lunedì, 20 Settembre 2021
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Ciascun atleta sogna di ritirarsi nel magico momento in cui è all’acme del successo

Ciascun atleta sogna di ritirarsi nel magico momento in cui è all’acme del successo. Ogni singola disciplina sportiva richiede dedizione e spirito di sacrificio è un’alta palestra di vita se praticata con lealtà verso se stessi di Francesco Lamendola  

Una delle figure poeticamente e umanamente più riuscite di Virgilio, nel coro dei personaggi minori da lui creati, è il pugile Entello, le cui gesta sono narrate nel V libro dell’«Eneide». Ormai avanti negli anni, egli accetta di battersi un’ultima volta in occasione dei ludi celebrati da Enea in onore del primo anniversario della scomparsa del padre Anchise.

Davanti a una platea emozionatissima, egli incrocia i cesti (armi, di per se stesse, ben più temibili degli odierni guantoni) con il troiano Darete, che, forte della propria giovinezza, si mostra così arrogante da chiedere che gli venga assegnato il premio sena nemmeno battersi, visto che nessuno osa raccogliere  la sua sfida.

Ma Entello, punto nell’orgoglio dal re Aceste, sorge a difendere l’onore dei Siciliani e, benché tardo nei movimenti rispetto al più agile e veloce avversario, finisce per impartirgli una lezione memorabile; e solo allora, ricevuto il premio, lo depone simbolicamente ai piedi del suo maestro, Erice, annunciando contemporaneamente il definitivo ritiro dall’agone.

Non c’è atleta che non sogni di fare come fece Entello: di ritirarsi dallo sport al culmine della gloria, invitto, con l’animo ancor pieno della legittima soddisfazione per una vittoria clamorosa, magari quando ha già sorpassato l’età ideale per la propria specialità sportiva – che, come è noto, varia dall’una all’altra – e non senza aver dato una lezione con i fiocchi ai più giovani, ma talvolta un po’ troppo baldanzosi, rivali.

In fondo, la carriera di un atleta è fatta di attimi, di istanti; e, anche se dietro quegli istanti vi sono mesi e anni di diuturni allenamenti e di sacrifici tanto tenaci quanto silenziosi, è pur vero che il successo in una gara, che può decidere l’esito di una intera carriera, può arrivare con rapidità folgorante oppure, con altrettanta subitaneità, può eclissarsi per sempre, dopo essere apparso quasi a portata di mano.

Può trattarsi dell’ultimo set di una partita di tennis, o dell’ultima tappa di un Giro d’Italia, o dell’ultimo round di un incontro di pugilato o, magari, dell’ultimo tiro in rete nei tempi supplementari di una partita di calcio.

Chi non ricorda la maniera prodigiosa, quasi incredibile, con cui il pugile americano Gene Tunney, rialzatosi un istante prima del “k. o. tecnico”, strappò il titolo mondiale dei pesi massimi al micidiale Jack Dempsey, nel 1926; battendolo ancora a Chicago nel 1927, in maniera assolutamente convincente,  per poi ritirandosi invitto?

E chi non ricorda la spettacolare, fantastica volata con cui lo sprinter Marino Basso bruciò sul filo del traguardo il connazionale Franco Bitossi, ai Campionati mondiali di ciclismo su strada del 1972, sul circuito francese di Gap?

Oppure che dire della canoista tedesca, naturalizzata italiana, Josefa Idem – classe 1964 – che ai Giochi di Atene del 2004, all’età di quarant’anni e alla sesta Olimpiade consecutiva (nonché appena quindici mesi dopo aver partorito un figlio), vince la medaglia d’argento; e che alle Olimpiadi di Pechino del 2008, all’età decisamente fuori tempo massimo di quarantaquattro anni, riesce a strappare un altro argento?

Quando, poi, l’atleta in questione è una donna – perché negarlo? – allora la scelta del momento giusto per ritirarsi dalle competizioni acquista una dimensione ancora più carica di pathos, perché, in genere, coincide con il desiderio di lasciare ai propri tifosi e ammiratori un’immagine di sé che sia legata anche alla giovinezza e alla bellezza; un po’ come accade nella carriera di molte attrici o donne di spettacolo.

Lo sport vive di emozioni, sia da parte del pubblico, sia dell’atleta che vi mette tutto se stesso, i propri sogni, la propria volontà tesa al massimo verso il conseguimento della vittoria. Ciascuno si porta dentro i propri fantasmi da sconfiggere, i propri incubi da esorcizzare.

