lunedì, 21 Giugno 2021
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Una pagina al giorno: un incontro conturbante, di Ennio Flaiano

L’incontro conturbante di Ennio Flaiano. In “Tempo di uccidere” descrive un’Africa coloniale come nessuno scrittore italiano l’aveva mai mostrata prima: scevra di ogni retorica, esotica e folcloristica. Il film con Nicholas Cage. Articolo d’Archivio di Francesco Lamendola 

Come mai non avevo mai visto prima quel folto d’alberi verdi? Se c’erano alberi così fronzuti c’era anche acqua, e dove c’è acqua non manca mai un sentiero. Trovare un sentiero, che fosse dei pastori, degli struzzi o dei coccodrilli, o un sentiero senza nome,  con la sua brava carogna di mulo della Sussistenza, oppure con un soldato che sta leggendo un giornale del mese scorso! Ritrovando tutta la mia calma, davanti al suo disagio, direi: «Si va bene di qui?».

Raccattai la mia roba e corsi verso gli alberi, rinfrancato di colpo, ma dopo pochi passi mi fermai. Era là per terra, la busta che avevo tratto di tasca qualche ora prima e che doveva essermi caduta  rileggendo la lettera. Il mio nome spiccava vergato dalla sua mano e allora rammentai che quelle due parole mi distinguevano da tutti gli altri esseri umani e mi proclamavano vivo in quella sinistra boscaglia: era la lettera più gradita che potessi ricevere in quel momento. Mi diceva inoltre che stavo vicino al «mio» sentiero, anzi che il sentiero era proprio là, dopo gli alberi e le pozze d’acqua. Tra quei cari alberi ricominciava la vita e ogni cosa riprendeva la sua vera proporzione, anche la mia paura. E quegli abissini lassù erano soltanto tre morti. O forse la lettera voleva darmi un altro aiuto che io non seppi intendere.

Ripresi la corsa e lasciavo che le gambe si muovessero automaticamente, ma di nuovo dovetti fermarmi.  Tra gli alberi c’era una donna che stava lavandosi.

La donna non si accorse della mia presenza. Era nuda e stava lavandosi a una delle pozze, accosciata come un buon animale domestico. Mentre la osservavo, pensai che mi avrebbe indicato la strada e così non sarei dovuto tornare al ponte.  Una donna che si lava è uno spettacolo comunissimo quaggiù, e indica la vicinanza di un villaggio. «C’è di tutto in questa boscaglia», dissi, e continuai a guardar la donna.  Anzi sedetti, mi accorgevo ora di essere veramente stanco dopo l’inutile marcia della mattinata.

La donna alzava le mani pigramente, portandosi l’acqua sul seno e lasciandovela cadere, sembrava persa in quel gioco. Forse era là da molto tempo, decisa a lavarsi senza fretta, per il piacere di sentirsi scorrere l’acqua sulla pelle lasciando che il tempo scorresse egualmente. Non si accorgeva della mia presenza e restai a guardarla. Era uno spettacolo comunissimo, ma migliore di altri che mi si erano offerti sinora. Poiché  il giuoco non accennava a finire, accesi una sigaretta, e intanto mi sarei riposato.

Alzava le mani e lasciava cadere l’acqua, ripetendo il gesto con una melanconica monotonia.  Era il suo modo di divertirsi e forse di volersi bene. Il suo modo  di lavarsi era differente. Si strofinava come una massaia, quasi che il corpo non fosse suo. Ma erano brevi parentesi  in quella noia. Quando un corvo venne a bere  a una pozza vicina, la donna gli tirò un sasso, urlando,  e lo colse in pieno. Il corvo annaspò verticalmente e raggiunse l’albero, accoccolandosi tra i rami. La donna seguitò a urlare, poi tacque e riprese a lavarsi con estrema indolenza.

