domenica, 28 Febbraio 2021
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Muscoli o energia?

Muscoli o energia? «Fitness» è la parola magica che incanta col suo fascino anglosassone. Ma in realtà noi siamo energia che cerca, per prove ed errori, la propria fonte originaria: l’Essere perfetto e assoluto di Francesco Lamendola  

Il numero dei giovani che praticano attivamente lo sport tende a diminuire, ma aumenta il numero delle persone che scelgono di andare regolarmente in palestra e di prendersi un “personal trainer” per tonificare e potenziare le masse muscolari.

«Fitness» è la parola magica che incanta, col suo fascino anglosassone, milioni di uomini e donne di ogni parte del mondo, i quali, vedendosi allo specchio bruttini e obesi, o, al contrario, troppo fragili e mingherlini, vogliono allenarsi con un qualsiasi tipo di sport, pur di migliorare l’efficienza fisica e funzionale del proprio corpo e, al tempo stesso (o anche più) migliorare il proprio aspetto estetico, secondo i parametri di telefilm americani come «Baywatch».

Si desidera un corpo muscoloso, da contemplare e da far ammirare agli altri: sulle spiagge e in qualunque altra occasione possibile. Non solo gli uomini, ma anche le donne bramano di esibire bicipiti possenti e addominali da bodybuilders.

L’industria dell’abbigliamento ha recepito il messaggio e vi si adegua ben volentieri (come a tutte le mode, del resto), sforzandosi di lasciare in bella evidenza, scoperte e ammiccanti, quelle parti del corpo che meglio si prestano a sfoggiare il tono muscolare.

D’altra parte, i muscoli non sono necessariamente una espressine di forza, meno ancora lo sono di energia. C’è differenza tra i muscoli prodotti da un normale esercizio fisico o da una costante pratica sportiva, e quelli messi insieme con l’obiettivo specifico di farli crescere su se stessi al puro scopo di ammirarli. Senza parlare della pratica, scriteriata e pericolosa, di assumere steroidi anabolizzanti allo scopo specifico di far aumentare nel più breve tempo possibile il volume delle masse muscolari.

Qui si tratta di evitare confusioni tra la causa e l’effetto, e di non perdere di vista l’essenziale: cioè che siamo fatti essenzialmente di energia, e che l’energia è un fatto psichico, non fisico. Chi sviluppa la propria energia sul piano fisico, ne ottiene “in premio” una maggiore massa muscolare; ma chi si dà un gran da fare per ottenere direttamente questo risultato senza prendersi cura del proprio equilibrio energetico, inverte il rapporto fra la causa e l’effetto ed agisce, letteralmente, contro natura.

I muscoli colpiscono l’immaginazione perché suggeriscono l’idea della forza; ma quello di forza è un concetto essenzialmente statico e quantitativo, mentre la parola “energia” esprime un concetto essenzialmente dinamico e qualitativo.

Chi scambia la forza bruta per energia e si innamora dei muscoli per se stessi, cade nello stesso equivoco di chi scambia il Kung fu o lo stesso Yoga per delle tecniche dirette a migliorare l’efficienza fisica e muscolare e si dimentica che tali discipline sono, all’origine, inseparabili da una filosofia olistica, secondo la quale la distinzione tra corpo e mente è puramente illusoria e che ha per obiettivo, quindi, il benessere interiore non meno di quello esteriore.

Del resto, anche il parlare comune tradisce una certa ambiguità nell’uso del vocabolo “energia”. Si suole dire, ad esempio, di una persona, che «è piena di energia», e lo si dice con tono di aperta ammirazione; ma non sempre si usa la parola a proposito. Sovente si scambia per energia ciò che è, piuttosto, attivismo frenetico, a volte anche un po’ nevrotico. Il fare tante cose e il farle in fretta non è ancora segno di vera energia, quanto di un bisogno compulsivo di azione, quale che essa sia. L’energia, invece, è perseveranza oltre che forza, perché, appunto, comprende la dimensione spirituale della volontà e non solo quella calcolante ed efficientistica.

“Energia” deriva dalla uguale parola del tardo latino, la quale, a sua volta, deriva dal greco “energheia”,  che Aristotele adopera nel senso di azione efficace, suscettibile di raggiungere lo scopo: da “en”, particella intensiva, ed “ergon”, ossia la capacità di agire.

