venerdì, 24 Settembre 2021
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L’amazzone moderna è una donna che vede troppo pochi uomini intorno a sé

L’amazzone moderna è una donna che vede troppo pochi uomini intorno a sé. Il modello femminile della «nuova amazzone» rispecchia, semplicemente, un tipo di donna che non riesce a vedere intorno a sé che pochissimi veri uomini di Francesco Lamendola  

Chi è l’amazzone moderna?

Lo chiediamo a una ex campionessa nazionale di body building femminile, Mila Carmagnini, autrice, insieme al marito Giovanni Cianti, di un classico manuale su questa particolare disciplina sportiva («Bodybuilding femminile. Corso completo di culturismo, Milano, Giovanni De Vecchi Edtore, 1985, 1988, pp. 17-18):

«DUE FACCE DI UNA STESSA MEDAGLIA.

Affrontiamo di nuovo il pregiudizio che i muscoli non siano attributi femminili e che il bodybuilding renda meno gradevoli le donne.

Si additano come esempio le atlete che appaiono sulle riviste di settore, come indice di eccessi di dubbio gusto. D’altronde i benefici di questa attività sono troppo evidenti per rifiutarla in blocco.

Se ne devono perciò distinguere due aspetti:

– esercizio moderato e benefico per l’efficienza fisica che modella e rende io corpo flessibile;

– impegno agonistico spinto ai limiti delle possibilità.

I QUATTRO ARCHETIPI FEMMINILI.

Si individuano nella donna quattro strutture mentali di base.

Per quanto tutte presenti, in varie proporzioni, una di queste risulta dominante e determinante per il carattere. Queste quattro strutture di base identificano la donna come:

AMAZZONE (che agisce): portata a raggiungere, fare, agire: si realizza come atleta, donna di affari, viaggiatrice, scienziata.

ETERA (che tiene relazioni): portata alle relazioni, soprattutto con gli uomini; moglie, amante.

MADRE (che dà): portata a procreare, coccolare, aiutare, soccorrere; infermiera, insegnante, madre.

MEDIATRICE (che interpreta): portata a tradurre l’inconscio; mistica, artista, ballerina, psicologa, strega.

Ecco quindi che potremo definire l’atleta del bodybuilding come un’ideale nuova amazzone.

LA NUOVA AMAZZONE.

Questa donna non soddisfatta della forma e salute migliore che il bodybuilding può darle, lo ha spinto verso la ricerca di nuovi canini estetici.

Dotata di inusuale talento per costruire muscoli, ricerca un’ipertrofia esasperata (per quanto possibile) e un aspetto “definito”, cioè asciutto, senza ombra di grasso.

Considerandola prima di tutto come una splendida atleta quindi già degna di rispetto, va ricordato che ci può insegnare molte cose, anche se difficilmente potremo emularla.

È grazie ai suoi sforzi spinti al limite, alla sua costante sperimentazione di mezzi e di tecniche che ogni giorno migliorano la nostra conoscenza del bodybuilding e possiamo utilizzarla – per maggiori risultati – sulla massa delle praticanti.

Perciò non diciamo più: “Oddio! Troppi muscoli…”

Grazie all’impegno e al sacrificio di queste atlete, abbiamo molte possibilità in più per migliorarci.

Cerchiamo piuttosto di capire e apprezzare questi nuovi canoni di bellezza femminile.

ANCORA PREGIUDIZI…?

L’esperto sorride ironico, quando, appena entrate in palestra, prevenute e leggiadre fanciulle premettono decise: “… Però non voglio che mi crescano i muscoli”. Questo processo è già difficile, complesso e richiede anni di allenamento nella maggior parte degli uomini, figuriamoci nella donna.

Il sistema ormonale femminile non lo consente se non in rarissimi casi in cui la produzione naturale di testosterone è molto più elevata della media.