Perché disturbarla?  Era di pelle molto chiara, ma non badai a quel particolare, sorprendente in quella boscaglia.  Soltanto sulle montagne di Gondar avevo incontrato donne con la pelle così chiara, dove, suppongo,  la dominazione portoghese ha schiarito la pelle e i desideri delle donne che vi si incontrano.  Ricordai quella donna che avevo incontrato su certi meravigliosi prati e che s’era accostata per dirmi una sola parola: «Fratello». E aveva aggiunto il sorriso di una timidezza non ancora perduta, restando poi a guardarmi come se la faccenda non riguardasse anche lei. Mi lasciava intera una responsabilità  quasi inevitabile.

Per lavarsi la donna aveva raccolto i capelli in una specie di turbante bianco. Ora che ci penso: quel turbante bianco affermava l’esistenza di lei, che altrimenti avrei considerato un aspetto del paesaggio, da guardare prima che il treno imbocchi la galleria. Quel fazzoletto di cotone  definiva ogni cosa, e io non sapevo allora che avrebbe definito tutto. Non potevo saperlo e ammiravo l’istintiva grazia di quella donna che riusciva con un solo fazzoletto a restare vestita e a offrire un rapporto a me che l’osservavo.

Quando si levò in piedi e prese a lavarsi il ventre e le gambe, mi accorsi che era molto giovane., si muoveva però con una lentezza di una donna matura, che potevo attribuire soltanto ala noia di quella calda giornata. Poi mi accorsi che era bella, anzi mi parve troppo bella, o forse la solitudine mi imponeva questo giudizio senza scelta.  No, era davvero una di quelle bellezze che si accettano con timore e che riportano a tempi molto lontani,  non del tutto sommersi nella memoria. O che ritroviamo nei sogni, e allora non sappiamo se appartengono al passato o al futuro: perché la prudenza ci consiglia di non escludere questa seconda possibilità. Niente sogni: ero sveglio e lei stava lavandosi a pochi passi, con un sapone dell’esercito. Vedovo la sua pelle chiara e splendida, animata da un sangue denso, «un sangue avvezzo alla malinconia di questa terra», pensai.

Forse lei non ne sapeva niente della sua bellezza. Il suo specchio era quella pozza, oppure uno specchio da poche lire, che le rimandava un’immagine sconnessa.  E nessun uomo aveva ancora lottato per lei, questi uomini evitano la gelosia e danno alle cose il loro giusto valore. Costretti a vivere in una natura abbastanza drammatica, , il loro desiderio non si eccita nel dramma. Forse aveva marito e persino figli. Ma no, era troppo giovane, e se avesse avuto figli non li avrebbe lasciati al villaggio, anche loro sarebbero lì a far chiasso, a chiedermi monete o roba da mangiare.

Quando mi scoprì tra le piante seguitò a lavarsi con calma, senza curarsi di me e forse non curandosene davvero. Ebbi quasi voglia di ridere e pensai che uno di noi poteva essere un miraggio, ma non io. E lei, non era troppo simile a quelle beltà che i soldati cercano per fotografare o per altri scopi?

Avevo finito la sigaretta e mi avvicinai, dovevo passare di lì per raggiungere il sentiero.  Lei si rimise nella pozza e riprese il suo monotono divertimento.  Guardava l’acqua scendere sulla pelle e questo le bastava.  I suoi pensieri, se ne aveva, si muovevano pigramente e non riguardavano la mia persona. La donna non supponeva che in quegli istanti la valle mi stava apparendo estremamente fittizia, creata da un desiderio che non avevo mai osato confessarmi.  Non supponeva davvero che la desiderassi; oppure non si muoveva appunto perché rispettassi la sua calma. Una donna che fugge attira l’inseguitore, anzi lo crea. Istintivamente lei doveva pensare questo e perciò stava ferma. , aspettando di vedermi proseguire. O pensava che potevo dirglielo chiaramente.

