venerdì, 18 Giugno 2021
HomeFOCUSCinema d'autoreUn film al giorno: « Sacco e Vanzetti » di Giuliano Montaldo...

Un film al giorno: « Sacco e Vanzetti » di Giuliano Montaldo (1971)

Un film al giorno:«Sacco e Vanzetti» di Giuliano Montaldo 1971. Due anarchici italiani mandati sulla sedia elettrica negli Stati Uniti il 23 agosto del 1927 con l’accusa di rapina e omicidio per un fatto avvenuto 7 anni prima. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Un fantasma si aggirava per i salotti buoni della vita sociale, politica e culturale italiana all’inizio degli anni Settanta: quello del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato dalla finestra della questura di Milano nel dicembre 1969, all’indomani della strage di Piazza Fontana.

In un cima pesantissimo, ove si respiravano e quasi si toccavano con mano le oscure trame miranti a creare un clima da guerra civile e, forse, di consenso ad un colpo di Stato sul modello greco (e, poco dopo, cileno), un regista impegnato e mosso da un alto senso della giustizia, come Giuliano Montaldo, scelse di raccontare ancora una volta il dramma di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due anarchici italiani mandati sulla sedia elettrica negli Stati Uniti, il 23 agosto del 1927, con l’accusa di rapina e omicidio per un fatto avvenuto più di sette anni prima, il 15 aprile 1920, presso un calzaturificio di South Baintree.

Erano due poveri emigranti che si guadagnavano da vivere lavorando duramente: Sacco, sposato, come operaio in una fabbrica di scarpe; Vanzetti, celibe, come pescivendolo ambulante. Nel tempo libero, leggevano i classici dell’anarchia e svolgevano una innocua attività di propaganda a favore delle loro idee: proprio quelle idee che facevano tanta paura alla borghesia americana di quegli anni, ancora sotto shock per gli eventi della Rivoluzione russa.

A farli condannare furono il giudice Thayer e il pubblico ministero Katzmann, nonché la Corte Suprema che non intervenne e il governatore del Massachusetts, Fuller, il quale negò loro la grazia; ma anche una certa opinione pubblica nazionalista e razzista che, nel clima convulso della “Red Scare”, la paura del rosso, videro nei due immigrati italiani non tanto gli esecutori certi del crimine di cui erano accusati – molti, troppi elementi di dubbio erano venuti in luce durante il processo – quanto due esponenti di quel mondo sovversivo, di quell’Europa povera e rivoluzionaria, che avrebbe potuto «infettare» l’America con il virus del comunismo.

In altre parole, se non erano colpevoli, sarebbero stati capaci di esserlo: dunque, nessuna pietà nei loro confronti. Strana combinazione: Sacco e Vanzetti erano stati arrestati per attività politica illegale proprio alla vigilia di un comizio che avrebbero dovuto tenere per denunciare la morte di un altro anarchico italiano, Andrea Salsedo, precipitato dal quattordicesimo piano della polizia (impressionante analogia con la vicenda Pinelli); e solo ad arresto avvenuto fu loro addebitata anche la rapina di South Baintree.

A nulla valsero, nel corso del processo, gli indizi a favore degli imputati e la deposizione favorevole dello stesso console italiano; né, in un secondo momento, la testimonianza di un detenuto portoricano, Celestino Madeiros, che li scagionava completamente. E a nulla valse neppure la mobilitazione di tutta l’opinione pubblica progressista internazionale e la domanda di grazia avanzata da numerose personalità del mondo intero.

La loro morte avrebbe dovuto fungere da monito nei confronti d tutti i «sovversivi» che agivano sul territorio degli Stati Uniti (ma non si dimentichi che anche in altri Paesi d’oltre Oceano, ad esempio in Argentina, proprio in quegli anni era in atto una repressione politica ancor più brutale, e per le stesse ragioni: cfr. il nostro articolo «Contro gli operai delle “estancias”patagoniche parte nel 1921 la spedizione militare di Varela», consultabile anch’esso sul sito di Arianna Editrice). Non avevano nemmeno potuto difendersi adeguatamente, perché – specialmente Sacco – non parlavano e non capivano perfettamente la lingua inglese.

Bisognerà aspettare fino al 1977 (sei ani dopo il film di Montaldo, dunque) perché il governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, riconoscesse che il processo a carico di Sacco e Vanzetti si era svolto in un clima di grave pregiudizio contro gli imputati, e perché la memoria dei due anarchici italiani venisse pienamente riabilitata: esattamente mezzo secolo dopo che essi erano stati giustiziati mediante la sedia elettrica.