E anche in questi rari casi occorrono sforzi, allenamenti, sacrifici che sono ben lontani dai normali tre allenamenti settimanali blandi e leggeri, proposti normalmente dagli istruttori.

A meno che non siate particolarmente dotate e/o facciate massacranti allenamenti, è impossibile ottenere evidenti aumenti di muscolatura.

Ironicamente – val la pena di sottolinearlo – molte donne non vogliono muscoli, ma tono muscolare. È un controsenso: il muscolo atrofizzato dall’inattività non ha tono, questo arriva solo quando il muscolo, stimolato dall’esercizio, cresce.

Il tono è quindi in ogni caso crescita muscolare sia pur leggera e poco evidente.

BELLA PERCHÉ IN FORMA.

Si comincia ora a capire che essere belle non è un fatto di abiti o di cosmesi, ma che la bellezza èè lo specchio della salute e dell’efficienza del nostro intero organismo.

Frequentare maldestramente i campi da sci o qualche palestra non è in ogni caso la risposta al problema “efficienza”.

Questa risposta riveste un aspetto più generale, più complesso che va affrontato con quello che noi chiamiamo l’approccio globale.

APPROCCIO GLOBALE.

È l’intero arco delle nostre abitudini: alimentari, di movimento, intellettive e di relax che deve essere riesaminato e verificato cercando di eliminare quanti più aspetti innaturali e nocivi esso presenta per il nostro corpo.

Il panino in piedi a mezzogiorno, l’ascensore al posto delle scale, l’auto invece della passeggiata sono tutti esempi di abitudini imposte dai ritmi in cui siamo immersi, ma sbagliate.

Impariamo a ristrutturarle in funzione della salute e del benessere, senza rinunciare a vivere pienamente la vita. Cambiare costa sempre un po’ di sacrificio, ma una volta abituati a qualcosa di meglio, soddisfazione e benessere ne ripagheranno il prezzo.

UN MODO DI VIVERE DIVERSO RISPONDENTE A OGNI NECESSITÀ FISICO-MENTALE: IL BODYBUILDING.

Per questo, val la pena di sottolinearlo ancora, il bodybuilding non è solamente esercizio per i muscoli, ma un intero modo di vivere, un modo di abitudini più regolate, equilibrate, in sintonia cn noi stessi.

Tre strade conducono al risultato e sono tra loro strettamente legate:

– allenamento

– attitudine mentale. Ricerca e conoscenza di se stessi

– alimentazione.

D’altro canto il bodybuilding non è un sistema che si arroghi il risultato di un’efficienza totale.

Tono, modellamento, vigore sono i suoi maggior benefici.

Ma sa anche servirsi di altri strumenti come l’attività aerobica per bruciare il grasso, aumentare la resistenza e migliorare l’apparato cardiocircolatorio, lo “stretching” per aumentare la flessibilità, e così via. Sono anch’essi aspetti basilari del modo di vivere proprio del bodybuilder […].»

Si sarà visto che, secondo questa impostazione, la pratica del body building femminile non è solo una particolare filosofia di vita, ma anche una nuova idea e, pertanto, una nuova immagine estetica e mentale della donna. Se Hegel diceva che l’arte è giunta alla fine dell’arte bella, così si potrebbe dire, secondo gli Autori citati, che l’avvento di questa nuova filosofia di vita implica il sorgere di una nuova concezione di ciò che si può considerare propriamente femminile.

Già Platone, nella «Repubblica», sosteneva che le ragazze (a somiglianza di quanto effettivamente accadeva a Sparta), o almeno quelle destinate a svolgere la funzione di guardiane della città futura, si dovrebbero allenare nude e col corpo unto d’olio, esattamente come i ragazzi.

Qui, però, non si tratta «semplicemente» di allenare il fisico per renderlo il più possibile efficiente, ma di modellarlo intenzionalmente, al fine di scolpirlo secondo un nuovo modello estetico, che riflette una nuova idea del femminile.