Questo è stato forse anche il caso della canadese Guylaine Dumont, che ha perso la sorella quand’era ancora ragazza e che nella specialità del beach volley, praticato con perseveranza e intelligenza (ora tiene anche conferenze sulla psicologia dello sport), è arrivata a sfiorare un successo clamoroso quando, ormai, la sua carta d’identità sembrava relegarla in un ruolo minore, se non addirittura consigliarla ad abbandonare.

Nata il 9 ottobre 1967 a Saint Antoine de Tilly, nel Québec francofono, alle XXVIII Olimpiadi, svoltesi ad Atene nel 2004, la Dumont, giocando in coppia con la connazionale Annie Martin (nata il 7 settembre 1981 a Sherbrooke e perciò più giovane di ben quattordici anni), è giunta a disputare i quarti di finale: un risultato veramente di tutto rispetto, alla non più giovane  età di quasi trentasette anni, tale da coronare degnamente qualunque carriera sportiva.

Sembravano quasi madre e figlia: l’atletica Dumont (1 metro e 75 d’altezza per 70 kg. di peso), con una discreta carriera ormai quasi tutta alle spalle, e la ventiduenne  Martin, apparentemente fragile (1,70 per 60 kg.) che, invece, la carriera ce l‘aveva ancora quasi tutta da giocare; eppure erano ottimamente assortite e ben sincronizzate nella divisione dei ruoli: la potenza e la consumata esperienza della giocatrice matura unite all’agilità e alla freschezza della principiante.

Passando di successo in successo, negli ottavi di finale la coppia Dumont-Martin aveva stracciato la squadra cubana formata da Fernandez Grasset e Larrea Peraza, con un secco 2 a zero; e così era giunta ai quarti di finale, il 22 agosto, nella stessa giornata in cui il nostro duo formato da Lucilla Perrotta e Daniela Gattelli era stato eliminato inesorabilmente, per 2 a 1, dal tandem Cook-Sanderson.

Guylaine Dumont ed Annie Martin erano scese in campo alle 16,30 contro la coppia statunitense formata da Kerry Walsh e Misty May: e aveva perso con un secco 2 a 0. Sconfitta onorevole, peraltro, visto che il 23 le due terribili americane avrebbero sconfitto per 2 a 0 anche le semifinaliste Holly McPeak ed Elaine Young e infine, il 24, si sarebbero aggiudicate l’oro, battendo, sempre per 2 a 0, anche l’ultima squadra avversaria: quella formata dalle brasiliane Shelda Beda e Adriana Behar. Per non parlare dell’oro ai Mondiali di Berlino del 2005, schiacciante conferma di un tandem veramente perfetto.

Vi sono sconfitte, quindi, che valgono quasi come delle vittorie, almeno sul piano morale; se è vero, come è vero, che nello sport non conta solo il dato quantitativo, ma anche e soprattutto quello qualitativo. E la disputa dei quarti di finale è stata certamente, per la Guylaine, un evento di questa categoria, di cui poter andare fieri.

Purtroppo l’atleta canadese non ha saputo ritirarsi in tempo. Non ha compreso che quello era ormai l’apice della sua carriera; ed è così che ha dovuto abbandonare, un anno dopo, con l’amaro sapore in bocca di una sconfitta bruciante, senza scuse.

È accaduto sulla sabbia dello Stadio Uniprix di Ottawa, il 27 agosto 2005, dove, giocando in coppia con la ventiduenne Caroline Fiset, ha subito la seconda e definitiva sconfitta all’Omnium di beach volley del Canada, con l’impietoso punteggio di 21 a 17 e di 21 a 12 in soli 34 minuti di gioco, ad opera delle tedesche Sara Goller e Laura Ludwig.

Alla giovane Fiset, mortificatissima, non é rimasto altro che dire: «Sono molto dispiaciuta perché avrei voluto offrire una migliore performance per la partita d’addio di Guylaine. Tuttavia posso dire di ritenermi veramente onorata di aver condiviso lo stesso terreno di gioco proprio con lei». Parole gentili e cavalleresche, che tuttavia non saranno bastate a lenire, forse, l’amarezza della sconfitta per l’atleta ormai trentottenne.

Ma la Dumont non è il tipo da abbattersi; sportiva purosangue, l’ha presa con la più grande filosofia. «Ho ancora la testa piena di progetti – ha detto, con invidiabile saggezza. – Quello che tiene in vita è l’avere dei progetti. Spero di realizzarne ancora qualcuno.»

Davanti a un così ammirevole spirito sportivo, nel senso più ampio del termine, non si può che rimanere ammirati.

Lo sportivo è sempre un essere umano che giunge al termine della propria carriera molto prima di quasi ogni altra categoria professionistica. Se lo sport fosse solo un mestiere, allora non avrebbe che da rallegrarsi di avere ancora tanta vita e tanta giovinezza (in termini anagrafici) da godersi; magari sfruttando, in un modo o nell’altro, la gloria passata.