Oggi il significato originario è stato quasi dimenticato perché, in tempi di scientismo dilagante, prevale nettamente il nuovo significato attribuitole da Keplero nel 1619 e ristretto all’ambito della fisica: vale a dire la capacità di un corpo o di un sistema di compiere lavoro.

L’energia, quindi, nell’estensione più ampia della parola, non corrisponde a un dato puramente materiale, verificabile con i sensi esterni e quantificabile, o magari riproducibile in laboratorio; ma a un modo dell’essere, a una attitudine complessiva degli individui, che si esprime ANCHE attraverso la forza fisica, muscolare, oggettivamente misurabile, ma non si esaurisce certamente in essa, né, tanto meno, si origina da essa.

“Energia” è la nostra stessa essenza.

Energia è quella che spinge il bambino, alla nascita, fuori dall’utero materno; quella che, poi, gli fa cercare istintivamente il capezzolo materno, per sfamarsi; quella che accompagna l’inizio di ogni nostra giornata, al risveglio dal riposo notturno, in misura maggiore o minore (e ne sanno qualcosa le persone cadute nella spirale perversa della depressione, le quali, non che alzarsi dal letto, non vorrebbero nemmeno veder filtrare dalle finestre la luce del nuovo giorno).

La vita è in se stessa energia; tutto l’universo è energia; noi siamo una parte, una scintilla dell’energia cosmica: la «Shakti» dell’Induismo e il «Prana» dello Yoga.

L’energia tiene i pianeti legati alle proprie orbite e conduce le comete attraverso gli spazi infiniti; l’energia spinge il seme a trasformarsi in germoglio che si protende, attraverso l’oscurità, verso la luce del sole.

L’energia è una forza, ma una forza dinamica, istintiva, che in se stessa non è  positiva o negativa, e tuttavia non è neppure neutra, nel senso che non si trova mai allo stato “puro”, ma sempre tradotta in azione e, perciò, necessariamente positiva o negativa.

Nell’uomo, se viene repressa diventa inevitabilmente di segno negativo: ristagna nel fondo dell’anima, ne avvelena le sorgenti, fa appassire miseramente la pianta della vita. Per poter stare bene con noi stessi e con il mondo, noi abbiamo bisogno di esprimere il nostro potenziale energetico, di realizzare uno scambio virtuoso di energia con l’esterno: vale a dire di darne e di riceverne continuamente.

Le persone che vivono senza amore avvizziscono e muoiono, come una pianta alla quale siano stati sottratti l’aria e l’acqua. L’amore è una forma di energia: la più potente, la più onnipervasiva e, in ultima analisi, quella che riassume in sé ogni altra.

L’odio si può considerare come la forma esasperata dell’energia negativa, prodotta dal ristagno dell’energia potenzialmente positiva che è l’amore; non è un caso, infatti, che ogni forma di odio si possa ricondurre ad un amore frustrato, deluso, tradito.

Il vero contrario dell’amore, tuttavia, non è l’odio (che ne è, piuttosto, il rovesciamento), ma l’assenza di amore, il vuoto dell’affettività. Ad esso corrisponde una energia a bassa frequenza, grigia, piatta, uniforme: il «taedium vitae» degli antichi ed anche il «tedio» di Leopardi, per giungere fino alla «nausea» di Sartre e degli esistenzialisti.

Bisogna, però comprendere di che genere di amore stiamo parlando, altrimenti si rischia di cadere in un grosso equivoco, anche troppo frequente nella cultura occidentale moderna che, dell’amore passionale, ha fatto un fruttuosa e furbesca speculazione. Stiamo parlando di un amore largo, benevolo, generoso, non macchiato dalla brama che genere attaccamento, il quale, a sua volta, dà origine a una catena di sentimenti distruttivi.

«Un amore privo di desiderio? Impossibile – dirà qualcuno -: l’amore è sempre stato desiderio di qualcosa o di qualcuno, da che mondo è mondo».

Ma è proprio vero?

La cultura occidentale moderna è troppo schematica, troppo manichea su un argomento così importante e delicato; basti dire che possiede una parola sola per dire ciò che gli antichi greci definivano almeno in tre maniere diverse: «eros», l’amore sensuale; «filia», l’amore fraterno; «agape», l’amore spirituale.

E pensare che il nostro vocabolario continua ad accrescersi ogni giorno, ogni ora, di parole nuove, tutte nell’ambito della tecnica: mentre è così povero di parole relative alla sfera spirituale. Ma, come già osservava quasi un secolo fa Drieu La Rochelle, «l’uomo moderno ha bisogno di ben altro che di macchine».