Qualche lettore, forse, ricorderà che ci eravamo già occupati delle questioni psicologiche e spirituali sottese a una pratica esasperata del body building femminile, precisamente nell’articolo «Nel dramma dimenticato di Claudia Bianchi il grido d’aiuto di una femminilità infelice» (reperibile nell’archivio del sito di Arianna Editrice, in data 30/3/2008).

In quella sede, avevamo osservato che, per le cultrici del body building nella forma più estrema, l’obiettivo sembra essere quello di rivestire non più il proprio corpo, il proprio corpo naturale, ma un corpo totalmente artificiale, totalmente costruito secondo i canoni di un’estetica aliena. Un corpo dalle forti connotazioni virili ma nel quale, evidentemente, essi si trovano bene, nel quale si sentono a loro agio e che, se possibile, esse vorrebbero potenziare sempre di più, all’infinito, inseguendo il miraggio di un ideale di forza sovrumana, assoluta.

Avevamo anche affermato che, pur con tutto il rispetto dovuto a chi pratica, magari con fatica e sacrifici notevoli, una qualunque disciplina sportiva, ci sembra innegabile che il body building estremo, nel caso di una giovane donna, esprima un desiderio – neanche tanto dissimulato – di acquisire i caratteri fisici tipici del sesso maschile, e sia pure esaltando – per contrasto – quelli del proprio. In questo senso, la ragazza che si dedichi con passione totale, a una simile pratica, intende inconsciamente realizzare in sé il prodigio dell’androgino, che in senso filosofico (come nel «Simposio» platonico) e in senso iniziatico (come nelle trasformazioni alchemiche dell’anima umana) rinvia a uno stato di perfezione originaria, di completezza e di autosufficienza: in altre parole, di assoluta autonomia e di superamento delle contraddizioni proprie alla sfera della contingenza.

Ora, il corpo androgino essendo un corpo che riunisce in sé le caratteristiche del maschile e del femminile, è un corpo che fornisce un senso di sicurezza a coloro che, incerti dal punto di vista non tanto del proprio orientamento sessuale, quanto del proprio equilibrio esistenziale, inseguono il miraggio di una definitiva liberazione dall’insicurezza dei tutto ciò che è contingente e provvisorio. È come se, rivestendosi di un corpo muscoloso come quello di un eroe greco, e, al tempo stesso, seduttivo come quello di una dea della sensualità, le odierne seguaci del body building tentassero di superare le contraddizioni, le inquietudini e le insicurezze legate alla condizione del relativo – che, nel caso degli umani, passa di necessità ANCHE attraverso la polarità maschile-femminile -, per acquisire uno statuto ontologico caratterizzato dalla autosufficienza: per cui, divenute maschio e femmina al medesimo stesso, non avessero più bisogno di cercare fuori di sé ciò che mancava loro per raggiungere la stabilità interiore e la sicurezza di sé.

Ora, il problema di fondo da cui nasce una tale spirale nevrotica e potenzialmente autodistruttiva (né si dimentichi il frequente abuso di sostanze chimiche, come gli steroidi, per raggiungere più in fretta i risultati desiderati) è, evidentemente, la mancata accettazione non solo e non tanto della propria natura e del proprio ruolo femminile – percepiti, per una serie di ragioni, come meno gratificanti di quelli maschili -, quanto della propria natura di esseri umani e perciò, in quanto tali, incompleti, non autosufficienti, e, se si vuole, fragili e vulnerabili.

Tuttavia, è solo accettando questa «incompletezza», questa fragilità e questa vulnerabilità, ossia accettando i limiti della propria condizione finita e contingente, che ci si può accettare veramente come persone e, dunque, ANCHE come creature maschili o femminili. È, infatti, la nostra – a ben guardare – una  debolezza feconda; perché da essa, e dalla vulnerabilità che ne consegue, emerge la possibilità di stabilire una relazione «polare», ossia di mutuo e vicendevole completamento con l’altro: sia in senso sessuale, che in ogni altro senso possibile.