Siamo partiti dal caso Pinelli per rendere l’atmosfera di quegli anni, di quei mesi plumbei – tragico preludio alla stagione del terrorismo e delle stragi tuttora impunite -, perché il film «Sacco e Vanzetti» è il classico film di protesta, di denuncia, di impegno civile, che, per essere compreso a fondo, va inquadrato in quel particolare, delicatissimo momento storico che il nostro Paese stava attraversando.

Genovese, classe 1930 (e dunque, all’epoca, non più che quarantenne), Giuliano Montaldo si era fatto le ossa lavorando accanto a registi come Elio Petri e Gillo Pontecorvo; e si era già cimentato – muovendosi ugualmente a suo agio – tanto nel cinema politicamente impegnato («Tiro Al piccione», del 1961, ritratto dall’interno della Repubblica di Salò; e «Gott mit Uns – Dio è con noi», del 1969, storia vera di un processo, conclusosi con la condanna a morte, di due disertori tedeschi a seconda guerra mondiale ormai finita, da parte dei loro stessi camerati, in un campo di prigionia alleato), quanto nel genere dell’intrigo avventuroso («Ad ogni costo», del 1967, e «Gli intoccabili», del 1969).

Bisogna dire che, dopo un esordio e un primo decennio così vigoroso, la produzione successiva di questo regista ha deluso un poco i suoi estimatori,  perché, pur tornando a girare dei film di alto livello come «Giordano Bruno» (1973) e «L’Agnese va a morire» (1976, dal romanzo di Roberta  Viganò), Montaldo sembra aver perduto il mordente iniziale, specialmente nella trasposizione di alcuni romanzi italiani moderni, come «Gli occhiali d’oro» (1987, da Giorgio Bassani) e «Tempo di uccidere» (1989, da Ennio Flaiano); mentre il televisivo «Marco Polo» non è andato oltre i canini di una produzione di mestiere dignitosa e registicamente corretta.

Ma questa, è storia successiva.

Quando apparve sugli schermi «Sacco e Vanzetti», la critica accolse la pellicola – in genere – con atteggiamento ambivalente, lodandone alcuni aspetti formali e soprattutto l’interpretazione (Cucciolla fu premiato al Festival di Cannes), ma lamentando anche un certo schematismo ideologico, tendente a mettere tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra, senza incertezze né sfumature.

Il Morandini, ad esempio,  parla di «[…] un film pieno di buone intenzioni, politicamente un po’ schematico, piuttosto oratorio e non privo di convenzionalismi».

Il Mereghetti, da parte sua, giudica che Montaldo, avendo sposato la tesi del delitto di Stato, abbia girato «[…] un melodramma edificante e pieno di indignazione; nobile nelle intenzioni, meno incisivo dal punto di vista del linguaggio filmico».

Ma il giudizio più articolato e interessante ci sembra essere stato quello di Grazzini, che, dalle pagine del maggior quotidiano nazionale, svolgeva in quegli anni un egregio lavoro di presentazione dei maggiori film italiani e stranieri.

Il pubblico, in verità, aveva accolto con favore la pellicola di Montaldo, nonostante le riserve dei critici: anche perché – crediamo – il vento, in quegli anni, tirava da sinistra, ed esisteva una diffusa sensibilità progressista verso i temi sociali e politici; e, forse, anche per merito della calda, commovente interpretazione di Joan Baez, carismatica «pasionaria»  delle cause democratiche, nel memorabile tema del film, «Nicola and Bart».

Si era alla vigilia del riflusso, ma questo fenomeno non era ancora palese; di fatto, la generazione del ’68 credeva di vivere ancora l’onda lunga di quella stagione di sogni e di promesse e non immaginava che, di lì a pochissimo, i gusti del pubblico, a cominciare dai giovani, sarebbero rifluiti verso le delizie, vere o supposte, del privato.

Il segnale del cambio di marcia, a livello nazionale, si stava manifestando con lo spettacolare successo delle canzonette, melense e falsamente emancipate, della furba accoppiata Battisti-Mogol; mentre i capolavori di Tenco, De André e Paoli erano rimasti appannaggio di un pubblico sostanzialmente elitario; cfr. i nostri articoli «Dalla sofferta poesia di Tenco ai lazzi furbeschi di Battisti-Mogol», sul sito di Arianna Editrice; e «Lucio Battisti, le viscere e la ragione», reperibile sul sito di Esonet).

A livello internazionale, invece, il segnale visibile del riflusso sarebbe venuto, nel 1977, da un film hollywoodiano, «La febbre del sabato sera», lanciato da un giovane attore italo-americano dal nome travolgente quanto le sue evoluzioni sulla pista da ballo: John Travolta. E buona notte a tutti quanti avevano teorizzato che «la bellezza è nella strada» e che la fantasia sarebbe andata al potere, segnando l’avvento della liberazione universale.