L’amore caratterizzato dal desiderio è l’amore egoistico, che vuole attaccarsi a qualcuno o a qualcosa per vampirizzarlo, allo scopo di  risucchiarne, appunto, le energie psichiche, e ciò per una ragione molto semplice: che si accende in chi non è capace di rielaborare la propria energia interiore e di esprimerla costruttivamente e, quindi, tende a farla ristagnare in se stesso. Abbiamo già visto cosa accade in tali casi: l’energia compressa, respinta verso l’interno, si carica di valenze negative e diviene un fattore destabilizzante.

Conviene ora guardare più da vicino la natura del potenziale energetico della persona e, in particolare, domandarsi quale ne sia la perenne sorgente, che, reintegrando l’energia in uscita, preserva lo stato di equilibrio. E qui è necessario distinguere.

Per l’uomo spiritualmente poco consapevole, la principale fonte dell’energia in entrata è costituita dal complesso delle emozioni, dei sentimenti, dei pensieri. Essi operano una continua, incessante sollecitazione che si traduce in vibrazioni discontinue, ora ad alta ora a bassa frequenza, come in una sorta di doccia scozzese.

La condizione di un tale individuo sarà essenzialmente quella della instabilità: esposto a tutti gli influssi, esterni ed interni; senza posa investito, bombardato, ulcerato da ogni sorta di stimoli, ora positivi, ora negativi, egli è come una soffitta dai muri sbrecciati, aperta ai quattro venti che la investono d’ogni lato.

Un simile individuo tende continuamente ad abbattersi fino alla depressione e ad entusiasmarsi fino all’euforia e all’esaltazione, per poi ricadere nello stato precedente e così via, in una sarabanda di alti e bassi che ne evidenziano la fragilità e lo espongono al logoramento di tali urti incessanti, paragonabili a una vera e propria tempesta energetica. Incapace di filtrare emozioni, sentimenti e pensieri, egli è chiuso nel cerchio stregato della contingenza e dell’attaccamento, che si manifesta nelle due maniere, solo apparentemente antitetiche, della brama e del timore.

Un tale soggetto si troverà costantemente in una condizione di deficit energetico: sia che emani a sua volta energia disordinata e sostanzialmente negativa, che renderà ancor più altalenanti e tendenzialmente distruttivi i suoi rapporti con il mondo esterno; sia che, non riuscendo a rielaborare gli incessanti stimoli emozionali, li lasci ricadere all’interno, ove si verificherà un ristagno e, forse, una implosione. Quest’ultimo è il caso più pericoloso, perché conduce, spesso, al fastidio esistenziale, alla depressione e a varie forme di disturbi psichici.

L’individuo spiritualmente evoluto, invece, è quello che sa padroneggiare l’impatto delle emozioni, dei sentimenti e dei pensieri e che, rielaborando e trasformando continuamente l’energia proveniente da essi in energia positiva, diretta verso l’esterno con modalità e obiettivi sostanzialmente costruttivi, raggiunge il proprio equilibrio energetico e lo conserva, in un giusto dosaggio di energie in entrata e in uscita. Non ne  accumula troppe, non ne disperde troppe: è sempre padrone di sé, perché si è liberato dalla tendenza all’attaccamento verso le cose, nelle sue due forme della brama e del timore.

Rasserenato, libero da ansie e paure, così come dall’ossessione di desideri smodati e incessanti, egli contempla il mondo con occhio equanime e non giudicante: non si piega nelle avversità e non si esalta nei successi, perché il suo benessere interiore non ha la sua fonte in qualcosa che, essendo altro da lui, potrebbe venirgli tolto in qualunque momento; ma riposa nel centro del suo essere, avendo compreso che ogni tempo e ogni spazio sono al centro dell’Essere.

Fra questi due estremi di massima inconsapevolezza e di massima consapevolezza, vi è, in pratica, tutta una gamma di stati intermedi, lungo la quale si spostano, nelle diverse fasi della loro vita, la maggior parte delle persone. È raro trovare un individuo totalmente inconsapevole, rarissimo e quasi miracoloso trovarne uno interamente realizzato: perché, nell’ambito della nostra vita terrena, la realizzazione spirituale, ovvero il ritorno alla dimora dell’Essere, è un compito che non finisce mai.

Siamo tutti in cammino, sempre. 

Siamo energia che cerca, per prove ed errori, la propria fonte originaria: l’Essere perfetto e assoluto.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data in data 23/04/10 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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