Er un «signore», potevo anche esprimere la mia volontà. Se anzi mi fossi preso il fastidio di seguirla sino alla sua capanna e avessi detto: «Voglio sposarti per un mese o due», lei mi avrebbe seguito senza chiedersi nulla. Il padre avrebbe raccolto le poche monete nella mano e la donna mi avrebbe seguito, all’avventura. Ma era un’idea assurda, perché non si orna al campo e non si entra nella tenda della mesa gridando: «Esposito, un altro coperto!». Dopo un paio di notti, stanco di doverla nascondere, avrei cominciato a studiare la maniera di disfarmene, cedendola a qualche disincantato ufficiale magazziniere. E l’avremmo vista con l’ombrello e un paio di scarpe chiodate, misura un po’ larga,  camminare tenendosi anche in equilibrio. No, la bellezza che si ritrova  nei sogni è prudente lasciarla sul cuscino (o nelle boscaglie)e non portarsela in giuro: si rischia di dover fornire troppe spiegazioni. O l’avrei rimandata al suo villaggio. E lei, per tutto il tempo pattuito, mi sarebbe rimasta fedele senza sforzo.

Mi avvicinai e dissi: «Si va bene di qui?».

Sorrise, ma era evidente che non capiva. Le indicai l’altipiano e lei fece cenno di sì. Ma era un «sì» che non voleva dir nulla. Voleva dire soltanto che lei vedeva ciò che le stavo indicando., Non c’era verso di farle dire altro che: sì.  Tutto era positivo per lei, che prendessi a destra o a sinistra, di qua o di là.. E mi guardava con gli occhi socchiusi.

«Adi?» (Adi vuol, dire paese; una delle poche parole che conoscevo).

«Adi?» ripeté con una voce bassa, che la fece sembrare meno giovane, ma  più desiderabile. Poi fece ceno di sì, sempre di sì. Non fu facile farle intendere che volevo che m’indicasse la direzione del paese.  Si alzò, non curandosi del suo corpo nudo, mi venne vicino e tese il braccio oltre lamia spalla.

Non vidi altro che le montagne aguzze, oltre il fiume. Poi, guardando meglio, a circa un chilometro, vidi una collina alberata Forse era là, il villaggio. Immagino, poche capanne, forse laresidenza eventuale dei pastori. Tuttavia non era il caso di arrivarci, adesso che avevo ritrovato il mio sentiero e potevo tornare al ponte e trovare un camion.  E il villaggio, se c’era, non stava sulla strada dell’altopiano, verso il fiume. Ed era strano che ci fossero capanne in quel luogo. Oppure erano capanne recenti, costruite dai profughi dell’altipiano, impauriti per l’avanzare della guerra.

Non vedevo il suo corpo nudo, ma sentivo quel seno incurante vicino alla mia spalla. Lo toccai. Mio tolse la mano dal seno, quasi con terrore, e si rimise nella pozza.  Forse lamia mano aveva tremato, comunque lei era nella pozza e se avessi chiesto di indicarmi qualche altra località, per esempio il fiume, non si sarebbe alzata. Non sorrideva più.

«Debbo andarmene», pensai «nulla mi trattiene qui, non certo lo spettacolo comunissimo di una donna che si lava». Ma benché cercassi di negarlo, ora il pensiero giusto non stava in cima ai miei pensieri.

È una scena tratta dalle prime pagine del romanzo di Ennio Flaiano Tempo di uccidere (edizione originale: 1947; rist.: Rizzoli Editore, Milano, 1973, 1980, pp. 18-23).

Una scena divenuta quasi famosa, anche per merito, o per demerito, di una recente, mediocre versione cinematografica del pur bravo regista Giuliano Montaldo, in cui il ruolo del protagonista è affidato a un Nicholas Cage completamente fuori parte, e quello della bella e sfortunata ragazza africana alla sconosciuta Patrice Flora Praxo (il critico Paolo Mereghetti ha giustamente definito questa trasposizione «elegante ma inutile»).