Ma torniamo a «Sacco e Vanzetti» e a quel 1971, che potremmo anche definire come l’anno «cerniera» tra flusso e riflusso.

Ha scritto il critico Giovanni Grazzini  (sul «Corriere della Sera» del 2 aprile 1971; recensione ripubblicata poi nel volume: C. Grazzini, «Gli anni Settanta in cento film», Bari, Editori Laterza, 1976, pp. 100-03):

« […] Errore giudiziario o delitto di Stato? Tutto il caso Sacco e Vanzetti, che da allora continuò a far scorrere fiumi d’inchiostro, passa attraverso questo dilemma. L’opinione pubblica più avanzata è convinta che la condanna, provocata dall’ostilità preconcetta d’un ambiente nazionalista e antisocialista venato di razzismo, per il quale il movimento anarchico è la culla del delitto, abbia aiutato la società americana ad assumere una più chiara coscienza della propria  doppia natura e della necessità di un rinnovamento radicale.  A suo avviso Sacco e Vanzetti sono due martiri dell’intolleranza, e alla loro memoria deve volgersi continuamente il pensiero degli uomini liberi. Su questa linea si muove anche il film che a Sacco e Vanzetti (dopo “Sotto i ponti di New York” diretto nel ’36 da Alfred Santell e il dramma di Roli e Vincenzoni portato sulle scene nel ’60) hanno ora dedicato Fabrizio Onofri e Giuliano Montaldo, e che quest’ultimo ha diretto secondo chiari schemi politici. Montaldo non ha dubbi: fu un delitto di Stato, e ricordarlo a mezzo secolo di distanza, quando la protesta anarchica può favorire le tentazioni autoritarie, è un dovere civile, un appello alla vigilanza, una scossa alla coscienza di tutti. Sia chi tiene in mano le leve del potere,. E può essere indotto dalla paura di perdere i propri privilegi a calpestare la maestà della giustizia, sia chi, interpretando la anarchia come un invito al terrorismo, favorisce la spirale della violenza.

Montaldo assolve il compito prefissosi  con molta chiarezza. Una volta accertato che il “pamphlet” nega l’eventualità dell’errore giudiziario, il film si situa d’autorità in quel filone del cinema di ricostruzione documentaria, tenuto sull’orlo del melodramma edificante dall’obbligo programmatico, che trae forza di persuasione e validità spettacolare  dalla solidità del racconto, dalla coerenza dello stile, dal giusto equilibrio fra gli elementi razionali e i ricatti emotivi.  Basandosi sugli atti ufficiali e testimonianze dirette, e incrociando con abilità la tradizione oratoria del cinema giudiziario di stampo americano e francese con i recenti esempi del cinema politico di Costa-Gavras, Montaldo rievoca le varie fasi del processo e il cima circostante con un piglio popolare che non è allentato da qualche ridondanza, e insieme tratteggia con modi vibranti le figure dei due imputati. Anche chi non voglia uscire del tutto convinto della tesi sostenuta a spada tratta dal film, sarà conquistato alla sua causa dalla pittura umanissima, ora fiera ora scorata, compiuta dal regista romanzando il comportamento dei due protagonisti: un Sacco, pugliese, che attraversa momenti di profonda depressione ma infine rifiuta di firmare la domanda di grazia e volge i suoi ultimi pensieri alla famiglia (sublime è l’estrema lettera al figlio: “La felicità dei giochi non tenerla tutta per te…”, e un Vanzetti, piemontese, sino alla fine sorretto da una fede virile nell’anarchia.

Ambedue sono dipinti dal film come miti e pacifici: e questo mette in guardia dal raccogliere certi frettolosi suggerimenti a tradurre l’opera in un’allegoria del presente. Se infatti è balorda l’accusa, mossa al film dalla destra italiana, di costituire un attentato alle istituzioni dello Stato (al contrario, questi sono i banchi di prova della democrazia), altrettanto è sciocco fingere d’ignorare che l’anarchia , come l’America, ha due anime. “E va bene, siamo due nazioni”, disse Dos Passos dopo il caso Sacco-Vanzetti; e va bene, dirà il giusto, gi anarchici sono due famiglie, l’una armata di bombe l’atra di ulivo. Il fatto che Sacco e Vanzetti siano state vittima della violenza politica non assolve i profeti della controviolenza.

