltre all’umanità di Mastroianni e alla sensualità della Braga – tutti e due, purtroppo, decisamente sotto tono -, i momenti migliori del film sono quelli di carattere interlocutorio, con gli scorci delle case dai vivaci colori, i cieli color porpora, la folla variopinta che si muove lungo le strade e al mercato; e, più di tutto, con una colonna sonora anch’essa un po’ dimessa, ma capace di momenti di autentico lirismo, specialmente quando le note della chitarra distillano quella sottile malinconia, che i Brasiliani chiamano con un vocabolo pressoché intraducibile: «saudade».

La «saudade» è l’altra faccia del carattere brasiliano, che tutti s’immaginano solare e ottimista; è la faccia lunare, pensierosa, quasi triste, venata di un profondo sentimento di precarietà dell’esistenza. È appunto questi senso di precarietà che traspare persino fra le righe delle pagine più esilaranti di Jorge Amado, e che avremmo voluto vedere più spesso – mentre vi è solo accennato – nella pellicola di Bruno Barreto; perché è esso, in fondo, il vero protagonista della storia di Gabriela.

Già pubblicato su Arianna Editrice il 03/07/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 09 Aprile 2018

Del 15 Settembre 2020

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