Diremo subito che il romanzo di Flaiano è tutto giocato, dopo l’involontaria uccisione della donna da parte del tenente italiano, sui cocenti sensi di colpa di quest’ultimo e sul suo terrore di aver contratto la lebbra; terrore che lo spinge, in un crescendo tragicomico di degradazione e abiezione, verso l’imprevisto finale (che non riveliamo, per non sciupare il piacere della scoperta a chi non lo avesse ancora letto).

Romanzo certamente originale e intrigante, che tuttavia non è stato apprezzato – crediamo – al suoi giusto valore, forse proprio per la sua forte carica di irriverenza e di anticonvenzionalismo; oltre che per il fatto di essere apparso in libreria troppo tardi, dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando l’Italia – spogliata del suo Impero dal trattato di pace di Parigi – aveva deciso di voltar completamente pagina e di gettarsi dietro le spalle anche il ricordo del suo recente passato coloniale, troppo compromesso con la politica del regime testé caduto.

In quel libro, infatti, si descriveva un’Africa coloniale come nessuno scrittore italiano l’aveva mai mostrata prima: scevra di ogni retorica esotica e folcloristica, di ogni nostalgia razzista o imperialista: polverosa, irritante, perfino squallida; eppure percorsa da brividi inaspettati di sensuale rapimento, da folgorazioni istantanee di calda sensualità, il tutto mescolato a una buona dose di ironia e quasi di scetticismo, come un bambino che vorrebbe lasciarsi trasportare da un bellissimo sogno, ma non osa, per il timore di rimanere deluso.

Ed ecco il protagonista: un giovane ufficiale dell’esercito italiano che – appena terminata la campagna del 1935-36 – non ha nulla di particolarmente eroico o di marziale; ma che è piuttosto un uomo qualunque, un tipico anti-eroe decadentista, un perplesso ed incerto uomo senza qualità, ferocemente attaccato, in fondo, solo al proprio istinto di sopravvivenza. Per il resto, un buon diavolo che non saprebbe commettere una cattiva azione volutamente, se non per difendere se stesso; e che è troppo disincantato per lasciarsi andare all’ebbrezza del ruolo di «signore» che la guerra appena vinta gli ha cucito addosso, nei confronti delle popolazioni etiopiche. E delle giovani donne indigene.

Quando, dopo aver smarrito la strada, egli s’imbatte in un boschetto e in uno stagno dove una stupenda ragazza africana sta facendo il bagno, con movenze lente e quasi ieratiche, vestita solo di quell’asciugamento bianco avvolto intorno ai capelli, che pure le conferisce una strana eleganza e una sorta di solenne dignità inconsapevole, noi sentiamo subito che qualcosa di inconsueto, qualcosa di decisivo e di terribile sta per accadere.

La descrizione della ragazza al bagno, che si lava lentamente, lasciandosi scorrere l’acqua sul corpo nudo con pigra indolenza, in una atmosfera rarefatta e trasognata che ha qualcosa di onirico, se non addirittura di allucinatorio, è un autentico pezzo di bravura; ed è posta maggiormente in risalto dal contrasto con il paesaggio arido e indifferente, con il caldo e la noia che sembrano incombere sulle cose, ovattando i rumori e annebbiando la lucidità dei pensieri.

Non è la solita pagina di colore locale, con l’aggiunta di qualche furbo ammiccamento erotico: è una pagina di scrittura superba, che tale ci appare appunto nel contesto «minimalista» in cui si muovono, quasi svaporando nella calura meridiana, cose ed emozioni. Flaiano è riuscito nella difficile prova di rendere intrigante – e conturbante – una scena che, nelle mani di uno scrittore meno abile, sarebbe irreparabilmente scivola verso il kitsch;oppure, nel migliore dei casi, verso il banale e lo scontato, verso il déjà-vu.