Ma lo sport, per coloro che lo hanno praticato con autentica passione, non è mai un semplice capitolo della propria vita; è qualcosa di molto più grande: qualcosa di totale. Allontanarsi da esso non è mai cosa facile; e ancor meno, allorché la propria carriera ha oltrepassato la parabola ascendente per iniziare il malinconico declino.

Un uomo o una donna che abbiano dato allo sport tutti se stessi, non possono non sentirsi turbati da quel momento, per quanto possano essere stati così fortunati da costruirsi altre ragioni di vita, ad esempio mettendo su famiglia e crescendo dei figli. Personalmente, abbiamo sempre trovato un po’ patetici gli sportivi che campano di pubblicità televisive al termine di una più o meno onorata carriera: recitano la caricatura di se stessi.

No, non può essere quello il modo giusto per conciliarsi con il proprio passato; come non lo era per Toro Seduto allorché si esibiva, a beneficio degli uomini bianchi, nel grande circo di Buffalo Bill, il massacratore di bisonti e lo scout che tante volte aveva guidato le giacche azzurre nelle loro ingiuste e spietate campagne di guerra contro i pellerossa.

Il modo giusto è quello indicato nella sua intervista da Guylaine Dumont: mantenersi sempre giovani e freschi, perché sempre pieni di sogni e di progetti: e questo sia quando si è nel pieno della propria carriera sportiva o professionale, sia quando giunge il momento di ritirarsi e lasciare spazio alle nuove generazioni. Gli uomini e le donne muoiono quando non hanno più nulla da sognar;, quando il mondo, per essi, ha perduto tutto il suo incanto.

Il beach volley (che è diventata una disciplina olimpionica solo nel 1996) è una specialità severissima: benché si giochi con le stesse regole della pallavolo, ma su un campo più piccolo (otto metri per sedici, in luogo di nove per diciotto), il carattere anelastico della sabbia, il calore bruciante e le imprevedibili variazioni delle condizioni atmosferiche, magari nell’arco della stessa partita, lo rendono estremamente faticoso. Senza contare che il diverso tipo di sabbia, e specialmente il fatto che sia umida o molto secca, possono svantaggiare da un giorno all’altro i favoriti della vigilia, o viceversa.

È per questo che quanti lo praticano intensamente sviluppano una muscolatura impressionante in ogni parte del corpo e, al tempo stesso, una agilità e una prontezza di riflessi a tutta prova, per anticipare le mosse dell’avversario.

Ai giocatori (e alle giocatrici) di beach volley si attagliano perfettamente i versi di Virgilio («Aeneidos», V, 199-200):

«… tum creber anhelitus artus

aridaque ora quatit sudor fluit undique rivis.»

Cioè (nella traduzione di Enzio Cetrangolo (in: «Virgilio. Tutte le opere», Firenze, Sansoni, 1983, pp. 430-433):

«…intanto un respiro affannoso dilacera i petti

ed aride rende le labbra; a rivi scorre il sudore.»

La verità, tuttavia, è che ogni singola disciplina sportiva richiede dedizione e spirito di sacrificio; ed è un’alta palestra di vita, se praticata con assoluta lealtà verso se stessi, vale a dire senza ricorrere ad anfetamine o altri tipi di droghe (giacché bisogna chiamare le cose con il loro nome) atte a ridurre l’appetito e quindi il peso e, contemporaneamente, a migliorare le prestazioni atletiche.

Perciò ogni sport merita rispetto e può costituire una eccellente formazione del carattere per un giovane, oltre che – ovviamente – un notevole contributo al suo benessere complessivo, fisico ed anche spirituale.

Non è un valore in se stesso, tuttavia, ma può divenirlo: a seconda di come sia vissuto, alla luce di quali motivazioni, in vista di quali fini e traguardi.

È formativo, d’altra parte, perché in esso non incontra alcun successo la deprecabile filosofia, oggi tanto largamente diffusa, del “tutto e subito”. Al contrario, esso richiede pazienza, tenacia e perfino una certa dose di stoicismo, dal momento che i risultati – così come in altri campi della vita, primo fra tutti la pratica di uno strumento musicale – possono giungere solo dopo un lungo e paziente tirocinio.

Nei giochi di squadra, poi, diventa fondamentale un altro aspetto: l’affiatamento con il compagno o i compagni; nonché la capacità di creare una sinergia, al fine di puntare non alla propria affermazione personale, o non principalmente e prioritariamente ad essa, ma al successo finale della propria squadra.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 30/03/2010 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 01 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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