Il body building, infatti – almeno nelle sue forme estreme e tendenzialmente autodistruttive – è il rifiuto di accettare la condizione di vulnerabilità, propria della natura contingente dell’essere umano; e il tentativo, in ultima analisi paranoico, di perseguire il sogno dell’androgino IN SENSO GROSSOLANAMENTE MATERIALE.

Da parte nostra ci siamo sforzati di mostrare, in numerosi altri lavori, che la possibilità di superare la condizione umana contingente e frammentaria esiste, ma non certo sul piano fisico, bensì esclusivamente sul piano spirituale. Ma, per intraprendere un simile percorso, ci vogliono altro che attrezzi ginnici e pastiglie di dubbio contenuto ormonale e proteico.

Questa, non è che una scorciatoia; e, come tutte le scorciatoie, è illusoria e pericolosa, perché facilmente conduce là dove non si pensava di andare, né lo si desiderava.

L’unico aiuto che la donna potrebbe ricevere, nella sua ansia di fragilità e vulnerabilità di fronte a  una società che diviene sempre più aggressiva e competitiva, sarebbe quello di trovare accanto a sé un uomo che sia realmente virile: non quanto a masse muscolari, ma quanto a caratteristiche psicologiche.

Ma la cosa, ahimé, non sembra essere per nulla facile, e la difficoltà è, quanto ai generi maschile e femminile, quanto meno reciproca, dal momento che – ad onta delle apparenze puramente superficiali – anche l’uomo si trova ad avere davanti a sé una donna che,  in effetti, sta diventando,  fisicamente e psicologicamente, sempre meno femminile.

E allora?

E allora non esistono altre vie che quelle miranti a ritrovare una dimensione armoniosa nell’incontro del maschile e del femminile; una dimensione, cioè, nella quale l’uno esalti le qualità dell’altro, ed insieme essi riescano a realizzarsi in maniera appagante e serena. Ciò che è possibile solo nella dialettica degli opposti: DIALETTICA, ma degli opposti; non dei simili.

La donna che cerca di somigliare fisicamente all’uomo, anzi, al superuomo, persegue un disegno che ha poco a che fare con la ricerca di tale dimensione armoniosa; si direbbe, al contrario, che essa volga deliberatamente le spalle alla propria specificità di genere, per superare, e, magari, umiliare il maschio sul suo stesso terreno, in un’ottica di competizione sfrenata e distruttiva.

E tuttavia, dove sta scritto che la caratteristica essenziale del maschio è la capacità di sfoggiare una muscolatura possente? Con tutto il rispetto dovuto agli animali, questi nostri fratelli minori, crediamo che non vi sia bisogno di essere umani per porsi un simile obiettivo: un gorilla di montagna lo sa fare molto meglio.

Pertanto, la donna che insegue l’ideale maschile della pura forza fisica, rischia di mettersi su di una strada doppiamente sbagliata: perché snatura le proprie caratteristiche essenziali, e perché tenta di imitare, più o meno felicemente, non la qualità essenziale del maschio, ma una sua qualità secondaria e inessenziale.

E, se il modello adottato è illusorio, nemmeno gli sforzi di colui che lo persegue sono destinati a sfociare in un risultato intimamente riuscito.

Forse, alla luce di queste riflessioni, possiamo concludere che il modello femminile della «nuova amazzone» rispecchia, semplicemente, un tipo di donna che non riesce a vedere intorno a sé che pochissimi veri uomini; e si «sente» perciò spinta, e quasi costretta, a vestire essa stessa i panni del maschio, per una forma istintiva di compensazione: indossando, appunto, un nuovo corpo totalmente artificiale, fatto di poderose masse muscolari, come la scultura antica ci mostra essere stato il corpo di Eracle e degli altri eroi della Grecia.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Agosto 2017

Del 15 Settembre 2020

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