Leggendola, si ha come la sensazione di un fatale dipanarsi di una vicenda che si muove secondo una legge nascosta e inafferrabile, nella cui rete sono presi uomini e cose, per essere trascinati là ove non avrebbero mai pensato di andare. Un’atmosfera strana, carica di fatalismo eppure, al tempo stesso, incomprensibilmente dominata dal caso. Per caso il camion su cui viaggiava il protagonista ha avuto un incidente; per caso egli, dopo aver deciso di proseguire a piedi, s’imbatte nella ragazza al bagno; per caso decide di farla sua e per caso, quella stessa notte, un proiettile della sua pistola, sparato contro un animale selvatico, rimbalza sulla roccia e la uccide.

Se volessimo istituire un parallelo letterario, dovremmo andare a quella scena di Non si sa come di Pirandello, nella quale il protagonista rievoca una cupa vicenda della sua adolescenza, allorché, in circostanze del tutto casuali, si trovò ad uccidere con un colpo di pietra un ragazzo di campagna col quale aveva litigato per un motivo futilissimo; delitto il cui autore era, poi, rimasto sconosciuto a tutti, al punto che egli stesso aveva finito, se non per scordarlo, quanto meno per pensarlo come se fosse stato commesso da qualcun altro.

Ma, tornando al bel romanzo di Flaiano, la cifra più riposta per accedere a un livello di lettura che non si fermi alla mera trama esteriore degli eventi, sembra essere appunto lo stato allucinatorio in cui piomba il giovane tenente dopo l’involontaria uccisione, la crisi esistenziale e la paura incontrollabile che si impadroniscono di lui allorché viene a scoprire che la ragazza era una lebbrosa ed egli stesso, dopo quella tragica notte d’amore, ne ha forse contratto la malattia, come una ferita alla mano sembra implacabilmente suggerirgli.

Ed è in uno stato allucinatorio che si svolge la scena della donna che si lava lentamente, pigramente, in quella pozza d’acqua nascosta nel folto degli alberi, ai piedi dell’altopiano: una sorta di dimensione altra, dove il tempo pare essersi fermato e la coscienza registra i colori, gli odori, i suoni, come se venissero da chissà dove; come se non facessero parte del mondo ordinario della veglia, della razionalità e della responsabilità.

In questo senso, la scena in questione non è soltanto un pezzo di bravura letteraria; è molto di più: una metafora della condizione dell’uomo moderno, alienato rispetto al mondo che lo circonda, incerto e perplesso rispetto alla sua stessa capacità di prendere in mano il proprio destino: quasi che un fato arcano e beffardo avesse già deciso per lui.

Ennio Flaiano è nato a Pescara nel 1910 ed è morto a Roma nel 1972.

Quando vinse il Premio Strega con Tempo di uccidere aveva, dunque, trentasette anni ed esordiva con il suo primo romanzo.

Altri ne sarebbero seguiti, tutti di buon livello: Una e una notte (1959), Il gioco e il massacro (1970), Le ombre bianche (1972), Autobiografia del blu di Prussia (1974, postumo), Diario degli errori (postumo, 1977).

Oltre alla narrativa, l’eclettica personalità di Flaiano si è cimentata anche nel teatro, nel giornalismo, nella critica teatrale e cinematografica, nonché nella sceneggiatura (ricordiamo almeno, in quest’ultimo campo, la sua collaborazione con Federico Fellini alla stesura dei copioni de I vitelloni, La dolce vita  e Otto e mezzo).

Le sue opere teatrali sono La guerra spiegata ai poveri (1946), La donna nell’armadio (1958), Un marziano a Roma e altre farse (1971).

La Enciclopedia Garzanti di letteratura (edizione 2003, vol. 1, p. 363) definisce Flaiano un moralista acre e tragico, [che] scrisse opere narrative e prose varie percorse da un’originale  vena satirica e da un vivo senso del grottesco,  attraverso i quali vengono colti gli aspetti più paradossali della realtà contemporanea.

Ed è un giudizio che ci sembra, nel complesso, di poter condividere.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 06/10/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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