Un’eccellente interpretazione concorre al successo del film. Rispettivamente Sacco e Vanzetti, Riccardo Cucciolla e Gian Maria Volonté danno ai loro personaggi un calore umano,  una verità fisica, un’esattezza di contorni psicologici (il più denso è Cucciolla, Volonté il più incisivo) difficilmente superabili. Ma non dimenticheremo Cyril Cusack (Katzmann), Milo O’Shea  (il difensore californiano) e William Prince (l’avvocato liberale che abbandona la professione dopo la sconfitta dell’America democratica). Insieme a una folta schiera di attori italiani e stranieri, fra i quali appare per la prima volta, un po’ troppo elegante ma già sicura di sé, la cantante Rosanna Fratello, essi danno salda tenuta a un film che anche per i costumi di Enrico Sabatini, per la musica di Morricone e pere la ballata di Joan Baez,  per la fotografia di Silvano Ippoliti, merita  di esser compreso fra e più pungenti resurrezioni  degli anni venti, dei loro sbagli,  e dei loro sdegni. “Il più atroce delitto commesso in questo secolo  dalla giustizia umana”, disse Roosevelt  del caso Sacco-Vanzetti, e questo si ripete per la memoria ci chi, analogamente a quanto fecero i fascisti ospitando nel 1937 il film di Santell alla mostra di Venezia,  voglia trarne un atto d’accusa contro tutta l’America, il paese che pochi ani più tardi scese in lotta contro il nazismo.»

Ecco, Grazzini-  con notevole senso della misura e della obiettività storica – mette il dito sulla piaga: certo, uomini come Thayer e Katzmann agirono in maniera discutibile e iniqua; certo, negli anni Venti esisteva un’America bigotta e razzista, ansiosa di vedere due innocenti sulla sedia elettrica, pur di dare una lezione ai detestati «rossi»; ma da ciò non deriva che tutti gli anarchici fossero tenere pecorelle o che tutte le ragioni stessero dalla loro parte della barricata.

Occorre ricordare episodi come l’eccidio del teatro «Diana», a Milano (il 23 marzo 1921: con un bilancio di ventun morti e cinquanta feriti) per rammentare che esistevano anche due anime dell’anarchia – una mite e disarmata, un’altra rabbiosa e fanatica – così come esistevano due Americhe e, in fondo, due modi diversissimi e pressoché opposti di concepire e mettere in pratica l’idea democratico-borghese?

Ma questo era, per l’appunto, ciò che, tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, era così difficile dire; perché, allora, tutti i mali dell’umanità sembravano venire da una parte sola; e se qualcuno, per esempio, avanzava dei dubbi sul fatto che gli Stati africani fossero pronti per l’autogoverno, subito veniva tacciato di simpatie reazionarie, se non addirittura di razzismo (cfr., ad es., il nostro articolo: «Un film al giorno: “Africa Addio”, di Jacopetti e Prosperi (1966)», sempre sul sito di Arianna Editrice).

Che altro dire?

Come film a tesi, «Sacco e Vanzetti» è un film ben fatto e ben riuscito: e lo spettatore il quale, al termine della sua visione, non esce dalla sala profondamente convinto dell’assoluta innocenza dei due anarchici, e ribollente di indignazione contro la malvagità del sistema giudiziario americano, vuol dire che non ha sangue nelle vene, ma acqua.

È un film militante, nel senso che si schiera apertamente per una parte politica, contro un’altra parte politica: e l’arringa finale di Vanzetti (che fu realmente efficace e commovente), conclusa dal grido: «Viva l’anarchia!» che, successivamente, è stato tagliato dal produttore per favorire la vendita alla Rai, possiede la forza oratoria di una delle «Filippiche» di Cicerone.

A questo punto, poco importa che, in sede storica, i giudizi possano marcare una certa presa di distanza (negli stessi ambienti anarchici correva la voce – appena bisbigliata – che il solo Vanzetti fosse realmente innocente, ma non Sacco); perché il film non si colloca più, dichiaratamente, sul piano della verità storica, ma su quello dell’apologetica; e l’apologetica non si discute: si accetta o si rifiuta in blocco.

In quel preciso momento storico, il 1971 – lo ripetiamo -, era ben difficile mantenersi distaccati e obiettivi; e forse non era nemmeno giusto. In quel momento, chi aveva sangue e non acqua nelle vene, si sentiva chiamato a prendere una posizione, ad assumersi una responsabilità politica di fronte alla storia.

Sia reso onore a Giuliano Montaldo, dunque, che svolse egregiamente la sua funzione di regista impegnato.

Anche se i suoi anarchici – come i patrioti descritti dal suo maestro Pontecorvo ne «La battaglia di Algeri» – sono talmente idealizzati, da apparire sempre giusti e puri, anche quando mettono le bombe in un locale pubblico frequentato da persone assolutamente ignare e innocenti.

Ma il film di Montaldo (un po’ come lo sarà «Il delitto Matteotti» di Florestano Vancini, del 1973) non si colloca sul versante della verità storica e, pertanto, non sarebbe giusto giudicarlo in base a ciò che non è, e che – forse – nemmeno vuole essere.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 15/04/2009 e del 28/03/2017 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments